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MOVERS DELLA CARNE scritto da Luca Bregio Lizard vive in un granaio con quattro cani e un porcello nano di nome Smithe. Smithe parla, l’ho sentito io con queste mie orecchiette blu. Un giorno stavo lì a fissare la farfalla che ha tatuata sulla spalla sinistra. Lui si è girato, ha fatto vibrare le orecchie con un movimento circolare e mi ha detto: “Che cos’hai da guardare?”. Sono fuggito. Ma questo è niente. Un giorno io e Lizard siamo seduti nel boschetto lì vicino e Lizard è triste e sperduto e si sente inutile e potrebbe morire da un momento all’altro, dice, e non gliene importerebbe nulla. Si avvicina Smithe, grufolante in cerca
di cibo. Lizard lo prende in braccio e lo depone su un ceppo. Gli accarezza la testa e gli dice : - Smithe, ti prego, dimmi qualcosa. Smithe lo guarda con i suoi occhi neroliquido acqua di pozzo e fa: “In verità vi dico, amici miei, avere dei discepoli è una tale seccatura. Non ti lasciano mai un momento in pace. Ho un monte di cose da fare, io. E poi come faccio a pensare se mi
si subissa continuamente di domande e richieste?” Io li guardo e mi rendo conto che Lizard adesso si sente molto meglio e comincia a raccogliere more e le offre a Smithe, che le divora gentilmente. Sulla via del ritorno incontro Leta che spinge un passeggino di vimini con dentro un bambino. Non è suo, perchè so che non può avere figli. Mi saluta e si ferma per scroccarmi una sigaretta. - Fai la baby-sitter? - le chiedo. - Sì. - Per chi? - Non li conosci. Guardo il bambino. - E’ proprio un bel bambino. - dico. Leta accende la siga e mi guarda con un po’ di pena. - Se lo dici tu. Qualcosa di osceno sta passando alla televisione. “Uh ...il mio forno è caldo, uh è bello caldo...” Un separatista annuncia che non ci sarà nessuna revisione, e chi non è in tempo non sarà mai in tempo. Mi addormento. Irith arriva in sogno vestita di scaglie di pesce, davanti a una distesa di alberi di limone. Il giallo è un dominio di luce accecante che toglie il respiro. Quando vado di nuovo da Lizard ci sono degli amici con lui. Bikers. Smithe è solenne seduto sul suo trono. Lo sguardo come assente verso un punto lontano, gli altri seduti tutti intorno. - Sono nato di nascosto in un sottobosco fangoso. Non ricordo l’odore di mia madre ed è questa la cosa che mi pesa di più. Lecco succo d’acero e mi lavo in acqua verde... Lo ascoltiamo tutto il giorno poi quando fa buio è ancora caldo quindi decidiamo di partire e di andare verso est. C’è qualcosa sulla strada, un gatto morto porcospino cucciolo di cane è un bambino! C’è un bambino neonato steso in mezzo alla strada buia senza niente nessuno intorno e le braccia al cielo e magari è già morto... Andiamo troppo veloci, non riesco già più a vederlo comunque non l’abbiamo preso non l’abbiamo colpito e forse non era nemmeno un bambino ma un mucchio di stracci perchè è così buio qui e troppo veloce, tutto sempre troppo veloce. Quando arriviamo dove dobbiamo, perchè questo è il punto, ci sdraiamo su un prato tanto grande che non ne vedi la fine. Uno dei bikers, Moth, mi sembra, comincia a raccontare una storia. Una di quelle storie che non sai mai se sono vere o no. Se sono leggende, visioni acide o chissà cos’altro. Comunque. La storia è questa: “Conoscevo tre tipi, una volta. A vederli così sembravano anche normali. Quei ragazzi puliti, camicia maglione. Non eleganti...ragazzi normali. Un giorno vengo a sapere che hanno delle abitudini, come dire...un po’ strane. Fatto sta che questi se
ne andavano in giro, in campagna. In macchina. Quando beccavano qualcuno come dicevano loro, contadini o cacciatori, guardie forestali o che, con una scusa attaccavano discorso. Cose tipo che tempo fa, come va la caccia eccetera. A un certo punto tiravano fuori i ferri. Originale, dei gran ferri, li ho visti io. E costringevano i tizi ad imboscarsi con loro. A volte, se buttava
bene, riuscivano anche a farsi, diciamo, ospitare in casa. A quel punto i tipi pensavano che fossero dei rapinatori o dei maniaci e invece no. Li facevano spogliare, li legavano o li ammanettavano a seconda dello schizzo e poi li violentavano. Gliene facevano di tutti i colori. Erano dei fantasisti. Un po’ malati, credo. Comunque mi dicevano: Ci sballiamo da pazzi a vedere questi maschi coglioni gran teste di cazzo
che se lo pigliano nel culo e sembra che neanche lo sappiano quello che gli succede e sai quanti ne abbiamo trovato che ci prendoono gusto non te lo puoi neanche immaginare. Comunque non so quanti se ne sono fatti. Parecchi, credo. Anche se si facevano un po’ prendere dal discorso. Ma la cosa pazzesca è che non li hanno mai beccati. Nessuno li ha mai denunciati.” Questa storia comincia a farmi viaggiare di brutto. Sentieri di campagna bruciati dal tramonto. Io che corro nudo e dietro ogni albero c’è gente che scopa e mi immagino tutte le parole e il sudore e le bestemmie e uomini sfatti, distrutti lacerati da
possessioni imposte. Leta che mi lecca il culo e dice “Il tuo odore mi fa sentire in paradiso”. Mi masturbo piano nel buio e quando vengo me ne sto bello zitto così nessuno se ne accorge. Dopo poco mi addormento. Il sole ci trova zuppi di rugiada. Qualcuno prepara del caffè e poi torniamo indietro. Sulla via del ritorno ridiamo come pazzi perchè lo sappiamo che fra poco sarà veramente finalmente estate. E’ una cosa che si sente. Nell’aria e nelle cose minuscole che ti piovono in faccia quando vai così veloce. Hanno un sapore diverso quelle
cose. Non ti fanno male agli occhi. E così ridiamo. Siamo allegri e ridiamo. E le nostre risate ci ritornano come echi di esplosioni. Entro pochi giorni partiremo. Tutto il caravanserraglio. Io, Lizard, Leta, i quattro cani maldestri più Smithe. Direzione: Oceano. Destinazione: casa del Bardo, padre spirituale di tutte le creature della costa e demone dell’aria. Invisibile. Lo vedi
solo se ci credi. E noi, ovviamente, ci crediamo. Solo Smithe mostra di avere dei dubbi. Per cui, molto spesso, loro due litigano di brutto. Comunque. Il Bardo abita in un’enorme casa senza finestre. Il mare ci entra dentro in nuvole salate di colore o, quando c’è tempesta, di nero. Il Bardo costruisce statue con il sale del mare e poi le dipinge con pitture vegetali. “Una volta ho tenuto un ragno prigioniero per giorni. Quando è morto ho pianto. Una lacrima l’ha trasformato in una statua” Saliamo sempre sul tetto, quando siamo lì, a guardare i nidi dei gabbiani. Lui ci mette in guardia “Sono predatori, in fondo”. Lungo il tragitto ci fermano le guardie. “I DOCUMENTI PRESTO!” Diventano un po’ nervosi quando Smithe cerca di ipnotizzarli e alla fine ci lasciano andare. Promettiamo di fare i bravi. Entriamo nel grande grande giardino del Bardo, pieno di piante di fucsia che non si sa come facciano a crescere visto che nessuno se ne cura. Il cielo è completamente trasparente nei primi minuti dopo l’alba e sembra che il sole si sia polverizzato fino a coprire tutto di sabbia luminosa. Corriamo alla spiaggia. L’acqua è ancora tiepida e quando poi ci sediamo ad asciugare al vento, tremando leggermente, Lizard e Leta cominciano a suonare su pelli tese d’animale. I battiti si moltiplicano nell’aria sgombra e in poco tempo sembra che tutta l’enorme
distesa bianca sia popolata di suonatori invisibili. Dopo qualche ora Leta si alza e vestendosi dice - Sarà festa stasera. Sarà festa. Solstizio d’estate. Festa di tutte le creature che già vediamo avvicinarsi a chilometri di distanza, macchie colorate nel bianco assoluto. Andiamo a salutare il Bardo che sappiamo già intento nei preparativi. Lo troviamo che plasma “la sua statua più bella”, lo dice tutte le volte. E tutte le volte è vero. Sta facendo qualcosa di enorme, aiutato da ragazzini bruni completamente nudi. Ci offrono tè e spacecake che però rifiutiamo. Siamo già abbastanza ebbri dell’odore e del calore dell’estate e chiediamo solo acqua fredda da bere e ci laviamo del sale che tira la pelle. Il Bardo e Smithe cominciano a battibeccare, per cui noi svicoliamo e ci piazziamo in giardino dove cominciano a planare camper e carrozzoni, furgoni colorati, motociclette ed enormi automobili. Sorrido quando all’orizzonte vedo l’inconfondibile
nuvolaglia del side-car di Irith. Irrompe carica di bagagli, la fedele scimmia Divine seduta nella vasca del passeggero a spandere ovunque bave d’argento. Irith salta giù e mi abbraccia. Mi infila la lingua in bocca passandomi una micro. - Ti ho sognata.- le dico. Il giorno dopo il circo è al completo. Qualcuno passa e ci dice - Questa è la carne questa è la carne questa è la carne... Mangiamo tutti e sia vita e non sia gloria poichè ce ne importerebbe puntopoco. Ghazz l’orsetto stupito propone un giro in barca. La barca è senza remi ma ha un timone robusto per cui ci lasciamo portare dalla corrente e lui “O dio come sono solo e abbandonato!” E noi “O cosa?!” mentre ancora suonano nelle orecchie le
parole del Bardo Dio non è qualcosa che adoriamo ma qualcosa che mangiamo ogni giorno e non ci chiede preghiere ma digestione e assimilazione e trasformazione e non sia gloria non sia gloria non sia gloria Arriviamo piano piano al paese disteso pigro sulla costa visitato da nessuno tranne che da gabbiani stanchi predatori e da noi, quando piomba l’estate e le strade anche le più strette diventano polvere di calore brillante. Giriamo sul molo e poi a
trottola nell’interno buio tra gruppi di regolari che suonano dixieland e banche di frutta disidratata. Qualcosa comincia a tremare nell’aria e il sussuro diventa voce e dice arrivanoipredoniarrivanoipredoni e quell’avviso è tutto per noi che siamo gli unici stranieri e facciamo appena in tempo a saltare di nuovo sulla barca che... I predoni in tute da granchio corrono alla spiaggia e spianano i mitra color liquirizia contro di noi che ormai stiamo già inghiottendo l’ultimo pezzo e li fissiamo con facce di bambini dispiaciuti. Il capo dice non sparate che tanto non serve e ci
lasciano scorrere sull’acqua limpida. Arriviamo alla casa del Bardo e troviamo facce asciutte di lacrime ma sappiamo già che sono passati di lì e tutti raccontano scene di assedio e tutti a terra perquise a tappeto qualcuno ancora che piange e grida l’hanno rubata tutta! E tutti a dire a sussurrare sono gli uomini del colonnello dobbiamo fargliela pagare. Dobbiamo fargliela pagare. Piomba sul campo Moth alla guida di una jeep dei pompieri con sirena spianata che ulula RRRAPE ME RRRAPE ME! - Dove l’hai presa? chiedo - A una svendita. Li ho inseguiti finché non hanno cominciato a sparare di brutto. E’ ora di farla finita. Decidiamo che saremo noi ad andare e così saltiamo su Leta Lizard e io con in braccio Smithe che non la smette di bestemmiare. Ascoltiamo i piani di battaglia del biker guerriero che in effetti sono tutti dei giochi al massacro per cui decidiamo di esautorarlo e ci affidiamo a Smithe che come sempre non sbaglia mai. Sussurra a tutti la strategia e poi ci interroga a fuoco
incrociato per vedere se abbiamo capito tutti. Il Colonnello abita in una grossa casa circondata da serre a forma di H-blocks proprio dopo il promontorio che nella luce del tramonto sembra una barriera corallina. La casa è sulla collina degli stivali e vi aleggiano presenze scure. Sogni scuri mi nascono sulle ali e spiccano il volo senza di me. Ci accampiamo nei dintorni attenti a non accendere fuochi per non essere visti. Da dove siamo possiamo vedere le finestre illuminate e immaginiamo il nostro nemico nemico di sempre fabbricante d’armi sterminatore trafficante di droghe e ladro che se
la gode della sua ultima impresa l’ennesima. Gli scriviamo una breve lettera anonima un messaggio con ritagli di giornale. Terror couple killed colonel Stiamo tutto il giorno nascosti circondati da truppe di mercenari a caricare le nostre macchine di morte. E quando arriva di nuovo la notte usciamo allo scoperto io e Leta, con la benedizione di Smithe. Questa volta sarà l’ultima. Fategli saltare il culo e ci puoi giurare. Scivoliamo come donnole fino al giardino ed eliminiamo gli unici che osano contrastarci con i nostri DOR. Pelle ossa e tendini si spaccano e sfrigolano sbriciolati da orgoni implacabili in una luce azzurra come tentacoli di elettricità. Et voilà. Ci sbarazziamo delle nostre armi e raccogliamo quello che resta. Prendo in mano una
grossa pistola calda con la C inconfondibile sul calcio, prodotto genuino del Colonnello, e me la strofino addosso per eliminare le frattaglie. Entrare è ovviamente uno scherzo, per chi si sente troppo sicuro le entrate scure sono invisibili ma sono quelle che ci accolgono con maggior calore. Leta corre subito su soffici zampe di gatto a cercare la carne e so che farà un buon lavoro solo stai attenta. Io vado a incontrare la mia preda con occhi magnetici fissi su ciò che mi circonda e naturalmente nessuno mi nota. Arrivo alla porta rossa e
toc toc ma siccome non sento sparare entro tranquillo e il bastardo me lo trovo davanti che fuma sigaro e beve brandy come se nulla fosse. Stai per lasciarci stai per morire sarà meglio che entri nell’ordine d’idee. Mi guarda come solo un militare potrebbe fare e io non vedo niente sotto capelli grigi a spazzola e sopracciglia come cespugli. Mi guarda come si guarda un cane randagio prima del calcio come un
rifiuto dall’odore poco familiare. Ci fissiamo per un po’ e poi lui ghigna e mi dice “non la troverai mai”. “Sono venuto per te” “oh...dovrei avere paura?” “Per quello che me ne frega.” “sei solo uno stronzetto” Gli punto la pistola in faccia. “tu e i tuoi amici siete solo dei perdenti, dei freak del cazzo, scoppiati, con la merda nel cervello” “La nostra merda però ti piace” “mi interessano solo i vostri segreti, come quelli di tutti” “Non puoi arrivare dappertutto, non puoi fare soldi con tutto” “perché no?” “Perché sto per farti saltare la testa” “pensi che uccidere sia così facile? scommetto che non hai mai ucciso nessuno” E’ vero, ma non avevo mai avuto un buon motivo. Il Colonnello si mette comodo nella sua poltrona. “senti, facciamo così, adesso tu, e chiunque ci sia qui con te, ve ne andate e cercherò di far finta che non sia successo niente” “Questa è l’ultima volta” “vuoi dei soldi? voi siete convinti che sia tutta una questione di soldi. soldi da spendere, case, macchine...non avete capito un cazzo, è per questo che siete dei perdenti. è per questo che tu adesso non sai che cosa fare e io invece ho solo
l’imbarazzo della scelta. posso ucciderti senza neanche muovere il culo, posso buttarti fuori a calci, posso lasciarti andare, farti sbranare dai miei cani, farti violentare e scuoiare vivo...” “Risparmiami le cazzate. I tuoi spettacoli li vedo tutti i giorni” “non mi interrompere! lo sai perché tu sei solo uno stronzetto senza futuro e io sono il Colonnello? perché io ho il potere. mi ci pulisco il culo con i soldi, non so neanche quanti ne ho e non mi interessa, quelli sono per i coglioni come te e per
i miei schiavi. è il potere, è quello il punto, tutto gira lì intorno, anche voi. che lo vogliate o no” “Non ce ne frega un cazzo del potere” “appunto. non ce ne frega un cazzo del potere. ma che belle parole, mi hai colpito, fratello, mi hai davvero colpito. peeeace” “Vaffanculo” “si. vaffanculo. è tutto quello che sapete dire. io invece so dire un mucchio di altre cose, e vanno tutte bene. sempre. per tutti. so dire anche le cose per voi. mi basta impararle. imparare. una cosa che voi vi rifiutate di fare. avere la carne non
vi serve a niente finché c’è qualcuno che ha i mezzi per portarvela via. come me. “La tua carriera è finita. Non ucciderai più. Non fabbricherai più armi come questa. Non...” “oh, smettila! torna dai tuoi amichetti a fare il superiore. perché è questo il punto, no? essere superiori a gente come me. gente crudele che non ci pensa due volte. io non ci penso mai. tu ci hai già
pensato troppo. potere, capisci? e il potere è veloce e tu sei fuori tempo. lo sei sempre stato. è arrivato l’angelo della morte ma ha perso il treno” Ride come una sega arrugginita. All’improvviso sento una pena infinita nei suoi confronti. “Sei solo una malattia. Una piaga purulenta. Un virus” “abbiamo un poeta qui, il poeta pistolero che se la sta a menare e anche questa volta non concluderà un bel cazzo di niente. io sono un virus, e allora? tu sei un ospite indifeso. ce ne sono tanti come te, tanti
come me. noi ci adattiamo, ci riproduciamo a nostra immagine e somiglianza. e abbiamo potere e ce lo prendiamo. voi no. non ti servirebbe a niente eliminarmi, questo lo sai, vero?” Ci sono suoni e rumori tutto intorno a me voci di spettri voci liquide e nere quello che mi stai facendo non ti servirà proprio a niente perché sono venuto per fare pulizia ed è stato bello finché è durato e tanti saluti. Giovani stupratori al limitare del Lago. “Non me ne starò qui a sentire le tue cazzate. Ucciderti mi è semplicemente indifferente. Sei andato troppo oltre. Questo è tutto.” “e allora uccidimi. non uscirai vivo di qui. nessuno uscirà vivo di qui.” Di questo non sarei tanto sicuro. “La vedi questa? L’hai costruita tu. C’è il tuo autografo sopra. Il tuo marchio registrato. E’ una tua creatura.” Gli piazzo la pistola davanti alla faccia. “Ne hai create tante, come questa, si sono staccate da te come figli diligenti. Hanno viaggiato ovunque. Hanno portato il tuo messaggio.” Il Colonnello apre piano la bocca e posso già sapere che le prossime parole saranno grida d’aiuto. “Be’, è tornato qualcuno che ormai non aspettavi più e se ne frega degli inviti. Credo che siano in arrivo delle risposte.” Gli ficco la canna in bocca prima che possa fiatare. Il sudore brilla leggero sulla fronte alla luce del fuoco. Il bicchiere cade con suono di sonagli. Cenere profumata per coprire quello che resta. Fammi vedere qualcosa. Gli occhi sono spalancati come finestre in attesa della tempesta. Fammi vedere qualcosa. Dammi un segno. Non ci sarà pietà. Premo lento il grilletto che fa suono di sorriso a denti stretti. “Prepara la festa per il figliol prodigo.”
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