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NATO PER IL PALCOSCENICO scritto da Tiziana Rovigo
Sono arrivato sulla Terra 60 milioni di anni fa, eravamo emigrati in seguito all’esplosione di una supernova. Ormai sono passati circa 4000 dei vostri anni da quando i miei compagni, gli esuli come me, hanno deciso di andarsene. Cominciavano ad annoiarsi, suppongo, dopo aver vissuto in questo buco che chiamate pianeta un periodo decisamente eccessivo per la nostra indole di girovaghi. Ovviamente il nostro arrivo è stato rocambolesco. Per quanto capaci di muoverci in massa in tempi brevi devo ammettere che l’atterraggio è stato - come dire - fragoroso. Tutta colpa delle coordinate. Il Golfo del Messico lo dimostra. Ho saputo che il polverone sollevato ha provocato l’estinzione di una specie molto diffusa, a quei tempi, perciò è probabile che voi umani ci dobbiate ringraziare più di quanto vorreste: magari senza il nostro intervento non sareste qui. Devo ammettere che nonostante tutti gli anni trascorsi dal nostro arrivo ancora fatico a comprendervi. Io sono sempre stato diverso, sia da voi che dai miei stessi simili. Penso che mi definireste un sedentario. La mia è una natura contemplativa, nonostante le vostre leggende mi dipingano in modo ben più truce. Quando il nostro mondo era ancora intatto, ero in grado di restare sdraiato sullo stesso prato per mesi interi, vivendo al limite della mie possibilità finché non mi sentivo sazio dello spettacolo della vita. Sapete, il nostro mondo era riscaldato da una stella più fredda della vostra, le sue radiazioni non ferivano i miei occhi sensibili e la mia pelle poteva riscaldarsi senza rischiare di prendere fuoco. Naturalmente quando siamo arrivati sul vostro mondo sapevamo i guai a cui saremmo andati incontro. A parte il breve periodo in cui l’impatto della nostra nave con il suolo terreste ha provocato la nuvola di polveri che ha oscurato tutto, e che rendeva crepuscolare il panorama terrestre, il vostro sole ci ha sempre causato una quantità di guai. Comunque, nel breve tempo che ci è stato concesso, venire qui è stata la decisione più saggia. Abbiamo dovuto rassegnarci a vivere negli angoli bui, sempre pronti a rifuggire il sole, ma tutto sommato i primi tempi, anche dopo che la nuvola di polveri sollevate nell’impatto si era finalmente posata, non ce la siamo passata male. Bastava ricordarsi di uscire di notte. I vostri antenati non ci hanno dato particolari problemi. Era sufficiente mostrarsi un po’ arrabbiati per farli scappare a gambe levate. Se non ci credete, osservate le tracce del nostro passaggio nei dipinti della vostra preistoria (qualcuno di voi sa niente riguardo il Tassili?) e le altre infinite iscrizioni rupestri sopravvissute e non potrete che riconoscerci. L’uso della forza a scopo dimostrativo vi ha resi più furbi nei nostri riguardi, anzi, non escludo che proprio il confronto con la nostra specie abbia spinto l’uomo verso la vera evoluzione, nonostante le vostre pretese di unicità. Non c’è dubbio che le leggende umane, quelle più antiche e tenebrose, nascano da fatti indiscutibilmente veri, in cui noi siamo i protagonisti, anche se, lo ammetto, non ricopriamo esattamente il ruolo di eroi positivi. Voi avete un’innata paura del buio, vi siete mai chiesti perché? Eppure da quella stessa sensazione di impotenza che ha spinto i vostri progenitori ad esorcizzare i loro timori attraverso favole e miti è nato il primo germe di autentica intelligenza. Guardate, toglietevelo dalla testa! In caso contrario, c’è da dubitare che la vostra mente si sarebbe mai evoluta verso una forma superiore, nonostante tutte le teorie scientifiche che dichiarano il contrario, adducendo il pretesto della forma fisica, della debolezza costituzionale che andava compensata, o chissà cos’altro. Sul vostro pianeta noi abbiamo visto milioni di forme di vite nascere e morire, alcune anche molto più promettenti della vostra, eppure tutto questo non è bastato a far sì che in nessuna di quelle specie si evolvesse la consapevolezza in cui ci riconosciamo tutti, sebbene in modo diverso: nessuna di loro si è mai sentita una comparsa dimenticata in questo teatrino che chiamiamo realtà. Questo, nonostante tutte le incomprensioni, è l’unico stato che davvero ci accomuna. Durante le varie fasi della vostra storia abbiamo saputo mascherarci così bene che nemmeno la nostra stessa madre avrebbe saputo riconoscerci … naturalmente se fosse sopravvissuta alla supernova. Nelle vostre epoche più antiche abbiamo vagato per il mondo alimentando le paure dell’umanità. All’inizio volevamo solo essere lasciati in pace. Il vostro mondo ci piaceva sebbene avremmo preferito un habitat più freddo e solitario. Infine alcuni di noi hanno sviluppato un interesse quasi morboso per la vostra specie. E’ naturale. In fondo incuriosisce sempre il vicino di casa. Comunque la moda ha attecchito ed abbiamo cominciato ad osservarvi. All’inizio quell’interesse era superficiale. Poi abbiamo cominciato a renderci conto di un fatto all’apparenza sconvolgente: siete creature aggressive anche fra di voi. All’inizio della vostra storia questa tendenza era probabilmente un fatto latente, un carattere che chissà perché ha preso piede nel vostro corredo genetico e che con l’aumentare della popolazione umana, l’una ammassata sull’altra, è diventato sempre più evidente. Abbiamo discusso a lungo a questo proposito e col tempo, fra noi, si è imposta l’idea che l’aggressività, lungi dal costituire un semplice residuo ancestrale del vostro schema comportamentale, in fondo, vi soddisfa. Vi piace l’adrenalina, l’accumulo della tensione che scoppia velocemente e si dissolve in seguito ad un unico atto violento e distruttivo. Insomma, siete leggermente pazzi, ma vorrei insistere sul fatto che, nonostante le vostre convinzioni, nell’universo ci sono altri molto più pazzi di voi. Anche se vi dispiacerà saperlo, nemmeno in questo raggiungete un primato. A seguito di quella scoperta, comunque, alcuni di noi hanno radicalmente cambiato la propria linea di condotta nei vostri confronti. Se prima di allora, preferivamo starcene acquattati cercando di passare inosservati, tessendo una delle nostre molte illusioni, da quel momento (parliamo di circa 10.000 anni fa) abbiamo iniziato ad interagire in modo più incisivo. In definitiva, ci sembrava di farvi contenti. Se è l’adrenalina che vi piace, nulla ci impediva di offrirvene un po’. E’ così che sono nate le leggende che vi sussurrate nelle sere oscure intorno al falò dei vostri campeggi, o che bisbigliate ai bambini, mimetizzate nella favola della buona notte. E’ chiaro che non siete più i primati semi umani a cui, per primi, ho raccontato la mia illusione. Nemmeno potrei più paragonarvi ai contadini ignoranti dell’Europa centrale dove ho creato la parte più consistente del mito straordinario in cui mi relegate (a volte la mia stessa inventiva mi stupisce!). Col tempo, la vostra capacità di comprendere la realtà fisica si è evoluta nel pensiero sistematico che avete chiamato scienza. In particolare il vostro ventesimo secolo è stata una vera scocciatura per me. All’inizio, per breve tempo, ho persino temuto di dover rivelare la mia identità. Come potete immaginare, non l’ho mai fatto. Anche ora, forse, potete affermare di non credere più alle vostre antiche paure, ma la realtà è ben diversa. Ho girato in lungo e in largo fra di voi e mi sono accorto che, al di là dei progressi materiali della nuova epoca scientifica, siete sempre incapaci di dimenticare i miti, quelli che uno dei vostri rari geni ha chiamato archetipi. Dopo tutti questi millenni spesi a terrorizzarvi ed a creare il mito della mia esistenza, comincio a pensare di avervi sottovalutato. Forse i miei simili non sarebbero d’accordo con me, ma in questi ultimi secoli, da quanto avete cominciato ad interrogarvi a fondo sul perché delle vostre azioni, devo riconoscervi la volontà di capire, anche se siete sempre prigionieri dei vostri miti. Mi ha sempre stupito come, nonostante i molti romanzi scritti su di me (alcuni, permettetemi, davvero orribili!) non abbiate mai capito come il mio nome nell’antica lingua rumena (Figlio del Drago) abbia ben più di un significato metaforico. I vostri antenati, per quanto ignoranti, avevano visto giusto nel chiamarmi così, peccato come la vostra scienza non sia pronta ad accettare la mia esistenza. La Romania del 15esimo secolo ormai è alle mie spalle, come molti degli eventi del tempo, ma una cosa posso dirvi. L’impeto di emozione che il mio solo nome suscitava in chi lo sentiva era tale da riempire il mio cuore di orgoglio: che sublime illusione avevo creato! Negli ultimi tempi, mi sono visto costretto a rivedere un po’ il mio tenore di vita. Nessuno di voi accetta più la superstizione. Oh, certo, superstiziosi lo siete tutt’oggi, ma nessuno lo ammette più, raramente persino con se stesso. Ma i miei obiettivi restano interagire con voi (che volete, prima o poi riuscirò a farmi accettare per quello che sono, senza bisogno di falsare i fatti!) e per farlo conosco solo un modo. All’inizio mi sono accontentato di poco. Ho comprato una piccola casa editrice (i soldi non mi sono mai mancati) ed ho cominciato a diffondere libri che parlano del mio mito. Non è stato difficile avere successo. In fondo, non aspettavate altro. Cosa c’è di meglio di un po’ di sano, vecchio terrore per dimenticarsi le angosce ben più terribili che comporta l’essere uomini? E’ bastata una spinta nella giusta direzione ed ecco che le storie su di me hanno cominciato a rifiorire. Lo confesso, sono nato per il palcoscenico. Dopo tutti questi secoli ho finalmente ritrovato un posto nel mondo. Ma non è facile gestire i vostri pregiudizi. La necessità di proteggersi dal sole ed il mio solito pallore, comune fra la mia specie, non dispone favorevolmente la gente verso di me. Ormai comincio a pensare che la favola inventata a vostro uso e consumo, quella con la quale vi parlavo la notte, quando la vostra coscienza non vigilava, mi sia sfuggita di mano. Nemmeno ora che faccio l’editore riesco a liberarmi dal soprannome che mi avete affibbiato nella vecchia Valacchia. E’ dura chiamarsi Dracula nel ventunesimo secolo. Anche ora che pubblico le storie degli altri, chissà perché, continuate a credermi un vampiro.
(copyright by Tiziana Rovigo)
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