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PREGHIERA ALLA MORTE

scritto da Biancamaria Massaro

 

  

Per secoli la nostra Penisola fu attraversata più volte da eserciti invasori, che - vincitori o vinti - nel loro lento tornare alle proprie terre si lasciarono alle spalle saccheggi, carestie e pestilenze.

La Storia ricorda solo il nome dei nobili condottieri che si distinsero per coraggio, astuzia e onore, ma tace quello degli uomini comuni che partirono per la guerra - ora al servizio di un principe, la volta successiva contro di lui – né tanto meno dà voce alle preghiere delle loro donne, madri, figlie e spose che attesero - spesso invano - il loro ritorno.

Innumerevoli furono le battaglie combattute e troppi i cadaveri lasciati sui campi a marcire, al punto che la stessa Nera Mietitrice si stancò del suo macabro raccolto e meditò più volte di fermarsi e riposare un poco.

Si racconta che almeno un volta ci abbia provato, tentando di esaudire le preghiera di una giovane donna che aveva perso le speranze di riabbracciare il suo promesso sposo, arruolatosi anni prima per una delle tante campagne militari che videro il suolo italiano sfortunato protagonista.

 

 

La fanciulla aveva atteso il sorgere del sole nel piccolo cimitero del paese, seduta accanto alla statua di marmo che riproduceva le fattezze dell’Oscura Signora. Aveva pianto a lungo, ma adesso il suo volto esprimeva calma e rassegnazione. Risoluta, si alzò e mise al collo della statua la collana con il ciondolo in cui custodiva una ciocca di capelli biondi, poi con voce ferma pregò così:

“La guerra si trascina stancamente da lunghi anni e senza fine è l’elenco dei morti in battaglia.

Le madri piangono i propri figli di fronte a tombe vuote, mentre le mogli gemono sole in letti gelidi e i bambini chiamano invano i loro padri nel buio della notte.

Ho implorato gli Dei affinché il mio amato tornasse a casa sano e salvo, ma non ho ottenuto risposta: il loro sguardo è rivolto altrove, verso paesi dove i campi non sono devastati dai passi di uomini armati e nei prati crescono indisturbate le margherite.

Mi sono rivolta agli Spiriti del cielo e della terra, supplicandoli di far cessare il fragore delle spade, ma sono rimasti sordi al mio lamento perché un allegro canto di fanciulli giungeva dalle città al di là del mare, coprendo ogni altro suono.

Ho supplicato il Signore della Memoria e dell’Oblio affinché il desiderio di rivedere il volto dei propri cari si impossessasse del cuore e della mente dei generali di entrambe le fazioni spingendoli a voltare il cavallo per far ritorno velocemente a casa; ogni condottiero però pensa solo alle feste, all’oro e agli onori che il suo re gli ha promesso per celebrare il suo valore alla fine della guerra.

Ho chiesto al Sole di riscaldare i nostri soldati che riposano stanchi negli accampamenti, ma i suoi raggi preferiscono posarsi sui peschi in fiore in terre lontane.

Ho pregato perché la flotta nemica sia spazzata via prima che si avvicini troppo alle nostre coste, ma le mie parole si sono perse nel vuoto, perché la Signora delle Tempeste ha placato la sua furia e osserva compiaciuta i pescherecci fare buona pesca al di là dell’orizzonte.

Ho implorato affinché una nuvola di polvere si alzasse sulle strade e accecasse gli invasori, in modo che non vedessero i nostri soldati fuggire, ma il Dominatore dei Venti, stanco di portare in ogni dove l’odore di carne bruciata e putrefazione, preferisce rinfrescare il cammino dei viandanti diretti verso città lontane.

L’immondo Demone al quale ho offerto il corpo e l’anima in cambio dello sterminio del nemico, mi ha confessato di aver già suggellato un patto simile con le donne dei nostri avversari.

Morte, tu sola mi sei rimasta, da te sola posso sperare aiuto e conforto. So di non poterti chiedere di risparmiare il mio amato quando, finita la battaglia, recidi con la tua falce il debole filo che lega ancora alla vita i soldati feriti.

Chinati pure su di lui, ma fallo dolcemente. Ti scongiuro, non fargli conoscere l’agonia e il dolore, ma prendilo tra le tue braccia con amore, come una madre che stringe a se’ il suo bambino.”

 

Alla pallida luce della luna le macerie del paesino non ardevano più, anche se dal vicino porticciolo arrivava ancora l'odore acre di incendi non ancora domati. Un cane leccava il volto immobile e privo di calore di un bambino, mentre le grida dei morenti fendevano di tanto in tanto l’aria.

Vino scadente bruciava nella gola del bandito, che si destò tra i resti di una casa bruciata. La fronte gli doleva ancora, anche se aveva smesso di sanguinare. I suoi compagni l’avevano abbandonato credendolo morto, ma si erano sbagliati. D’altronde, quando si saccheggia un villaggio approfittando del fatto che al momento siano presenti solo donne, vecchi e bambini, è necessario poterlo abbandonare velocemente, prima dell’arrivo di uomini in grado di combattere. Per chi si attarda in caccia di altro bottino o per i feriti che restano indifesi sul posto, il passaggio da carnefice a vittima è breve, perché chi ha perso la famiglia e ogni suo avere trova nella vendetta l’unica consolazione, la ricchezza più grande.

L’uomo si mise alla ricerca della sua borsa, della spada e del cavallo, ma capì ben presto che sarebbe stato inutile, perché i suoi compari gli avevano portato via tutto. Non aveva più nulla, né acqua né cibo, e disperava di trovarli tra le stesse case che fino a qualche ora prima aveva contribuito con tanta dedizione a depredare. Si sarebbe accontentato di mangiare il cane, ma l’animale aveva capito che il suo padroncino era morto e da un po’ di tempo non faceva più sentire i suoi lamenti.

Il bandito non si perse d’animo e si mise a perlustrare il villaggio, sperando di trovare del cibo o qualcuno ancora vivo che avrebbe potuto rivelargli se vi erano delle provviste nascoste.

Arrivò fino al mare, ma lungo il porto non trovò nulla, neanche del pesce essiccato, perché i magazzini erano stati tutti saccheggiati e incendiati.

Tornò allora a perlustrare le macerie del paese, finché non vide una giovane donna, semisepolta tra i resti della sua casa. Il sangue, il dolore e la paura non erano riusciti a coprire del tutto la sua naturale bellezza, anzi avevano messo in risalto le sue labbra carnose, gli occhi profondi e scuri e i lunghi capelli color dell’ebano. La singolare somiglianza con la sua promessa sposa indusse il bandito ad essere gentile verso la ragazza, perciò la tolse delicatamente da sotto la trave che la immobilizzava, le medicò le ferite e accese un fuoco per riscaldarla.

Il mattino seguente la fanciulla si svegliò gli chiese chi fosse. L’uomo le confessò allora di essere un nemico, ma le nascose di aver partecipato alla recente razzia. Sostenne di essere un mercante che lungo la strada era stato assalito dai briganti che lo avevano lasciato a terra svenuto, credendolo morto. Al suo risveglio aveva scoperto che lo avevano derubato di tutto, comprese le provviste, per cui si trovava lì in cerca di qualcosa da mangiare.

La ragazza all’inizio si mostrò diffidente, ma il bandito la mise a suo agio, raccontandole favole di principesse rapite da mostri malvagi e salvate da intrepidi cavalieri, e grandi storie d’amore contrastate da orribili streghe, ma conclusesi felicemente grazie all’intervento di una buona maga.

Le rivelò dove ad ogni solstizio le fate si riunivano in un tempo lontano per danzare vestite solo dai raggi argentati della luna e degli sfortunati mortali che a volte impazzivano dopo averle viste, perché le magiche creature non sempre tolleravano di essere state spiate dai loro occhi mortali.

Per molto tempo il soldato inventò storie per la giovane che aveva salvato, finché non le restituì il sorriso e la voglia di vivere. La fanciulla si offrì allora di condurlo fino ad una grotta raggiungibile solo via mare, dove sapeva che gli anziani avevano nascosto le provviste.

L’uomo aiutò la ragazza a sollevarsi e a camminare fino al porto, dove insieme montarono sull’unica barca che sembrava essere ancora in buone condizioni.

Il soldato dovette remare a lungo, finché dietro un costone non scorse una stretta fenditura nella roccia, nella quale entrò, facendo molta attenzione a non urtare gli scogli. Dopo qualche metro arrivò in uno spazio molto più vasto, dove, grazie ad un foro dal quale filtrava la luce del sole, poté osservare tutto ciò che gli anziani avevano messo al sicuro sulla piattaforma di legno ancorata al centro della grotta.

Con sua grande sorpresa non vide solo cibo e vino, ma ricchezze di ogni tipo. Pesci essiccati, formaggi e salumi erano stati infatti appoggiati su del vasellame d’argento, mentre attorno alle damigiane erano avvolti bracciali e collane d’oro. Scese allora dalla barca e si mise a camminare tra casse traboccanti di gioielli preziosi, confuse a quelle colme di provviste.

Gli tornò allora in mente che gli abitanti del villaggio avevano detto di non possedere nulla, mentre davanti ai suoi occhi aveva adesso la prova che possedevano immensi tesori.

Con rabbia aprì una botte di vino sulla quale era appoggiato tanto denaro da assoldare per un anno intero una banda di mercenari e cominciò a bere avidamente, tentando così di cancellare il ricordo di essere stato imbrogliato, ma il suo sforzo fu vano.

Si rese conto di aver sgozzato inutilmente la gola a vecchi e a bambini, tutto perché nessuno si decideva a rivelare dove era stato nascosto l’oro. Forse anche la fanciulla di cui si era preso cura nelle ultime ore aveva taciuto, persino di fronte a chi le sterminava sotto gli occhi la famiglia.

Si voltò allora verso di lei e sul suo volto non scorse più la somiglianza con la sua amata, ma il sorriso beffardo di una donna che si era presa gioco di lui.

L’ira gli fece ribollire il sangue e il vino bevuto a digiuno gli arrivò dritto al cervello. Furioso, prese il coltello e si apprestò ad uccidere la fanciulla, non aspettandosi che cercasse con tanta energia di difendersi. Nella lotta le lacerò la camicia e di fronte ai suoi seni nudi si lasciò soggiogare da un’oscena bramosia, che soddisfece all'istante. Si alzò ancora ansimando, non curandosi delle lacrime della ragazza, che con gli occhi smarriti sembrava chiedergli il perché di tanta improvvisa violenza.

L’uomo come risposta le piantò il coltello tra i seni e gettò in mare il suo corpo, poi raccolse il cibo e tutto l’oro che poteva portare via senza rovesciare la barca e cominciò a remare verso l’uscita della grotta, senza mai voltarsi indietro.

 

Il bandito, non appena ebbe rimesso piede sulla terra ferma, si mise in cerca di un cavallo, perché aveva visto le barche dei pescatori che stavano ritornando in porto e non voleva farsi trovare nelle vicinanze del villaggio distrutto.

Lungo il sentiero incontrò un’anziana donna vestita di nero che gli sbarrava il cammino. Stupito, le domandò chi fosse e chi aspettasse.

“Sono la Morte e sono qui per te” fu la secca risposta della vecchia.

“Ti sei mostrata alla persona sbagliata, donna: ho appena buttato ai pesci la persona che devi accogliere tra le tue braccia.”

“Non mi inganno mai, sono qui per te.”

“Impossibile, non ho ferite mortali e sono ricco e ben nutrito. Come puoi essere venuta per me?”

“Sciocco, non capisci di essere ancora tra le macerie del villaggio? La grotta, le ricchezze, la fanciulla, tutto quello che credi sia successo in queste ultime ore è solo frutto di un’illusione che ti ho fatto credere reale per metterti alla prova.”

“Di che prova vai delirando, vecchia? Di quale illusione vaneggi? Parla o ti sgozzerò come un maiale!” urlò il soldato, mentre si sporgeva in avanti per colpire la donna, ma inciampò e cadde, battendo con la tempia su un sasso tagliente.

La ferita gli si riaprì e il sangue cominciò a scorrergli lungo il viso, annebbiandogli la vista. Mentre cominciava a perdere i sensi, gli parve di intravedere i miseri resti della costruzione al riparo della quale si era assopito il giorno precedente. Prima di svenire del tutto, fece in tempo ad ascoltare la risposta della donna:

“Non ho alcun impedimento a svelarti la verità: la tua promessa sposa si è rivolta a me perché ti conducessi nel regno dei morti senza farti soffrire.

Sai, di solito non mi curo delle lacrime dei mortali, ma ero stanca di arrossare la mia veste con il sangue di giovani soldati, mandati ogni giorno al massacro perché i comandanti promettono ai loro generali di conquistare prima di sera pochi metri di terra. L’onore esige poi che portino a compimento l’impresa entro il tempo stabilito, senza curarsi del tributo di vite umane che costa una medaglia in più da appuntare sul loro petto.

Decisi allora di esaudire le preghiere della tua amata, non trasformandola però – come lei stessa mi aveva chiesto - in vedova prima ancora di essere stata sposa, ma riconducendoti a lei sano e salvo.

Ti sono venuta a cercare nei campi di battaglia, ma non eri tra coloro che morivano onorevolmente per la patria, né tra i deboli cui l’orrore della guerra aveva fiaccato lo spirito, impedendo loro di continuare a combattere. Non è stato facile trovarti, finché un vecchio non ti ha colpito a morte con una padella per difendere l’onore della nipote.

A quel punto ho scoperto chi eri: un disertore dedito alla rapina e al saccheggio, nient’altro che uno sciacallo che deruba i cadaveri dei soldati morti in battaglia. Per amore della tua amata ho voluto darti l’ultima possibilità di redimerti, ma sono bastate poche ore perché la tua natura brutale avesse nuovamente il sopravvento.

La tua fine sarà orrenda, perché i tuoi simili non avranno pietà di te e la tua anima malvagia non troverà pace nel Regno dei Morti. Chiederò poi al Signore della Memoria dell’Oblio di cancellare il tuo volto dalla mente della tua promessa sposa, affinché s’innamori di un uomo più degno e sia finalmente felice.”

Non appena ebbe finito di parlare, la Morte scomparve alla vista del bandito, che perse i sensi. Si risvegliò poco dopo, tra le macerie della casa vicino alla quale era stato ferito. Si stupì di non trovare accanto a sé le sacche d’oro, finché non si convinse di aver sognato tutto, compresa la vecchia che si era spacciata per la Morte, perciò fece per rialzarsi, ma dopo qualche passo inciampò e cadde, svenendo di nuovo.

 

I pescatori fecero ritorno al porto e trovarono il loro villaggio distrutto. Cercarono dei superstiti, ma videro solo un cane affamato che guaiva accanto al cadavere del suo padrone.

In silenzio seppellirono i loro cari, lasciando ai corvi i corpi dei banditi. Così facendo, scoprirono accanto ad un muro distrutto uno degli assassini, ferito gravemente. Per giorni si presero cura di lui, fasciandogli la testa e dandogli cibo e vino, arrivando a costruire per lui una capanna per riparo e un comodo letto dove farlo riposare.

Con pazienza attesero che riprendesse le forze, poi, quando si fu ristabilito, lo trascinarono vicino alle tombe che avevano scavato per i loro defunti e lo legarono stretto ad un larice, accanto al quale avevano acceso un fuoco e appoggiato dei ferri da arroventare e dei coltelli affilati.

Non è noto quanto soffrì il bandito prima di morire, è certo però che i suoi lamenti si udirono la notte seguente e quella dopo ancora, finché il suo cuore non resse più al dolore e si spense.

I pescatori non seppellirono il suo corpo né lo gettarono in mare, ma lo bruciarono, non desiderando che la terra che avrebbero coltivato e i pesci che sarebbero caduti nelle loro reti si nutrissero con il suo sangue maledetto.

La sua anima dannata, che per volere della Nera Signora non fu accolta nemmeno tra i Demoni, vaga ancora nel luogo dove il soldato morì, rivivendo tutte le notti la vendetta dei pescatori, come se fosse nuovamente avvolta dalla carne.

 

La guerra è finita e per questo una giovane donna ha reso grazie agli Dei e agli Spiriti del cielo e della terra.

L’uomo che doveva sposare non ha mai fatto ritorno, ma la ragazza da tempo non ne ricorda né il volto né il nome, né tanto meno rammenta di aver pregato la Nera Mietitrice di accoglierlo tra le sue braccia dolcemente, mentre adesso la ringrazia di non aver reciso la giovane vita del soldato di cui si è innamorata e che da mesi le dorme accanto.

Avranno presto figli che non partiranno mai per la guerra, perché il grano matura nei campi e i menestrelli cantano l’amore, non le gesta dei cavalieri morti in battaglia.

Gli uomini non chiedono più al fabbro di forgiare spade affilate e scudi possenti che li proteggano in duello, ma aratri e zappe per lavorare la terra.

Anche i Demoni si sono dovuti adeguare alla pace e in cambio dell’anima non offrono più la sicura sconfitta del nemico, ma nuovamente ricchezza ed eterna giovinezza.

I giovani non pensano più alla morte, ma la Vecchia Signora sorride tristemente, sapendo che per lei non ci sarà mai riposo. Paziente, pensa tra se’:

“All’orizzonte già si scorge una nave carica di mercanti e avventurieri. Nessuno ha notato un marinaio che suda e delira sul ponte.

Eccolo camminare barcollante sulla passerella: uomini, guardatelo mentre stringe la mano agli amici e bacia i parenti, osservatelo festeggiare allegramente il suo ritorno in una taverna del porto.

Quand’è che qualcuno di voi si accorgerà che con lui è sbarcata la mia implacabile sorella, la Peste?”

 

(copyright by Biancamaria Massaro)

 

 

RACCONTO SELEZIONATO (3° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2002

  

   

BIANCAMARIA MASSARO

Biancamaria Massaro è nata il 2 gennaio del 1970 a Roma, città che ama e che non ha mai abbandonato. Per suo interesse personale e per amore dei bambini, preferisce affrontare i temi fantastici, spaziando dalla fiaba alla fantascienza, fino ad arrivare ai generi horror e thriller. Ama soprattutto creare situazioni in cui tutto ciò che è conosciuto e quotidiano – che sia un oggetto, un luogo o un’azione comune - si trasforma in qualcosa di assurdo o imprevedibile.

Nel 2000 Biancamaria Massaro ha ricevuto i primi riconoscimenti letterari: con il racconto La Creatura del Mare si è infatti classificata al primo posto al concorso letterario internazionale “Miguel de Cervantes” e al secondo posto al “Premio Europeo di Letteratura – 8° edizione, ricevendo anche una menzione d’onore al concorso “Vivere il mare – Vittorio G. Rossi”.

Nello stesso anno con Vi parlo al posto di mio fratello ha vinto il premio della giuria del concorso letterario “Città della Spezia”, è entrata nella rosa dei finalisti dei premi “Spazio Donna”, “Molinello” e “Ignazio Silone”, rispettivamente con i racconti Le mani più belle, La bella Eloisa e Rosetta, il pane e le rose bianche.

Il suo giallo La consegna del secondo e quarto lunedì del mese si è classificato quarto al premio “Elsa Morante” per il romanzo di genere.

Nel 2001 Biancamaria Massaro con Curiosino, sassolino viaggiatore ha ricevuto una menzione d’onore al concorso “Storie di Donne” e si è aggiudicata il primo posto al concorso editoriale “Taurus”, sezione per l’infanzia.

Si è inoltre aggiudicata una segnalazione al premio “Il Golfo” con il racconto La Bolla di Sapone, arrivato anche tra i finalisti del premio “Histonium 2001”. Il racconto Dagon, il Signore degli Abissi si è classificato primo al premio “San Marco”, mentre La Rete è arrivato terzo al concorso di fantascienza “Cosseria Galactica” e Streghe ha ricevuto una menzione d’onore al “Premio Città di Empoli-Domenico Rea”. Il racconto Il libro perduto è entrato invece tra i finalisti del premio “Ignazio Silone” e ha ricevuto il diploma di merito al premio “Atheste 2001-La letteratura dell’Impegno”.

Con il romanzo di fantascienza Clonazioni l’autrice si è aggiudicata il quinto posto alla seconda edizione del premio “Elsa Morante”.

Nell’anno in corso Biancamaria Massaro si è classificata prima ex aequo al concorso “Esperienze in giallo 2002” con il racconto Vicine di casa, seconda al concorso “Cosseria Mysteriosa” Le lettere di Milady, terza al “Premio Silmaril” con il racconto La Quercia dai Rami d’Oro, quinta al concorso “M. Yourcenar-Il Club degli Autori” con il racconto La penna stilografica e tra i finalisti al concorso “Abitando il racconto” con Cerchi nell’acqua

Una selezione dei racconti premiati nei 2 anni precedenti è stata pubblicata in e-book dalla DOEP-edizioni.

 

  

 

 

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