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MUOVERSI UNITI CON DISPERAZIONE scritto da Alessio Bottrighi
Ogni volta che la mano di Giorgio cerca la pistola, ogni volta che quella mano cerca coraggio, provo uno strano fremito. Un ulteriore brivido mi percuote. Il suo istintivo movimento, il suo accarezzare quel freddo pezzo di metallo mi angoscia. È difficile sopportare una situazione che non credi reale. I pavidi non guadagnano coraggio neppure di fronte la morte. Noi al contrario non possiamo essere coraggiosi, poiché possediamo poche conoscenze circa questa realtà che ci opprime. La conoscenza è potere sul mondo o almeno è una possibilità di potere sul mondo allo stesso modo come l’enunciazione di una teoria ha la possibilità di cambiare il mondo stesso.
Normalmente c’è l’usanza di regalare un foglio di carta con qualche timbro, un simbolo appiccicato che dice che hai pagato qualcosa con altri foglietti di carta, un mucchio di inchiostro sprecato sopra per dire solamente che tu sai. Un altro modo è dirti che tu sai: ti si affibbia un qualsivoglia titolo e ti si dice che devi portartelo in giro fino ad un eventuale prossima distribuzione di nomi o aggettivi. Normalmente funziona così: tu studi per avere un pezzo di carta bello da esporre sottovetro che dice qualcosa a cui si sa tutti non crederanno. Tanti anni per un pezzo di carta.
È poi incontri Giorgio a Milano, proprio quel mercoledì in cui il Juve si scontra con Ajax in semifinale di coppa Campioni. Stesso ufficio, stessa trafilo per lo stesso posto di lavoro o quasi. Per uno stipendio si rischia di mandare a puttane ore di la fila davanti ad una botteghino e i soldi, molti, spesi. Era il primo dei tre colloqui che dovevi sostenere per un posto di consulente informatico. Tanti buoni motivi per impegnarsi nei giochetti a cui sei sottoposto, per indovinare che in una città di 10000 persone necessitano circa 300 telefoni per soddisfare le esigenze. Sì, tanti buoni motivi per dimostrare di essere quello che sei, tanti buoni motivi a parte gli orari di lavoro. Si cerca di spaventarti dicendoti che la sera prima la riunione è finita alle quattro e che al mattino avendo timbrato alle dieci si è ottenuta una lamentala per il ritardo. Non ti conoscono. Non conoscono quello che un’insonnia come la tua può produrre. Non conoscono neppure i sogni che la tua insonnia può produrre.
E ti ritrovi ancora lì a seguire Giorgio che lentamente avanza, a guardare la pistola che porta infilata nei pantaloni e che quasi meccanicamente cerca. Rimangono solo quattro proiettili degli otto, solo quattro sono ancora lì nel caricatore pronti ad uscire. Abbiamo ancora quattro parole con cui squarciare questa oscurità, che ci circonda, in cui camminiamo. Solo quattro parole ancora da sussurrare nel mondo.
Non ho notato Giorgio la prima volta che ci siamo incontrati e neppure lui mi notò. Eravamo, infatti, tropo tesi su un obiettivo che avrebbe cambiato la nostra vita: il lavoro. Quindi il nostro primo incontro non avvenne mai. Io me andai con direzione lo stadio di Torino rischiando un eventuale ritiro di patente e un paio di incidenti sulla tangenziale di Milano. Tra un imprecazione e l’altra riuscii a ad arrivare a sederti comodamente per saltare e urlare grazie a Lombardo che andava in goal. Ho passato tre mesi ad essere educato con lo conoscenza che avevo bisogno. Ho passato tre mesi in una stanza insieme ad altri uguali a me, neo assunti, a seguire ancora delle lezioni. Ho passato tre mesi con le stesse persone dieci ore al giorno, le stesse persone in un aula, le stesse persone alla macchinetta del caffè, le stesse persone a fare la coda alla mensa. Dopo tre mesi che lo stipendio veniva regolarmente versato sul mio contocorrente ho iniziato veramente a lavorare. Sono entrato a far parte di un team, ho iniziato ad essere sfruttato. In tutto questo tempo non ho mai visto Giorgio.
L’oscurità non è un fatto in sé terrificante. Tutte le notti ci troviamo ad osservarla prima di doverci addormentare. Non ci spaventa dover procedere circondati dal buio e solo dai nostri rumori. L’oscurità è, infatti, una nostra alleata: ci difende da tutto quello che ci circonda. Noi siamo invisibili a tutto il mondo che ci circonda, che ci vorrebbe opprimere, ma allo stesso modo il mondo è a noi invisibile, celato. Rimaniamo comunque avvantaggiati nel non sapere cosa ci circonda veramente.
Ho dovuto leggere programmi scritti in Cobol. Diecimila istruzioni in Cobol da controllare quando solo uno del team conosceva il Cobol. Tre settimane per risolvere il problema e un bonus produttività in caso affermativo. Nessuno di noi ha mai pensato alla possibilità di fallire e neppure all’idea di imparare veramente il Cobol. Nella casa, affittata dalla ditta, è sempre troppo tardi per aver voglia di cucinare. Allora ci si ferma in centro a prendere un aperitivo e a pasticciarsi lo stomaco con stuzzichini insieme a persone come te: tutti in giacca e cravatta appena usciti da un qualsivoglia ufficio. La mia cravatta molte volte è accartocciata nella tasca destra della giacca.
Ogni volta che incontriamo una biforcazione sempre lo stesso problema. Non esiste nessuna vera soluzione. La nostra idea è molto semplice praticamente un algoritmo: una volta a destra e una a sinistra. Inizio ad essere stanco di camminare, di dover andare avanti, di vedere Giorgio che allunga la mano per accarezzare la pistola. Non capisco perché continuiamo ad andare avanti, ma ho paura a chiederlo a Giorgio. Ho paura soprattutto di scoprire che Giorgio, come me, non ha una risposta. Nel frattempo Giorgio sfrega nuovamente il ferro per carpirne la fredda forza. Camminiamo. Giorgio vorrebbe che portassimo la pistola alternativamente, ma non me la sento. Non ho paura ad usarla. Non ho paura di premere il grilletto, di uccidere. Forse l’unico mio desiderio è quello di morire, di non sopravvivere e questo non voglio dirlo a Giorgio. Preferisco lo scontro a mani nude, sapere contro cosa o chi stiamo combattendo; sempre che ciò esista. Inconsciamente credo che questo sia un modo più rapido e meno doloroso per ritornare finalmente dal Creatore o forse non voglio prendermi la responsabilità di uccidere qualcuno o qualcosa.
Ho scelto di viaggiare. Pochi legami personali mi tenevano ancorato alla nostra Italia e a Roma, a Bologna e a Firenze ho sostituito come mete Londra, Madrid, Berlino o posti i cui nomi esotici non so pronunciare. E ancora nuova conoscenza. Devi metterti lì a studiare, ad ascoltare nuove lezioni; questo è il costo di un nuovo e più alto stipendio. Professori australiani che ci insegnano ad utilizzare la piattaforma software da loro creata per una multinazionale. Noi gli avevamo fregato l’appalto e ora ci scusavamo pagandoli profumatamente per poter carpire la loro conoscenza. Loro guadagnavano un po’ di soldi e una vacanza nella nostra sede centrale. Certo Milano in inverno non è propriamente bella, ma nell’universo esistono posti peggiori.
Mi sembra di ritornare sempre negli stessi posti. Non riescono a notare niente di nuovo in questi corridoi. Credo che sia colpa dell’oscurità che ci impedisce di vedere tutto quello che ci circonda. Capiamo subito quello che calpestiamo. Oramai il nostro cervello riesce a decodificare immediatamente informazioni che non pensavamo potessero mai essere generate dai piedi. Non ci stupiamo più quando calpestiamo dei cadaveri e neppure ciò ci turba. Noi siamo la causa di molti morti e per quello che riguarda gli altri prima o poi scopriremo chi è stato. Né io né Giorgio pensiamo che qualcuno ci stia aiutando. Non riusciamo a capire come sia possibile muoversi come in circolo. Non siamo mai tornati indietro e non abbiamo mai svoltato dalla stessa parte per due volte di seguito. Noi non possiamo capirlo, ma i nostri piedi camminano su un ipotetico percorso che gira in circolo. È come camminare sul bordo di una moneta: camminando sempre in avanti si ritorna sempre negli stessi posti.
Sono tornato in Italia in pianta stabile dopo due anni di viaggi. Non ero stanco di viaggiare, ma come sempre erano le esigenze della ditta a comandare; l’unica alternativa è licenziarsi ed è anche per questo che ti pagano così bene. Mi hanno richiamato non per un nuovo stipendio, ma solamente per un nuovo incarico: bisogna formare un nuovo team per potere iniziare a lavorare per un appalto. Il progetto è sicuramente interessante anche se da troppo tempo lavoro a progetto e stimo prioritario conseguire l’obiettivo in modi e tempi giudicabili buoni piuttosto che pensare al contenuto del progetto. Pensavo di essere stato tornato per gestire un qualche progetto che si occupasse di un appalto strappato per poche migliaia di euro ad una misconosciuta software-house nemica. Invece è qualcosa di nuovo, di nuovo per noi, per la politica dell’azienda. Un progetto intero da gestire e da sviluppare come supervisori. Si tratta di creare del software per una piattaforma di interfacciamento uomo-computer e di perfezionare tale piattaforma. Nell’ottica nostra solo un progetto come gli altri, nell’ottica della multinazionale un modo per precedere e sorpassare la realtà virtuale che, a giudizio loro, grazie a questa piattaforma sarà ricordata solo come un elemento di alcuni racconti di fantascienza. Per aiutarci ci regalano un foglietto di carta plastificato su cui spiccano la nostra facciona e il nostro nome così da poter entrare ovunque nella loro sede centrale di Roma e da poter dare un certo numero considerevole di ordini. Quindi nuovo lavoro nuova città e nuova casa. Nessun addio a Milano nostra sede centrale, dove non ci ho mai vissuto abbastanza per poterla riporre nel mio cuore. Partenza in direzione città eterna con il mio nuovo team. È qui che nella mia vita entra senza troppo fracasso Giorgio, ma anche Marco: i due componenti della mia squadra. Marco, nessuna laurea solo un diploma come perito informatico, è il classico smanettone: è cresciuto tra uno Spectrum e un Commodore, ha posseduto un Amiga quando questa era superiore ai PC, si sarebbe comprato un workstation della SUN se questa non costasse troppo, si dovette accontentare di un PC con sopra Windows prima di formattare l’hard-disk installare Linux e modificarsi i pacchetti del kernel, era in rete quando la rete quasi non esisteva. È capace di spiegarmi ogni singolo bit di un pacchetto IP e non smette mai di usare il computer neppure in treno quando non lavoriamo. Da uno come lui ti aspetti vita sociale zero e anche lì rimani deluso: non so come fa, ma dei tre è quello che ha più successo con le ragazze. Non so se abbia un hobby preciso, ma quando non usa il portatile credo legga un mare di libri fantasy: mi ha parlato di molti autori, ma non sono mai stato troppo attratto dalla discussione. Giorgio, un’esperienza come gestore di reti e di sistemi distribuiti, è un esperto in sicurezza. Capace di leggere un RFC e di capirlo al volo, riuscirebbe a mandarmi in tilt il cellulare mentre è spento senza toccarlo se ciò fosse di utilità per conseguire l’obiettivo del nostro progetto. Abbiamo in comune la passione per il backgammon ed è divenuto nei viaggi in treno il mio primo sfidante reale dopo avere sempre combattuto contro un algoritmo automatico. Ora non posso più imprecare contro la fortuna di un programma e neppure barare sui tiri pseudorandomizzati, ma solo pagare al bancone le birre perse.
Quando ti accorgi che anche il silenzio è diventato monotono e che ti da fastidio, non perché lo puoi paragonare ad un assordante rumore, bensì perché non ti distrae dalla realtà che ti circonda, è difficile non pensare che la pistola che Giorgio accarezza potrebbe contenere un’ultima parola destinata a me. Io non mi sono perso d’animo. Deve esistere una soluzione, ma non credo che sia stata scritta per noi. Non ho perso la speranza: ho solamente deciso di continuare a camminare e di non pensare ad altro. La direzione precede sempre i nostri passi, ma verso cosa ci avvicina? Non credo verso una soluzione, ma solamente verso un rumore, un nuovo bivio, un oggetto, un particolare che ci dia la voglia di camminare ancora verso la prossima illusione per camminare. Certe volte rimpiango quel colpo di scena tipico di qualche romanzo gotico di una botola che si apri sotto i malcapitati e che non fa scorgere la possibilità di speranza. È proprio in questi attimi che la mia mente divaga e non pensa ai lenti movimenti dei miei piedi e cerca ancora una soluzione che possa fondere la logica con la realtà che ci circonda. È in uno di questi attimi che una alabarda mi trafigge e che mentre tutto per me si confonde forse sento uno sparo o un’ultima parola di Giorno e vedo il corpo che mi precede cadere anche lui a terra.
È in questo attimo che un video di computer in una luminosa stanza di medie dimensioni senza finestre alla periferia di Roma inizia a lampeggiare. È solo il frutto di una semplice reazione: un flusso di bit causato dall’interrompersi del flusso di sangue; un segnale fisico proveniente dalle due persone contenute nelle strutture simil-utero che viene convertito in un segnale a video. Niente di speciale. Solamente un sorriso sulla faccia di Marco per quelle due righe verdi lampeggianti: Ucciso Capo Nemico 2550 punti esperienza Ucciso Nemico Armato Pistola 1500 punti esperienza
(copyright by Alessio Bottrighi)
RACCONTO SELEZIONATO (12° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2002
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