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OMEGA 12 scritto da Marco Melillo
“Dimentica il tuo nome. D’ora in poi risponderai soltanto a chi ti chiamerà Omega Dodici. Cancella il tuo passato, sia esso nomi, fotografie, persone o azioni. Seppelliscilo e scrivici sopra la parola fine perché da oggi non esisti più per
nessuno. Nemmeno per te.” Quando mi ripresi avevo addosso una tunica bianca, impiegai pochi minuti a macchiarla. Vomitai sul pavimento. Non credevo nell’esistenza degli angeli, ma dopo il risveglio cominciai a pensare di esserlo; ero una creatura incorporea vestita di bianco in una stanza luminosa e dalle pareti bianchissime. Non fosse stato per il vomito mi sarei convertito. Non potevo però fare a meno di ricordare quanto mi era accaduto lungo le ultime quarantotto ore. Dopo essere stato avvicinato alla Stazione Centrale da un uomo corpulento che mi invitò a seguirlo, le immagini cominciano a susseguirsi veloci e frenetiche, i colori si fanno più vivaci e i contorni sfuocati. L’uomo corpulento e ben vestito fu molto abile nel suo proposito ed io con una pistola puntata alla schiena non mi feci problemi nel seguirlo. Certo è che lo avrei seguito anche se me lo avesse semplicemente chiesto, anche se non avesse avuto una pistola nascosta sotto l’impermeabile che portava appoggiato all’avambraccio. Nell’afoso mese di Agosto. Lo avrei seguito per noia e curiosità, soprattutto se avessi saputo dove voleva portarmi. Fui rapito per visitare uno dei luoghi più fascinosi della mia infanzia e lo capii quando le porte del grosso montacarichi della Stazione si chiusero e cominciammo a scendere. Stavo finalmente per vedere i sotterranei della Centrale. Mio padre che aveva lavorato in ferrovia e non perse occasione di parlarmi di treni e stazioni con il suo tipico fare mistificatorio. Di tutti i luoghi di cui mi aveva parlato, rimasi particolarmente suggestionato proprio dai sotterranei della Stazione Centrale. Mi dimenticai subito della pistola puntata alla schiena e non appena le porte scorrevoli si riaprirono fui avvolto da un odore unico che nemmeno le attente parole di mio padre erano riuscite a descrivere. Un odore caldo e penetrante che rendeva quasi difficoltoso il respiro stesso, sembrava di affogare in una vasca piena di latte caldo. Camminammo per un centinaio di metri superando una mezza dozzina di grosse porte di ferro dipinte di verde chiaro. Ce n’erano sia sulla parete di destra che su quella di sinistra. Avevo perso il conto delle porte verdi, tutte identiche, quando mi fu ordinato di aspettare, l’uomo parlò ad un piccolo microfono che nascondeva sotto il bavero della giacca. La risposta fu una rumorosa gracchiata nel suo auricolare e l’apertura della porta di fronte alla quale ci eravamo fermati. Avrebbe fatto bene a farlo riparare quell’auricolare se non voleva diventare sordo. Non feci in tempo a ricordarglielo che mi trovai in un ambiente nuovo, sterile. La stanza odorava di pulito tanto che mi sentii sporco e mentre ci avvicinavamo ad un bancone di pietra bianca mi voltai. L’uomo mi spinse la pistola contro la schiena con decisione e mi intimò di andare avanti, “Nessuno ti ha detto di voltarti” mi disse. Volevo vedere se avevo sporcato il lucido pavimento con le scarpe, ma gli risposi solo con uno: “Scusa”. Al bancone non era seduta nessuna sorridente hostess, l’autorizzazione a passare ci fu data da un riconoscitore vocale che senza esitazione identificò il mio accompagnatore come Vincenzo Mustone, numero di codice 2309. Svoltammo a destra e lì, di fronte ad una porta blindata, Vincenzo Mustone numero di codice 2309 mi parlò: “Stammi a sentire, ora ti troverai di fronte al capo della nostra organizzazione, il vertice della piramide. Ti abbiamo scelto per come ti muovi fra le gente e sei destinato a diventare uno dei nostri. Subirai il trattamento standard e al tuo risveglio tutto ti sarà chiaro. Ti verrà pazientemente spiegato cosa dovrai fare. Dal momento che non hai scelta ti consiglio di non fare troppi problemi, accetta tutto quanto ti varrà dato. Non è poi così male.” La porta si aprì lentamente e mi trovai di fronte una vecchia seduta su una piccola sedia di paglia, al centro di una stanza completamente bianca e vuota. La vecchia era vestita di nero da capo a piedi e aveva tutta l’aria di essere una anziana donna meridionale. Non le mancava niente, aveva un foulard in testa, carnagione scura e occhio vispo, era decrepita. Fui sicuro della sua provenienza quando cominciò a parlare, non capii nulla, complice una bocca completamente sdentata. Forse era un benvenuto quello che mi diede sputacchiando e sorridendo mentre oscillando sulla sedia continuava a parlare o forse mi stava prendendo in giro. Sta di fato che non appena finì fui colpito alle spalle da un proiettile soporifero sparato con precisione da Vincenzo. Il numero 2309 mi aveva centrato in piena chiappa sinistra, mi addormentai ed al mio risveglio tutto quello che ricordavo era
Omega Dodici. Ero Omega Dodici ed ero in caccia, con un bel vestito elegante, un impermeabile accuratamente piegato e appoggiato sull’avambraccio destro in pieno Agosto. Sotto di esso reggevo saldamente una fiammante rivoltella.
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