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LA NERA

scritto da Marco Riccardi

 

 

La giornata era leggermente velata, il sole manteneva tuttavia la sua brillantezza e comunque la temperatura era tale da consentire una buona tenuta della neve. Almeno questo era quanto stava pensando Matteo mentre la cabinovia di recente costruzione lo trasportava con esasperante lentezza in alto, verso i pendii e le piste da sci.

"Manca ancora molto?" Claudio non riusciva a nascondere la sua impazienza: quest'anno era la prima volta che metteva un paio di sci ai piedi, il nuovo lavoro gli aveva infatti imposto orari impossibili e si era verificata più di una volta la necessità di dover effettuare straordinari, spesso e volentieri anche durante il sabato e la domenica. Anche per questa ragione era più che convinto che la settimana di vacanza che stava trascorrendo a casa di Matteo, suo amico dai tempi delle superiori, avrebbe sicuramente iniettato una buona dose di relax nei suoi nervi logori, finalmente infatti si sarebbe tornato a godersi qualche emozionante picchiata, come ai bei vecchi tempi.

"Ancora una decina di minuti. La velocità non deve essere eccessivamente elevata, in alcuni punti infatti viaggiamo ad un'altezza considerevole e la sicurezza diviene prioritaria in questo genere di trasporti."

Matteo viveva in un paesino di montagna e a quel tipo di vita, di clima, di mentalità era legato in maniera indissolubile. Per lui quell'ambiente era una sorta di marchio di fabbrica, Claudio lo aveva notato subito quando, compagni di stanza nel collegio in cui entrambi erano andati a scuola, poteva scorgere negli occhi dell'amico una nota di tristezza, una malinconia velata. Matteo provava infatti una nostalgia indicibile per i suoi monti, la sua vallata, la sua neve e, per questo motivo, gli anni della scuola, vissuti forzatamente lontano dal suo habitat, erano stati per lui un'autentica sofferenza. Infatti, una volta conseguito il diploma, era immediatamente tornato a vivere lì dove la natura e il cuore lo chiamavano e aveva finito per aprire un negozio di articoli sportivi.

"Ma io sto fremendo. Non vedo l'ora di massacrarti in discesa libera. Non crederai che il solo fatto di vivere qui ti garantisca un vantaggio? Sono sempre stato più bravo di te e, per l'ennesima volta te lo dimostrerò."

Se per Matteo la passione per lo sci aveva costituito una connotazione naturale propria del suo stile di vita, per Claudio aveva rappresentato più che altro un modo per manifestare la sua vera essenza: lui, così competitivo, così ossessionato dalle sfide, dall'estremo, identificava nell'ebbrezza di un tuffo a rotta di collo lungo i pendii ghiacciati, fendendo la folla e seminando terrore tra bambini e principianti, una sorta di catarsi, un modo per trascendere dai suoi umani limiti, per andare sempre più veloce, sempre più oltre. D'altronde era stata quell'ambizione sfrenata, quella continua ricerca di stimoli a spingerlo prima alla laurea, poi al master e infine ad un promettente inizio di carriera nel mondo della finanza, mondo in cui, peraltro, gli amanti dell'estremo e del rischio non scarseggiavano di certo. Ancora adesso mentre poteva ammirare l'incredibile panorama che si apriva sotto il suo sguardo, ritornava con piacere alle scorribande in compagnia dell'amico; a quei tempi la sua esuberanza unita all'esperienza di Matteo li avevano spinti a sfidare tracciati di ogni tipo: fuori pista, ghiacciati, in mezzo al bosco, ogni volta alla ricerca di qualcosa di unico.

"Siamo arrivati Claudio. Ti distrai sempre, come una volta."

"Piantala buffone. Mi stavo solo concentrando. Piuttosto: sei pronto a mangiare la polvere? Ooops! Pardon! La neve."

"Dai allacciati gli scarponi e smettila di banfare. Inizieremo con qualcosa di facile dato che sei un po' arrugginito."

Una volta che la portiera scorrevole della cabina si aprì, Claudio fu quasi travolto dalla purezza dell'aria che si respirava a quell'altitudine e dalla potente luce, cristallina, quasi abbagliante.

Ho vissuto per così tanto tempo tra smog e aria viziata di ufficio che non mi rendo neanche più conto che al mondo esistono posti come questi.

Claudio rimase un attimo immobile, cercando di assaporare fino in fondo quell'attimo. Neanche aveva contato le volte in cui, da ragazzini, erano venuti a sciare in quella località turistica, ma mai come in quel momento le piste gli sembravano così candide e la neve così pura.

"Claudio! Muoviti! Guarda che la portiera si richiude!"

Con un balzo, Claudio riuscì a smontare dalla cabinovia prima che questa ricominciasse il suo viaggio verso valle.

"Accidenti. Voi uomini di città sarete più progrediti, ma sotto l'aspetto pratico siete proprio dei rincoglioniti."

"Bando alle ciance: si parte!"

L'inizio per Claudio fu effettivamente un po' faticoso, i quadricipiti, non più avvezzi a quel tipo di sforzo, urlavano le loro proteste, la schiena non più allenata alle torsioni repentine, scricchiolava ad ogni curva. Alla resa dei conti Claudio fu silenziosamente grato all'amico di avergli riservato un approccio "soft", percorrendo le piste più agevoli.

Lentamente però ritornava l'antica esuberanza e con lei il gusto per il rischio, per la sfida. Sciarono per tre ore filate, senza mai fermarsi, rivisitando i luoghi di una volta, sfidandosi, terrorizzando i rari turisti, proprio come un tempo, perdendosi nei candidi paesaggi, percorrendo stradine che parevano sparire nei boschi di conifere. Giunsero infine in una zona stupenda, non battuta, con una vista mozzafiato sull'intera vallata. Sembravano esserne gli unici frequentatori, non c'era traccia di altri sciatori

Matteo si arrestò e prese a fissare preoccupato le nubi che rapidamente si ammassavano ad ingabbiare il pur luminoso sole, come squali a caccia.

"Ok, penso che per stamattina tu ti sia divertito abbastanza. Proporrei una sosta anche perché il tempo si sta guastando."

"Aspetta, mi stavo appena scaldando! Facciamo almeno ancora quella pista. Tra l'altro non me la ricordo. E' nuova?"

Con i bastoncini indicò uno skilift deserto che, sferragliando come un vecchio macinino, affiancato dalla casetta semidiroccata del custode, tendeva la sua traiettoria verso l'alto, scomparendo subito nel bosco.

"Vuoi fare quella?" Quella è la nera."

"La nera?"

"Che ti succede: sei talmente immerso nei tuoi calcoli di matematica finanziaria da non ricordarti più la distinzione fondamentale che caratterizza le piste da sci? Bollino blu: pista facile; bollino rosso: pista media; bollino nero: pista difficile, solo per sciatori esperti e sottolineo esperti. E quella che stai guardando adesso è appunto una nera, lo vedi il cartello?"

Ed in effetti il cartello c'era: un semplice bollino circolare di un nero sbiadito, quasi grigio che, semisepolto dalla neve, rimaneva invisibile ad un primo sguardo.

"Risparmiami la tua ironia da montanaro, conosco la suddivisione. Volevo solo dire che voi bifolchi tenete in grande considerazione le vostre piste e date un nome a ciascuna di esse, molto fantasiosi a volte: Stella alpina, Stambecco, Bosco e così via. Perché invece questa non ha un nome? Perché semplicemente la nera?"

"Simpatico. A dire il vero non saprei dirtelo. So solo che già mio nonno la chiamava così: è sempre stata la nera. Comunque mio nonno diceva anche che era percorribile solo da sciatori mooolto esperti e assolutamente impraticabile in caso di scarsa visibilità. E adesso sta nevicando quindi..."

Claudio, sorpreso, volse lo sguardo al cielo divenuto improvvisamente grigio e, spalancata la bocca, assaporò con gusto i candidi fiocchi che scendevano con frequenza sempre maggiore.

"Che altro diceva tuo nonno?"

"Beh non ne parlava molto volentieri, credo che sia sceso di lì una volta sola, io ero molo piccolo, forse prima di quei brutti disturbi per i quali era stato ricoverato in ospedale. Mah. Io stesso era una vita che non passavo da queste parti, mi pare di ricordare che una volta mi abbia quasi minacciato - Non scendere da lì se non c'è il sole. Devi giurarlo - sì queste erano state le sue parole. Ma cosa vuoi che ti dica, prima di morire il nonno non era più lo stesso, da quando era tornato dall'ospedale non faceva altro che bere...comunque gli ho prestato sempre un certo ascolto: da lì io non sono mai sceso, e, adesso che ci penso, non conosco nessun altro che l'abbia mai fatto."

"E' quindi arrivata l'ora di vedere se siamo due sciatori o due mezze calzette." Sulla faccia di Claudio era comparso il solito sorriso da schiaffi, come lo definiva Matteo, quel sorriso che diceva al mondo: prova a fermarmi se ci riesci. E, prima che Matteo iniziasse a protestare, si era già lanciato verso il rumoroso e vecchio skilift.

"Porca miseria! Ma qui la seggiovia non l'hanno ancora messa?"

Claudio faticava a salire "a scaletta", cercando di raggiungere il passaggio che avrebbe dovuto incanalare gli sciatori verso l'arrivo dei logori tubi di acciaio, i quali giravano rumorosamente intorno ad una vecchia ruota dentata che sembrava la bocca di un mostro preistorico. In realtà il passaggio aveva l'aria di non aver incanalato più nessuno da diverso tempo.

"E dov'è la macchinetta per inserire lo ski pass?"

"Claudio, scusa ma non si vede più niente, nevica forte adesso, forse è meglio che scendia..."

"Niente macchinetta qui. I biglietti dovete farli vedere a me."

La voce profonda, cavernosa fece sobbalzare i due ragazzi, Claudio per poco non ruzzolò a terra, vanificando gli sforzi della lunga salita. Entrambi si voltarono verso la casetta del custode da cui la voce effettivamente pareva provenire. Una figura incappucciata, nascosta dai fiocchi di neve, avanzava barcollando verso di loro. Solo quando fu molto vicina, poterono scorgerne i tratti: cosa che entrambi avrebbero volentieri evitato. Il volto dell'uomo era scuro, rossastro, costellato di capillari e venuzze, tipiche di chi ha un rapporto morboso con la bottiglia. La giacca a vento, dello stesso colore del viso, era logora e puzzava di grappa. Matteo cercò di leggere lo stemma dei gestori delle piste, ma il tutto era troppo consumato. Gli parve solo di intravedere le lettere l, c e f ma nient'altro.

"Allora siete sordi?" La voce era così roca che sembrava provenire dalle profondità abissali, ma nonostante ciò potevano udirla al di sopra del fischio della bufera divenuto più insistente. "Vi ho chiesto i biglietti."

Matteo e Claudio rimasero per un attimo immobili a fissare quell'uomo imponente e oscuro apparentemente fuori posto in un paesaggio che diveniva via via sempre più candido. Poi Claudio, come al solito, si riscosse per primo e mostrò all'uomo lo ski pass.

"La pista è per sciatori esperti sapete? Voi invece mi sembrate due marmocchi."

L'uomo studiò il biglietto di Claudio per un tempo interminabile, poi fece una cosa strana e assolutamente imprevista: sorrise. Claudio avrebbe desiderato non assistere allo spettacolo: si aprì in mezzo al viso dell'uomo una voragine costellata da due o tre denti marci, come stalattiti in una grotta, sul punto di cadere; il puzzo che uscì da quell'antro ricordava l'odore di una camera mortuaria.

"Sciocchezze. Sono vent'anni che abbiamo gli sci ai piedi e poi il mio amico è del posto. Vero Matteo? Matteo?"

Ma Matteo non poteva rispondere. Non al momento. Era infatti inchiodato, paralizzato a fissare l'uomo. Chissà perché gli ritornava in mente il nonno, non però quel signore spiritoso e atletico che lo portava da piccolo a raccogliere i frutti di bosco o a scalare le cascate di ghiaccio, no: il nonno degli ultimi tempi: il vecchio che in ospedale si vomitava addosso e che guardava tutti con quegli occhi folli, assenti.

"Matteo ci sei?"

"S-s-sì"

"E allora dì al...custode, se così possiamo chiamarlo, che noi due sappiamo sciare e che vogliamo fare questa pista."

"D'accordo, d'accordo: mi avete convinto potete salire. Però ricordate che vi dovete sganciare prima della fine dello ski-lift, quando vedete il cartello. L'ultimo pezzo di pista non è battuto."

"OK"

Claudio avanzò verso la serie di tubi d'acciaio che si inseguivano uno dietro l'altro e che, se posti in mezzo alle gambe avrebbero trainato gli sciatori fino in cima.

"Matteo ti muovi?"

Matteo obbedì come in trans continuando a fissare l'addetto alla pista che non aveva smesso di sorridere.

Quando Claudio si avvicinò fu sorpreso dalla velocità con cui gli ski lift si avventavano verso di lui. Era stato per troppo tempo abituato alla comodità delle seggiovie, concluse. Infatti mancò il primo, sentendosi piantati sulla schiena gli occhi del custode. Riuscì poi ad afferrarne uno e con un gesto repentino ad infilarselo in mezzo alle gambe, attendendo il contraccolpo. Fu più violento di quanto si aspettasse, gli strappò quasi il respiro.

"Ma che cav..." Subito si voltò per vedere se Matteo era riuscito ad afferrare uno dei tubi, la nevicata fitta però gli permetteva solo di scorgere una sagoma indistinta che saliva ad una decina di metri da lui.

"Matteo tutto ok?"

"S-s-sì"

"Che ti succede? Ti spaventano due fiocchi di neve?"

"N-n-no. E' che...non importa, facciamo sta cazzo di discesa!"

"Bravo il mio montanaro! Così mi piaci!"

Lo ski lift stava per scomparire inghiottito dai primi pini del bosco quando dalla casetta ormai invisibile ebbero ancora il piacere di udire per l'ultima volta la sublime voce da usignolo del custode.

"Mi raccomando! Sganciatevi quando vedete il cartello! Ah!Ah!Ah!"

Era stata una risata? Questo ci sta prendendo per i fondelli. Concluse Claudio, ma il verso sinistro che aveva udito non impedì a un lungo spiacevole brivido di percorrergli la schiena.

 

Salivano ormai da alcuni minuti, nel silenzio più assoluto, interrotto solo sporadicamente da qualche balbettio inarticolato di Matteo, il vento infatti adesso taceva, bloccato dagli alberi. La visibilità era ormai ridotta a una decina di metri scarsi, così i due ragazzi potevano solamente intuire la reciproca presenza. Il bosco era sempre più fitto, sembrava volersi chiudere su di loro e i rami di pino, sovraccarichi di neve, si piegavano a sostenere quel peso improbo. Le tracce degli sciatori che li avevano preceduti erano impercettibili ad indicare l'esiguità delle persone che avevano violato quel pendio.

"Abbiamo fatto una cavolata!"

Claudio sobbalzò nell'udire per la prima volta da diversi minuti la voce dell'amico.

"Ehi bimbo! Guarda che sei tu l'esperto e adesso ti caghi addosso."

In realtà un senso di inquietudine attanagliava la testa e le budella di Claudio, ma ormai era lì e avrebbe concluso quella discesa. Lui concludeva sempre quello che iniziava: era il suo destino no?

Dopo un quarto d'ora di silenzio, di neve e di rami di pino sempre più bassi e pesanti, il bosco si aprì leggermente davanti a loro, in modo tale da consentire una certa visuale e, a circa cento metri entrambi scorsero una sagoma gialla. Il cartello che annunciava la conclusione della pista battuta.

"Ecco il cartello: dobbiamo sganciarci tra poco!"

Per la verità Matteo era un pò che attendeva l'arrivo di quel benedetto cartello e adesso che l'aveva scorto si sentiva più rilassato.

Anche Claudio vide il cartello: di un giallo sbiadito, sebbene fosse stato montato ad un'altezza considerevole la neve ormai minacciava di sommergerlo. D'altronde chissà da quanto non veniva pulito. 'Sganciarsi qui!' intimavano perentoriamente le lettere sorprendentemente di un nero ancora acceso. Claudio però non aveva mai gradito gli ordini perentori.

"Sai cosa ti dico Matteo? Questa è probabilmente l'ultima volta che ci facciamo la nera, quindi tanto vale farla fino in fondo no?"

"Cosa vuoi dire?" Nella voce di Matteo era comparso un tremito.

"Che io non scendo."

"Non fare cazzate Claudio! Nevica e già non dovevamo salire fino a qui..."

"Ma dai! Siamo stati in posti ben peggiori! Ti ricordi quella volta che abbiamo guadato un fiume ghiacciato! Non vorrai farti spaventare da un semplice cartello!"

"Claudio! Sei sempre il solito, ma quand'è che ti fermerai? Fino dove vuoi arrivare?"

Claudio non rispose alla domanda: non avrebbe saputo cosa dire, ma continuò a farsi trainare e oltrepassò il cartello.

Anche Matteo lo oltrepassò, si voltò ad osservare con una sorta di malinconia quelle lettere nere, lettere che non avrebbe più visto.

Inizialmente dovettero aggrapparsi con tutte le loro forze al tubo in acciaio per non essere disarcionati, infatti ormai salivano su neve completamente fresca, non c'era più alcuna traccia di sci. Dopo un po' si abituarono alla salita; il bosco si richiuse sopra le loro teste, questa volta in maniera definitiva: erano al buio.

Il primo rumore arrivò dopo circa cinque minuti: una specie di grugnito, ma più acuto e prolungato.

"Cosa è stato?" La voce di Matteo era incrinata da una nota di panico.

"Ma, saranno i cinghiali."

"Non ci sono cinghiali qui. Siamo troppo in alt..."

Matteo non riuscì a finire la frase: l'aria si saturò di grugniti, sembravano provenire da ogni parte, e adesso ai lati del pendio, tra gli alberi, potevano distintamente scorgere centinaia di luci rosse, brillanti. Claudio si accorse con terrore che erano occhi e li stavano fissando.

"COSA SONO? MIO DIO FALLI ANDARE VIA! CLAUDIO, FALLI ANDARE VIAAA!"

Matteo piangeva disperato, ma Claudio non poteva aiutarlo, era sotto shock. Poi, improvvisamente i rumori cessarono e gli occhi sparirono nell'oscurità.

"Calmo Matteo, sono andati via."

"Dobbiamo sganciarci Claudio, dobbiamo scendere."

"Per andare dove? Non si vede niente! Dobbiamo aspettare che questo bosco di merda si diradi un po'."

Poi sentì qualcosa. E assurdamente gli tornò in mente un film stupido che aveva visto con una delle segretarie che aveva finito per portarsi a letto. Come si intitolava? Ah sì era Jurassic Park. Stava pensando al tirannosauro di Jurassic Park.

"Claudio! Hai sentito? Dio cos'è sta volta? CHE CAZZO E'?"

"Calmo, calmo, forse è una slavina."

Poi il rumore, il verso crebbe spaventosamente di intensità, Claudio poteva sentirlo alle sue spalle. Inframezzato dalle urla di Matteo.

"PORTALO VIA CLAUDIO! PORTALO VIA! NOOO!"

"MATTEO! MATTEO! COSA E' SUCCESSO? MATTEOOOO!"

Ma dopo un breve attimo di confusione, l'unica cosa che poteva udire era il rumore del tubo di acciaio che, senza più il peso dell'amico, sferragliando era tornato al suo posto.

- Si è sganciato - pensò con disperazione  - si è cagato addosso e si è sganciato. Quando lo ribecco a valle mi dovrà pagare da bere.

Nel momento stesso in cui formulava il pensiero sapeva di stare mentendo a se stesso: Matteo non lo avrebbe mai abbandonato.

Claudio pianse.

Per il resto della salita Claudio versò in uno stato di semi incoscienza: ogni tanto gli parve di sentire qualche rumore. Forse tornarono i cinghiali e forse anche il tirannosauro, forse vide di nuovo le centinaia di occhi rossi a fissarlo. Per un tratto gli parve anche di volare, artigliato da qualcosa alla schiena. Claudio però non avrebbe potuto giurarlo: pensava a tante cose, al custode sdentato, al bollino nero e soprattutto a Matteo, al suo amico e piangeva. Forse, dopotutto, era in un incubo e si sarebbe risvegliato presto nel suo loft: in città, a letto con qualche puttana di lusso.

Dopo un periodo di tempo fatto di sogni confusi, di ghiaccio e di fuoco, tempo che Claudio non avrebbe potuto quantificare, il bosco si aprì. Completamente.

Non c'era più neanche un albero, solo una landa deserta, completamente innevata, con i pali dello skilift che salivano, salivano fino alla cima del pendio, desolato, freddo.

Ma che posto era? Chi mai avrebbe potuto impiantare uno skilift in quel trionfo di nulla?

Ormai era chiaro, non poteva sottrarsi al suo destino: Claudio avrebbe visto, come al solito, cosa c'era alla fine.

Alzò gli occhi: naturalmente stava nevicando. Claudio non se ne stupì, non si stupì neanche del fatto che il cielo dal quale quei candidi fiocchi provenissero fosse completamente nero.

Attraversando quel panorama post atomico, quell'inverno nucleare, in un silenzio che preannunciava la fine dei tempi, arrivò in cima.

Vi era un altro cartello, questa volta incredibilmente nuovo: un giallo abbagliante decorato da lettere nere e lucide come la pece.

 'Sganciarsi qui!' recitava con la stessa perentorietà e questa volta Claudio temette che non si sarebbe potuto rifiutare.

Guardò in basso, oltre il pendio per vedere dove avrebbe dovuto sganciarsi e con un orrore infinito infine comprese.

Comprese e si rammentò tutto: di quando aveva nascosto un sacchetto di cocaina nel cassetto del suo unico concorrente al posto di dirigente: aveva ottenuto il posto abbastanza facilmente; di quando aveva assoldato quei teppisti, per picchiare Monica: d'altronde non aveva voluto abortire, ma un figlio in quel momento gli avrebbe bloccato la carriera, di quando aveva modificato le dosi nei medicinali di suo padre: aveva bisogno di soldi.

Comprese tutto questo e molto altro ancora, il tutto era riflesso in quel baratro, lui poteva vederlo, piangendo.

 

"Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell'aurora?

Come mai sei stato steso a terra, signore dei popoli?

Eppure tu pensavi:

Salirò in cielo,

Sulle stelle di Dio

Innalzerò il trono,

Dimorerò sul monte dell'assemblea,

Nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni

Superiori delle nubi,

Mi farò uguale all'altissimo e invece sei stato

Precipitato negli inferi,

Nelle profondità dell'abisso!"

Isaia XLV, 7-15

 

 

 RACCONTO SELEZIONATO (1° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2001

 

MARCO RICCARDI

Marco Riccardi ha 29 anni. Laureato in economia e commercio vive in Valle d'Aosta da oltre 25 anni.

Il suo idolo adolescenziale è stato Stephen King. Ha partecipato a diversi concorsi letterari e il suo racconto "Il Club dei padroni" è stato pubblicato sul sito del Corriere della sera.
Attualmente svolge la mansione di funzionario dell'amministrazione regionale della Regione Autonoma Valle d'Aosta.

 

  

 

 

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