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OCCHI DI SERPENTE scritto da Giovanni De Matteo
Una casa di legno si erge spettrale nel sole estivo che batte sui campi. L’erba bruciata e le spighe dorate ondeggiano nel placido vento del primo pomeriggio, sotto lo sguardo impassibile delle oscure finestre. Sara corre verso la porta divelta, attraversando il portico in sfacelo. Si ferma sulla soglia, si volta nella mia direzione e mentre la brezza le accarezza la morbida pelle cullandole le vesti e i lunghi capelli castani, mi fissa con i suoi occhi d’ardesia. Per un istante il tempo rallenta, scivola fuori dai binari unidirezionali della sua consueta propagazione e si ferma a scrutare la scena. Silenzio immobile, infine rotto da un alito di vento. Le nubi nel cielo riprendono a galleggiare nella liquida e sconfinata distesa blu del firmamento. Lo sguardo di Sara mi lancia la sfida: mi invita a seguirla nella casa degli spettri. Quando la sua gonna scompare nell’ombra, non posso fare a meno di lasciarmi alle spalle la bionda pianura riarsa dal sole. Nella frescura dell’interno, cerco di frenare i brividi che spingono per aprirsi la strada lungo le mie direttrici neurali. Sento una fastidiosa inquietudine solleticarmi le viscere. Seguo istintivamente i passi di Sara sulle tavole scricchiolanti e malferme del pavimento marcio e tarlato. La mia vista non si è ancora adattata al calo di luminosità quando comincio a salire le scale. I passi di Sara si fermano. Quando la raggiungo, Sara è assorta in una contemplazione attonita e stupita, ferma al cospetto di un pupazzo a grandezza naturale, che la scruta con occhi vitrei e senza interesse, ma carichi di una sottile, minacciosa malizia… Quando Darko mi svegliò, lo capii subito che non sarebbe stata la mia giornata fortunata. Ci sono giorni in cui apro gli occhi e la sensazione che mi ronza dietro le iridi mi informa già per filo e per segno della piega che prenderà la giornata. Quello era uno di quei giorni – come si sarà capito – e il mio sesto senso mi diceva che non sarebbe stato uno dei più lieti. <<Sveglia, buono a nulla!>> la sua voce roca tuonava melodiosa e soave come un rintocco di campane ascoltato dalla prospettiva del batacchio. <<Non so quanto te ne può fregare, ma il Network ha diffuso l’ultimo bollettino aggiornato. Magari troveremo di che pagare la licenza, il pieno di idrogeno e i ricambi, e allora potremo finalmente salpare l’ancora da questa fogna planetaria. E questo, francamente, sta particolarmente a cuore al sottoscritto…>> <<Arrivo, vecchio>> mugugnai di buon grado, scrollandomi di dosso gli ultimi residui della sera prima: l’abuso di alcol, il più delle volte, non si rivela una buona soluzione al triste riflusso dei ricordi. Anzi, quasi sempre trova il modo per amplificarne gli aspetti più dolorosi della memoria. Vantando la forma fisica di un cadavere, con la scioltezza di uno zombie attraversai il ponte. Quando giunsi in plancia, Darko aveva già sprofondato i suoi centoquaranta e passa chili di massa semiorganica – pura fatica muscolare rinforzata da innesti cibernetici made in Japan – nel comodo abbraccio della poltrona inerziale, e contemplava i dispacci dell’Agenzia con l’interesse attonito di uno scolaretto. E’ davvero straordinario, il mio socio in affari! <<Bentornato nel mondo dei vivi>> mi disse mentre prendevo posto accanto a lui, l’oloschermo che lentamente acquisiva nitore e risoluzione davanti ai miei occhi annebbiati. <<Cristo santo, Sonny! Sei ancora peggio di ieri sera… fatti una dose di Caffè Plus>> suggerì poi, premendo il tasto giusto sul pannello di controllo del bracciolo. Sheherazade, l’intelletto celeste del Barracuda, comprese la richiesta e la assecondò senza proferir parola. Il compilatore di bordo sbrigò il suo incarico con cibernetica efficienza: dopo l’ultima discussione che avevamo intrattenuto a proposito della sua incidenza sui bilanci dell’impresa, il dispositivo si era rinchiuso in un ostinato silenzio. Era ancora troppo presto per dire che ce l’avesse con me. Tre secondi più tardi, un bicchiere di sarin contenente una soluzione ancora bollente di caffeina, zucchero e β-amfetamine si materializzò sotto il mio naso. L’intensa fragranza bastò a richiamarmi dal limbo dei semivivi. <<Niente di nuovo?>> biascicai fingendo interesse mentre il primo sorso ancora mi infiammava le viscere. Era un buon segno: cominciare a riacquistare la sensibilità, intendo… <<Ancora niente>> replicò Darko, senza distogliere lo sguardo dalle segnaletiche di brutti ceffi che si succedevano sull’olo. <<Ma nutro buone speranze…>> <<Già>> assentii sforzandomi di dissimulare la mia disapprovazione. Recuperare la sensibilità comportava anche lati non proprio gradevoli. Mi ritrovai a desiderare per le mie macerie dolenti una cura rivitalizzante in una vasca di rigenerazione a gravità zero, o in alternativa una settimana di sonno ininterrotto in una camera inerziale. A quanto sembrava, però, non erano optional inclusi nel pacchetto turistico offerto dalla ditta. <<E dopo quel cattivone di Uranium Willie e la sua banda di goliardici attaccabrighe, entriamo nella Top Ten dei ricercati>> cinguettò entusiasta la voce familiare di Molly, di gran lunga la nostra soubrette prediletta. Ci vollero altre sette posizioni perché Darko ottenesse in compenso ciò che voleva. <<La GeneSys di Port Yang ha rincarato la taglia pendente sulla testa del fantomatico Signore dei Pupazzi di ulteriori 80mila kilobyte, che vanno a sommarsi ad un jack-pot di 720mila infocrediti. Come potete notare, la faccenda si fa interessante!>> Ah, la cara vecchia Molly! Quando ci si metteva sapeva essere davvero stuzzicante... Vedendo gli occhi neri come carbone di Darko accendersi di vivida luce, intuii che non tutta la sua gioia poteva essere ascritta al rincaro della taglia… D’altro canto io avevo poco da stare allegro. Sapevo già cosa passava per la testa del mio socio in affari, e non potevo dirmi sollevato. La mancanza di segnaletiche del bandito noto con il nome in codice di “Signore dei Pupazzi”, il suo modus operandi assolutamente anomalo, la fama che si era meritato con le sue azioni semplicemente folli e suicide, eppure irrimediabilmente impunite, bastavano a mettere in stato di guardia la mia attenzione ancora provata dai postumi della sbornia. L’identikit tracciato dai sistemi esperti dell’Agenzia lo mostrava come una maschera dal sorriso inquietante, lo sguardo vuoto e infagottato in un manto di velluto nero. Pareva la Morte-il-Giorno-del-suo-Compleanno. Per non parlare poi della raffinata associazione che la mia coscienza era riuscita a compiere nel sogno, quasi volesse avvertirmi di tenermi fuori dalla faccenda. <<Allora che aspettate, ragazzi?>> La voce eternamente gioiosa di CryJack l’Incantatore si intromise nel mio torbido flusso di pensieri. <<In caccia! La posta per il primo arrivato è di 800mila cyber-bigliettoni!>> <<Che non sono mica bruscolini… E adesso passiamo al numero due della nostra Hit Parade…>> la voce civettuola di Molly si spense in una scarica distorta di statica. <<Per me può bastare>> concluse Darko, ghignando. Il resto della comunicazione registrata, con la tradizionale performance finale di Molly, se la sarebbe goduta dopo la mia partenza. <<Non lo so>> azzardai un timido diniego, cercando di scrollare l’irremovibile macigno che mi sedeva accanto. <<Io aspetterei che il jack-pot raggiunga quota un milione…>> <<Fosse per te, resteremmo in questo porto fino alla morte entropica dell’universo…>> <<Non è vero>> lo contraddissi. <<Comunque saprei come ammazzare il tempo se fosse il caso: conosco un bel posticino in Sunset Boulevard. Te ne ho mai parlato? Madame de Mallet: prima o poi ti ci porto a fare una capatina!>> <<La prossima volta che torniamo in città, magari. Adesso è tempo di mettersi al lavoro. Abbiamo già studiato il piano, devi solo metterlo in pratica…>> <<Già, per te è facile parlare. Te ne starai sdraiato in coperta per tutto il tempo, a goderti il sole con qualche bella indigena in topless!>> <<Amico, è così che va la vita. Chi ha concluso l’ultimo affare?>> Ho sempre odiato le domande retoriche. <<E ora, se permetti, mi godo la meritata vacanza…>> <<Come no? Intanto le gatte da pelare me le becco tutte io!>> <<E’ la Provvidenza, amico mio. E hai sempre il mio numero, se ci sono problemi chiama…>> e così dicendo si alzò e sparì su per le scale verso la coperta. Maledissi la sua dannata Provvidenza per l’ennesima volta. <<Allora sei proprio sicuro?>> gli gridai dietro. Non rispose. Doveva esserlo davvero. Mezz’ora più tardi ero già sulla breccia, viandante solitario lungo le strade affollate all’inverosimile del suk di Port Yang. Prima della terraformazione, la capitale del pianeta era stato un semplice avamposto amministrativo, la cui posizione strategica determinata dalla vicinanza all’astroporto la aveva privilegiata nel successivo sviluppo. In seguito, con le reiterate ondate migratorie che avevano fornito preziosa forza lavoro a buon mercato agli impianti di estrazione e di raffinamento e all’OxyGenerator della GeneSys Corporation, la colonia si era progressivamente ampliata inglobando nel suo ipertrofismo gli insediamenti limitrofi sulla costa sud-occidentale del Continente di Yin. Mentre l’oceano di idrocarburi veniva raffinato con le nuove tecniche di cracking anamorfico escogitate dai Cinesi e collateralmente ripulito, Port Yang aveva da tempo superato i suoi burocratici esordi e si era avviata a diventare quel mostro tentacolare e sconvolgente che tutti conoscevamo: sei milioni di pazzi scatenati ammassati su poco più di centocinquanta chilometri quadrati, la metà dell’intera popolazione di Qi stipata su un fazzoletto di terra ritagliato tra il deserto di ceneri della Landa dei Silenzi e l’azzurro senza vita dell’oceano. Il tessuto urbano sembrava essersi sviluppato senza il più pallido rispetto di un pur minimo piano regolatore: la rete stradale stratificata in livelli - sopraelevate che si contorcevano grottescamente come serpenti innamorati attorno alle sagome torreggianti e grigie dei megalitici edifici - intesseva configurazioni aracnoidi partorite dal sogno abissale di una coscienza granchiesca. I grattacieli formavano un melange cleptoarchitettonico dei peggiori ardimenti del secolo in corso: un incubo frattale replicato su infinite scale, reso ancora più surreale e inquietante dalla limpidezza del cielo iperossigenato che risaltava su tutte le cartoline del pianeta, in larga parte occupato dal suggestivo spettacolo del suo maestoso sovrano. Cercando di procrastinare quanto più possibile il momento di mettermi davvero a battere la pista, ammazzai il tempo in un bar del quale stavo progressivamente diventando un aficionado. L’ASinthotiK era un locale di quart’ordine dalle parti di Sakura Plaza, non lontano dagli impianti troneggianti che costituivano la sede centrale della GeneSys Corporation. Mi piaceva per l’atmosfera vagamente dimessa che vi si respirava, e per il blues in sottofondo che aggiungeva una inconfondibile nota di stile al suo fascino decadente. Ordinai un doppio caffè concentrato alla giunonica donna mortalmente annoiata dietro il bancone, familiarmente denominata Mama Sabella dagli avventori del locale. In un angolo, l’ologramma sfarfallante di Chet Baker, incurante dell’indifferenza tributatagli dai radi avventori, continuava a suonare Almost Blue, ispirando vita e bellezza nella trama di note dipinta dal suo sax. Le vibrazioni languide e melanconiche mi riportarono istantaneamente al passato. E presto la memoria sconfinò nei territori del sogno. Ripensai alla casa degli spettri, a Sara e alla magnifica creatura priva di vita che la scrutava bramosa dagli spazi oscuri e sterili che si aprivano dietro i suoi occhi di vetro opaco. Magari si trattava di uno di quei meccanismi supervisori non ancora svelati della psiche umana che intervengono per aumentare le probabilità di sopravvivenza della specie, uno di quei cortocircuiti mentali che simulano l’istinto di conservazione, o qualcosa del genere. Cercai una spiegazione razionale al sogno per scrollarmi di dosso la vaga sensazione di inquietudine che non accennava a lasciarmi. Presto dovetti prendere atto della vanità dei miei sforzi. Decisi allora di mettere da parte i vaneggiamenti e tornare alla realtà fumosa e pregna di caffeina dell’ASinthotiK. Nei giorni trascorsi, mentre eravamo impegnati ad elaborare una strategia di azione sulla base dei dati a nostra disposizione, io e Darko ne eravamo diventati assidui frequentatori. Quaggiù, tra una pinta di Corona Plus e l’altra, avevamo sopperito con l’immaginazione alla mancanza di informazioni. Alla fine eravamo giunti a farci un’idea del soggetto a cui stavamo dando la caccia, sebbene la nostra fosse un’iniziativa ancora informale e non certificata, in quanto aspettavamo che il montepremi gravante sullo scalpo del tizio senza volto noto come il Signore dei Pupazzi raggiungesse la consistenza desiderata. Stando alle voci che circolavano tra i dipendenti dell’impresa che rappresentava la principale fonte di collocamento della città, se non proprio di tutto il pianeta, il passato del nostro uomo era in qualche modo legato a quello della Compagnia. Ancora non avevamo capito in che modo e fino a che livello si spingesse il suo coinvolgimento, ma lo schema generale dei colpi messi a segno pareva ricalcare piuttosto fedelmente una precisa strategia di attacco mirata ad indebolire lo strapotere della GeneSys. E solo un uomo con un conto in sospeso poteva ostinarsi in un progetto simile: non c’era da stupirsi se dal giorno in cui eravamo entrati in orbita saturniana con il Barracuda, la Compagnia aveva incrementato la posta della taglia ben quattro volte. Ma il duello proseguiva: come in una sfida a poker giocata alla russa, senza limiti di rilancio. Il Signore dei Pupazzi sabotava la catena di montaggio dei loro laboratori di sintesi, arrecando un danno produttivo difficilmente stimabile, e la GeneSys portava la taglia a quattrocentomila infocrediti. Il Signore dei Pupazzi vedeva i loro ottantamila e faceva fuori l’ex-direttore del Settore Ricerche, eliminandolo in un incidente apparentemente inspiegabile. E via di questo passo, fino agli 800mila tecno-bigliettoni attuali. C’era qualcosa di diabolico nella perseveranza di quel terrorista senza volto. E non mi piaceva affatto. Non resistetti all’impulso di accendermi una Yeheyuan filtrata. Inalai una profonda boccata, e mi sentii rinascere sotto l’effetto combinato dell’hashish con la caffeina. <<Lo Stato d’Allerta?>> sbottò sorpresa una voce dall’angolo in penombra in fondo al bar. <<Proprio così>> confermò l’interlocutore, mandando giù una lunga sorsata di brandy di sintesi. <<Da ieri sera tutti i quadri dell’apparato dirigenziale sono sotto massima protezione… Il Sindacato non esclude una manifestazione se non verranno riconosciute analoghe misure protettive alla manodopera impiegata negli stabilimenti…>> <<E cos’è che li ha spinti ad una simile disposizione?>> <<Secondo Valenti è stato l’assassinio in circostanze ancora tutte da chiarire di uno dei subappaltatori della Compagnia, giù a Helicoidal Row…>> Già, in circostanze ancora da chiarire era la denominazione ufficiale delle autorità per indicare i casi più delicati, legati alle attività di destabilizzazione del sistema. Atti di terrorismo e spionaggio industriale erano coperte da questa dicitura, per esempio. Allora ricordai che la gente di Qi, come i due operai in fondo al locale, ancora non sapeva nulla del Signore dei Pupazzi, né presumeva che i diversi atti lesivi subiti dalla GeneSys potessero essere legati alla figura di quell’unico, enigmatico personaggio. Anzi, con il controllo dell’informazione che poteva vantare la Compagnia, era probabile che Port Yang ignorasse una buona parte degli episodi che la avevano colpita. Ma quel Valenti… Finii il mio caffè e mi alzai. Il vecchio Chet finì il suo assolo e attaccò My Funny Valentine. <<Ehi, amico>> dissi avvicinandomi al loro tavolo, <<hai parlato di un certo Valenti?>> <<E tu che vuoi?>> ribatté il suo compare, balzando in piedi di scatto. Pareva massiccio, e in più aveva l’aria tutt’altro che compiacente, per cui fui costretto a ridimensionare la sua minacciosità assestandogli un calcetto mirato appena sopra il polpaccio. Con un tonfo sordo ricadde sulla sedia, come un sacco di patate. Tirai altro fumo dalla mia cancerogena microfiltrata, e mi godetti un giro di noticine blu. <<Solo scambiare due chiacchiere con il vostro uomo, sempre che voi due siate d’accordo…>> e così dicendo lasciai scivolare una vecchia banconota da cinquanta pezzi, esemplare unto e bisunto della valuta cartacea ormai fuori corso da qualche secolo, ma ancora largamente riconosciuta negli ambienti clandestini del mercato nero. L’incredulità diffidente nei loro sguardi obnubilati dall’whisky mutò in tacito interesse. Mio nonno non si stancava mai di ripetermelo: con le buone materie si ottiene tutto. Era proprio così. Valenti abitava in un monolocale a Ninsei, il quartiere giapponese di Port Yang. Il palazzo era un tugurio, occupato in larga percentuale dai fuori-casta immigrati dalla Vecchia Madre Terra. Si trattava per lo più di discendenti di quei professionisti indispensabili alla società niente affatto visti di buon occhio dalla tradizionale ipocrisia del loro popolo: diffidenza generalmente motivata dal perenne contatto con la morte cui li obbligava il loro mestiere. Dopo l’avvio del programma di colonizzazione spaziale, costoro avevano rappresentato la quasi completa totalità del flusso migratorio dall’Impero del Sol Levante verso gli habitat artificiali. Più di una volta mi ero ritrovato a chiedermi come facessero adesso in Giappone a mandare avanti cimiteri, moratoria e macellerie… Valenti però era italiano, almeno così lasciava presagire il suo nome. Cosa diavolo ci faceva in quell’ostello per rifugiati? Bussai alla porta e dovetti attendere un po’ prima che il padrone di casa si riavesse dal suo stato comatoso. Un corpo catatonico plausibilmente sospinto da servomeccanismi idraulici a pressione incrostati di ruggine mi si parò davanti. La disinvoltura con cui aveva aperto mi diede a pensare che quel rottame d’uomo in canottiera lurida e con la barba di tre giorni dovesse condurre una intensa vita relazionale. Spaccio di stupefacenti doveva essere una delle fonti di reddito dichiarate sulla sua scansione di identità alla voce “professione”. Diffusione di informazione era senz’altro un'altra occupazione inclusa nella lista. <<Che vuoi?>> mi chiese Valenti, rivelando subito la sua affinità con i tizi dell’ASyntothiK. <<Solo scambiare due chiacchiere…>> dissi. <<Pula?>> Scossi la testa. <<Ufficio Immigrazione?>> Scossi di nuovo la testa, iniziando finalmente a comprendere le ragioni che dovevano averlo spinto in quel buco. <<Controllo Sociale…>> <<Libero professionista>> dichiarai infine, stanco dei suoi azzardi alla cieca. <<Sono qui per affari>>. A quanto parve, dovetti convincerlo. <<Accomodati pure>> fece quello, spostandosi dalla porta. Il salotto della sua modesta dimora era illuminato dalla luce bianca del mattino filtrata in lamine taglienti dalle imposte socchiuse. Presi posto su una sedia cigolante di fronte ad un divano che aveva visto tempi sicuramente migliori. Come il resto del palazzo, l’appartamento di Valenti era intriso di puzzo di fritto, pesce fresco e alcol di sintesi: in più presentava una inconfondibile componente di carne essiccata e fumo corretto. <<Whisky?>> mi chiese dall’angolo-cucina. <<Caffè, se è possibile>> risposi, non ancora saturo. <<Altrimenti niente. Grazie>> Valenti tornò con un cubo di whisky e una tazza usa e getta di caffè caldo all’italiana. Le giunture cigolanti, prese posto sul divano. Mandai giù un sorso, pensando che con il ritmo con cui avevo cominciato la giornata probabilmente mi sarei ritrovato assuefatto alla caffeina prima di sera. <<Allora, di cosa volevi parlarmi?>> <<Del genetista ucciso giù a Helicoidal Row. Cosa sai dirmi?>> <<Il mio disturbo ha un prezzo, amico…>> volle sincerarsi Valenti. <<Rilassati, sarai congruamente retribuito>> lo rassicurai, anche se temo che comprese a mala pena il cinquanta percento delle mie parole. Ad ogni modo, parve convincersi. Per nulla a disagio, cominciò a snocciolarmi tutti i particolari sulla vicenda così come li era venuti a conoscere da un suo amico della JustCorp, l’agenzia di polizia privata di Port Yang. A quanto pareva qualcuno aveva liquidato lo scienziato in uno dei modi più esotici e raccapriccianti che si fossero visti da questa parte della Cintura Asteroidale. Lontano da un campo di battaglia, se non altro... L’assassino lo aveva immobilizzato a una sedia e per ventiquattro intere ore aveva alternato la somministrazione di dosi sempre più massicce di psicofarmaci e allucinogeni con reiterate scariche elettriche. Elettroshock a scala-mobile: una delle pratiche maggiormente diffuse negli ambienti militari specializzati. La tortura era stata finalizzata con l’applicazione di uno squid regolato sulle frequenze letali della Banda Bianca: il cervello del povero malcapitato era andato in stallo in una manciata di secondi. <<E per quale ragione un agente della JustCorp avrebbe dovuto parlare di questo macabro episodio proprio con te?>> <<Te l’ho già detto, amico. E’ un mio compare… beh, a dirla tutta è intimo di una delle mie ragazze… e’ a lei che l’ha detto mentre erano affaccendati in altre occupazioni. Si vede che aveva proprio bisogno di parlare con qualcuno… Magari è il tipo che si eccita pensando alla morte, oppure al lavoro…>>. <<Cristosanto>> sbottai. <<Un fottuto mezzano mi doveva capitare…>> <<Ehi, artista. Vacci piano con gli appellativi!>> <<Perché, sennò la tua coscienza professionale di pappone impenitente si offende?>> <<Beh…>> fece quello, a corto di argomenti. <<Stammi bene>> gli dissi, sventolandogli una banconota da 100 RYED sotto il naso. Prima che potesse afferrarla aggiunsi: <<Un’ultima cosa: come si chiamava il tipo che è finito flatline?>> <<Fukushima… Fukushima Anno o qualcosa del genere>>. <<Spero per te che siano qualcosa di più che volgari pettegolezzi da smania coitale>> gli dissi infine, e lo lasciai solo con la ricompensa che s’era meritato. Darko stupì nel vedermi tornare a bordo così presto: immagino che fu sul punto di spararmi una tirata sul senso del dovere e sulla dedizione al lavoro, ma si trattenne. Credo anche che rimase ancora più sorpreso nel vedermi consultare Sheherazade per lavoro. Mi godetti divertito la sua espressione incredula. <<Si potrebbe avere un po’ di comoda pace?>> gli chiesi invece, infastidito dall’ondeggiare perenne della plancia. <<Ho disattivato i sistemi inerziali per godermi un po’ il fluttuare dell’oceano. Se vuoi riattivali pure>> rispose Darko, venendo a sedersi alle mie spalle. Inoltrai l’ordine a Sheherazade e per qualche istante, mentre le pompe a disordine elastico e i dispositivi di sospensione quantistica venivano rimessi in moto, un’ondata di scariche elettromeccaniche percorse la nave. Il ripristino della gravità a 0.8g mi solleticò le viscere. <<Vuoi dirmi cosa diavolo ci fai qui? Credevo avessi un lavoro da svolgere… alla GeneSys>> mi redarguì Darko, appena gli ambienti interni del Barracuda si furono stabilizzati. <<E’ quello che sto facendo>> gli risposi distrattamente, continuando ad impartire manualmente le direttive di ricerca al sistema. <<Solo che dalla stesura del nostro piano d’azione ad oggi sono intercorsi alcuni cambiamenti di cruciale importanza…>> <<Tipo?>> <<Hai presente l’uccisione dell’ex-direttore del Settore Ricerche?>> <<Stava trafficando con l’impianto di simulazione virtuale quando un cortocircuito causato dal sovraccarico energetico della rete interna del laboratorio lo ha flatlineato… Un effetto collaterale dell’azione del nostro uomo>> <<Comincio a credere che non si sia trattato banalmente di un incidente accidentale>> gli spiegai. <<A no? E come mai?>> <<Perché ieri il nostro uomo ha fatto fuori un altro genetista, adottando analoghe procedure di esecuzione. La morte di Fukushima resta ancora avvolta dalla riservatezza investigativa…>> <<Circostanze ancora da chiarire?>> volle sapere Darko, quasi leggendomi nel pensiero. <<Tombola>> assentii. Attendemmo i risultati della ricerca comparata di Sheherazade ingannando il tempo con una mano di Sbaraglio. Non avevo mai avuto grossa fortuna a quel gioco, remota evoluzione dell’italico e raffinato tressette complicato dal gioco dei dadi e imbastardito con prestiti dal poker, ma era sempre meglio tentare la sorte che restarmene a fissare catalettico l’inerte monitor al plasma. A dire il vero avrei potuto farmi un giro nella virtuale, gustarmi qualche pregevole stimolazione sensoriale o svolgere da solo la ricerca che avevo affidato alla mia galoppina cibernetica: il fatto era che non ne avevo voglia. Volevo qualcosa di eccitante che mi tenesse su di corda, un sano extra all’usuale routine. Lo Sbaraglio mi parve la giusta risposta alle mie esigenze di svago. Fu Darko a tirare per primo ai dadi. 4+3: avrebbe potuto fare di meglio. Decisamente. Quando toccò a me, tuttavia, dovetti ricredermi della mia speranzosa fiducia nel lancio. Il tiro mi diede un 4 totale, così partii già in svantaggio. Al termine della mano alle carte, dopo una insolita danza di rilanci, ci ritrovammo immersi in un banco di nebbia fumosa e in sostanziale pareggio: Darko mi precedeva di appena due lunghezze, ma il risultato avrebbe potuto agevolmente essere sovvertito dal lancio finale. E dal momento che avevo dominato la mano, toccava a me l’onore. Appena 3 punti mi sarebbero bastati per intascare la posta di 200 vecchi RYED più 12 sigarette. Impugnai fiducioso i dadi, invocai silenziosamente la protezione della buona sorte, e lasciai partire il mio lancio: evidentemente Darko doveva aver manomesso il destino ricorrendo al sodalizio con la sua beneamata Provvidenza. Perché da un tiro potenzialmente glorioso, che avrebbe dovuto consegnarmi la posta in gioco, ottenni il più disastroso dei risultati: due occhi di serpenti che mi fissavano impassibili, compiacendosi maliziosamente della mia sconfitta. <<Il banco prende tutto… easy come, easy go!>> sentenziò esultante Darko e poi si lasciò andare ad un sospiro liberatorio, mentre io credo che sacramentai in qualche lingua ormai caduta in disuso. <<Sonny>> mi richiamò alla realtà la voce carezzevole di Sheherazade, <<ho appena concluso la ricerca. Sono a tua completa disposizione>>. <<Ma non mi tenevi il broncio?>> volli sincerarmi: trovando a distanza di giorni interi il coraggio di rivolgerle la parola. <<Già, ma mi sono ricreduta>> fu la sua candida risposta. <<Non posso portare rancore ai vinti…>> 2-0. Palla al centro. Se in quel momento mi fossi trovato a portata di mano quel maledetto genioide che aveva programmato l’ironia nelle IA, probabilmente non avrei risposto delle mie azioni. <<Arrivo subito>> mormorai, dirigendomi attraverso la nebbia verso la poltrona di guida. Ero ancora amareggiato dalla sconfitta. Quanto mi sarebbe costata tutta quell’inattività? Mi ripromisi per la millesima volta che non mi sarei più seduto ad un tavolo da gioco… E questa volta ero seriamente intenzionato a mantenere il mio giuramento. Davvero. Messo da parte ogni rancore e raffreddati i bollenti spiriti, dopo aver ascoltato il resoconto di Sheherazade, preso atto della consistente validità dei dati reperiti – per vie non sempre legali – attraverso la Rete, mi resi conto con Darko che la faccenda aveva preso una piega del tutto inattesa. Nelle nostre menti si era andato progressivamente delineando un quadro della situazione notevolmente più ricco e inquietante di quello che avevamo tenuto ben presente nel redigere la nostra linea d’azione. A dire il vero, la nostra visione della faccenda tracciava arzigogolate circonvoluzioni sconosciute persino ai maestri del decadentismo francese, sfiorando in più punti la teoria universale della cospirazione. Ma era tutto quello che ci trovavamo tra le mani, e ci induceva a pensare di conoscere la successiva mossa del Signore dei Pupazzi. Il Signore dei Pupazzi, già. Il folle senza freni inibitori che lasciava il suo segno inconfondibile su tutte le scene del crimine che lo vedevano protagonista: una carta di un mazzo francese, con il retro segnato dalla doppia Y dei criminali incisa con un coltello sulla faccia del giullare. Credo che i trattati di psicologia criminale non abbiano mai incluso nelle loro dissertazioni un personaggio tanto complesso, sfuggente, efferato. Se ripenso all’evoluzione di tutta questa storia, non so se abbandonarmi ad una risata isterica oppure cantare le lodi del Demiurgo Cosmico per come orchestrò le danze. Che il nostro uomo fosse un pazzo scatenato, lo avevamo ormai capito da tempo. Come definireste altrimenti un tipo che se ne va in giro per la città compiendo atti di vandalismo estremo ai danni delle infrastrutture della Compagnia che controlla il pianeta e se ne infischia di eventuali vittime umane provocate dalle sue eroiche ed incoscienti gesta? Tanto più che, come già detto, le sue azioni parevano fin dall’inizio rispondere ad un piano dettagliatamente premeditato. Ma gli ultimi risvolti delle nostre indagini aggiungevano qualche particolare ulteriore alla sua figura di freddo calcolatore: era un sadico spietato che conosceva con precisione il labile confine che separava la giustizia dall’illegalità e muovendosi su questa interfaccia mutevole compiva incursioni nel mondo dei vivi per consegnare le anime prescelte ai tormenti della morte. Un uomo così, che non temeva di fare i conti con l’aldilà e anzi sembrava sfidarlo di continuo con il suo operato, non poteva che essere mosso da un solo obiettivo, nella spietata conduzione macchiata di sangue del suo progetto di distruzione. E questo obiettivo doveva necessariamente essere la Vendetta! Cosa si fosse consumato nei laboratori di ricerca genetica della Compagnia resta ancora un mistero. Ma di sicuro non fu qualcosa di particolarmente piacevole. Che la GeneSys conducesse esperimenti top secret di dubbia moralità è ormai un fatto comprovato, per quanto le peripezie legali che hanno portato ad un ridimensionamento del suo ruolo di leader corporativo non siano riuscite a gettare abbastanza luce sul passato oscuro del X Settore per mandare all’aria l’intera baracca. Gli orrori che si consumarono sui prigionieri usati come cavie da laboratorio non sono nemmeno lontanamente immaginabili da una mente umana inequivocabilmente sana. Resta quindi solo la verità molto sfumata delle voci, delle illazioni, e delle confuse ricostruzioni dei superstiti. La Verità dei fatti, quella incontrovertibile entità con l’iniziale maiuscola, resta affidata al segreto depositato nelle bocche ormai chiuse per sempre del Dottor Fukushima, del Direttore DeVries e della Dottoressa Young. Il sospetto che si creò nei nostri animi dopo aver ascoltato Sheherazade fu tale da indurre Darko a propormi di assistermi nella caccia. <<Credo proprio che stavolta avrai bisogno di una spalla…>> <<Non dimenticarti che questa battuta è mia>> declinai cortesemente, ma dentro di me dubitavo di aver fatto la mossa giusta. <<Avrai modo di rifarti con la prossima taglia…>> <<Già, sempre che non vi sia costretto dalla tua assenza!>> <<La tua Provvidenza per caso ti ha suggerito che il mio tempo è agli sgoccioli?>> Presi la Kawasaki JTP e mi diressi a razzo verso il laboratorio periferico cui era stata assegnata la Dottoressa Young, all’estremo margine nord della città. Mentre contemplavo di sfuggita il panorama postindustriale di Port Yang, con le sue raffinerie che vomitavano ininterrottamente le fiamme dell’inferno contro il cielo metilene del crepuscolo, gli impianti biostatici della GeneSys che rilucevano nella sera come le anime dei santi, i palazzi che torreggiavano sulla rete di canali e i vicoli ombrosi dei bassifondi, cercai di non pensare al fatto che quella poteva essere l’ultima volta che mi soffermavo ad ammirare la bellezza eterea ed inappellabile del gigante gassoso che incombeva su tutti noi con la sua corte di satelliti ed anelli ghiacciati. Saturno era davvero singolare: con l’arrivo della notte diventava ancora più evocativo di quanto già non lo fosse di giorno. Il laboratorio diretto dalla Young era un distaccamento della Compagnia che non pareva affidarsi a misure protettive adeguate. Gli stabilimenti erano del classico tipo a moduli prefabbricati, e l’area nel complesso occupata dagli impianti di produzione e dai magazzini era sufficientemente ampia da impiegare qualche centinaio di addetti. Vi giunsi che era già notte. Rasentai il perimetro recintato per trovare un adeguato punto debole nel controllo automatizzato, e quando credetti di averlo scoperto nascosi la Kawasaki e diedi inizio alla mia opera di infiltrazione. Mi aprii un varco nella schermatura energetica della rete elettrificata ricorrendo a deviazioni correttive. Una volta dentro non mi fu facile scoprire l’ufficio della Dottoressa Young: era lì che avrei potuto trovarla, dato che dai tabulati dell’azienda risultava che le era stato assegnato il turno notturno di impiego dei laboratori. Servendomi delle scale di sicurezza raggiunsi il primo livello dello stabile, e di lì mi mossi con disinvoltura davanti a finestre oscure e ad altre illuminate. L’ambiente non era granché illuminato, e pareva che ci fossero due soli vigilanti che si alternavano nei giri di ispezione dell’area. Un movimento fulmineo, e una danza di ombre dietro una vetrata richiamò la mia attenzione. Furtivamente raggiunsi la finestra, in tempo per vedere le prime fasi dell’incontro tra due spettri del passato. Feci appello a tutta la mia fermezza d’animo per staccarmi dalla scena, e trovare il modo per seguire più da vicino lo spettacolo. Trovai una finestra aperta e mi calai dal terrazzo cercando di evitare di perdere l’equilibrio e finire schiantato al suolo. Facendo leva sulle punte, riuscii a infilarmi nell’apertura atterrando con il minimo rumore che mi fu possibile nel mezzo di un corridoio buio. Un fascio di luce ispezionò il fondo della corsia, laddove questa ne incrociava un’altra. Mi appiattii di istinto contro la parete, cercando di sottrarmi ad occhi poco discreti. A pericolo sventato, mi rimisi in moto e raggiunsi la porta che doveva corrispondere all’ufficio della Young. Voci attenuate provenivano dall’interno. Non riuscivo ad afferrare il senso delle parole. Ricorrendo alla fine perizia delle mie doti da scassinatore, maestria che avevo avuto modo di affinare durante una lunga gavetta in gioventù, sbloccai la serratura elettronica con un decoder e sospinsi la porta quel tanto da lasciare passare il mio corpo. Mi ritrovai nello spazio oscuro che faceva da vestibolo all’ufficio. Un’abat-jour con paralume smeraldo illuminava d’ambra il volto della dottoressa. <<Allora sei davvero tu?>> chiedeva la voce tremante ed incredula della donna. <<Il Numero Otto…>> Nessuna risposta dalla sagoma imponente perfettamente simulata nell’ombra. <<Non posso crederci… Come puoi essere sopravvissuto?>> Silenzio. <<So perché sei venuto qui da me. E so quello che devi fare. Solo, ti prego, fallo in fretta…>> Il tizio mascherato nell’ombra parve accogliere la supplica, ed emerse alla luce mostrando il suo ghigno satanico annunciatore di morte. Sovrastava la dottoressa Young di almeno mezzo metro. <<Io ho visto le fiamme dell’Inferno, e dall’Inferno sono tornato, per farvi assaporare l’amara tortura che mi avete somministrato>> soggiunse una voce profonda e priva di inflessioni. Recitando i suoi versi, l’oscuro visitatore sollevò il suo mantello e avvolse nel fatale abbraccio delle tenebre la sventurata dottoressa. Perché ti amo, di notte son venuto da te, Così impetuoso e titubante, E tu non mi potrai più dimenticare: L’anima tua sono venuto a rubare. Quando decisi di agire, era ormai troppo tardi. La surreale assurdità della scena mi aveva paralizzato, e adesso che puntavo la pesante mole nera della Tannhauser contro il Signore dei Pupazzi mi rendevo conto che non c’era più nulla da fare per la dottoressa Young. Un pugnale cerimoniale affondava la sua lama lucente nel suo petto, eppure le sue labbra trovarono ancora la forza di muoversi all’indirizzo del suo carnefice. Dal suono sommesso del suo sospiro, capii che stava implorando il suo perdono. <<Fermati o sparo!>> gli intimai fissando la sua maschera grottesca, incapace di scoprire nella sua figura un qualsiasi riferimento umano a cui appigliare la mia concentrazione. Quello, con la calma di chi aveva davanti a sé tutta l’eternità, parve scrutarmi e con una fluidità di movimento che aveva dell’innaturale scomparve nuovamente nell’ombra. Mi ritrovai a puntare la pistola contro la parete. Entrai prudentemente nella stanza, dirigendomi verso l’angolo buio in cui sospettavo avesse trovato riparo, ma mentre mi trovavo a metà strada, un fianco riparato dalla parete divisoria, la lampada da scrivania si spense e rimasi al buio. Fuori dalla finestra, Saturno rischiarava la notte. Il resto si svolse troppo rapidamente perché potessi rendermi conto di quanto stesse accadendo. Il cuore mi batteva in petto con la costanza di una pulsar, e scoprii di avere inconsapevolmente alterato il ritmo delle mie fasi respiratorie. Sentii sfiorarmi da una gelida brezza. Pensai che il Signore dei Pupazzi se la fosse svignata da una finestra, invece quello aprì la porta che avevo lasciato socchiusa e guadagnò il corridoio. Mi lanciai all’inseguimento, mettendomi sui suoi passi mentre un duplice sparo fendeva il silenzio della notte. Trovai ad attendermi un corpo scompostamente adagiato al suolo, spalle al muro. Naturalmente si trattava di Darko. <<Cosa cazzo ci fai qui?>> gli chiesi, realizzando il rivolo di sangue che gli colava da una spalla. <<Da quella parte>> ruggì tra i denti, indicandomi le scale che portavano al piano superiore. <<Ma tu sei…>> <<Non è niente!>> mi spronò quindi, aumentando il tono della voce fino quasi ad urlare. <<Vai!>> Quando raggiunsi il tetto, mi chiesi perché mai non avesse imboccato la rampa che scendeva al piano terra. Ma non ebbi il tempo di darmi una risposta, perché il Signore dei Pupazzi mi attendeva nei pressi del parapetto. Alle sue spalle, la notte fredda della Landa dei Silenzi. <<Fermati: consegnati e non ti sarà fatto del male!>> <<Male?>> rispose quella voce distaccata, distante, remota che avevo già udito nell’ufficio della dottoressa Young. <<Cosa ne sai del Male tu, uomo?>> Le sue parole stavano ancora vibrando nell’aria quando si scagliò contro di me, impavido della bocca di fuoco che gli puntavo contro. Premetti il grilletto, ma il tuono fragoroso che irruppe nella notte non sortì alcun effetto: finì ingoiato nel manto nero del Signore dei Pupazzi. Esplosi un secondo colpo, ma colpito dall’impatto col suo corpo di pietra e scaraventato a terra finii per mancarlo. Quando mi riebbi della caduta, sentivo il sangue sgorgarmi caldo e viscoso dal fianco sinistro, e avevo ormai perso le tracce del tizio mascherato. La paura mi raggiunse sulla lunghezza d’onda dell’adrenalina. <<Dove sei?>> strillai impotente, sull’orlo della disperazione, mentre mi guardavo attorno con la Tannhauser spianata. E la risposta non si fece attendere. Un’alata creatura veleggiava verso di me cavalcando le correnti turbinanti dell’atmosfera, e coprendo col suo manto di velluto le stelle del firmamento sbiadite dalla luce riflessa di Saturno. Non mi chiesi quanto mi restava ancora da vivere, né invocai la clemenza di Dio, sempre che ce ne sia uno e che in quel momento non fosse troppo indaffarato a risolvere altre questioni. Pensai agli 800000RYED della taglia, e a nient’altro. Al jack-pot che avrei perso e a quella volta che, ancora bambino, nella soffitta di quella casa abbandonata tra i campi desolati che ricorreva minacciosa ed enigmatica nei miei incubi, mi imbattei con Sara in un pupazzo di bambino, a grandezza naturale, che mi fissava con vividi occhi di morto. E allora capii che tutto aveva un senso: finalmente la tela magica della realtà rivelava il suo disegno imperscrutabile nella sua nitida complessità. Esplosi tre colpi in rapida sequenza, eppure mi ritrovai col suo coltello puntato alla gola, immobilizzato dalla sua forza sovrumana. Fissando l’imperscrutabile che si celava negli occhi vacui della maschera ebbi come un déja-vue. Perdendomi nell’oscurità travagliata di quegli occhi impassibili, letali come una sfortunata combinazione nel tiro dei dadi, capii che eravamo giunti alla fine. Tirai il fiato e attesi che gli eventi compissero il loro corso. Eppure la lama non affondò impietosa nelle mie carni. Un flash senza rumore aveva percorso la notte, tagliando per un istante il cielo in due semipiani di oscurità. Quando il rombo scosse la notte, il Signore dei Pupazzi esalò l’ultimo respiro e si accasciò su un fianco, finendo disteso alla mia destra. Finalmente libero dalla morsa del terrore, il mio corpo fu percorso da un fremito. Rimanemmo così per non so quanto: due corpi esanimi disposti come la fatidica doppia Y che aveva segnato il destino di quell’uomo senza volto, dal passato indecifrabile ma certamente terribile. Infine trovai la forza di scuotermi dal mio torpore, e stringendomi il fianco ferito mi tirai in piedi. Una donna mi veniva incontro stagliandosi sempre più netta contro il cielo stellato. Man mano che l’angolo di incidenza della luce sui suoi lineamenti si faceva più favorevole, scoprii nelle sue fattezze il volto dimenticato di Sara. Mentre l’adrenalina continuava a stimolare i miei centri nervosi circolando in dosi concentrate, decisi che i miei occhi mi stavano giocando un tiro mancino. Forse per via della grazia straordinaria che distingueva il suo incedere, forse ancora provato dalla confusione che aveva connotato quegli ultimi istanti della mia esistenza, nel tentativo di identificare la presenza che mi si faceva incontro la scambiai per un angelo. In effetti, in quella mia seconda interpretazione non credo di essermi scostato di molto dalla realtà dei fatti: quella donna mi aveva salvato la vita, e ora mi porgeva il gradito sostegno del suo corpo. Appoggiandomi ad una spalla dura come marmo, il mio braccio le cinse la morbida vita. Mi riempii i polmoni con il suo profumo di vaniglia. Prima di incamminarci, ci fermammo un’ultima volta davanti al corpo riverso nel sangue. Negli occhi corvini della ragazza ammiccò un baluginio istantaneo, come il battito d’ali di una farfalla in volo nella notte. Accanto al cadavere, sul cemento giaceva una carta segnata. Un due di picche. Non era proprio la nostra serata, a quanto pareva. Impedii alla ragazza di strappare la maschera al Signore dei Pupazzi. Poi ci avviammo verso le scale. <<Immagino che adesso vorrai una percentuale sul premio…>> le dissi. <<Il cinquanta per cento, almeno>> rispose lei, accennando un sorriso. Nell’atmosfera magica della notte, pervaso da quella sorta di elettrica euforia che sempre si impadronisce di chi riesce a scampare alla morte, ai miei occhi era la più bella creatura dell’universo. <<Ti ho pur sempre salvato la vita>>. <<Non se ne parla nemmeno. Divideremo il premio in proporzione alle pallottole estratte dal cadavere>> replicai cinicamente. <<Che farabutto!>> fu la sua secca risposta. <<Non mi hai nemmeno chiesto come mi chiamo…>> Il suo nome… già. Passai il resto della notte a cercare di indovinare come si chiamasse l’angelo che mi aveva salvato la vita. Trascorse la solita manciata di giorni necessari ai controlli e alle verifiche di routine. Alla fine incassammo il nostro premio, o almeno la percentuale che ci toccava. Quasi tutta la taglia finì per fare il pieno al Barracuda e rimetterci in orbita. Il resto servì a rinnovare la licenza. Il mio socio tornò il rompiballe di sempre: quasi lo preferivo nella versione pateticamente sentimentale di quella notte corsa sul filo del rasoio… Il giorno prima della partenza da Port Yang, opportunamente ricuciti e niente affatto preparati ad una convivenza che avrebbe presto rivelato risvolti difficili, io e Darko demmo il benvenuto a bordo alla nostra nuova socia in affari: Halle Valentine. Il Signore dei Pupazzi rimase a lungo un semplice nome nel palmares dei nostri incarichi condotti a termine. Fino ad un giorno d’autunno di non molto tempo fa... Ma questa, come potete immaginare, è tutta un’altra storia.
(Copyright by Giovanni De Matteo)
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