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IL POLLAIO

scritto da Alec Valschi

 

 

Finalmente fischia la sirena delle dodici: è arrivata la pausa pranzo. Guardo in faccia i miei colleghi operai ed insieme ci avviamo a timbrare il cartellino, poi via, verso il bar dove possiamo tramutare i nostri ticket in un caldo panino farcito, una birra fresca, e un caffè.

Ci salutiamo all’uscita e poi ognuno va con la sua macchina, cinque chilometri per scappar via da questa zona del paese piena zeppa di brutte fabbriche ed enormi TIR.

Il mio lavoro, devo proprio confessarlo, è una merda.

Ma devo anche ammettere che ha i suoi aspetti positivi.

Il pranzo al bar con panino e birra a sparar cazzate coi colleghi e leggere la Gazzetta, per esempio. O i soli tre minuti di macchina di distanza che separano la vetreria dove sgobbo dalla casa dove vivo.

E tutto il tempo che ho per pensare mentre lavoro.

All’inizio non era così, dovevo veramente starci attento; ogni volta che mi passavano le lastre di vetro da mettere sui rulli io mi concentravo a fondo su quello che stavo facendo, minuto dopo minuto, così che era difficile mi passasse per la mente qualche pensiero non legato al lavoro. Bestemmie a parte contro il proprietario, s’intende.

Tutto ciò accadeva trent’anni fa, quand’ero un pivello e questo lavoraccio non mi era ancora entrato nelle ossa.

Ora infatti lo svolgo con una naturalezza ed una indifferenza mentale invidiabile.

Afferro la lastra, la metto con cura sui rulli insieme alle altre, premo il bottone e le mando a cuocere nel forno, mi giro, afferro la lastra, la metto sui rulli, aggiungo altre lastre, premo il bottone, e così via, per otto ore al giorno, spesso nove.

E mentre lavoro riesco a pensare a tante cose, e la giornata mi passa in fretta, senza quasi pesarmi.

Lavoretti da fare in casa, commissioni, progetti per il futuro, pensieri su mia moglie, sui miei figli. E poi c’è la mia passione principale, quella a cui penso più volentieri e che è anche fonte di rendimento: il mio pollaio.

Adoro le bestie, ve lo devo proprio confessare.

Ne allevo un po’ in un terreno di mia proprietà vicino alla vetreria, e intorno alla casa decrepita che ho trasformato in pollaio coltivo anche un orto.

Anni fa, dopo la morte dei miei genitori, avevo pensato di vendere questo terreno per ricavarci un po’ di soldi; io non vedevo che uso poterne fare, e denaro per riattare la catapecchia al suo centro non ne avevo.

Ma la posizione del pezzo di terra non era favorevole ad una rapida e redditizia vendita; si trovava infatti chiuso tra la discarica comunale, la trafficata strada provinciale, una vecchia fabbrica tessile, e la vetreria.

Tra cattivi odori e rumori continui era praticamente invendibile. E darlo via per una manciata di spiccioli non mi andava.

Col passare degli anni poi la fabbrica tessile chiuse e venne sostituita da una di componenti elettronici dalla produzione continua, e i forni della vetreria divennero così grossi e potenti che il rumore delle loro turbine dovette essere deviato in veri e propri tunnel sotterranei per ridurre l’inquinamento acustico.

Insomma, oggi più di allora non vi è pace né di giorno né tanto meno di notte. Di venderla a privati non c’è verso, e non ho ancora ricevuto offerte d’acquisto da nessuno dei due proprietari delle fabbriche.

Ad esser sincero la cosa non mi pesa per nulla; la situazione è in stallo, ma io ho la possibilità di svagarmi con la mia più cara passione.

Vent’anni fa mi sono avvicinato per la prima volta all’allevamento di animali ed alla coltivazione della terra.

Semplicemente, a poco a poco, scoprii di avere dentro di me la stessa passione per queste cose che aveva animato mio padre; inoltre si trattava di un lavoro rilassante, anti-stress direbbero oggi, che mi dava molte soddisfazioni. Tra queste, ci tengo a ribadirlo, anche quelle economiche.

Il fatto è che, allora come oggi, la carretta o la mando avanti io oppure rimane inchiodata sul posto.

Mia moglie è una brava donna ed ottima cuoca - ed io l’amo tantissimo -, ma non è brava a gestire i soldi. Semplice.

I miei figli? Il più grande perde ancora tempo dietro alla musica “col metallo” e all’università non combina niente di buono; la piccolina cresce bene – almeno meglio del maschio –, ma ci vorrà un po’ prima che diventi la moglie di qualche giovanotto dal portafoglio gonfio.

E intanto a me tocca lavorare e risparmiare, lavorare e incassare, lavorare ed investire.

Qui entrano in gioco il pollaio e l’orto.

Non avete idea di come, con un po’ di vera passione ed alcune ore di lavoro settimanali, le verdure e gli ortaggi crescano bene sul mio terreno.

Insalata, pomodori, cavolfiori, zucchine, finocchi, cetrioli, chi più ne ha più ne metta. Ne viene su di roba! Così tanta che spesso la vendiamo per qualche soldo ai nostri vicini di casa.

Roba buona e genuina, niente pesticidi o cose simili!

Le spese sono poche: il sole è gratis, l’acqua è o piovana, o “presa in prestito” dalla vetreria con un’allacciatura ai tubi che ho fatto io stesso quindici anni fa. La maggior parte delle sementi me le regala un mio amico in cambio di qualche vetro di scarto che gli procuro ogni tanto, e la vanga costa solo sudore, non soldi. Il fertilizzante me lo danno le bestie che allevo: non c’è niente di meglio della merda per far contenta la terra!  Lo diceva mio padre ed aveva proprio ragione.

Con la mia produzione risparmiamo sulla spesa al supermercato ed incameriamo qualcosa.

Ma è con le bestie che faccio i soldi veri.

Non tantissimi, va bene, ma tutto aiuta, no? Sono un operaio, non scordatevelo, quanto volete che guadagni al mese? Devo riuscire a  mantenere moglie e figli, e permettermi qualche svago. Una faticaccia.

Per fortuna i momenti di lavoro e quelli legati alle bestie e all’orto s’incastrano alla perfezione. Mi dedico ai miei “hobby” durante parte della pausa pranzo ed alla fine di ogni giornata.

Vedete, proprio ora ho finito di consumare il mio pranzo: mi metto un attimo a leggere la Gazzetta e poi vado al banco a farmi un caffè.

Prima di andarmene compro il Corriere della Sera; Gino, il proprietario del bar, me lo passa facendomi l’occhiolino. Sua moglie esce dalla cucina e mi chiede se per caso voglio qualche brioche rafferma da dare alle mie bestie.

Gino sorride, io rispondo ovviamente di sì.

Me le consegna in un sacchetto. Io incamero e ringrazio.

Sono proprio della brava gente.

Anche i miei colleghi non sono da meno.

Ogni giorno mi portano del pane secco da utilizzare al pollaio.

Voi capite che questi regali fanno proprio comodo: mi permettono di risparmiare su crusche e mangimi.

Saluto e me ne vado.

Salgo in macchina, una vecchia Renault4 bianca, ed appoggio il giornale e il sacchetto con le brioche sul sedile del passeggero; avvio e torno verso la vetreria.

C’è una stradina stretta e sterrata che ne costeggia il lato a nord, e porta direttamente al mio terreno.

A protezione dell’ingresso c’è un robusto cancello, chiuso da catena e lucchetto. Lo apro e porto dentro la macchina, poi scendo e vado a richiuderlo.

Sono le dodici e trentasei. Ho quasi un’ora prima di tornare al lavoro in fabbrica, posso prendermela con calma.

Come dicevo, al centro del mio terreno c’è questo rudere di casa a due piani che un tempo doveva essere proprio un edificio di valore; poi chi lo sa? Un incendio, o forse i bombardamenti durante la guerra, l’hanno mezza distrutta.

Anni fa l’ho ristrutturata abusivamente, lavorando di cazzuola e cemento e saldatore, così da poterla utilizzare in relativa sicurezza. La cantina in particolare mi ha dato grosse soddisfazioni: con le sue tre piccole cellette di quattro metri quadrati l’una - tutte ben rifinite -, sembra proprio essere stata sistemata da un muratore professionista.

Vista dall’esterno sembra sempre una catapecchia pericolante: in realtà la struttura è diventata solida e all’interno trovano posto le gabbie coi conigli, i trespoli su cui dormono i polli, le cassette dove fanno le uova, il deposito delle crusche e mangimi, e il magazzino degli attrezzi per la coltivazione.

All’esterno ho piantato qualche paletto per tirare una rete e realizzare un recinto dove far razzolare le galline, le oche ed i galli.

Solitamente nella mia pausa pranzo vengo qui solo per dar da bere e da mangiare agli animali, niente di più. Mi dedico all’orto ed alla raccolta delle uova alla sera, mentre il macello e la pulizia di qualche bestia venduta li faccio sempre nel fine settimana.

Oggi per cominciare riempio uno ad uno i contenitori delle galline e delle oche, sei in tutto, e quelli dei conigli, tre.

Gli animali mi guardano tranquilli, fanno come se io non ci fossi.

Quando invece porto da mangiare la cosa è diversa: si agitano, fremono, sanno che dovranno lottare tra loro per essere i primi a nutrirsi. E’ tutto uno starnazzare e spingersi e beccare alla cieca sperando di cogliere del cibo.

Un po’ di mangime con chicchi di grano alle galline, più qualche pezzo di pane raffermo. Per dessert una specie di pappone, fatto con pane e crusca bagnati, servito in qualche vecchia padella. Ai conigli metto un po’ di fieno e del mangime verde, non troppo però, ché altrimenti gli fa male.

Quando vedo mangiare gli animali mi si riempie il cuore d’allegria.

Già li vedo, tutti belli morti e grassi, pronti ad essere venduti a peso d’oro a qualche conoscente o parente. Sono soldi che mangiano e camminano!

Ma non prendetemi per un venale, per favore.

A volte li regalo anche, sapete?

A qualche amico caro, come Gino per esempio, oppure al Maresciallo dei Carabinieri del paese, mio affezionatissimo cliente, o al nostro parroco.

I soldi sono importanti, ma ci sono anche altri valori, no?

Terminato di sopra posso dedicarmi agli animali che tengo in cantina: anche loro hanno diritto a mangiare, poveracci!

Prendo tutto quello che mi serve, poi apro la botola nell’angolo e scendo di sotto, camminando per una scala ripidissima, fin dove tengo le bestie grosse.

Al momento ne ho due; le controllo a turno da un piccolo buco che ho fatto nelle porte, notando soddisfatto che vengono su bene; non sono molto in carne a dire il vero, ma se la stanno cavando egregiamente.

Solitamente se ne stanno stese a far nulla sulle panche in fondo, vicino all’anello dove ho fissato le loro catene; aspettano che venga a portare le tazze colme di cibo insieme alle mosche che ronzano loro intorno.

Hanno l’intera giornata per mangiare, per dormire, e per fare i loro bisogni nella tazza dove c’era il cibo; ogni giorno a quest’ora la prendo e la sostituisco con quella contenente il nuovo pasto giornaliero.

Nonostante la puzza, dovuta alle pareti pregne dei liquami fecciosi prodotti dalle decine d’animali del piano di sopra, l’ambiente facilita il riposo; in ogni stagione fa un caldo piacevole e c’è molta quiete: i rumori delle fabbriche, deboli e lontani, producono qui un tranquillo rumore di fondo, nulla in confronto al frastuono che si sente all’esterno.

Eppure sono proprio queste bestie che spesso fanno un casino d’inferno!

A volte capita che, quando apro lo sportellino per far scivolare il cibo all’interno della loro celletta, si mettano a rumoreggiare come fuori di testa, scalciando e pestando la paglia sul pavimento.

In questi casi bisogna avere i riflessi pronti ed il cuore di ghiaccio: chiudere subito lo sportello, ignorarle, e addio al pranzo.

Dopodiché lasciarle senza cibo ed acqua per almeno tre giorni.

Vi assicuro che le volte successive ci penseranno bene prima di rimettersi a fare casino.

Le bestie vanno anche educate, bisogna ricordarselo.

Oggi però fila tutto liscio: apro gli sportellini e ci faccio scivolare attraverso la tazza col pane secco e la bottiglia d’acqua; ci aggiungo anche qualche brioche rafferma ed alcune pagine del giornale di ieri che mi sono portato da casa, così avranno qualcosa con cui svagarsi.

Prendo le tazze con i loro escrementi e le porto di sopra, chiudendo la botola alle mie spalle e fissandola per bene con un lucchetto; poi svuoto lo schifo nel raccogli-merda dei conigli.

Posso dire di aver finito.

Guardo l’ora: l’una e diciassette.

Mi sciacquo le mani e salgo in macchina, controllando all’interno del Corriere comprato oggi.

C’è una busta bianca che apro con un sorriso.

Dentro trovo la paga settimanale da parte dei miei amici: cinquanta euro in banconote da dieci e cinque.

C’è anche un breve messaggio, che mi coglie di sorpresa:

 

lunedì notte. ore 2. terza bestia.

 

Questo vuol dire che la paga aumenterà, ed è un bene.

Significa anche che mi toccherà pulire la terza cella, anche se questo è un male minore: una volta all’anno va fatto comunque.

Ma non devo pensarci adesso. Nossignore.

Devo pensare a cose più piacevoli del lavoro.

Passate le prossime quattro ore alla vetreria avrò davanti a me un fantastico fine settimana da godermi, e tanti bei soldi da giocarmi al Lotto, ché magari domani faccio un terno secco e tiro su una discreta fortuna.

In fondo, devo pur arrotondare lo stipendio, no?

 

 

     

    

   

Alessio Cesare Valsecchi

Alessio Cesare Valsecchi nasce il giorno dei morti del 1972 ad Erba (CO). Alec Valschi, il suo alter ego creativo, vive dal 1994, con i primi timidi tentativi di scrittura ai tempi del servizio militare. Ad oggi è autore di alcune decine di racconti (di vario genere) oltre che avido consumatore di fumetti, narrativa, e musica. Triste pendolare per cause di lavoro durante i giorni feriali, nei weekend divide il suo (pochissimo) tempo libero tra la sua ragazza, gli amici, lo sport, internet, i viaggi, e la scrittura.
Alcuni suoi brevi lavori sono apparsi sul sito www.scheletri.com, sul giornale di strada comasco "Il Cannone", e in alcune antologie-raccolta legate a concorsi letterari a cui ha partecipato.

 

  

 

 

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