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IL POSTINO scritto da Tatiana Chessa
Era
solo, camminava in una strada insufficientemente illuminata, la sua andatura era
il susseguirsi insicuro e lento di passi che non avevano una meta, la luce
fredda dei lampioni giungeva ai suoi occhi arrossati per il freddo come quella
che viene puntata sul volto di una persona interrogata, con l’accusa di avere
commesso un grave reato. Ma quale reato poteva avere commesso? Era solo un uomo
che, avvolto nel suo cappotto, percorreva incessantemente le strade di una città
ormai deserta, una città che si stava lentamente addormentando. C’era forse
qualcosa di male in tutto questo? Non lo sapeva, ma era stanco e si sentiva
affranto. La sua vita si era velocemente ridotta ad un insieme confuso di
ricordi lontani e speranze naufragate. Sbucò in un viale buio, si fermò e
accese l’ultima sigaretta che gli era rimasta, quella che aveva custodito
giudiziosamente per “l’occasione giusta”, per un momento particolare. In
realtà c’era qualcosa che rendeva speciale quel momento: l’improvvisa ed
inequivocabile certezza che nulla sarebbe tornato come prima, la consapevolezza
che i suoi giorni si sarebbero susseguiti uno identico all’altro e che non ci
sarebbero più stati avvenimenti degni di nota.Trasse conforto da quella
sensazione che in passato aveva conosciuto così bene, ma che ora aveva quasi
dimenticato: sentiva il fumo che gli entrava dentro e faceva il giro del suo
corpo, poi lo osservava uscire dalla sua bocca. Rimase a guardare il fumo della
sigaretta che, illuminato dal vicino lampione, sembrava dissolversi e ricomporsi
per brevi istanti e poi svaniva; quel prodigio, quello strano gioco d'immagini e
sensazioni l'avevano sempre affascinato. Ad ogni boccata sentiva che, oltre al
fumo, entravano in lui un po’ di sicurezza ed un po’ di sollievo, ma quando
la sigaretta fu terminata... ripiombò nel buio e riprese a camminare. Ogni
tanto un gatto attraversava la strada davanti a lui, a volte con aria sospetta.
Era contento che qualche creatura vivente avesse ancora il coraggio d'avvicinarglisi.
Nel buio scorse due occhi verdi che, spaventati, lo osservavano e seguivano ogni
suo movimento. Impulsivamente decise di avvicinarsi a quel gatto, che gli
ricordava tanto se stesso: era un vagabondo che si aggirava per le strade della
città in cerca di cibo, così come lui andava in cerca di affetto. Ma, sia per
l’uno sia per l’altro, la ricerca era spesso infruttuosa. L’uomo analizzò
con attenzione gli occhi dell’animale e si rese conto che il loro colore era
meraviglioso. Si perse per un istante eterno in quel verde intenso e sconfinato.
Si vide bambino correre libero e spensierato in una distesa infinita di prati;
era scalzo e sentiva sotto di sé l’umido dell’erba che il calore nascente
dell’alba non era ancora stato in grado di dissipare. Correva e correva, con
un sorriso un po’ ebete stampato sul volto, gli occhi azzurri bramosi di
ammirare ciò che li circondava. Percepiva l’odore dei campi e della campagna,
della stradina sterrata e polverosa
che saliva verso il monte. Poi, lentamente, la nitidezza di quell’immagine si
risolveva in una confusa nebbia di colori opachi, mentre solo la sua figura
rimaneva nitida. Sentì dei rintocchi cupi e ad ognuno di essi la sua corsa
rallentava. Si ritrovò davanti ad una chiesa, la cui campana, suonando,
l’aveva riportato alla realtà, una realtà triste, che egli difficilmente
sopportava. Si sedette su una panchina, nel bel piazzale della chiesa. Volse gli
occhi verso l’orologio del campanile: era quasi mezzanotte, ma per lui il
tempo aveva ormai perso qualsiasi importanza, soprattutto perché s'era reso
conto che non poteva più tornare bambino, non poteva più imparare ad amare e
cancellare l’indifferenza dal suo cuore. Chiuse gli occhi e i pensieri, nella
sua mente, cominciarono lentamente ad appannarsi. Stava quasi per addormentarsi,
quando udì un lieve fruscio provenire da dietro la chiesa. Pensò che fosse un
gatto che rovistava nell’ immondizia per trovare del cibo; sarebbe voluto
rimanere seduto, ma qualcosa lo spinse ad alzarsi, a camminare... Scoprì con
sorpresa che il rumore che l'aveva attirato lì non era stato provocato da un
gatto: un ragazzo sedeva tra le foglie secche che giacevano ai piedi di una
vecchia quercia. Non si era accorto di non essere più solo, tanto era
indaffarato. Il vecchio si fermò e restò a guardarlo, immobile. Quanti anni
poteva avere? Il suo corpo era quello di un’adolescente, ma il suo volto
portava i segni di una vita dura, difficile, dolorosa. I suoi occhi scuri erano
spenti, la sua pelle gialla e pallida, dalle sue labbra pendeva una sigaretta.
Sembrava assente, perso in chissà quale mondo, era spaventoso. Anche se era
piegato e ripiegato su se stesso, accasciato come un mucchio di ossa
sgangherate, i suoi movimenti erano rigidi come quelli di un automa. Non c’era
vita in quel corpo, non c’era anima. Quel terrificante manichino alzò lo
sguardo ed il vecchio vi lesse paura e rabbia. Con una velocità che il vecchio
non avrebbe mai potuto sospettare, il ragazzo si frugò nella tasca ed estrasse
qualcosa che un raggio di luna rivelò essere un coltello. “Smamma
vecchio, non é aria!” Il
giovane riprese l’attività che tanto lo impegnava, ma il vecchio non se ne
andò. Rimase lì a
contemplarlo, come affascinato da quelle parole: le uniche che gli erano state
rivolte da almeno due anni a quella parte. Provava un’intensa emozione ma
anche una forte curiosità verso quel giovane. Gli sembrava che tutto si
muovesse a rallentatore, molto lentamente, come in un sogno. Senza rendersene
conto parlò: “Cosa stai facendo?”, chiese. Ma l’automa con il corpo da
manichino ed il volto di un bambino invecchiato precocemente scattò in piedi e
gli puntò contro la sua arma: “Sei
ancora qui, cazzo! Ti ho detto di andartene! Vattene! Lasciami in pace!
Sparisci!”. Sembrava
irritato, scosso, forse solo spaventato. “Te
lo dico un’ultima volta: vattene da qui!”. Ma non se ne andò. “Senti,
io non so chi sei, ma uno della tua età a quest’ora non dovrebbe riposare nel
suo letto?”. Poi,
per la prima volta, il ragazzo guardò veramente l’uomo che gli stava davanti.
Vide il suo cappotto logoro, le sue scarpe bucate; vide le sue mani sporche che
se ne stavano appese alle braccia come per miracolo; vide la sua bocca arida e
socchiusa e i radi denti gialli che erano sopravvissuti alla vecchiaia come i
resti di una città sopravvivono ad un terremoto; vide una lacrima scendere da
due occhi troppo aridi per conoscere ancora il sapore salato che essa porta con
sé. “Ma
che fai, piangi? Tu devi essere pazzo: senti, per favore, vattene e lasciami in
pace, te lo chiedo per favore.” Poi
si sedette nuovamente e afferrò la bottiglia che aveva appoggiato per terra,
prima di balzare in piedi con il coltello, ed iniziò a bere lunghi ed avidi
sorsi. Si rilassò, sembrò calmarsi. Chiuse gli occhi perdendosi in uno strano
mondo e quando li riaprì il vecchio era ancora lì, in piedi, che lo guardava.
Inizialmente pensò che i suoi occhi gli avessero giocato un brutto scherzo,
pensò che si trattasse di un’allucinazione, ma poi capì che non poteva
esserlo: quell’uomo lo guardava ancora, quei maledetti occhi aridi lo stavano
ancora fissando! Si sentiva prigioniero di un incubo. Urlò. Poi sembrò
riprendere il controllo di se stesso e borbottò tra sé: “Fottuto barbone,
cosa ci fai ancora qui?”. Da un mondo lontano gli arrivò la risposta: “Ti
osservo”. “E
perché mi osservi? Cos’è, ti faccio pena perché sono un povero alcolizzato?
Eh, è così? Forse sei solo un idiota in cerca di guai, o forse vuoi un po’
del mio liquore. Fottiti, scordatelo!” “No,
niente di tutto questo - rispose l’altro, accennando un sorriso - solo... no,
niente, non potresti capire.” “Ma
sentitelo, il vecchio saggio con il cervello in panne pensa di essere troppo
colto e troppo intelligente per il rozzo alcolizzato che si è trovato davanti.
Forza, mettimi alla prova!” Tremando,
l’uomo riuscì solo a dire: “Vedi, io... io...” “Oh,
sei talmente intelligente che non riesci neppure a parlare. Ma prego, ti
ascolterò non appena parlerai”. “Sono
trascorsi almeno due anni dall’ultima volta che ho parlato con un essere
umano. Sai, nessuno al giorno d’oggi si prende la briga di parlare con uno
come me. Ma tu l’hai fatto, anche se solo per insultarmi”. Calò
il silenzio, una repentina raffica di vento sollevò le foglie intorno a loro, i
pensieri dentro di loro. L’ululato di un lupo immaginario echeggiò nella
testa di entrambi quando, contemporaneamente, alzarono lo sguardo verso la luna
che giocava a nascondersi dietro le nubi. Osservarono le stelle, anch’esse
indifferenti al loro tragico destino. Poi, si ritrovarono a guardarsi l’un
l’altro, con la strana curiosità di conoscersi nel profondo e di capirsi. “Così,
in qualche modo, mi hai legato a te, mi hai costretto ad aspettare altre parole,
altri gesti rivolti a me. Mi hai fatto sentire vivo”. Il
giovane fissò quello strano personaggio venuto a spezzare la cortina di ferro
dietro alla quale si era rinchiuso da qualche tempo. Per un attimo ebbe
l’impressione di guardarsi in uno specchio che rifletteva l’immagine di ciò
che sarebbe potuto diventare in futuro. Si sentì a disagio, poi, esitando, si
rivolse al vecchio: “Scusa,
non avrei dovuto insultarti, mi dispiace”. “Non
preoccuparti. Piuttosto dimmi perché un giovane che ha ancora tutta la vita
davanti a sé vuole uccidersi con quella robaccia”- e indicò la bottiglia. “I
perché sono tanti e la storia è lunga amico, ed io non ha voglia di
raccontartela!” “Allora
me ne vado. Mi ero illuso di aver trovato qualcuno disposto a parlarmi, ma
ancora una volta ho sbagliato. Be’, ciao”. “No,
aspetta! Siediti qui, vicino a me. Fumi? Tieni, ti offro una sigaretta.” Il
vecchio fece per andarsene, ma poi si voltò e vide che quello strano ragazzo lo
guardava, ansioso di capire se la sua proposta era stata accolta. Così, il
piacere di sentirsi in qualche modo desiderato diminuì le sue paure. Si
sedette: il suolo era freddo ed umido, ma non ci fece caso. “Io
mi chiamo Andrea”, disse il ragazzo allungando la mano verso quella del
vecchio. Poi, vedendo che l’altro era rimasto impassibile, aggiunse: “Vorrei
sapere il tuo nome, il Suo nome se preferisce che Le dia del Lei.” “Giovanni.
Il mio nome è Giovanni, e dammi pure del tu”. Si
strinsero la mano brevemente e seccamente; Andrea accese una sigaretta per lui
ed una per il vecchio. “Allora,
Giovanni, la tua storia qual’è? Hai voglia di raccontarmela?” “Se
te la raccontassi, probabilmente anche tu mi prenderesti per pazzo, come hanno
fatto mille altre persone.” “E
allora? Cosa credi che sia la pazzia?” “Non
lo so, ma io non sono pazzo, te lo garantisco. “ “Che
tu sia pazzo o no, poco importa! Io adoro i pazzi, sai? Loro sono così liberi
da ogni condizionamento esterno, così inconsapevoli delle brutture e della
crudeltà del mondo! Come diceva Kerouac? Ah sì: “Le uniche persone per me
sono i matti… quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai un luogo comune,
ma bruciano, bruciano, bruciano come candele romane, gialle e favolose, che
esplodono come ragni tra le stelle”. “Era
un tuo amico, questo… questo…” “Kerouac!
No, no. Era uno scrittore, un
grande scrittore.” “Be’,
mi è proprio simpatico. Ma io, te lo ripeto, non sono un pazzo” “Va
bene, ho capito, ho capito. Ma l’hai detto tu di essere stato spesso scambiato
per pazzo: perché?” “Sei
sicuro di aver voglia di ascoltarmi? “ “E
perché no? Ti sembra che io abbia qualcosa di meglio da fare? Dai, racconta.” “Vedi,
io sono molto vecchio, ero bambino quando la Grande Guerra imperversava in tutta
Europa; mio padre era partito per la guerra, come molti altri uomini;
e mia madre, da quel giorno, era sempre triste, preoccupata, non la
vedevo più sorridere come faceva quando mio padre era ancora con noi. Era un
uomo forte, sai? Un uomo speciale, che la proteggeva, la faceva ridere, giocava
con me… Poi l’idillio finì. Dal fronte le scriveva lunghe lettere che lei
leggeva seduta sulla dondolo
davanti al caminetto, dopo che io ero andato a letto. Ma poi la sentivo piangere
e, di nascosto, la guardavo mentre singhiozzava e si asciugava le lacrime con
quel suo fazzoletto di seta imbevuto di profumo. Com’era buono, quel profumo.
Quando aveva finito di leggere, riponeva le lettere in una vecchia scatola di
legno, la nascondeva in cima al mobile della cucina e poi andava a dormire.
Allora io, cercando di non fare rumore, prendevo una sedia, la avvicinavo al
mobile e poi tiravo giù la scatola
e le leggevo, anche se con molta fatica, perché avevo appena sette anni. Cosa
c’era scritto… lo puoi forse immaginare. Dichiarazioni dell’amore che li
legava, qualche poesia di poco valore letterario, che trattava di amore e
lontananza. Poi, però, c’erano quelle descrizioni, quelle lunghe, tremende
descrizioni di ciò che avveniva al fronte. Non so perché raccontasse quelle
cose, forse aveva bisogno di sfogarsi, forse era stata lei a chiedergli di
raccontarle tutto, per poterlo sentire più vicino, per poter vivere
nell’illusione di aiutarlo a superare quei momenti tremendi. Non lo so; fatto
sta che io, a soli sette anni, mi ritrovavo a leggere quelle truci descrizioni
di uomini che nella guerra perdevano i loro arti, di uomini che morivano e i cui
cadaveri rimanevano per molto tempo nelle fosse delle trincee, nelle quali
convivevano soldati vivi, morti e topi… tutti immersi nel fango e assediati da
insetti. Non erano cose piacevoli da leggere, ma più il tempo passava, più il
ricordo di mio padre iniziava a sfocarsi nella mia mente ed io iniziai ad essere
ossessionato da quelle lettere:quello che mi spingeva a leggerle non era più il
bisogno di sapere cosa ne era stato di mio padre, ma la curiosità morbosa di
sapere cosa avveniva al fronte; per me quelle non erano più lettere di mio
padre, ma strane storie che sembravano scritte per soddisfare la mia fantasia,
il mio gusto di leggere qualcosa di macabro. Lo so che può sembrare terribile,
ma non mi rendevo conto che tutto ciò che era scritto su quei fogli sgualciti e
spiegazzati era vero. Probabilmente era una sorta di autodifesa, se capisci
quello voglio dire. Come potevo, a sette anni, accettare che tutto quello
accadeva realmente, e per di più a mio padre? Oltre alle descrizioni dei corpi
dei soldati, a volte mio papà scriveva a casa di alcuni giovani combattenti che
avevano delle visioni: in quel luogo, la linea che separava la morte dalla vita
era sempre più sottile e molti giuravano di aver avuto premonizioni di morte,
di aver visto i loro ex-compagni, i cui cadaveri si trovavano ancora nelle
trincee, che li incitavano a continuare a combattere. Alcuni, addirittura,
pensavano che i morti fossero venuti per trascinarli con sé nella
tomba,invidiosi del fatto che loro erano, fino a quel momento, sopravvissuti. Sembra
incredibile, vero? Sì, lo so, me ne rendo conto, ma questa è storia ragazzo,
non fantasia. Comunque, come ti dicevo, per me quelle lettere erano diventate
come un fumetto; oggi i giovani leggono tanti racconti macabri, guadano tanti
film horror… be’, quelle lettere erano i miei racconti macabri, i miei film
horror! Ne ero ossessionato e tutte le notti, quando la mamma dormiva, scendevo
in cucina e le leggevo, le rileggevo… a volte poi, quando finalmente andavo a
letto, avevo anche degli incubi… ma poco importava. Poi,
all’improvviso, quelle lettere smisero di arrivare. La mamma era sempre più
stanca, sempre più magra, sotto ai suoi occhi, ormai, c’erano permanentemente
dei cerchi neri. Quando capii che forse qualcosa di brutto era accaduto a mio
padre, iniziai a sentirmi colpevole, come se la mia passione per quelle lettere
lo avesse ucciso, come se la mia smania di poter leggere sempre più racconti di
guerra l’avesse in qualche modo costretto a rimanere al fronte, per soddisfare
le manie folli di suo figlio. Era colpa mia era morto, ero io che l’avevo
ucciso. Così, iniziai ad odiare quei maledetti fogli e dedicai tutto il mio
tempo e le mie attenzioni a mia madre che, però, non riusciva a reagire, che
viveva nell’ansia causatale dal non aver più notizie… Un
giorno, qualche tempo dopo, venne a trovarci la sorella di papà ed io, nascosto
dietro il divano, in modo che nessuno potesse vedermi, sentii la mamma che
diceva: “Se almeno potessi sapere cosa ne è stato di lui! Se potessi sapere
che è prigioniero, o magari morto… e in quel caso come… forse riuscirei a
farmene una ragione, forse potrei prendere atto dell’accaduto e ricominciare a
vivere, a pensare a mio figlio…”. Allora la zia le suggerì di rivolgersi ad
un’associazione di volontariato, non ricordo come si chiamasse, che si
impegnava a cercare notizie per conto dei famigliari dei soldati, per scoprire,
appunto, se erano morti o vivi, prigionieri o temporaneamente fuori servizio per
ferite di guerra. Tutti sapevamo, in fondo, che papà era morto, altrimenti, in
qualche modo, sarebbe riuscito a farci avere sue notizie. Ma
quell’associazione si prese l’impegno di svolgere le ricerche per nostro
conto e di tenerci aggiornati su quello che poteva essere avvenuto: in pratica
contattava tutti i membri del reggimento di mio padre e ascoltava le loro
versioni… Ma, come puoi ben immaginare, tutti avevano una teoria diversa: uno
diceva di averlo visto saltare in aria, uno diceva che era morto per una
malattia contratta al fronte, uno sosteneva che era stato fatto prigioniero…
Così nessuno sembrava sapere quale fosse la verità e cosa fosse realmente
accaduto. Nonostante questo, i volontari dell’associazione ci tenevano
informati su tutte le versioni, convinti che era più giusto che noi le
conoscessimo, convinti che quelle notizie, per quanto approssimative e
contraddittorie, aiutassero a tenere viva la speranza o per lo meno a lenire
l’ansia, mentre continuavano le ricerche di mio padre. E ovviamente… tutte
queste notizie ci arrivavano tramite posta, con delle lettere scritte a macchina
da qualche volontario. Ogni
volta che vedevo arrivare il postino, io… io… soffrivo: l’avrei ucciso,
perché era lui che aveva portato i resoconti di guerra fatti da mio padre, era
lui che ci aveva recapitato quelli che io, come ti ho detto, scambiavo per
racconti di fantasia. Non solo odiavo il postino, ma iniziai lentamente a
sviluppare una forma di paura nei confronti di quelle lettere, che erano invece
scritte per cercare di darci speranza. Ma più il tempo passava, più io mi
stufavo. Un giorno, quando arrivò il postino, mi scagliai contro di lui con
tutta la mia forza ed iniziai a tempestarlo di pugni e ad accusarlo di aver
ucciso mio padre. Fortunatamente mia madre non assistette alla scena, perché
era andata a far visita ad una nostra vicina, altrimenti le avrei dato un
ulteriore motivo di preoccupazione. Dopo
circa un anno, arrivò l’ultima lettera dei volontari, quella che affermava
che mio padre era morto e che il suo cadavere era stato ritrovato.
Piansi molto, anche se ormai sapevo che poteva solo essere deceduto;
inoltre mi colpevolizzai in misura sempre crescente per quello che era avvenuto,
ma non osai mai parlare a mia madre dei miei sensi di colpa: temevo che se le
avessi detto con quanta foga leggevo, di nascosto, i messaggi che papà le
inviava dal fronte… allora anche lei mi avrebbe
ritenuto colpevole e mi avrebbe cacciato via di casa, abbandonato… e allora io
sarei rimasto… solo!” “E’
questo il motivo per cui dici di essere stato scambiato per pazzo?” “Sì, in parte. Vedi, io ero convinto che non sarebbero più arrivate lettere e che, lentamente, avrei accettato di essere stato l’assassino di mio padre e che poi… avrei potuto condurre una vita… più o meno normale. Ma non fu così, perché quel dannato postino tornò a recapitare delle maledette lettere, questa volta da parte dei compagni di papà che cercavano di comunicarci che era morto con dignità, che aveva combattuto con lealtà, che non aveva mai smesso di parlare di noi e di quanto ci amava… Era una pratica comune, che gli amici di un soldato deceduto scrivessero alla sua famiglia per confortarla… Ma per me quelle parole non erano altro che un ricordo del mio delitto, della mia responsabilità della sua morte: acuivano il mio dolore, perché mentre lui aveva continuato a pensare a noi e ad amarci… io lo avevo quasi dimenticato, per me era diventato poco più che un corrispondente dal fronte. Odiavo me stesso per quello che avevo fatto, ma odiavo ancora di più tutti quelli che me lo ricordavano, il postino e… le lettere. Così, da quel giorno, mi chiusi in me stesso e, tutte le volte che vedevo arrivare l’ometto vestito di azzurro, lo assalivo, lo picchiavo con un bastone e rubavo tutta la posta: nessuno più avrebbe dovuto commettere il mio stesso errore, nessun altro soldato doveva morire perché suo figlio si era appassionato alle storie che il padre raccontava nelle lettere alla sua sposa. Una volta rubata la posta, correvo nel bosco, strappavo le lettere in mille pezzi e poi le bruciavo. Questo “rito” proseguì per qualche mese, fino a quando mia madre, che aveva scoperto che ero il ragazzino che terrorizzava il postino e bruciava la posta di tutto il paese, mi chiuse in casa. Ma io scappai, una notte: non avrei avuto abbandonare mia madre, ma non potevo permettere che altre persone morissero come mio padre, per colpa dei loro familiari. Iniziai a tormentare il postino della cittadina vicino alla nostra, poi mi presero e mi portarono in un manicomio.” “In un manicomio? Ma eri solo un ragazzino!” “Sì, ma ero pericoloso per me stesso e per gli altri!” “Fino a quando ci sei rimasto?” “Fino al 1953, quando sono scappato!” “Perché ci sei rimasto così tanto? Perché non sei scappato prima?” “Non ne avevo bisogno, perché in quel luogo… non vedevo lettere, non vedevo postini… e stavo bene. Riuscivo persino a dimenticare di aver ucciso mio padre. Poi scappai, perché era nata in me la curiosità di vedere il modo esterno. Purtroppo, ben presto, mi resi conto di non poter vivere nella società civilizzata e così… eccomi qui, un barbone di ben 79 anni”. Di nuovo calò il silenzio e di nuovo ci fu una raffica di vento freddo che sollevò le foglie. I due non scambiarono più alcuna parola, persi nei loro pensieri. Ma, prima di addormentarsi, il vecchio mormorò: “Non fare il mio stesso errore, non allontanarti dalla civiltà per vivere una vita di stenti e di solitudine”. Il ragazzo non rispose. Entrambi si addormentarono. Quando la mattina dopo il ragazzo si svegliò, con la bocca impastata, alzò gli occhi al cielo, vide le nuvole, immobili, e si accorse che il vento si era calmato. Ma il freddo pungente della notte precedente era ancora lì: bevve un lungo sorso di vino, per scaldarsi, e poi provò a svegliare, dolcemente, il vecchio. Dovevano andarsene, perché di lì a poco sarebbe cominciata la prima messa: erano davanti ad una chiesa e non era il caso di rimanere lì, per non andare incontro a guai con la legge. Diede un dolce scossone al vecchio, ma egli non si mosse; poi lo fece ancora, ancora, ancora… ma il vecchio non reagiva! Alla fine capì: era morto. Allora, ancora toccato dal racconto del vecchio e dalle sue ultime parole, prese in mano la bottiglia di vino e la tirò lontano: si infranse contro il muro e tra i vari frammenti di vetro verde che finirono a terra, uno fu improvvisamente illuminato da un repentino raggio di sole; il ragazzo sorrise e pensò: “Grazie, Giovanni.”
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