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PANNO VERDE RELATIVO

scritto da Francesco Cicogna

 

 

- Hai visto quel tipo? –

- Già, non è mica quello nuovo? –

- Si, è lui quello che ha comprato la Casaccia! –

- Ma guarda che è un tipo strano, ieri gli hanno consegnato un mobile particolare che sembrava un tavolo per la sala da pranzo, ma molto più grande. –

- Ci sarà da fidarsi? E’ qui da più di un mese e non si è quasi mai fatto vedere giù in paese, se non per fare un po’ di spesa al minimarket –

- Hai ragione Dina, non mi piace per niente… –

- Avete finito di spettegolare voi due? – Una voce maschile gracchiante distolse le due anziane signore dai loro discorsi.

- Allora signor Gervaso è questo il modo di interrompere la conversazione altrui? – lo rimproverò la più anziana delle due. Davanti a loro si era parato un vecchietto arzillo, con la schiena incurvata dallo scorrere implacabile degli anni. Il suo viso era solcato da rughe profonde ed era ornato da un accenno di barbetta bianca. Gli occhiali che avrebbero dovuto restituire parecchie diottrie nascondevano i suoi occhi neri, vividi e attenti.

- Care le mie ragazze – aggiunse lui – dovreste sapere che la mia vista fa parecchio cilecca, ma il mio udito è ancora ottimo – . Un sorriso sghembo si disegnò sul volto dell’uomo – E ho sentito che stavate sparlando del nuovo arrivato… –

- E’ vero, ma dovrebbe ammettere che è strano che qualcuno abbia acquistato la Casaccia, quel rudere che cade ormai a pezzi e che si trascina dietro tutte quelle dicerie, spendendo tempo e denaro per rimetterla a nuovo completamente –

- Embè? Non vedo cosa ci sia di male, a me sembra un bravo ragazzo molto riservato e timido…–

Si accese un sigaro e proseguì. – Probabilmente fa un tipo di lavoro che richiede solitudine, isolamento e concentrazione … e ha pensato che quel posto fosse l’ideale per lui. Sono arrivato all’età di ottantasei anni conoscendo persone di ogni genere e quel ragazzo mi sembra a posto… -

- Sarà – rispose l’altra – ma mi convince poco -.

 

***

 

Quella che gli abitanti del luogo avevano soprannominato “ Casaccia”, era in realtà un vecchio edificio di fine ottocento, un grande casolare su due piani che secondo il progetto originario doveva fungere da locanda per cacciatori e che poi era stato adibito a sanatorio a cavallo delle due guerre. Subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, fu acquistato da un reduce di guerra, che aveva fatto fortuna speculando sulle morti e sulle distruzioni seguite ai pesanti bombardamenti alleati, che lo trasformò in una “ casa di piacere”. La legge contro le case chiuse emanata alla fine degli anni cinquanta decretò il suo declino, finché non venne acquistato nel 1959 da un famoso cantante latino-americano, tale Carno Rubillo, che vi morì circa dieci anni dopo, ufficialmente per emorragia cerebrale. Quello che i documenti ufficiali tacevano, erano i devastanti effetti della pazzia che si era impadronita dell’uomo, che aveva messo a dura prova la vita tranquilla degli abitanti del paese e le vere circostanze della sua morte.

Nei primi anni trascorsi in quel di Fiumicello, la gente aveva costruito un buon rapporto col cantante, che veniva invitato alle fiere paesane e non di rado accettava di esibirsi gratuitamente per sdebitarsi della gentilezza locale. Rubillo era anche un grandissimo pittore; alcune delle sue tele erano state esposte nei maggiori musei europei. Una di queste era stata donata dallo stesso alla comunità di Fiumicello e faceva bella mostra di sé negli uffici del Comune. Uno scenario idilliaco che man mano iniziò a sgretolarsi. Le sue uscite in pubblico divennero rarissime e i suoi modi sempre più bruschi e maleducati. Una notte di fine novembre iniziarono le crisi che prostrarono gli abitanti, costretti a continue veglie notturne. Urla tremende, bestemmie, stralci di romanze biascicate a squarciagola, falciavano la quiete e il silenzio della notte.

Qualcuno aveva tentato di ricondurlo alla ragione, ricevendo in cambio insulti e pugni. Carno non voleva vedere e parlare più con nessuno. Si era procurato un feroce Rottweiler, che lasciava libero nel cortile della casa e nessuno poteva sperare di avvicinarsi senza incappare nell’olfatto fine del possente animale. La gente si chiedeva come riuscisse a campare, visto che non si vedeva più in paese e difficilmente lasciava la sua abitazione se non per ritornarci con aria circospetta pochi minuti dopo.

 Selvaggina probabilmente. Lepri, conigli e fagiani che riusciva a catturare nei campi limitrofi.

Ma con l’andare avanti degli anni diventava sempre più arduo uscire per andare a caccia e quindi la fame l’aveva ridotto in condizioni ancora più pietose. Un giorno Matteo, il figlio quindicenne del proprietario dell’emporio, arrivò trafelato alla bottega del padre, accasciandosi a terra scosso da violenti colpi di tosse e conati di vomito. Un ultimo singulto e un fiotto caldo di succhi gastrici e bolo alimentare si estese sul pavimento. Quando il ragazzo si calmò, riuscì a raccontare che lui e alcuni suoi amici si erano avvicinati di soppiatto al recinto della casa, e avevano visto il cantante che recuperava una scatola di cartone nei pressi del ruscello o meglio, del canale, che scorreva vicino ai campi. Incuriositi dallo strano atteggiamento si erano nascosti a pochi metri dal recinto e assistettero ad una scena disgustosa. L’uomo aveva estratto dalla scatola di cartone un topo di colore marrone scuro, che si agitava e squittiva disperatamente. Un colpo secco alla base del collo e l’animale aveva cessato di muoversi. Con un coltello da cucina, Carno aveva sezionato l’animale, mangiandone brandelli di carne cruda e lanciandone altri al suo fedele cane da guardia. Improvvisamente il possente Rottweiler aveva avvertito la presenza dei ragazzi e si era girato ringhiando. Anche l’uomo aveva volto lo sguardo verso di loro. La bocca lorda del sangue di roditore e gli occhi spiritati fecero scattare via i giovani come delle molle, inseguiti dall’uomo che, appoggiandosi al recinto, urlò loro di sparire e non tornare mai più.

Dopo questo episodio, il concilio del paese si riunì e decisero di comunicare a Carno che non era più abitante gradito a Fiumicello. Una delegazione di quattro rappresentanti si recò a casa del cantante e l’accoglienza che ricevettero non fu per nulla amichevole. Il gruppetto comprendeva anche il sindaco e il garzone diciannovenne del barbiere, che tutti conoscevano col nome di Giannino, l’unico dei ragazzi che avevano assistito al rivoltante spettacolo, ad accettare di tornare sul luogo.

Rubillo non rispose alle ripetute chiamate dei messaggeri, così si decisero ad entrare anche senza il suo consenso. Scavalcarono il recinto arrampicandosi su un albero i cui rami penetravano all’interno dello stesso e si guardarono attorno con circospezione. Attesero di veder sbucare il cane da un momento all’altro, ma il silenzio regnava sovrano. In ogni modo avevano con loro una scacciacani per qualsiasi evenienza. Notarono come il giardino fosse in condizioni penose. L’erba cresceva incolta ai bordi della casa, quasi completamente assente invece nello spiazzo antistante al portone d’ingresso, la cui superficie era costituita esclusivamente da terriccio smosso, sassi e ghiaia. Con disgusto superarono la carcassa di quello che sembrava essere un topo o una pantegana, viste le dimensioni, parzialmente squartata. Bussarono al portone. Nulla. Ritentarono ma sembrava che la casa fosse abbandonata. Si spostarono sul retro del casolare, le cui condizioni non parevano essere migliori rispetto alla parte anteriore. I resti di quella che doveva essere stata una macchina agricola giacevano arrugginiti in un mare di sterpaglie, mentre dal pozzo che era più spostato sulla destra rispetto al muro del casolare e vicino al canale, fuoriusciva un tanfo infernale. Si avvicinarono e scoprirono che non era il pozzo la fonte da cui era originato il fetore. Proveniva da un sacco di iuta semisepolto nel terreno di fianco alla costruzione di mattoni che giaceva inutilizzata da chissà quanto tempo. Si fecero forza e aprirono il sacco. I resti del povero Rottweiler fecero macabra mostra di loro.

 Quell’uomo è diventato una bestia, si è mangiato pure il suo cane! Andiamo via vi prego, potrebbe essere pericoloso! – piagnucolò Giannino.

 Adesso piantala – lo apostrofò secco il sindaco. – Dobbiamo portare a termine questo compito.–

Si avvicinò al portone del retro del casolare e girò la maniglia. La pesante porta di legno tutta sporca e scrostata si aprì scricchiolando.

L’interno della casa, se possibile, era ancora più decadente dell’esterno. I pavimenti non beneficiavano più d’acqua e sapone da chissà quanto tempo, le finestre erano chiuse e coperte dalle ragnatele, i divani presentavano i cuscini squarciati con la gommapiuma che fuoriusciva da ogni taglio. Regnava il caos più assoluto; tutto era sparpagliato ovunque secondo una logica folle. Come se non bastasse la puzza di chiuso e la semioscurità generata dalla mancanza di lampadine accese contribuiva a rendere l’atmosfera irrespirabile.

- Signor Rubillo? – tentò il sindaco. – Signor Rubillo è in casa? –

Nessuna risposta. Iniziarono ad aggirarsi nelle varie stanze, finché non si imbatterono in una piccola porticina socchiusa. Sbirciando dentro videro una scala che andava verso le cantine.

- Non sarebbe meglio rinunciare? – rintuzzò Giannino.

– Avanti – ordinò il sindaco.

Scesero lungo la piccola scaletta e giunsero nella cantina. Incredibilmente questa era tenuta in condizioni esemplari, in evidente contrasto con lo squallore che la circondava. I quattro uomini rimasero affascinati dalla presenza d’innumerevoli bottiglie di vino rosso e bianco, parecchie delle quali dovevano essere veramente pregiate e costose. Bottiglie di Pinot grigio, di Cabernet Sauvignon, di Merlot, di Rosso di Montepulciano e di Brunello di Montalcino di annate eccezionali, facevano bella mostra in rigoroso ordine di esposizione. Lo sguardo del gruppetto si posò poi su una parete che recava appesi una serie di quadri dipinti da Carno Rubillo, come la firma sfacciata e sproporzionata faceva chiaramente intendere. Una donna bionda, splendida, era stata ritratta in una serie di pose e atteggiamenti diversi. Lo sguardo di Giannino si soffermò sul viso della donna. I tratti somatici erano rappresentati divinamente; il naso perfetto e la bocca seducente facevano da catalizzatore per l’attenzione dello spettatore occasionale. Gli occhi. Splendidi.

Il verde cupo, ma allo stesso tempo scintillante e penetrante suscitava un fascino profondo nell’animo di Giannino. Ne era completamente catturato tanto da non accorgersi che quello stesso sguardo trasudava lascivia e perversione. Esaminò il collo della donna e scese con lo sguardo fino al seno completamente scoperto. Si sentì avvampare, scoprendosi eccitato dalla visione del dipinto.

- Cosa fate aquì? -   

Una voce che sembrava provenire direttamente dall’oltretomba fece trasalire il giovane. Si girarono e lo videro. Era Carno Rubillo, o almeno si poteva intuirlo. I capelli lunghi e sporchi e la barba incolta facevano da contorno ad un viso i cui tratti non parevano avere più nulla di umano. Gli occhi rossi e infiammati si muovevano incessantemente scrutando ed esaminando il quartetto. La bocca era socchiusa quasi a formare un ghigno diabolico e si potevano intravedere i pochi denti che gli erano rimasti, marci e consunti. Le unghie delle mani erano lunghe e adunche, e le dita, sporche e incancrenite tenevano strette un oggetto metallico scuro.

Il sindaco tentò un approccio: - Signor Rubillo, ci scusiamo per averla disturbata ma… – Non fece a tempo a finire la frase che l’allucinante creatura imbracciò il fucile che teneva dietro la schiena e si apprestò a premere il grilletto.

 Oh cazzo, scappiamo! – urlò Giannino.

Una raffica di spari secchi e due di loro piombarono sul pavimento rantolando ed esalando in breve l’ultimo respiro. Il sindaco riuscì a vedere la pozza di sangue che si formava sotto il corpo del suo amico e fu convinto ormai di essere spacciato, attendendo la sua fine con rassegnazione e impotenza. La sua salvezza fu Giannino. Il giovane strattonò l’uomo e lo scosse dalla paralisi generata dal terrore. Riuscirono a risalire le scale sentendo i proiettili che sibilavano pericolosamente vicino alle loro orecchie e che si schiantavano sulle bottiglie di vino, frantumandole.  Chiusero violentemente la piccola porta della cantina e si lanciarono a rotta di collo verso il portone.

- Malditos! Siate maledetti, non dovevate venire aquì !!! – Le urla di Carno rimbombarono dalla

cantina e il miscuglio fra Italiano e Spagnolo contribuì a gelare il sangue nelle vene dei due superstiti. Giannino e il sindaco scavalcarono il recinto arrampicandosi nuovamente sull’albero e si gettarono velocemente giù da esso. Il sindaco non fu pronto ad attutire il contraccolpo e rotolò a terra sentendo la clavicola della spalla destra che si spezzava con uno schioccare violento. Si morse la lingua per non urlare dal dolore.

 Si muova perdio! – lo implorò il ragazzo. – Se gli capitiamo a tiro quello ci ammazza! –

L’uomo si alzò da terra e ripresero la loro folle corsa verso la strada principale, dove era parcheggiata la FIAT 600 blu nuova di zecca del sindaco.

- Siate malditos para toda la vida!!!  Non tornate mai più aquì sennò vi mato! Vi uccido! –

Prese la mira e sparò ancora un colpo ma i due uomini erano ormai lontani.

Giannino, inserì la chiave nel quadro comandi della seicento e mise in moto. Il motore tossicchiò, il ragazzo innestò la prima e schiacciò l’acceleratore a fondo. I quarantotto cavalli del motore Fiat, che per l’epoca non erano pochi, fecero sussultare l’abitacolo; finalmente il veicolo si mise in moto partendo bruscamente e facendo stridere le gomme sull’asfalto.

I due arrivarono al paese sconvolti e raccontarono l’accaduto. In una frettolosa riunione si decretò che si sarebbe dovuti tornare in quel luogo per recuperare i corpi dei malcapitati.

Un gruppo nutrito e armato di tutto punto intraprese una seconda spedizione. Giunto nei pressi della casa si mantennero a distanza di sicurezza per osservare la situazione e concordare la migliore strategia di azione. Improvvisamente accadde l’imponderabile. Carno Rubillo uscì da casa urlando.

- No ti prego non te ne andare! Non puede dejarme para siempre! Non me lasciare, yo te amo!! Mad tesoro mio, non me lasciare mi amor! Noooo!!! – Il gruppo di uomini del paese assisterono allibiti alla scena. Sembrava che Carno stesse parlando con qualcuno, ma che era totalmente invisibile.

Parlava al nulla.

- Questo è completamente andato – disse uno di loro.

Carno continuava a dire frasi senza senso e poi concluse – Mad te amo e si no puedo averte mas la farò finita! –

Fu un attimo. Rubillo impugnò il fucile e se lo puntò in bocca. La deflagrazione fece letteralmente esplodere il cranio dell’uomo, il cui tronco corporeo si accasciò sussultando sul terreno, zampillando enormi fiotti di sangue dalla base del collo.

Era finita. Ora il paese voleva solo cercare di dimenticare.

 

                                                                      ***

 

Il signor Gervaso aveva ragione. Francesco Falco aveva acquistato quella casa per starsene isolato dal mondo e per dedicarsi a quella che per lui era passione principale e lavoro. Il biliardo.

Francesco, uomo pragmatico e disincantato, non si era lasciato impressionare dalle dicerie che aleggiavano intorno a quella che gli abitanti del luogo chiamavano “Casaccia”, rimasta disabitata per più di trent’anni tanto che Falco poté acquistarla per un tozzo di pane.

La sua berlina grigia superò il vialetto d’ingresso seguita da un furgone bianco. Si fermò nella piazzola che era stata risistemata e accuratamente bonificata, poi i giri del motore diminuirono fino ad esaurirsi del tutto.

Francesco Falco era un uomo di circa trenta - trentacinque anni, alto e dal fisico asciutto. I suoi capelli neri, ricci e di media lunghezza si intonavano perfettamente con il pizzetto sottile che gli contornava le labbra.

Estrasse da una tasca del suo giubbotto di pelle un mazzo di chiavi, aprì il portone ed entrò nel casolare completamente ristrutturato

- Potete portarlo di sopra! – Francesco indicò la strada ai due uomini della ditta di traslochi che stavano trasportando un piano di ardesia pesantissimo. Arrivarono al piano superiore, si diressero verso il salone e lo adagiarono sul pavimento, insieme ai supporti, alle assi di legno intarsiato e ad una serie di scatoloni.

- Va bene, adesso lasciate pure tutto qui e proseguite con il  resto  dei  mobili  nelle altre  stanze, per cortesia. –

Falco aveva abbandonato la scuola a quattordici anni per lavorare nella ditta del padre, che produceva appunto tavoli da biliardo, finché non aveva scoperto, alcuni mesi dopo, di possedere un talento innato per questo sport, iniziando prima per gioco e salendo poi in breve tempo dalla terza categoria fino ai professionisti.  A 18 anni aveva già vinto il suo primo titolo italiano, a 22 conquistò quello mondiale dei cinque birilli, categoria professionisti, disputato a Casablanca, battendo facilmente in finale quello che all’epoca era considerato il mostro sacro del biliardo, Marcello Lotti, detto “ Lo scuro”.

Poi la crisi. Crisi di rigetto. Francesco aveva trascorso gran parte dell’adolescenza sul panno verde, allenandosi anche dieci ore al giorno. Cercando la perfezione delle traiettorie in modo maniacale, provando gli stessi tiri duecento o trecento volte e annotando tutti i progressi su un blocchetto. E viaggiando in continuazione per l’Italia e per l’Europa disputando i tornei del circuito Pro o rastrellando lauti compensi in ricche esibizioni nei casinò e nelle sale da biliardo più famose.

Questa frenetica passione che in un certo senso aveva rubato la giovinezza di Francesco, proiettandolo appena maggiorenne in un mondo meno patinato e scintillante rispetto ad esempio a quello del calcio, ma che garantiva buoni guadagni sottoponendo a veri e propri tour de force i partecipanti ai tornei, gli provocò un blocco psicofisico. Non era più in grado di giocare a biliardo, non riusciva più ad organizzare le tattiche in partita, la vista gli si annebbiava e il braccio era rigido, privo della necessaria flessibilità. In pochi mesi retrocesse  nella categoria Master, poi scese fino alla seconda e si ritirò definitivamente.

Per parecchi anni non volle più sentir parlare del panno verde e nemmeno della ditta del padre, che morì improvvisamente e lasciò tutto sulle sue spalle. Ben presto la ditta versò in cattive condizioni e Francesco fu costretto a venderla. Restò in cura presso uno psichiatra per parecchio tempo, curando così le sue crisi depressive e ansiose. Poi pian piano, dapprima tenue, poi sempre più decisa, la passione aveva ricominciato ad ardere. Doveva tornare a giocare. Il suo destino lo chiamava, a voce bassa, ma lo chiamava. E iniziava anche ad avere un dannato bisogno di soldi. L’unico modo per guadagnarli era riprendere in mano l’attrezzo che meglio conosceva al mondo. La stecca. E la sola chance per ritornare ai livelli di un tempo era ripartire dalla base, isolandosi da tutto e da tutti e allenandosi spasmodicamente.

- Signore, noi abbiamo finito –. Uno dei ragazzi della ditta traslochi lo avvisò del lavoro eseguito. – Va bene, d’accordo. Potete andare, riceverete il bonifico a pagamento nel giro di una settimana – rispose Francesco e li congedò.

In un paio d’ore il tavolo era montato. Le sponde di legno palissandro con la parte superiore in mogano, finemente intarsiate facevano da contorno al piano d’ardesia ligure, sul quale era fissato il panno verde. Il riscaldamento era acceso e conferiva un lieve tepore al panno stesso, quasi trasudasse di energia vitale. Francesco vi appoggiò una mano sopra e iniziò ad accarezzarlo. Sentiva emozioni e sensazioni antiche che rivivevano con prepotenza in quei brevi attimi.

Scartò uno scatolone che gli operai avevano depositato sul pavimento. Aprì una bustina contenente quattro birilli bianchi e uno rosso, adagiandoli sul panno in corrispondenza dei loro alloggiamenti. Prese le due biglie una bianca e una gialla e il pallino rosso deponendo anch’essi sul tavolo. Disimballò la custodia di plastica multiscomparto e ne estrasse il calcio della stecca che avevano appositamente prodotto per lui parecchi anni prima. Lo osservò. L’impugnatura di gomma piuma era sormontata da un disegno a squame tipo pelle di serpente di colore azzurro, che terminava col giallo di un occhio sempre di rettile. Quasi in corrispondenza all’attaccatura per il puntale vi era il logo ufficiale della Federazione Italiana Biliardo Sportivo e una firma stilizzata: Francesco Falco, campione del Mondo 1992.

Da un secondo scomparto prese anche il puntale in kewlar e lo avvitò sapientemente. Non poté fare a meno di pensare che si trattava veramente di una splendida stecca. Si chiese quanto sarebbe potuta valere. Valutò il suo prezzo attuale in non meno di 1000 – 1200 euro. Dentro di sé pensò amaramente che oggi probabilmente nessuno, a parte forse i giocatori più anziani e appassionati, avrebbe comprato una stecca autografata da lui. Ebbe un moto di agitazione e si ripromesse di tornare ai livelli di una volta. Livelli di un campione del mondo. Prese in mano la stecca e si dispose sul biliardo pronto a scoccare un tiro. Tentò di prendere la mira, ma la sua vista sul panno verde era sfocata e il braccio tremante. Trattenne il fiato e colpì la biglia bianca. Mancò l’altra biglia miseramente. Scoraggiato, scosse la testa con un’espressione di rassegnazione. Ma qualcosa gli disse di ritentare. Dispose nuovamente le biglie in posizione per tirare uno sfaccio e tentò di concentrarsi. Improvvisamente la sua vista divenne nitida e lo sguardo si concentrò sulla biglia da colpire quasi fosse il mirino al laser di un caccia F16. Il colpo partì secco e preciso. La biglia bianca da lui tirata si fermò in corrispondenza della sponda più corta, mentre il suo bersaglio, la biglia gialla colpita con maestria, scese perpendicolarmente al castello dei birilli, abbattendoli tutti in sequenza quasi fosse stata un’esecuzione, per poi risalire verso il centro del biliardo dopo aver effettuato tre passate. Un lampo di felicità brillò negli occhi di Falco. Il primo passo verso la gloria era stato compiuto.

                                                                     

***

   

Trascorrevano le settimane di quel mese di maggio notevolmente caldo, ma Francesco sudava sul tavolo da biliardo, allenandosi come non aveva più fatto da almeno dieci anni, senza soluzione di continuità. Il suo obiettivo era di arrivare preparato al campionato mondiale dei cinque birilli, che si sarebbe tenuto in settembre a Saint Vincent, per il quale il primo premio era quantificabile in 100.000 euro. Denaro che avrebbe dato respiro alle sue finanze disastrate. Per sua fortuna il presidente del comitato organizzatore del campionato era un suo lontano parente da parte di padre e non ebbe nessuna difficoltà ad ottenere un invito per la categoria più importante, i professionisti, per la quale non avrebbe mai potuto partecipare, visto che era fuori classifica da troppo tempo. Le sue giornate si sviluppavano identiche le une alle altre, senza mai una variazione, senza mai un cambiamento, con la mente orientata al suo progetto. L’unico svago che si concedeva era quello di scendere in paese a fare acquisti all’emporio, i cui gestori lo accoglievano con diffidenza e dissimulando fredda cortesia.

Fu proprio in una delle sue rare puntate al minimarket che la incontrò. Lei si chiamava Giulia ed era l’insegnante della scuola elementare di Fiumicello. Dimostrava non più di ventotto anni, i lunghi capelli neri le scendevano sulle spalle e si appoggiavano alla camicetta bianca, slacciata solo per l’ultimo bottone prima del colletto. Gli occhi di un azzurro vivo erano grandi e scintillanti, le labbra ben disegnate ma non troppo carnose lasciavano intravedere un sorriso dolce e la gonna nera che terminava sopra il ginocchio e le scarpe col tacco di foggia classica completavano il ritratto di questa semplice ragazza di un paesino di campagna. Semplice. Fu questo il primo pensiero di Francesco. Semplice e pulita, molto differente dalle ragazze della città dove aveva vissuto, schiave alla ricerca della mondanità ad ogni costo o incatenate dai modelli di bellezza sexy propinati dai mass media, indispensabili a loro avviso, per accettarsi ed essere accettate. Il suo cuore iniziò a battere convulsamente e il pensiero del torneo era lontano anni luce. Per la prima volta dopo più di due mesi, le sue emozioni erano catturate ed attratte da qualcosa di diverso rispetto al panno verde.

Attese che la ragazza uscisse dal negozio e la seguì. Voleva conoscerla a tutti i costi. Si mantenne a distanza, vergognoso come uno scolaretto innamorato della sua compagna di banco e cercò di seguire con lo sguardo la direzione presa dalla giovane. Vide che saliva su una Renault Clio bordeaux e allora si diresse velocemente verso la sua macchina. Fece retromarcia e cercò di seguirla, ma un rosso maledetto lo bloccò ad un semaforo. Imprecò. E deluso si diresse verso casa. Guidando immerso nei suoi pensieri non si accorse di aver sbagliato strada e di essere ritornato nei pressi del minimarket. Fece un’inversione rabbiosa, facendo stridere i pneumatici della sua Bmw 320d sull’asfalto e si inchiodò nuovamente al semaforo. Mentre attendeva il verde, la sua macchina ebbe un sussulto, colpita da qualcosa dietro di lei e lui andò a sbattere la testa contro il parabrezza. Scese urlando: - Ma chi cazzo è che guida così ? – Il fiato gli si estinse in gola. Era lei. La donna scese dalla macchina. – Oddio, mi scusi, ma che ho fatto? E’ colpa mia, risponderò di tutto! – Francesco ebbe una profonda sensazione di dejà vu e si ricordò di quel bel film comico che aveva intravisto la sera prima sprofondato nel divano, esausto dopo tutte quelle ore di allenamento. Tre uomini e una gamba, gli sembrava di ricordare il titolo ed accennò un mezzo sorriso ripensando alla buffa coincidenza. Cercò subito di calmarla. – Non si preoccupi, non è successo nulla di grave. Per quelle piccole ammaccature risponderanno le assicurazioni. Piuttosto, lei sta bene? Si è fatta male? –

- No, io sono a posto – rispose la ragazza. – Ma lei invece no. Ha un piccolo taglio sulla fronte e dovrebbe andare dal medico -.  Dopo qualche insistenza, l’uomo si convinse a farsi accompagnare all’ambulatorio del dottor Allegri, che lo visitò e lo medicò. Fortunatamente non ci fu bisogno di punti di sutura e di ulteriori accertamenti.

Lei lo aveva atteso all’ingresso e appena lo vide si informò sulle sue condizioni. – Oh per stavolta non morirò! – le disse lui ridendo. E si avviarono insieme.

- Che sbadato, non mi sono neppure presentato. Mi chiamo Francesco Falco – disse lui.

- Io sono Giulia Poggi invece, la maestra del paese e mi piacerebbe che lei accettasse un invito a

cena una di queste sere per sdebitarmi dei fastidi che le ho creato. Sono un’ottima cuoca, davvero!-

- Un invito del genere non si rifiuta mai – rispose Francesco - Così avremo modo di conoscerci meglio! Sa, da quando sono arrivato ho notato che la gente è parecchio diffidente nei miei confronti, anche se forse la colpa è un po’ mia che me ne sto sempre rinchiuso in clausura nella “Casaccia”. Ma non avrà paura anche lei delle dicerie? -

- No, assolutamente – rispose lei. – Ma come mai ha deciso di isolarsi così? Ha qualcosa a che fare con la sua professione? … Oh mi scusi, forse sono stata importuna… -

- Nessun problema – rispose lui – Sono un giocatore professionista di biliardo e lì mi alleno anche dieci ore al giorno, senza che nessuno possa darmi fastidio.

 

 

***

 

Falco arrivò puntualissimo ed elegantissimo alle otto in punto, come convenuto, portando una bottiglia di spumante Ferrari brut, lo champagne italiano, come veniva definito.

Gli antipasti di affettati locali fra i quali la soppressa veneta, innaffiati da un frizzante Verduzzo, i tagliolini al ragù di lepre e il misto di arrosti e bolliti con la salsa verde, per i quali la ragazza scelse un ottimo Merlot d’annata, lasciarono Francesco di stucco. Era veramente una bravissima cuoca e la cena si concluse con frutta fresca e un caffè corretto con la “sgnapa”.

La serata trascorse molto velocemente. Giulia ascoltava affascinata i racconti di quell’uomo che nonostante fosse suo coetaneo aveva visitato numerosi paesi in tutto il mondo, mentre lei non si era mai mossa da Fiumicello. Lui le raccontò della sua vittoria a Casablanca e degli affascinanti paesaggi del Marocco. Le parlò di Buenos Aires, dove si era disputato il mondiale di biliardo per nazioni, quando aveva condotto l’Italia alla vittoria contro i più quotati argentini, delle esibizioni tenute in Germania a Francoforte e Düsseldorf. Si poteva asserire senza timore di smentita, che avesse visitato ogni angolo del mondo e il suo racconto coinvolgeva la ragazza facendole quasi respirare l’atmosfera magica di quei luoghi esotici e lontani.

- Deve essere stata dura sopportare lo stress e la tensione di questi continui spostamenti – osservò lei. – Dopotutto eri solo un ragazzo! – Lui le diede ragione e le raccontò della sua crisi, delle sedute dallo psicanalista e del fallimento della ditta del padre.

La mezzanotte era trascorsa da un pezzo e lui decise che era giunto il momento di tornare a casa.

- Resta – gli disse lei – Resta se ti fa piacere -

Lui la guardò e annuì. – Resto – disse e si baciarono con passione.

 

                                                                       ***

 

La vita di Francesco era mutata. Dedicava molto meno tempo agli allenamenti, preso com’era dal sentimento che era nato fra lui e Giulia. Il panno verde gli sembrava distante, lontanissimo. Effettuava qualche tiro di riscaldamento, poi la voglia scompariva. Il suo unico pensiero era rivolto alla donna di cui si era innamorato. Voleva scappare, correre da lei e trascorrere insieme con lei ogni singolo momento della giornata. Ma poi il dio denaro riscuoteva il suo tributo sotto forma di pensieri atti a stroncare la felicità e il desiderio dell’uomo. Soldi. Soldi. Questa parola riecheggiava nella mente di Falco e lo distoglieva dai suoi pensieri ricordandogli la brusca realtà e causandogli ansia e inquietudine. Aveva ancora un dannato bisogno di soldi e il torneo era la sua unica possibilità di guadagno immediato. Allora ritornava furiosamente sul panno verde, combattendo contro sé stesso, contro il desiderio di vedere Giulia e contro i birilli, che venivano sventagliati ripetutamente con rabbia dai suoi tiri secchi e precisi. Dopo una sessione di tiri durata più di un’ora, Francesco si accasciò sul divano. I non addetti ai lavori non possono comprendere quanto il biliardo possa logorarti fisicamente e soprattutto mentalmente. E pianse. Maledì il destino che gli aveva fornito un talento che era diventato allo stesso tempo tortura. Inveì contro la società moderna, farcita di benpensanti perbenisti pronti a farti la morale e giudicarti per poi invece avere come unico scopo di vita l’accumulo e lo sperpero di denaro.

Si assopì ed ebbe un incubo. Si trovava su una zattera in un mare in tempesta. Solo che la zattera era costruita da migliaia di banconote euro e lui tentava di mantenersi in piedi per non finire in acqua. Poi la tempesta si placò e Francesco si sdraiò sul piano della piccola imbarcazione cercando un istante di pace e riposo. Ma improvvisamente un colpo sotto la chiglia di banconote lo fece sussultare e rotolò in acqua. Fu allora che lo vide. Un enorme squalo bianco puntava deciso verso di lui e verso la sua barchetta, che era scomparsa e aveva assunto la forma di un salvagente. Lui era terrorizzato e tentò di allontanarsi nuotando. Ma l’enorme pesce incalzava inesorabile dietro di lui finché non giunse a tiro. La mandibola si serrò sulle gambe dell’uomo con presa d’acciaio e l’acqua divenne rossa e ribollente di sangue. Lo squalo ingoiò il salvagente ed iniziò ad accanirsi sul torace. Francesco ebbe un singulto di tosse e vomitò un fiotto di sangue. Solo che il sangue non era più rosso, ma aveva mutato colore. Verde. Un enorme fiume verde che fagocitò tutto e tutti.  Sul mare, ormai calmo, navigava fradicia una banconota da dieci euro squarciata a metà. 

 

                                                                      ***     

 

Falco si svegliò di colpo madido di sudore. Il cuore aveva accelerato i battiti e il suo respiro era affannoso. Si impose di calmarsi, inspirando profondamente. Aveva un vago senso di nausea e lo combatté, evitando di correre in bagno a vomitare.

Fece una doccia, che lo ristorò, restituendogli un po’ di carica e ottimismo. Sentì squillare il telefono e alzò la cornetta. Era Giulia! Ma il suo viso si incupì immediatamente non appena sentì le notizie provenienti dall’altra parte.

La ragazza lo stava informando che le avevano assegnato un posto per un corso d’aggiornamento professionale, che doveva tenersi a Londra della durata di sessanta giorni. Non poteva rinunciare, era un’occasione unica per staccarsi dalla culla che per lei rappresentava Fiumicello e per avere una minima prospettiva di carriera, evitandole un invecchiamento precoce per tedio nel paesino che le aveva dato i natali.

- Non è possibile rinunciare o rimandare? – tentò lui poco convinto.

 Non puoi chiedermi questo – rispose lei. – E’ un’occasione unica e poi si tratta solo di due mesi!–

In realtà il terrore di Francesco era quello di ripiombare nella solitudine e nell’apatia ed era per questo che avrebbe voluto gridare tutto il bisogno che aveva di lei.

– Va bene, se la tua decisione è questa … quando partirai? -

- Ho l’aereo domattina – Il silenzio si protrasse per alcuni secondi.

- D’accordo. Buona fortuna – e riattaccò.

Francesco si mise le mani sul viso, disperato. L’ansia che per tanti anni lo aveva attanagliato e che lui aveva sconfitto stava nuovamente avendo il sopravvento. Diede un pugno ad una parete e fracassò un bicchiere. Dopodichè salì le scale e si rinchiuse nella sala da biliardo. Provò e riprovò i tiri per tutta la notte, finché esausto non crollò all’alba.

 

                                                                      ***

    

Giulia si sentiva in colpa per quanto accaduto la sera prima. Era conscia che Francesco aveva bisogno di lei ma allo stesso tempo sentiva che non poteva perdere questa occasione. Non aveva dormito tutta la notte e ad un certo punto aveva anche meditato di rinunciare, ma poi la ragione aveva avuto la meglio sui sentimenti. Prima di partire aveva telefonato a Francesco, senza riuscire a trovarlo e quindi era salita sull’aereo pervasa da una profonda tristezza. Avrebbe voluto salutarlo e abbracciarlo, rassicurandolo sul fatto che i due mesi della discordia sarebbero trascorsi velocemente. Ma l’aereo decollò, recando con sé il carico di pensieri e inquietudine che faceva parte del bagaglio di Giulia.

 

                                                                      ***

 

Erano le due passate quando Francesco si risvegliò. Si avviò faticosamente verso il bagno e fece una doccia che servì a snebbiargli il cervello.

Pensava e ripensava a Giulia.

– Se n’è andata davvero – mormorò. – Perché… Io avevo bisogno di lei –

Salì le scale e osservò il tavolo da biliardo.

 Solo tu non mi tradisci – sospirò. – Adesso ho bisogno di te –.

E così si buttò a capofitto sul panno verde, giorno dopo giorno, perdendo la cognizione del tempo. Era sempre lì, nella penombra della sala da biliardo, a studiare nuove soluzioni di gioco, a provare tiri sempre più complicati cercando di raggiungere la perfezione assoluta. Dormiva poco o niente. Quando si sentiva stanco si assopiva per poche ore sul divano e poi via, di nuovo ad allenarsi. Aveva tranciato i cavi del telefono, in modo che nessuno potesse disturbarlo. Erano trascorse tre settimane da quando Giulia se n’era andata, ma lei era ormai solo un ricordo lontano nella sua mente. Non mangiava quasi più. Terminate le scatolette, aveva preso a nutrirsi di pane raffermo e succhi di frutta, molti dei quali ormai scaduti, ma non gliene importava nulla. Ben presto però i morsi della fame si fecero insopportabili. Non voleva andare in paese; non curava il suo aspetto fisico da parecchi giorni e da altrettanto tempo non si cambiava e quindi pensò di non avere bisogno di ulteriori sguardi indagatori e accusatori che non avrebbe mai più sopportato. Poi non poteva stare lontano da quel panno che era diventato la sua ossessione.

Poi cedette. Si fece forza, salì in macchina e si diresse verso il centro di Fiumicello.

Come aveva previsto, la gente mormorava alle sue spalle ma lui non se ne curò.

Notò solo gli occhi di un vecchietto, che non lo esaminavano per giudicarlo, ma brillavano di compassione attraverso i grandi occhiali tondi. Ebbe quasi l’intenzione di tornare indietro a parlargli ma non si voltò.

Il signor Gervaso lo osservava dalla porta d’ingresso della sua casetta. Si era accorto delle pessime condizioni del giovane e avrebbe voluto fare qualcosa per lui. Ma non ebbe il coraggio. Si accese un sigaro e mormorò: - Povero ragazzo, anche lui vittima di quella maledetta casa. –

 Dopo aver fatto la spesa, Falco rivolse il muso della sua auto verso casa. Procedeva a circa 60 chilometri orari sulla statale, quando vide due abbaglianti piantati nel suo specchietto retrovisore che sopraggiungevano ad alta velocità. – E passa stronzo! – pensò. Ma l’altro veicolo si era accodato dietro di lui. Allora si fermò pensando: - Adesso sentiamo che cazzo vuole sto’ bastardo –

La macchina misteriosa si fermò davanti a lui. Era una splendida Bmw M3 cabrio gialla, dalla quale scese una creatura splendida. Una ragazza bionda, coi capelli lunghi e leggermente ondulati si avvicinò a Francesco. I suoi occhi verdi e penetranti, da gatta, squadrarono l’uomo seduto in macchina che a sua volta la osservava rapito.

- Ehi bello! Ti hanno insegnato che non si intralcia la circolazione? – Francesco avrebbe voluto risponderle per le rime, ma la voce suadente di lei gli inibiva ogni tipo di reazione.

- Ma veramente … io… ma tu chi sei? Non ti ho mai vista nella zona… -

- Mi chiamo Mad, tesoro. E vivevo qui parecchi anni fa. –

- Ah quindi sei originaria del posto? –

- Diciamo di sì. – Si accese una sigaretta e proseguì. – Ma non ci tornavo da tanto tempo. Ora invece c’è qualcuno che ha bisogno di me. –

Francesco cercò di comprendere il significato di queste ultime enigmatiche parole, ma non ci riuscì. Era affascinato dallo sguardo della ragazza, che aveva letteralmente rapito il suo cuore.

- Ora devo andare – disse lei. – Ciao tesoro. E cerca di non addormentarti al volante! –

- No aspetta! – la bloccò. – Mi piacerebbe rivederti –

Gli occhi della ragazza scintillarono e sul suo viso apparve un lieve sorriso. Salì sul suo bolide e gli rispose: - Cercami a casa tua. Quando avrai bisogno di me ci sarò -. Poi innestò la prima e schiacciò a fondo l’acceleratore. Le ruote posteriori dalla gommatura generosa e dai cerchi da 18 pollici slittarono, poi i 343 cavalli della M3 furono scaricati a terra brutalmente e in pochi secondi l’auto divenne piccolissima alla vista dell’uomo e sparì all’orizzonte.

Francesco rimase ad ammirare la leggiadria della vettura e della fanciulla, poi si ridestò, salì in macchina e finalmente giunse a casa.

Depositò la poca spesa nel frigorifero e si dedicò ancora alla sua ossessione verde. Ma gli occhi della ragazza invadevano i suoi pensieri. Li vedeva ovunque. Trascorse anche quella settimana nel più completo isolamento. Le provviste che aveva comprato erano state appena sufficienti a placare la fame per un paio di giorni. Si maledì per non aver comprato più viveri, ma quel minimarket, gli abitanti del paese, avevano causato in lui un tale senso di disagio che era dovuto scappar via per non urlare dalla disperazione. Il pensiero di dover nuovamente scendere in paese gli procurava ansia ed agitazione e desistette. Ma la fame è orribile, non ti da tregua, come un killer spietato che ti insegue senza lasciare possibilità di scampo. E ti fa commettere le più disgustose azioni che un uomo normale non potrebbe mai comprendere, finché non si trovasse a viverle in diretta.

Falco si aggirava per la casa come una belva in gabbia, cercando qualsiasi cosa da mettere sotto i denti.

Dalla disperazione si recò in cantina sperando di trovare tracce di cibo nella dispensa, che ormai era vuota da qualche tempo. La visione desolata della dispensa inutile scatenò un moto di rabbia e disperazione nell’uomo. Iniziò ad inveire e bestemmiare, urlando la sua fame più nera. Improvvisamente sentì uno squittio che proveniva dall’altro lato della stanza. Da dietro una crepa nel muro vide un topo che faceva capolino. Con la bava alla bocca si scagliò verso l’animale, mancandolo.

- Bastardo schifoso, vieni qua! – urlò alla bestia che intanto era fuggita da dove era venuta. – Ho fame, ho fameeeee! - e iniziò a infliggersi graffi al cuoio capelluto, tirandosi e strappandosi i capelli. Prese una vecchia sedia di legno e la scagliò contro il muro che si sgretolò. Poi crollò a terra esausto.

Era ormai sull’orlo dello svenimento quando si accorse che due occhi verdi lo fissavano. Con le forze residue si alzò in piedi e con voce roca gridò: - Chi è là? Chi sei? – Non ottenne risposta. Ma gli occhi continuavano a fissarlo. Con la vista ancora annebbiata per lo sforzo e per la crisi di nervi avanzò barcollando verso quel volto che lo fissava dalla semioscurità. Poi mise a fuoco e comprese che quello sguardo e quegli occhi erano immortalati sulla tela di un quadro che si intravedeva da una crepa formatasi nel muro dopo che la sedia da lui lanciata vi si era schiantata. Evidentemente qualcuno aveva abbandonato quei dipinti nell’intercapedine del muro e gli operai che avevano ristrutturato la cantina non se n’erano accorti. Li prese in mano e iniziò ad analizzarli. Quegli occhi e quel volto gli erano familiari. Erano tutti ritratti di Mad, la ragazza sulla M3 gialla. In calce al dipinto una firma grossolana: Carno Rubillo, anno 1963. La sua mente ormai poco lucida e vacillante non ricollegò subito la data che aveva letto alla ragazza. Il suo sguardo era rapito dal ritratto al naturale. Il viso stupendo, il seno tondo e aggraziato, le gambe lunghe e affusolate. Si scoprì a desiderarla irrefrenabilmente.

I suoi pensieri furono interrotti dal campanello alla porta. Come un toro scatenato per le vie di Pamplona, corse su per verificare la causa del disturbo.

– Maledetti, che cosa vogliono da me ora? – Aprì il portone e rimase senza fiato.

- Ciao tesoro, avevi bisogno di me? – Una voce sensuale e conosciuta lo pietrificò.

- Come mi hai trovato? –

- Ma te l’avevo detto di cercare a casa tua, caro, che quando avresti avuto bisogno di me sarei arrivata! –

Mad era in piedi davanti a Francesco. Indossava un top nero molto sexy, con una generosa scollatura.

- Non mi fai entrare? – domandò. – Ho capito, mi arrangio da sola. – Superò l’uomo che la osservava incapace di rendersi conto di quello che gli stava succedendo. La ragazza indossava un paio di pantaloni elasticizzati bianchi, che evidenziavano un perizoma nero sotto di essi.

Francesco la seguì e finalmente riuscì a chiederle: - Perché sei venuta? –

- Mi sembrava di aver capito che tu avessi voglia di fare l’amore con me. O mi sono sbagliata? – Provocò lei. – Guarda bello che anche io non vedo l’ora. Finalmente i nostri corpi saranno un tutt’uno. -

Senza dire una parola lo condusse in camera da letto e richiuse la porta.

 

                                                                      ***

 

Giulia contava i giorni che la separavano dalla partenza. Erano ormai solo sette. Aveva vissuto quei due mesi a Londra angosciosamente, pensando in continuazione a Francesco. Si arrovellava sul perché avesse staccato il telefono e non volesse più parlare con lei. Aveva cercato di scrivergli, ma non aveva avuto risposta alle sue lettere. Avrebbe voluto tornare indietro subito, ma il corso che stava frequentando non ammetteva abbandoni.

Una sera le venne un’idea. Avrebbe chiamato qualcuno al paese domandandogli se era tutto a posto ed eventualmente chiedendogli di indagare. Si rammaricò con se stessa per non averci pensato prima. Purtroppo i suoi genitori erano morti alcuni anni addietro e scartò subito l’idea di coinvolgere altri suoi parenti. Troppi pettegolezzi, pensò.

Decise quindi di chiamare il signor Gervaso. Gli voleva bene, lo conosceva fin da quando era una bimbetta e sapeva che era un gentiluomo d’altri tempi, di cui ci si poteva fidare. Recuperò il numero e lo compose.

Dopo quattro squilli una voce arzilla rispose: - Pronto? –

- Signor Gervaso? –

- Si? Chi parla? –

- Sono Giulia Poggi, si ricorda di me? –

- Certo cara, non sono ancora così rimbambito! Come stai? –

- Signor Gervaso, sono a Londra per un corso, ora non posso spiegarle. Volevo solo sapere … beh, se quel ragazzo che vive nella Casaccia… se è tutto a posto insomma. Vede io e lui siamo molto amici e sono parecchie settimane che non riesco a sentirlo… -

- Eh bambina mia, le cose non vanno per niente bene. L’ho visto alcuni giorni fa e le sue condizioni sono pessime. Sembra che la maledizione della casa abbia colpito ancora …-

- Non dica scemenze! Ma quale maledizione! Non è possibile… -

- Giulia, calmati! Forse solo tu puoi salvarlo. Devi tornare e aiutarlo. Si sta comportando come fece il precedente proprietario di quella dimora dannata. A noi non darebbe retta …-

- Mi scusi signor Gervaso se l’ho aggredita. Ora devo fare presto. Parto col primo aereo! –

- Ti aspettiamo cara. Ma fai in fretta. –

Giulia agganciò il ricevitore e chiamò subito il centralino per i voli internazionali. Ebbe fortuna e trovò un volo per le 7.30 della mattina successiva. Fece i bagagli in fretta e furia, troppo sconvolta per seguire un ordine logico. Si chiedeva come tutto ciò potesse essere successo e si disperava dibattendosi nei sensi di colpa per averlo lasciato quando aveva bisogno d’aiuto.

 

                                                                      ***

 

L’aereo atterrò in perfetto orario e Giulia scese dalla scaletta. Superate le formalità per il ritiro dei bagagli, chiamò un taxi e si fece portare direttamente a Fiumicello. Il tassista le fece le solite domande di cortesia, alle quali lei rispose a monosillabi, finché lui si rassegnò, comprendendo che la ragazza non aveva molta voglia di parlare. Era stanca, provata per la notte insonne ed il viaggio in aereo e soprattutto era in pensiero per Francesco.

Una volta giunta a casa si liberò degli abiti per indossare una maglietta ed un paio di jeans sbiaditi. Poi saltò in macchina e guidò come una forsennata fino alla Casaccia. Si accorse subito che la situazione non era delle migliori. La macchina di Francesco era tutta sporca e sembrava inutilizzata da giorni. Il giardino era pieno d’immondizia e al vialetto d’ingresso era stata negata ogni tipo di cura. Suonò con insistenza il campanello. Una volta, due, tre. Nessuna risposta. Sembrava deserta. Poi finalmente l’uscio si dischiuse. Vide un’immagine che non avrebbe dimenticato per molto tempo. Francesco con gli occhi rossi e iniettati di sangue stava in piedi davanti a lei. Il viso scavato e pallido, l’espressione assente, la barba lunga e i capelli scarmigliati contribuivano a dare un aspetto spettrale all’individuo. Indossava una canottiera sporca, era visibilmente dimagrito e puzzava di sudore come se non si lavasse da mesi.

- Francesco, amore mio ma cosa ti è successo … -

- Ah adesso ti fai viva puttana! – e le assestò uno schiaffò sulla guancia.

- Ma amore … - rispose lei tenendosi la guancia e con le lacrime che scivolavano lungo di essa.

- ‘Ma’ un cazzo! Adesso sparisci ! Ho incontrato Mad, una donna molto meglio di te, che scopa anche divinamente e che mi fa stare finalmente bene. Vattene! – E chiuse la porta dietro di sé.

Giulia restò inginocchiata sul selciato, in lacrime. Non riusciva a comprendere la metamorfosi dell’uomo di cui era profondamente innamorata. Era conscia che stava male, molto male.

Chi era poi questa donna misteriosa di cui parlava? Se era del posto non la conosceva. Intanto la guancia le doleva, ma non voleva arrendersi. Se esisteva anche una sola possibilità di aiutare Francesco, lei doveva provarci. Si diresse verso il fianco destro della casa e vide che una delle finestre del piano terra era socchiusa. Con uno sforzo per lei enorme riuscì ad issarsi sul balconcino e scivolò dentro. Si aggirò con circospezione nel soggiorno, e vide lo sporco che si annidava ovunque. Nell’oscurità che regnava nell’edificio non si avvide del tavolino ribaltato sul pavimento e ci andò a sbattere. Trattenne a stento un grido di dolore e si massaggiò la caviglia infortunata. Tirò un sospiro di sollievo nell’apprendere che era tutto in ordine e pregò il cielo con tutte le sue forze che Francesco non l’avesse udita.

Si diresse verso le scale che conducevano al piano di sopra. Fece qualche gradino e improvvisamente riuscì a sentire dei gemiti di piacere che provenivano dalla camera.

 

                                                                      ***

 

Francesco accarezzava i seni morbidi di Mad, baciandola appassionatamente e ansimando per il piacere.

- Mad amore mio mi piaci tantissimo. Solo con te sto bene. E poi quanto mi fai impazzire a letto! – mormorava con voce rotta dal respiro affannoso.

Giulia aveva udito tutto. Le lacrime le scorrevano copiose sulle guance e stava per andarsene, sentendo che i cigolii delle molle del letto non accennavano a diminuire. Ma un qualcosa più forte di lei, forse solo desiderio di scoprire chi era quella donnaccia che si era impadronita dell’anima e del corpo del suo amato, le fece compiere gli ultimi passi verso la camera.

Credette di svenire.

Vide l’uomo solo, sdraiato prono sul letto con un cuscino sotto la pancia, impegnato in una frenetica simulazione dell’atto sessuale. Tutt’intorno alla spalliera del letto erano adagiati i ritratti di una ragazza bionda. Non riuscì a trattenere un grido.

Francesco si girò come una belva ferita. Urlò: - Maledetta, cosa ci fai qui mentre sono con la mia donna? Ora ti ammazzo! – Piombò giù dal letto e si scagliò su di lei. Il primo affondo andò a vuoto, con il secondo riuscì a colpire la ragazza con un calcio. Giulia, dolorante, analizzò in un attimo tutte le possibili vie d’uscita, non trovandone. Era in trappola. Tentò di scappare aggirando il letto ma lui le fu subito addosso. Lei cercò di svicolare, ma lui le diede uno spintone. Giulia barcollò e andò a sbattere pesantemente contro la spalliera del letto, fracassò uno dei dipinti e cadde a terra svenuta. Francesco la alzò e vide che un rivolo di sangue le scorreva lungo il viso. Il suo sguardo corse al dipinto distrutto, al volto di Mad, poi al viso di Giulia, poi al cuscino sul letto, poi ancora al dipinto, poi la data del 1963 sul dipinto, poi ancora su Giulia. Mise a fuoco la data. Lo shock lo colpì come un maglio.

Urlò. Un grido lacerante che arrivava dal cuore. Le tenebre che attanagliavano la sua mente si stavano diradando. Mad Mad Mad Madmadmadmadmadmadmadmad. Quelle tre lettere risuonavano nella mente come rintocchi di campane. Finalmente un raggio di sole spazzò via le tenebre e il segreto della Casaccia, quella casa di per sé innocua fu finalmente svelato.

Mad. Madness. Follia. L’isolamento di quella casa. Gli eterni silenzi di quelle quattro mura.

La solitudine che pian piano scava e demolisce la mente umana, rendendola incapace di distinguere la realtà dall’incubo.

Questa era la maledizione della casa. Nulla di soprannaturale, qualcosa invece di molto, molto terreno. Follia La stessa che aveva portato all’annientamento Carno Rubillo. E che invece lui, vivendo un violento shock psicofisico, era riuscito a sconfiggere.

Ma ora non c’era tempo da perdere. Tastò il polso di Giulia e sentì che era ancora viva. La sollevò e se la mise in spalla. – Amore mio, perdonami per tutto il male che ti ho fatto. Devi vivere io ti amo. Sono tornato in me adesso. – Sentì una mano che gli accarezzava la guancia.

- Ora posso comprendere quello che hai vissuto, amore. Perdonami se non ho potuto aiutarti e me ne sono andata … -

- No! Non dire così! Adesso dobbiamo correre all’ospedale! –

Francesco prese le chiavi della macchina e partì sgommando. Si immise a tutta velocità in autostrada, il più vicino ospedale attrezzato era a trenta chilometri, spingendo a fondo l’acceleratore. La BMW 320d non era un fulmine di guerra, ma il suo potente motore turbodiesel da 136 cavalli le permetteva di raggiungere agevolmente i duecento chilometri l’ora. Ormai non esisteva più nulla. Né il biliardo, né la follia né lui stesso. Contava solo che Giulia vivesse. Percorse la distanza che li separava dall’ospedale in pochi minuti.

Raccontò che Giulia era scivolata dalle scale e li pregò di salvarla.

Un dottore anziano, dai capelli candidi, si avvicinò a Francesco. – Non si preoccupi. La ragazza è cosciente ed è in buone mani. Se le posso dare un consiglio spassionato vada a casa a riposarsi e a cambiarsi. Poi potrà tornare ad assistere la sua ragazza.–

Normalmente Falco avrebbe mal digerito un consiglio di questo tenore, ma essendosi reso conto del suo aspetto osceno ringraziò il dottore e si diresse verso casa.

Ebbe un moto di disgusto nel vedere le condizioni in cui era ridotta l’abitazione, ma scacciò questo pensiero immediatamente.

Aprì tutte le finestre, si lavò, si fece la barba ed estrasse dall’armadio alcuni vestiti puliti. Voleva fare in fretta per tornare da lei.

Guidò come un pilota di formula uno e raggiunse velocemente l’ospedale.

Giunto alla stanza 106 entrò e vide Giulia che riposava. Accanto a lei c’era il signor Gervaso e il dottore di prima.

- Oh finalmente è tornato nel mondo dei vivi! – ridacchiò il signor Gervaso.

Falco ringraziò quel nonnetto così pieno di umanità e calore, capendo che aveva avuto un ruolo chiave nella salvezza sua e di Giulia. L’unico in tutto il paese che non aveva emesso sentenze di condanna per partito preso.

- Non si preoccupi – incalzò poi il dottore. – La ragazza sta bene, ha solo un leggero trauma cranico. Domani potrà tornare a casa. –

- Davvero? - Sul viso di Francesco si creò un’espressione di profondo sollievo e non potè trattenere le lacrime.

 

                                                                      ***

 

Finalmente giunse settembre. E la sospirata data del campionato mondiale di biliardo. Nelle ultime settimane Francesco si era allenato a ritmo sostenuto, aiutato e confortato dalle amorevoli cure di Giulia.

Salirono sulla Bmw tornata lustra e pulita come quando era uscita dal concessionario. Chiacchieravano allegramente e lui si diceva sicurissimo di vincere il torneo. Il suo talento ormai rifluiva magico dalla punta della stecca e si sentiva in grado di spaccare il mondo. I vari Zito, Martinelli, Torregiani, Gomez e Cifalà non gli incutevano il minimo timore. Dal cruscotto estrasse una custodia blu e la porse a Giulia che la aprì incuriosita. Uno splendido anello di brillanti ammiccava dal suo interno. – Vinco il campionato del mondo e poi ti sposo. Che ne dici? –

Lei non poteva credere ai suoi occhi e alle sue orecchie.

– Si. Si! E’ la cosa che più desidero al mondo amore mio! – Si arrestarono ad un semaforo rosso e si baciarono a lungo. Francesco sorrise e guardò fuori del finestrino. C’era ancora il segnale di stop. Improvvisamente l’espressione allegra del ragazzo si tramutò in una maschera d’angoscia e il suo viso impallidì. Accanto alla sua macchina si era accostata una M3 cabrio color giallo. Trattenendo il fiato e col cuore che pulsava dolorosamente, Francesco ci guardò dentro, per vederne il guidatore. Vide un ometto sulla sessantina, ben vestito, con lunghi baffoni grigi che ricambiò interrogativamente il suo sguardo. Poi accelerò e si dileguò. Francesco si accasciò sul sedile ridendo a crepapelle.

- Si può sapere cosa succede ? Che cosa hai visto dentro quella macchina? – chiese Giulia preoccupata.

- Ho visto la fine di un incubo amore mio. La fine di un incubo. –

Poi partì rombando verso quello che sarebbe stato il torneo della resurrezione del più grande campione del mondo di biliardo che l’Italia avesse mai avuto.

 

 

 

Questo racconto è dedicato alla memoria di Vitale Nocerino, campione prematuramente scomparso ed esempio di umiltà e classe per chiunque possa definirsi  amante del biliardo sportivo.

 

 

     

    

   

Francesco Cicogna

Francesco Cicogna è nato a Milano il 14/09/1976. Da suo padre, che è apprezzato soggettista e sceneggiatore ha ereditato la passione  per la scrittura. Passione nata quando era molto piccolo, che si è assopita e poi improvvisamente risvegliata negli ultimi mesi.

Due suoi racconti ( L’ospedale e Oggetti di un passato maledetto ) sono stati pubblicati da alcuni siti internet. Su Clubghost ha pubblicato LACRIME DI SANGUE - Ti amo davvero.

Cerca di continuo di migliorare il suo stile, traendo umilmente spunti, idee e insegnamenti da scrittori come King, Cook, Cussler e J.Deaver alcuni tra i suoi preferiti.

Questo racconto è stato scritto nel 2002.

  

 

 

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