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PER SEMPRE scritto da C.B.
"Non toccate i morti, così rossi, così gonfi (…) la città è morta, è morta." Milano, agosto 1943, Salvatore Quasimodo
I negozi bruciano. S'infiammano di luci al neon. Non riesci a mettere a fuoco nessun volto dentro, hai lasciato gli occhiali da presbite a casa. Danzano, piroettano sui tacchi, galleggiano come pesci tropicali colorati, ma i volti sembrano specchi vuoti. Tronchi di corpi con teste d'anas e papaya indossano jeans attillati. Paiono tutti bellissimi e abbronzati. Passeggi lentamente, come ogni fine pomeriggio, ti trascini verso la vetrina più bella, e già ti manca il fiato. Eccoli lì: piccoli, luccicanti, ognuno brilla della proprio splendore metallico, differenti gradazioni di smalti che sfilano sotto i tuoi occhi. I loro colori fluorescenti ingaggiano una furiosa lotta l'uno con l'altro, si fondono, esplodono e sembrano dirti: sono io quello che cerchi. Teneri cadaverini tecnologici delicatamente deposti sul drappo rosso dello scaffale. Piccole mummiette altezzose, ognuno col suo talloncino verde, il prezzo della felicità. Oggi ne acquisterai uno, sì, a costo di buttare via mezza pensione. Lo hai già deciso da tempo. Anche se sei solo a casa, tua moglie è morta da 5 anni di carcinoma alle ovaie. Tuo figlio se ne è andato chissàdove da anni, mai una cartolina. Entri, lo indichi tremante, ti commuovi. Il volto abbronzato della commessa ti guarda sprezzante, mentre rilasci la presa sulla mazzetta spiegazzata di lire. Ora è lì, lentamente si apre come un fiore vecchio, quasi te ne vergogni, sembra spazzatura, stona con l'atmosfera hi-tech del negozio, pare un escremento secco proprio lì, sul bancone fluò. Stai per riprendere quell'offesa, stai per dire mi dispiace, ripasserò con banconote pulite, ma le unghie laccate della bistecca incremata afferrano disgustate l'involto. La guardi, sorridi timidamente.. Ti sembra che oggi tutti i giovani abbiano gli occhi bianchi, inespressivi. Sembrano pubblicità riflessa sugli alveari operosi dei palazzi. Sul mezzanino degli autobus paiono spettri, perennemente rivolti con il volto altrove. Nelle biblioteche, sotto i coni di luce triste e giallognola li guardi mentre sfogli i quotidiani con altri vecchi parcheggiati come te. Perché non mi vedete? Io sono qui, proprio al vostro fianco.
Passano i i minuti, le ore, i giorni: nessuno ti chiama, quel piccolo neonato di metallo non trilla. Lo hai comprato per questo, perché qualcuno ti chiamasse, perché ti facesse sembrare vivo dentro un appartamento morto. Stai per diventare una fotografia anche tu. Esci di casa, c'è troppo silenzio. Cominci a distribuire foglietti con il tuo nuovo numero telefonico. Ne offri alle fermate degli autobus, dentro i lucidi corridoi dei supermercati, davanti alle vaschette di carne congelata, ai vù cumprà sui marciapiedi. Sorridi, previeni le domande, per fare due chiacchiere, dici. Passano i minuti, le ore, i giorni, nessuno ti chiama, il rosso cupo del cellulare sembra un totem moderno, un meteorite marziano caduto per sbaglio, tra gli interstizi degli Intramundi, le correnti spazio temporali. Il legno buio del salotto inghiotte il tempo, il tuo corpo stanco, lo sbaglio di quell'acquisto inutile.
I passeri rotolano da un ramo all'altro, si rincorrono con lunghi cinguettii. Altri suoni salgono tra gli alberi, la notte. Ciurmaglie di animali notturni si fronteggiano occhieggiando immobili e terribili dalle fronde. Poi cominciano il loro lungo e monocorde canto di morte. Un gufo copre quei lamenti con un fiero gorgheggio. Ma c'è un suono, un lamento di animale che fa rabbrividire, nessun animale del camposanto può combatterlo. Allora tutti si tacciono, e muti sbattono le ali, chiudono il becco, ammutoliti. "tri…tri…tri.." il vento trascina il suono contro le statue bianche, le note intermittenti si rincorrono sul verde brillante del prato umido, tra piccole lapidi di marmo e vasi di fiori. "tri…tri…tri..". i lumini rossi sono piccoli laghi di luce che danzano nel vento. A migliaia nel prato di questa eterna notte. Clic..parte la segreteria telefonica: "…Pronto…signor Giuseppe?…Signor Giuseppe? Io essere Aziz, ricorda me, fuori di supermercato, venduto ombrello, vuole venire me a bere caffè?" Sotto terra, la voce elettrica di Aziz si spegne, il brillìo intermittente del cellulare si spegne nel taschino della giacca grigia del signor Giuseppe, le braccia conserte. Il corpo allineato a pochi centimetri dall'involto porpora della bara. Il volto bianco del signor Giuseppe è ben rasato, una piega attraversa la bocca. Pare un sorriso.
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