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666 (L'ULTIMA NOTTE DI GUARDIA)

scritto da Angelo Zilli

 

 ATTENZIONE: LETTURA RISERVATA SOLO PER UN PUBBLICO ADULTO

 

L’inizio della fine coincise con il mio ultimo turno di guardia. Al termine dei sei anni della scuola di specializzazione era l’ultima notte che trascorrevo nella clinica chirurgica universitaria. La mia preoccupazione in quel momento era che tutto filasse liscio fino alla mattina successiva, quando, una volta smontato, avrei salutato il cambio come una liberazione. Ancora due giorni. Discussa la tesi sulla chirurgia del linfedema, alla quale avevo lavorato per oltre un anno, sarei diventato il Dott. Marco Moretti, Specialista in Chirurgia Generale. Come chirurgo specializzando ero responsabile, durante la notte, di tutti i letti della clinica. Oltre al mio reparto, che occupava per intero il secondo piano, esistevano quattro chirurgie distribuite sugli altri piani. L’ultimo di essi, il sesto, era adibito in parte a magazzino per la biancheria e la teleria delle sale operatorie. In parte ospitava gli studi dei medici che lavoravano nei vari reparti e le stanza dei due medici di guardia. La mia stanza e quella del medico anziano, cioè dello strutturato che avrei potuto chiamare in appoggio qualora ci fosse stato bisogno di portare in sala operatoria un paziente. In realtà lo strutturato fungeva da reperibile, per cui di notte non si trovava quasi mai in clinica. Se necessario, sarebbe stato mio compito contattarlo a casa telefonicamente.

 

***

 

Tutto era iniziato con il ricovero, durante la notte, di un paziente proveniente dal pronto soccorso, dove era stato trasportato in stato confusionale e con numerose ferite lacero-contuse al volto e agli arti. Il telefono della stanza era squillato intorno alla mezzanotte, ridestandomi da un sogno confuso del quale ricordavo una landa battuta dal vento e dei corpi umani piantati nel terreno fino al tronco, come pali della luce. Spesso, quando dormivo in ospedale, mi capitava di avere incubi sconnessi che io avevo sempre imputato alla particolare situazione emotiva della guardia. Ma quest’ultimo mi aveva scosso più degli altri. Avevo riconosciuto i volti dei miei colleghi, fissati in una smorfia di terrore e gonfiati da processi putrefattivi, gli occhi fuori dalle orbite. Erano tutti morti. Sapevo che erano tutti morti. Come sapevo che a me era riservata l’unica fossa vuota scavata in quel terreno arido, verso la quale stavo camminando. Tra il sonno e la veglia percepivo il vento che scagliava la pioggia con violenza contro le finestre della stanza.

Risposi al terzo o quarto squillo del telefono, grato per una volta di essere stato svegliato nel bel mezzo della notte, il cuore che pompava a mille suonando la diana nelle mie orecchie. La voce femminile all’altro capo del filo mi informava che era arrivato il nuovo paziente. Mi alzai infilandomi il camice sopra la divisa verde da sala operatoria e scesi al secondo piano, dove era la nostra degenza. Giunto davanti agli ascensori un tuono risuonò cupo squassandomi i timpani e facendo vibrare le vetrate del corridoio. Decisi di passare per le scale nel caso fosse venuta a mancare la corrente. Mentre scendevo le quattro rampe ripensavo al significato di quell’incubo. Avevo la strana sensazione che il sogno non fosse ancora terminato, ma stesse continuando nella realtà. Ogni muscolo del mio corpo era teso. Percepivo l’aria satura di elettricità, quasi a preludere gli eventi che entro breve tempo si sarebbero verificati. Un lampo, seguito da un forte boato, proiettò sulla parete la mia ombra in movimento, dandomi per un attimo l’impressione che qualcuno mi corresse dietro.

“La cartella del pronto è sul bancone in sala medici”, mi disse con tono sbrigativo una delle infermiere, intenta a preparare le flebo per le terapie dei ricoverati. I capelli color del rame erano raccolti in una treccia che ricadeva sulle spalle, come la bambina di quel vecchio cartone animato che trasmettevano ancora alla televisione alla sera... Anna dai capelli rossi, era il titolo. Annuii distrattamente, mentre prendevo l’involto contenente i referti dei medici del pronto soccorso, con gli esami del sangue e le radiografie.

Con disappunto notai che i risultati delle analisi eseguite sul nuovo entrato non potevano fornire nessuna informazione utile sul suo stato di salute. Non era la prima volta che i malati provenienti dal pronto dovevano ripetere gli esami del sangue perché qualcosa nelle macchine del laboratorio non aveva funzionato. Se solo quei figli di puttana dei miei colleghi avessero il buon senso di studiare i pazienti come si deve, prima di sbolognarli ai reparti. Ma di che cazzo mi preoccupavo, tanto tra pochi giorni sarei fuggito da quel manicomio. Vaffanculo l’università. “Campione emolisato” era il referto dell’esame emocromocitometrico. Come dire che chi aveva portato la provetta con il sangue ai laboratori l’aveva shakerata come se volesse preparare un cocktail di globuli rossi. Stesso referto per il profilo biochimico, che presentava valori degli enzimi di citonecrosi e della potassiemia incompatibili con la vita (“Campione deteriorato”). Anche l’elettrocardiogramma si presentava come una caotica successione di scarabocchi dove non si riconoscevano più le onde P e T e i complessi QRS. Il tracciato assomigliava di più a quello di una fibrillazione ventricolare nella fase che precede l’arresto cardiaco definitivo. “Elettrodi non posizionati correttamente” recitava il referto. Ma che cazzo stavano facendo giù nella saletta. Almeno li guardassero gli esami prima di mandarci i malati. Secondo quei referti il sangue poteva benissimo essere stato prelevato da un cadavere in decomposizione. Calmo. Ancora pochi giorni. Dovevo restare calmo. Chiesi ad Anna-dai-capelli-rossi di indicarmi il letto del nuovo arrivato mentre recuperavo l’elettrocardiografo dalla sala medici.

Il paziente era stato sistemato nell’unica stanza a due letti vicino all’infermeria. Di solito veniva utilizzata per i malati più gravi o terminali, ai quali pietosamente si cercavano di evitare le camerate da sei letti, in modo che potessero morire in un ambiente appena dignitoso. Entrai spingendo davanti a me il carrello con l’elettrocardiografo, sul quale avevo posato la cartella del pronto soccorso con le poche righe di anamnesi che l’aiuto di turno aveva scritto raccogliendo la testimonianza dei militi della croce che avevano raccolto il malato. A quanto pare era stato trovato privo di conoscenza all’interno del cimitero monumentale più importante della città. Uno dei custodi aveva intravisto una scarpa che sporgeva dietro uno dei cipressi che contornavano il vialetto all’imbocco della zona delle catacombe. Si era avvicinato ed aveva scorto il corpo dell’uomo che giaceva bocconi nel terreno tra due lapidi. Si era avvicinato e lo aveva chiamato ripetutamente rivoltandolo. Non ottenendo risposta si era precipitato nella guardiola e aveva composto il 118. Solo quando i soccorritori erano giunti sul posto accertando che l’uomo era privo di conoscenza ma respirava ancora, il custode si era accorto che una delle due lapidi era stata sfondata e che dalla cassa scoperchiata mancava il corpo del defunto. Tutte queste notizie non erano riportate nella cartella del pronto soccorso, che a malapena conteneva due righe di anamnesi. L’involto conteneva tuttavia un referto compilato al posto di polizia dove si specificava che sul mio nuovo paziente, tale Fausto Scarti di anni 33, con precedenti penali per profanazione di tombe e vilipendio di cadavere, pendeva una denuncia a piede libero per concorso in danneggiamento di monumento funebre e sottrazione di resti. Da quanto riuscivo a decifrare dalla grafia dell’addetto che aveva compilato il referto, lo Scarti, appartenente ad una setta dal nome “Angeli di Satana”, era una vecchia conoscenza della polizia. Qualcosa, durante l’incursione al cimitero, era andato storto, l’uomo era rimasto a terra privo di conoscenza, forse per un malore, ed i suoi complici, se ne aveva, si erano allontanati lasciandolo nei guai.

 

***

 

Scarti era al letto 26, che era il più vicino alla finestra affacciata sul cortile interno della clinica. Dimostrava molto di più dei suoi 33 anni, forse per la pressoché totale calvizie e per la barba incolta che facevano da contorno agli occhi piccoli e neri. Il suo volto non mi era nuovo. Probabilmente anche lui faceva parte dell’esercito dei tossici che periodicamente vengono portati al pronto in crisi di astinenza. Quando entrai nella camera mi squadrò con il suo sguardo nervoso. Per un attimo sentii i suoi occhi inquisitori guizzare su di me, dentro di me, quasi volesse scrutare nella mia mente per conoscere in anticipo le mie intenzioni. Facevo il medico da oltre dieci anni e conoscevo quel tipo di reazione nei pazienti alla vista del camice bianco. Mi accorsi che era stato contenzionato e quando mi avvicinai al letto cercò inutilmente di mettersi a sedere, scalciando e facendo trazione sui legacci che gli immobilizzavano i polsi. Pareva decisamente aggressivo nei miei confronti. L’occhio destro era contornato da un’ecchimosi che in parte stava scendendo lungo lo zigomo. In prossimità dei polsi, dove gli infermieri avevano fissato le contenzioni, la cute si era lacerata lasciando fuoriuscire del siero misto a sangue. Quando gli posai una mano sulla spalla iniziò ad urlare e a contorcersi nel letto. Fu allora che notai il tatuaggio che aveva sul braccio destro e che raffigurava un crocifisso rovesciato contornato da tre 6. Uno degli infermieri, allarmato dalle grida di Scarti, fece capolino nella stanza chiedendomi se avevo bisogno di aiuto. Il fisico nerboruto e i capelli raccolti in un codino che gli arrivava a metà del collo lo facevano assomigliare a un lottatore di sumo. Pensai che non gli sarebbe stato difficile convincere l’uomo a calmarsi, con le buone o con le cattive. Gli dissi di prepare una fiala di Talofen e di predisporre le provette per gli esami del sangue, che andavano ripetuti una volta che il farmaco avesse calmato il malato. Scarti continuava a dimenarsi trattenuto dai legacci fissati al telaio del letto. La sua forza era tale che se non fosse stato subito sedato, probabilmente li avrebbe divelti. Dalle lacerazioni ai polsi continuava ad uscire la sierosità giallastra. L’odore del malato era acre, simile a quello di molti barboni che si incontrano per strada. Ma sotto l’odore di sudicume di vecchia data percepii un altro tipo di fetore, dolciastro e simile a quello delle ferite infette o del sangue marcio. Era come se dentro di lui qualcosa si andasse decomponendo. “Morirete tutti”, disse ad un tratto, cessando di scuotersi. La voce fuoriusciva gorgogliante. Sembrava che avesse le vie respiratorie piene di liquido. “Morirete tutti”, ripetè lentamente, scandendo le sillabe quasi a voler sottolineare quel concetto. La sua voce era salita di tono, adesso più simile a quella di un bambino che reciti una filastrocca crudele. “Mo-ri-re-te-tut-ti”, cantilenò. “Le...” – sussurrò poi sottovoce, iniziando a ridere prima di finire la frase. La risata, grave, si fece via via più acuta e isterica. Le labbra sottili di quel volto si tesero in un ghigno che scoprì i denti giallastri e insolitamente aguzzi. Poi proseguì tutto d’un fiato “... le porte dell’inferno sono aperte. Dottorino, ti ho riservato un posto speciale!”. Il tono della voce era di nuovo cambiato. Sembrava di ascoltare la registrazione di un nastro magnetico mandata a velocità ridotta. Dalla sua bocca fuoriuscì un getto di schiuma rossa. L’uomo riuscì quasi a mettersi seduto sul letto, poi il suo corpo ricadde all’indietro e giacque immobile. Quando mi chinai su di lui per valutarne il respiro ebbi per un attimo la certezza che il malato si sarebbe sollevato staccandomi l’orecchio con un morso. Tentai senza successo il polso carotideo. Urlai agli infermieri di portare il carrello delle emergenze e di convocare l’anestesista rianimatore. Codino posizionò nella bocca di Scarti la cannula di Mayo ed iniziò la ventilazione con il pallone Ambu, mentre io sollevavo il lenzuolo per praticare il massaggio cardiaco. Alla visione di quel corpo nudo rimasi paralizzato con il lenzuolo in mano, come se fossi stato attraversato da una scarica elettrica. Anche Codino smise di ventilare. Mai avevo visto una cosa simile da quando facevo il medico. Sulla parete addominale del malato si era allargata una chiazza verdastra che si estendeva, a destra, dall’ombelico all’inguine. I contorni erano indistinti e la cute soprastante era erosa in più punti. Dalla lesione trasudava materiale sieroso simile a quello che fuoriusciva dalle lacerazioni ai polsi. Quasi gridai quando vidi agitarsi la testa bianca di una larva dal fondo sanioso di quella piaga. “Mio Dio”, strillò Codino mollando l’Ambu. Il pallone rotolò sul cuscino e poi cadde sfiatando sul pavimento. Guardai la testa del malato e capii che cosa aveva causato tanto disgusto nell’infermiere. I capelli erano tutto un brulicare di piccoli vermi bianchi, alcuni dei quali erano caduti sul cuscino e stavano muovendosi verso il bordo del letto. “E’ morto”, piagnucolò Codino e il suo tono di voce sarebbe stato comico in un'altra situazione. “Mi dica che è morto per favore perché io non lo tocco più quello lì!”. Morto e sepolto, pensai. Il corpo andava disfacendosi davanti ai nostri occhi, e le lenzuola e il materasso erano ormai imbevute di liquido giallastro maleodorante. L’odore dolciastro di carne in putrefazione aveva saturato la stanza. Feci segno all’infermiere di aprire il vasistas mentre con una mano tiravo su le lenzuola per coprire il cadavere.

 

***

 

Fausto Scarti. Il nome non mi era nuovo. Ero certo che quell’uomo fosse stato ricoverato nel nostro reparto, in passato. Io dimenticavo facilmente i nomi dei ricoverati, anche perché nell’arco di un anno nei nostri letti ruotavano almeno un migliaio di persone. Ma Scarti mi ricordava qualcosa. Dovevo compilare la documentazione relativa al decesso del paziente e informare l’autorità giudiziaria per l’autopsia, obbligatoria nei casi di morte in circostanze misteriose. Tuttavia quel nome… Tramite il computer nella nostra sala medici era possibile consultare l’archivio dei ricoveri. Digitai nome e cognome nella finestra di input e cliccai sull’icona “search”. L’archivio mi dava un solo Fausto Scarti… Quando guardai la data di entrata ebbi un sussulto. Quell’uomo era stato ricoverato esattamente un anno prima. Poteva essere un omonimo, ma la data di nascita del paziente era la stessa. Il 25 dicembre di 33 anni fa. La diagnosi di ingresso era “sindrome peritonitica”. Il codice della dimissione era… “Cinque”. Avevo il cuore in gola. Cinque è il codice che chiude la cartella clinica quando un paziente è deceduto. Sicuramente c’era stato un errore di archiviazione. Tuttavia… Iniziai a ricordare. Quel tatuaggio. La croce rovesciata con i tre numeri 6.

Operato per appendicite acuta. L’infezione si era estesa al cieco per cui era stata necessaria una resezione del colon destro. Qualcosa era andato storto. L’antibiotico era quello sbagliato. No, non era stato messo. Tutti si erano dimenticati di scrivere un maledetto antibiotico in terapia perché tutti pensavano ad altro. Dopo tre giorni ci si era accorti dell’errore, quando ormai l’infezione si era mangiata la sutura intestinale e dai drenaggi addominali uscivano merda e pus. Il paziente era stato rioperato e la deiscenza dell’anastomosi intestinale riparata. Ma si erano aperte altre fistole tra l’intestino e la cute. L’agonia era stata lunga.

Ricordavo tutto. Avevo constatato io il decesso e avevo compilato i moduli ISTAT. Ora come allora. Mi ricordavo anche che nei giorni prima della sua morte quel paziente aveva sviluppato una forte ostilità verso i medici e gli infermieri del reparto che riteneva, purtroppo non a torto, responsabili delle sue condizioni.

(…tornerò e vi prenderò tutti…)

(…voi pensate che esita il paradiso e che ci andrete quando morirete…)

(…invece mi terrete compagnia all’inferno…)

(…pianto e stridore di denti…)

Ora ricordavo anche le sue ultime parole. Quella notte ero sempre io a svolgere il turno di guardia. Prima di esalare l’ultimo respiro mi aveva afferrato un braccio con una mano e con forza aveva tirato fino a trascinarmi sul letto, facendo cadere a terra la boccia della flebo. Aveva sussurrato qualcosa

(tornerò)

poi i suoi occhi si erano rovesciati all’indietro ed era morto. Il volto era lo stesso. Stessa barba, stesso tatuaggio.

 

***

 

“Diooooo!!!”. Urla dal corridoio. Codino che corre verso l’infermeria tenendosi una mano sul collo nel tentativo di fermare l’emorragia che copiosa lo sta uccidendo. Il sangue schizza con violenza attraverso le dita e disegna sulle pareti dei semicerchi che arrivano fin quasi al soffitto. Lo inseguo nel tentativo di aiutarlo e passo davanti alla stanza in cui si trova il corpo di Scarti. Vedo che è seduto sul letto. Mi guarda con gli occhi spalancati e ghigna. Ha la bocca sporca di sangue. I denti sono dei coni appuntiti. Il lenzuolo che lo ricopriva è a terra. Scarti non ha più le contenzioni. Certo che non le ha più, penso, glie le hanno tolte perché è morto. La divisa bianca dell’infermiere è ormai completamente intrisa di sangue. Lo afferro e cadiamo entrambi a terra. Vedo che ha il collo squarciato dal lato sinistro. Cerco di comprimere con un fazzoletto la carotide che continua a pompare sangue e sangue e sangue nonostante la mia pressione. In poco tempo sono anch’io completamente ricoperto di sangue caldo e vischioso. Codino si agita sotto di me, la sua mole è il doppio della mia e non posso tenerlo fermo. Ha il volto pallido, vuole dire qualcosa ma dalla bocca gli esce solamente una bolla di sangue. “..i ..a ..orso”, riesce a gorgogliare, e io capisco che vuol dire che lo ha morso. Il sangue adesso fuoriesce con meno violenza. Non perché sono riuscito a fermare l’emorragia ma perché sta morendo. Poi il suo corpo si contrae ed un ultimo fiotto inonda il pavimento di linoleum. Chissà come, ma mi viene in mente di pensare agli anagrammi. Fausto Scarti 666 Tino Scarti è il diminutivo di Fausto Faust Faustino. L’anagramma di Anticristo 666 è il numero tatuato sul braccio. La croce rovesciata. 33 anni di Nostro Signore Gesù Cristo 33 è un numero palindromo. Antinumero. 25 dicembre la data di nascita. La situazione è grottesca e mi viene da ridere Dio mio abbiamo ricoverato il figlio del demonio con una peritonite e i nostri bravi medici lo hanno fatto morire per negligenza così ora è tornato per vendicarsi. E io che c’entro? Cazzo cazzo cazzo! Urla da dietro di me.

(pianto e stridore di denti)

Mi rialzo lasciando il corpo ormai privo di vita di Codino. Scivolo nuovamente a terra perché il sangue è veramente tanto e non riesco a stare in piedi. Cerco di rialzarmi. Ancora una volta cado per terra. Sono tutto rosso. Domani devo andare a denunciare l’incidente in medicina preventiva. Alcuni dei pazienti sono in piedi nel corridoio. Anche l’Anticristo è con loro e sta spolpando il braccio di Anna-dai-capelli-rossi che grida e riesce per un attimo a divincolarsi, la mano destra che gli penzola attaccata all’avambraccio per un ponte di tessuto. Sangue che spruzza ancora. Codino si è rialzato. E’ vivo. No è morto. Non so. E’ uno zombi anche lui, ora. Entra in una delle stanze. Urla strazianti.

(pianto e stridore di denti)

Sta facendo qualcosa ad uno dei ricoverati. Molti non possono muoversi dal loro letto. Molti sono anziani. Un uomo in pigiama sulla mezza età è accorso a vedere cosa sta succedendo. Tiene in mano il sacchetto delle urine. Quando si rende conto della situazione cerca di fuggire verso la porta ma inciampa nel tubo che raccorda il catetere al sacchetto e subito gli sono sopra Anna-dai-capelli-rossi ed altri malati-zombi. Sul pavimento si allarga rapidamente un’altra pozza di sangue. Possibile che nessuno dagli altri piani della clinica senta le grida provenienti dal nostro reparto che ormai è un mattatoio! Devo fuggire di lì. Rompo il vetro della bocchetta antiincendio e afferro l’accetta. Mi faccio strada menando colpi a destra e a manca per tenere lontani gli zombi. Qualcuno lo colpisco anche e quasi l’ascia mi sfugge di mano perché il sangue che mi imbratta i palmi ne rende scivoloso il manico. Riesco a guadagnare la porta del reparto

(le porte dell’inferno)

(per te dottorino!)

e provo a scendere al piano di sotto.

(ho riservato un posto per te, dottorino)

Voglio uscire fuori dalla clinica. Ancora sangue sulle scale. Sangue che filtra sotto la porta del reparto al primo piano. Rumore di passi che salgono dal piano inferiore. Altri zombi che salgono da basso. Sono tanti. Non potrei mai passare. Un altro lampo. Illumina quei volti spettrali e quelle mani protese verso di me. Una mi sfiora. E’ fredda come il marmo. E’ fredda come la mano di un morto. Mi infilo nell’ascensore e salgo all’ultimo piano, sperando che non manchi la corrente proprio adesso. Devo raggiungere la mia stanza. Da tutti i reparti provengono urla straziate e rumori di collutazione. Colpi sordi come di corpi che cadono a terra. Rumore di vetri infranti.

Passo davanti a una vetrata al di là della quale una donna, forse un’infermiera anche se è tutta rossa, barcolla tendendo le mani verso di me. Mi avvicino al vetro e vedo che dietro di lei, come tanti manichini, incombono almeno una ventina di zombi, con indosso ancora i pigiami. Sembra la scena di quel film di George Romero, dove gli zombi erano tutti dietro le vetrine di un supermercato. Leggo sulle sue labbra A-I-U-T-O ma non posso fare niente. La donna cade in ginocchio. Le sue mani disegnano sul vetro due scie rosse parallele. Poi gli zombi le sono addosso ed iniziano a divorarla. Spero soltanto di non essere stato morso. Entro nella mia stanza e metto il chiavistello. Mi infilo sotto la doccia per lavare via il sangue e controllare di non essere ferito da qualche parte. Mi sembra di no ma non ne sono sicuro. Comunque se mi viene qualche sintomo strano la faccio finita con l’ascia. Non ho altro a disposizione per uccidermi. Accendo la televisione per sentire se dicono qualcosa su ciò che sta succedendo ma tutti i canali sono out, perfino quelli che a quest’ora trasmettono le pubblicità delle chat porno. Rimango per un tempo imprecisato a fissare la nebbia sul monitor. Poi spengo.

 

***

 

Adesso manca anche la corrente. Le urla si vanno lentamente affievolendo. Tra qualche minuto resterà solamente il rumore della pioggia e del vento che scuote incessante le veneziane della stanza.

 

***

 

Rumore di passi strascicati fuori della porta. Qualcuno tenta la maniglia per entrare, ma il chiavistello resiste. Almeno per ora. Un altro lampo squarcia le tenebre. Il tuono è fortissimo ed è seguito da una sferzata di vento e pioggia che fanno spalancare di botto la finestra. Ho un sussulto e stringo a me l’accetta chiedendomi se avrò il coraggio di troncarmi una mano. Ho paura di soffrire troppo. Le arterie del polso sono abbastanza grandi, ma non tali da garantirmi una morte in pochi secondi. La mano sinistra è l’unico punto del corpo che sono sicuro di raggiungere con forza e precisione. Ho un’accetta. Non ho un coltello. Adesso cercano di sfondare la porta. I colpi sono sempre più forti e tra un attimo mi saranno addosso.

Colpisco con forza e osservo la mia mano, troncata subito sotto il pollice e sospinta in avanti dal getto di sangue che mi fuoriesce dal polso. Non fa poi così male. La chiazza di sangue si allarga rapidamente e nella penombra della stanza sembra nera. Mi convinco che l’agonia sarà tutto sommato breve. La mia mano. Penso per un attimo che non potrò più fare il chirurgo. Laureato da dieci anni. Proprio ora che stavo per diventare specialista. Era l’ultima notte di guardia.

 

(copyright by Angelo Zilli)

 

  

 

  

   

ANGELO ZILLI

Nato nel 1971, laureato in Medicina e Chirurgia, scrittore per passione, appassionato di tutto ciò che è horror e politicamente scorretto. La sua fantasia malata ha partorito una ventina di racconti, quasi tutti di ambientazione ospedaliera, qualcuno inviato a riviste on-line. Regista preferito: Lucio Fulci. Scrittore preferito: W.P.Blatty. Pittore preferito: Caravaggio.

 

  

 

 

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