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PONTI NERI

scritto da Cristiano Biondo

 

 

"Avessi tu provato di quell'ora

ultima il freddo, e or quest'abbandono,

gemendo a noi ti volgeresti ancora."

Il giorno dei morti, Giovanni Pascoli

 

Il gorgoglìo vorace dell'acqua cresceva nei timpani. Dietro le ultime fronde già si intravedeva l'arcata  del ponte emergere tetra. Gli stivali gommati affondavano nel fango, mentre un'acquerugiola gelida sferzava il volto ossuto di Luca. Aveva camminato per ore, ma il punto esatto dove aveva seppellito la vecchia proprio non se lo ricordava. Eppure doveva essere proprio là, da qualche parte, in quel maledetto labirinto acquitrinoso.  Da giorni il temporale non dava tregua. Una valanga d'acqua aveva flagellato la zona  cancellando  tutto l'intrico di viottoli creatosi spontaneamente nella vegetazione selvatica. La città pareva un sogno sbiadito, lontana galleggiava  occhieggiando remota tra la ragnatela scura di alberi. Dietro l'ultimo binario morto, traversato prima di sparire nella gola buia della boscaglia, sfilavano poche vetture, fantasmi rapidi che dissolvevano nei riflessi lenti di Luca. Il magma ondoso dell'eroina dentro le vene gli aveva fatto percorrere gli ultimi chilometri in sella al motorino completamente fatto, dentro un vuoto ovattato. Le icone spente ai margini della strada seguivano mute lo sbandare epilettico del Sì bianco nella pioggia. All'ultima curva aveva derapato, fracassandosi contro i rovi, il fanale resisteva acceso indugiando nelle foglie.  Solo ora ritornava dolorosamente al mondo. Lentamente i sensi si risvegliavano, faceva freddo. Aghi di pioggia rovistavano incessanti nella terra, poi quel rumore, violento, decine di rivoli d'acqua che nutrivano le radici, canali che crescevano invisibili trascinando legioni

 di rami spezzati e foglie secche. Tutta l'acqua del mondo sembrava essersi rovesciata su di lui. Era tutto un sogno? L'aveva uccisa veramente quella vecchia o era un altro di quei trip che gli squassavano il cervello, quando la roba che si procurava l'Albanese era tagliata con la stricnina?

 Doveva sapere, sì doveva sapere fino a che punto si era ridotto. "..Diventerai un assassino!!!" gli aveva gridato la madre sorprendendolo con le mani nei cassetti della credenza.  Il suo volto appassito si era stracciato in quelle piagnucolose accuse. Muto, lui era scomparso sottraendosi al consueto velo di lacrime, il livido pianerottolo già si richiudeva mentre la mano metallica dell'ascensore  lo trascinava nuovamente giù, come un sacco della spazzatura, all'aperto. Abbandonata la piccola roncola con cui si era aiutato sin d'ora, aveva cominciato a scavare a mani nude, ora buche di pochi centimetri, ora fosse enormi che presto si ricoprivano riempite d'acqua piovana. Seguiva l'istinto cieco, ma ogni volta che le mani trovavano il gelido contatto con un qualcosa di viscido e tozzo, allora si bloccava terrorizzato, il corpo ritto nella pioggia. Immobile, con le ginocchia immerse nel fango, respirava a fondo poi proseguiva nell'ispezione,  come in apnea. Con le mani avvitava quello che pareva un braccio e provava a strapparlo dalla morsa fangosa. Dopo averlo lavato in una pozzanghera, nella luce violenta di un lampo sollevava quel moncone  grondante bruma e terriccio, come un trofeo. La radice di un albero, niente di più. Per un istante riprendeva a respirare sollevato, ma subito una nuova frenesia s'impossessava di lui costringendolo a nuove  ricerche. La terra restituiva solo assorbenti impregnati di sangue rappreso, preservativi e lattine mute d'etichetta. Completamente ricoperto dal fango, gli occhi semichiusi da grumi di terra cementificatasi sulle palpebre, ad un tratto ebbe un sussulto: aveva toccato qualcosa di molle, il biancore livido di due pupille emerse dalla terra. Due perle terribili che lo fissavano ora dal basso. Voleva vomitare. Si fece coraggio, continuò a smuovere la terra, aiutato prudentemente  questa volta da un ramo. In breve emerse un muso, poi un collo squarciato e un'altra testa. Due bestie, due povere bestie, avvinghiate nella lotta. Predatore e preda erano state sorprese dalla valanga di fango, proprio mentre l'animale più forte stava addentando   il collo tenero dell'altro. La terra aveva seppellito quello strano incastro di membra. Si rialzò e cominciò a correre disperato. I rovi gli laceravano le braccia, sbrindellando i jeans. Finalmente raggiunse i primi gradini del ponte che emergevano lattei, contesi dalle piante rampicanti. Rotolìi cupi di tuoni esplodevano nella lastra marmorea del cielo, rivelando l'intrico venoso dei lampi fulgidi. Gli servivano i soldi della vecchia, presto l'effetto della dose sarebbe scemato e il desiderio della roba sarebbe ritornato. Doveva lavorare d'anticipo, ritrovare il cadavere e il portafoglio, ma l'aveva uccisa veramente poi?

Superati gli scalini si ritrovò sulla piattaforma longilinea del ponte.

Una lingua di cemento delimitata da due parapetti di metallo e una lunga teoria di lampioncini, come sospesi nel vuoto, che si allungavano spettrali fino all'altra estremità del ponte, laggiù. Nel chiarore incerto del primo lampione, la luce vaniva a tratti cancellando il lago luminoso. Il fango gli colava lentamente dagli abiti e dal viso, lavato dalla pioggia. Sollevò il cappuccio della cerata gialla. Sollevò la testa verso il cielo muto di stelle. Il profilo irsuto di barba, le occhiaie aderenti, incavate alla pelle. Spalancò la bocca, socchiuse gli occhi e si mise a bere quell'acqua. Un desiderio di pace e redenzione lo invadeva. Che fosse tutto un sogno?

Sì, cambiare vita era ancora possibile. Forse alla pensilina dell'autobus non era successo veramente niente, forse era stato l'albanese, lui non aveva colpe, voleva solo farsi. La pozza marrone di fango si sfilacciava lentamente sotto i suoi piedi, e si disfaceva in tanti piccoli rivoli  svanendo fuori dalle feritoie del ponte, la  cerata era nuovamente lucente. Si affacciò sul parapetto e si diede a scrutare in quell'oscuro abisso. Una voce pareva chiamarlo, un rantolio, un lamento farinoso, una nenia disturbata che, monotona,  gli diceva di seguirlo laggiù. Ristette impaurito, e, come ripresosi da una momentanea ipnosi, si sottrasse al gelido  abbraccio. Negli occhi aveva ancora le nere lusinghe di quel pavimento liquido, invitante, denso come il petrolio.  Lingue increspate, mille gorghi e filamenti di onde luccicanti che scorrevano impetuose sotto le arcate. Un barlume di coscienza lo aveva improvvisamente riscosso respingendolo lontano dal parapetto. Fatti alcuni passi a ritroso si ritrovò al centro della piattaforma. Fu allora che udì dei passi risuonare metallici in fondo all'altra estremità del ponte. Provò ad aguzzare lo sguardo ma non capiva. Un figura minuta si stava avvicinando a lui, pareva che planasse. Lenta e sinuosa la gobbina immantellata avanzava ora rapida celando il volto, un buio cratere, nascosto dalla cerata. Ebbe un brivido, quando udì la voce alterata dal vento investirlo in flebili ondatecircolari:"…ui..vie.i..ui..!!!…u..a…ui…vie..i..i..oo…u..a…a…e…i..o…o..o…..u..a…io..e..e..o…i!!". Non capiva, si sforzava ma il vento sbriciolava le parole in tanti coriandoli sonori. Di chi era quella voce che gli pareva familiare? Cosa diceva?

Sì una parte del suo cervello aveva già lontanamente identificato quel filo di vocali disarticolate. La figura, ancora lontana, disserrò la testa dal cappuccio. In lontananza emerse un volto funereo, un groviglio di pieghe. Era la vecchia? Sì era venuta dall'inferno per portarselo direttamente via con sé. Con le braccia lo chiamava, la bastarda.

 Impazzito dalla paura, Luca tastò la roncola nella tasca, la liberò faticosamente dalle pieghe fradice e incollate della tasca e si precipitò come un falco contro lo spettro. Lo colpì proprio alla giugulare, un lampo rosso che schizzò sulla cerata gialla, il corpo si afflosciò catapuldandosi lentamente dal parapetto. Gli vide finalmente il volto incorniciato dalle grigie alghe dei capelli.  Udì distintamente quelle parole demoniache gorgogliare in gola nell'ultimo afflato di voce prima che il fantoccio di carne svanisse completamente nel vuoto:

"Vieni qui!!!….Vieni qui!! Luca Sono tua madre….. ti ho portato il maglione…torna a casa..!!".

Inghirlandato dal sottile velo della pioggia rimase nuovamente solo sul ponte, come un naufrago sopravvissuto alla tragedia. Passato e futuro, ai margini del ponte non esistevano più, inghiottiti dal buio. Restava solo l'istante di quell'attimo, un moncone metallico sospeso nel nulla. L'ombra si distendeva lunga  sotto il lampione, un grido gli moriva in gola. Rimaneva lì, fermo, impalato. Provò a guardare di sotto. Era successo davvero?

 Pioveva, pareva che tutta la pioggia volesse riversarsi su di lui quella notte. Cosa avrebbe fatto adesso? Dove sarebbe andato?

 Sfracellatosi nel gorgo nero, il corpo della poverina affiorò fosforescente, sospinto dalla spinta elastica della massa d'acqua. Presto però il cadavere si inabissò scomparendo  definitivamente dalla periferica dello sguardo, risucchiato dal gioco delle correnti insieme a tronchi d'albero. Il tonfo sordo fu presto cancellato dal rumore della corrente, incessante. Il gorgoglìo vorace dell'acqua cresceva nei timpani.

 

 

     

    

   

Cristiano Biondo
Sono nato a Bergamo nel 1972. Mi sono laureato in Lettere Moderne presso l'Università statale di Milano, con una tesi dal titolo: «Il problema del personaggio nella critica letteraria e nella scrittura di Arturo Loria». Ho collaborato come cronista per il «Nuovo giornale di Bergamo» ed ho svolto due supplenze annuali presso una scuola media statale. Attualmente sto svolgendo un breve corso di formazione come redattore editoriale per internet. Amo la narrativa fantastica/esistenziale italiana degli anni '20-'30, ma anche i nuovi autori italiani e stranieri.

  

 

 

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