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LA PIOGGIA scritto da Tatiana Chessa
Acqua. Acqua come purificazione, acqua come rinascita: ma non per me. Sento la pioggia che batte sulla mia finestra e la guardo mentre dipinge quadri dalle forme mutevoli che si compongono e scompongono in brevi istanti: l’acqua che scivola su quel vetro inclinato gioca a confondere le forme, le idee, il presente ed il passato, scorrendo verso il basso in precorsi tortuosi. La pioggia: non è un bel rumore, quello della pioggia? Tiene compagnia e potrebbe quasi essere rassicurante: quel tic-tic-tic che fa venire voglia di rannicchiarsi sotto le coperte e di gustarsi l’inverno come un ritorno all’infanzia, al feto: tu al caldo e protetto da ciò che avviene all’esterno. La amavo la pioggia, un tempo. Ma ora non più. E come potrei amarla ancora? Tutte le volte che piove è un rinnovarsi della tragedia, un trauma che si perpetua nel tempo, un respiro che riempie il mondo. E ogni volta vorrei impedirmi di ricordare, ogni volta cerco di tornare con la mente a quando ero bambina, a quando mi sedevo vicino alla finestra con papà e, stretta a lui, guardavo la pioggia e i lampi, i passanti senza ombrello che correvano per trovare riparo in un portone, le macchine che schizzavano le signore eleganti e le signore eleganti che imprecavano, per poi ricomporsi ed assumere un atteggiamento distaccato. Ma il ricordo di quella sera è prepotente, non si cura delle mie lamentele, né delle mie suppliche: ogni volta mi impone il suo supplizio, la sua tortura. Come se fossi io, la colpevole. Cerco di avere la meglio su quel ricordo, cerco di allontanarlo evocando immagini felici di bambini in impermeabili gialli che si rincorrono saltando nelle pozzanghere; cerco di sentire il magico profumo dell’erba bagnata. Invece sento ancora quella puzza e quel respiro che riempie il mondo e ne distrugge non solo i suoni, ma anche i colori: tutto si fa opaco, grigio e poi scompare. Solo il buio e quel respiro – dentro e fuori di me, dentro e fuori di me, dentro e fuori di me. Poi, improvvisamente, mi ritrovo imbrattata di fango e terrorizzata, con uno strano dolore alla nuca: sì, mi fa male la nuca; be’, ho battuto la testa, è normale. Ma, e quell’altro dolore? Quello che mi opprime il petto? Cos’è che mi toglie il respiro? Di chi è il respiro che sento? E’ il suo, ma non è neanche un respiro. E’ un alito di morte, il presagio di una tragedia. Capisco finalmente cosa sta accadendo e mi ribello. E’ inutile. Con una mano mi afferra la gola, con l’altra colpisce il mio volto e poi la preme sulla mia bocca, che si riempie di una gusto terribile. Vorrei vomitare, per quel gusto, vorrei… Ma poi sento un dolore, una fitta lancinante. L’ha fatto, è entrato in me e non posso più farci niente. Di nuovo solo il buio e quel respiro, che non è più il suo, ma il mio: anche il mio, ora, è un alito di morte. Passa del tempo. Mi alzo e torno a casa, mentre continua a piovere. Passa del tempo, o almeno credo. Cosa avviene non lo so. Sento ancora quella maledetta pioggia, ma ora sono in casa, a letto, sotto una montagna di coperte: cos’è questi freddo che sento? Questo gelo che si è impossessato di me e che si propaga per il mio corpo e la mia anima? Ho freddo. Sento una strana puzza, come di gatto putrefatto. Sento un rumore che mi fa impazzire, uno strano tic-tic-tic che non mi lasca in pace, che mi sta uccidendo. Mi costringo a tirare fuori la testa dalle coperte e mi accorgo che il tic-tic-tic- che sento è quello della pioggia, che dipinge quadri dalle forme mutevoli che si compongono e scompongono in brevi istanti: l’acqua che scivola su quel vetro inclinato gioca a confondere le forme, le idee, il presente ed il passato, scorrendo verso il basso in percorsi tortuosi. La pioggia: non è un bel rumore, quello della pioggia?
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