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IL PRETE E L'ANZIANA SIGNORA scritto da Filippo Catellani
Il telefono squillò alle due del mattino. Don Gianni fece uno sforzo per alzarsi dal letto e, infilatesi le pantofole, andò a rispondere. “Pronto?”, disse, la voce ancora impastata di sonno. “Sì, sono io.” Poi la sua voce cambiò. Sembrava più risoluta, più dinamica, quasi allarmata. “Desidera che le chiami anche un medico?” Un’altra pausa. “Va bene. Vengo subito da lei”. Riagganciò. Andò in camera e s’infilò in fretta i pantaloni, la camicia, calze, scarpe e tonaca. La tonaca l’abbottonò molto sommariamente. Si lavò sbrigativamente i denti, quel tanto che bastava per scacciare il fastidioso alito della notte, e s’incamminò a passi veloci verso la porta. Non prese il caffè. Sulla porta incontrò Elvira, la perpetua, in vestaglia e cuffia da notte. “E’ successo qualcosa di grave, signor parroco?” Era un’austera zitella, dal cuore indurito e sospettoso. Don Gianni non si era mai sentito del tutto a suo agio con lei, pur avendo spesso tentato di esorcizzare la sua avversione per quella donna pensando alle tante avversità che la poveretta aveva già dovuto superare. “Devo uscire, Elvira. C’è una persona che ha bisogno di confessarsi”. “A quest’ora?! Allora deve stare proprio male!” Don Gianni non rispose, e uscì, lasciandola alle sue oziose congetture su chi potesse essere il più moribondo del paese. Scese nella rimessa, inforcò la sua vecchia e arrugginita bicicletta verde e in fretta attraversò la piazza. L’aria era fresca, e il paese sembrava addormentato. In due pedalate fu sotto il portone di una casa antica, forse un tempo molto bella, ma ora fatiscente. Suonò il campanello. “Primo piano”, gracchiò una voce al citofono. La porta venne aperta con il tipico ronzio dell’azionamento elettrico. Don Gianni entrò nell’atrio e salì le scale, reggendosi al corrimano di ferro battuto. Osservava lo stato di estrema trascuratezza in cui versavano le vecchie scale, in parte ricoperte di piume e di escrementi di piccioni. I suoi passi echeggiavano in quel grande ingresso vuoto, nella misteriosa spirale della scala di quell’edificio cadente. Giunto al primo piano, trovò la porta aperta ed entrò nell’appartamento. Nonostante facesse molto caldo (era giugno), le finestre avevano tutti gli scuri abbassati. L’aria era viziata, opprimente. Era un appartamento elegante, molto ordinato. “Venga avanti, padre”, disse una roca voce femminile, proveniente dalla camera da letto. La camera era arredata in puro stile liberty, peraltro con pezzi autentici, molto fini e ricercati, privi di quella pomposità un po’ grossolana che spesso rappresenta il vero e proprio limite dell’Art Nouveau. Gli specchi e il vasellame, le lampade e il paravento sembravano autentici pezzi d’antiquariato. Don Gianni non ne fu troppo sorpreso. Come era risaputo, la signora Amanda Canali, la padrona di quell’appartamento, prima di diventare la vecchia zitella bisbetica e dimenticata che era adesso, era stata una grande attrice di teatro e di cinema. Aveva lavorato in produzioni di successo, film italiani, francesi e perfino americani. Era stata una donna di mondo, amata e corteggiata per la sua bellezza e per il suo fascino, per i suoi frivoli amori e per la sua eccentricità. Forse, in quella parrocchia di tremila anime, la signora Amanda Canali era l’unica che avrebbe potuto raccontare di sé stessa storie un po’ diverse da quella, sempre uguale, narrata da tutte le altre donne del paese, con le loro piccole vite che cominciavano e finivano sempre allo stesso modo. Da quando si era trasferita lì, quattro anni prima, don Gianni non l’aveva mai vista in chiesa. I vicini la guardavano con sospetto, la definivano altera e superba. Ma don Gianni non se la sentiva di condannarla. Per lui, la signora Amanda era piuttosto una creatura da compatire: una povera donna sola e senza amici, che tentava invano di riempire i vuoti della sua esistenza vivendo assurdamente di ricordi. La signora era seduta nel suo letto a baldacchino. Minuscola, bianca e raggrinzita, indossava una giovanile vestaglia a fiori, piuttosto ridicola e di cattivo gusto. Vedendola, il prete si sorprese a ripensare a un certo personaggio di un romanzo di Dickens, che, nonostante fosse già una vecchia dai capelli bianchi, si muoveva lugubre nella sua villa deserta indossando un malandato abito da sposa. Il prete si sedette su una sedia intarsiata accanto al letto. L’anziana signora lo guardò, e un lampo di gioia brillò nel suo sguardo. “Lei è un uomo molto giovane”, commentò. “Com’è consolante vedere un giovanotto così prestante sacrificare la sua vita alla chiesa!” E qui scoppiò in una fragorosa risata. Il parroco rimase serio. Non gli piaceva il tono di scherno di quella donna nei confronti della sua vocazione. La trovava volgare e offensiva, come volgare e offensivo era il bizzarro abbigliamento della vecchia signora, il suo arredamento da casa di appuntamenti, l’inutile sfarzo di quella casa troppo simile a una tomba. Tuttavia conservò la sua dignità: non era certo la prima volta che qualcuno faceva un’osservazione del genere in sua presenza, credendo di essere un fine umorista. “Da quanto tempo vive in questo paese, padre?” “Da sei anni”. La vecchia sorrise. C’era nei suoi occhi un’ombra di cinismo, che il prete scelse di non notare. “Sei anni! Un giovane, ardente ministro del Cielo costretto a vivere per sei anni in questo covo di beghine!… possibile che in tutto questo tempo non le sia mai capitato di sentirsi come un topo in trappola?” Era una domanda indiscreta e, date le circostanze, sgradevole. Tuttavia, don Gianni decise di rispondere con l’arma della sincerità. “In effetti, in luoghi come questo la gente è spesso diffidente, a volte addirittura involontariamente maligna. Quando scesi alla stazione, il primo giorno, ebbi subito la fastidiosa impressione di non piacere ai miei parrocchiani, e che avrebbero preferito un parroco più anziano. Di un prete giovane non si fidano. Pensi che, nei primi tempi, alcune famiglie non volevano nemmeno che le loro figlie venissero a confessarsi da me”. “Sono crudeli”, sentenziò l’anziana signora Canali, la bocca raggrinzita atteggiata a una smorfia. “Sono così stanca di vivere qui!” Il parroco si alzò e indossò i paramenti per la confessione. Oltretutto la signora Canali, che l’aveva tirato giù dal letto in piena notte, non aveva certo l’aria di una persona che stia per morire. Questo fattore non fece che accentuare il malumore di don Gianni. “Vogliamo procedere con la confessione?” “Sì. In questi anni temo che lei abbia accumulato molte cose da rimproverarmi, a partire dalla mia… discontinua frequentazione della chiesa”. Il prete raccolse l’olio per l’estrema unzione. “Ma stanotte ho improvvisamente sentito la morte vicina… e così l’ho chiamata”. “In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Sia lodato Gesù Cristo”. La vecchia non rispose. Tremava, come scossa da brividi di freddo. Guardava fisso davanti a sé, con occhi spiritati. Il parroco andò oltre, senza attendere la risposta. “Da quanto tempo non ti confessi?” “Da una vita, padre… davvero da una vita!” “Una vita?” “Volevo dire… anni. Tanti anni”. “Forse qualche grave peccato ti pesa sulla coscienza?” La vecchia rimase immersa in un cupo silenzio per più di un minuto. “Padre…”, mormorò poi con lentezza, attenta a scandire bene le parole. “Avete mai ascoltato il racconto di un peccato… inconfessabile?” Il prete la guardò, sorpreso e allarmato. “non c’è nulla di inconfessabile, figliola!”, rispose. Anche se sapeva che ogni peccatore considera i propri peccati inconfessabili, c’era tuttavia qualcosa di troppo vivo e lucido negli occhi della donna che gli stava di fronte per trattare con condiscendenza la sua confessione. “E a volte anche i peccati più gravi possono essere un’occasione per la nostra anima per riscoprire l’amore di Dio. Se il ladrone che fu messo a morte con Gesù Cristo non fosse stato uno dei peggiori criminali, probabilmente non avrebbe mai avuto occasione di incontrare sulla sua strada il Salvatore!” “Il mio peccato è davvero grave, padre, e non basterebbe il fuoco dell’inferno ad espiarlo”. “Vuoi raccontarmi?” “Un tempo, tanti anni fa, ero una donna molto bella. Forse lei avrà visto qualche mio vecchio film… “Maciste contro gli Argonauti”, o “La tredicesima fatica di Ercole”… Guardi quella foto laggiù, alla parete: quella ero io. Ero meravigliosa, non è vero? La foto la scattò un fotografo di Detroit, di cui ora non ricordo il nome… Tuttavia, “fugace è la grazia, e vana è la bellezza”, come dice la Bibbia. E così, un bel giorno, mi guardai allo specchio, e mi ritrovai vecchia. Naturalmente, non è che io fossi invecchiata in un solo giorno. Agli occhi del mondo potevo ancora sembrare bella e affascinante come in quella fotografia. Ma i miei occhi erano ben più vigili e attenti di quelli del mondo: anche se non era vista da nessuno tranne me, quella piccola, quasi impercettibile ruga al centro della mia fronte esisteva, ed era un segno inequivocabile che il tempo, da parte sua, mi aveva già condannata. Subito mandai le mie cameriere in giro per farmacie, centri di bellezza e stazioni termali, con l’incarico di acquistare i prodotti per la pelle più costosi ed efficaci. Quell’orribile, disgustosa ruga doveva scomparire a tutti i costi, prima che qualcun altro si potesse accorgere della sua esistenza. Non ero ancora pronta per la vecchiaia, capisce? Non avevo ancora vissuto a sufficienza la mia meravigliosa giovinezza! Presi a lavarmi tutte le mattine con acqua gelida, un segreto usato un tempo dalle splendide favorite dei re di Francia per mantenere la pelle fresca e liscia. Ogni sera andavo a letto alle nove, dopo essermi applicata sul viso elaborate maschere di bellezza. Ogni due ore mi cospargevo il corpo di una speciale pomata idratante. Ma quella maledetta ruga non voleva saperne di andarsene! Finché, un giorno, accadde l’inevitabile. Una sciocca cameriera, mentre mi sistemava l’acconciatura con un ferro bollente, mi fece notare, dal modo in cui fissava la mia fronte nello specchio, di essersi accorta del motivo della mia vergogna. Furibonda, non capii quel che facevo: afferrata una spazzola di ferro, la colpii selvaggiamente al viso. Quella stupida urlò, e una piccola goccia di sangue schizzò sul mio viso. Corsi nella mia stanza a piangere. Stranamente, mi sembrava che la mia immagine nella fotografia mi seguisse con lo sguardo, come se il suo placido riso fosse provocato dalla mia infelicità. Ma quando, poco dopo, mi guardai nello specchio, vidi una cosa che aveva dell’incredibile: l’odiatissima ruga era finalmente scomparsa dalla mia fronte! Quella sera stessa chiamai il mio dottore: al telefono la voce mi tremava. Come sempre, il fedele dottor Bulwer si precipitò. Gli chiesi di osservare bene la mia fronte, e di dirmi se per caso non ci vedesse qualcosa di speciale. Il dottore disse che non vedeva niente, anche se credo che lo dicesse per gentilezza, poiché sono sicura che lui, che mi era sempre così vicino, avesse da tempo notato la mia ruga. Inutile nasconderselo, la verità era una sola: dopo che il sangue della cameriera mi aveva colpito in fronte, la mia pelle era diventata liscia ed elastica… proprio come nel volto che vedete sorridere da quel ritratto. Nei giorni successivi lessi libri su libri a proposito del sangue. La sua circolazione, la sua composizione, le malattie ad esso legate, i suoi effetti. Ma in nessuno riuscii a trovare una spiegazione razionale e scientifica del miracolo di cui io stessa ero stata nel contempo testimone e protagonista. Come sanno essere ottusi, a volte, gli uomini di scienza! Eppure quel che era successo era successo, ed era evidente! Feci altri esperimenti di persona, ma non mi furono d’aiuto. Riuscii soltanto a dedurne che il sangue dei gatti, dei topi, degli uccelli, dei cani, delle rane e dei pesci non sortiva affatto, sulla mia pelle, un effetto paragonabile a quello che aveva avuto il sangue della stupida Ellen. Tuttavia trovai interessanti notizie su alcune credenze dell’Europa centrale, di cui mi aveva già parlato un vecchio amico e collega, che aveva recitato in più di un film a riguardo. Il caro Christopher mi raccontò che, in alcune regioni dell’Ungheria e della Romania, si pensa che alcuni individui, nutrendosi di sangue, possano prolungare all’infinito la propria giovinezza, magari ritornando addirittura dalla tomba. Allora non avevo certo la pretesa che queste leggende fossero vere fino in fondo: ero ancora piuttosto scettica riguardo ad alcuni particolari, che trovavo inutili esagerazioni e forzature. Per esempio, mi riusciva difficile credere al ritorno dalla morte. Tuttavia, essendo quelle leggende, per il momento, l’unico sostegno che avevo saputo trovare alle mie teorie, cercai di documentarmi il più possibile riguardo ad esse. Il dottor Bulwer non mi credeva, lo so bene. Ma era intenzionato a dimostrarmi l’assurdità delle mie teorie in modo tale che io stessa me ne convincessi. E così, una sera portò a casa mia un campione di sangue sottratto di nascosto all’ospedale dove lavorava. Questa volta, la prova venne effettuata sul mio collo. Attesi col cuore in gola che il rosso nettare della mia giovinezza venisse applicato. Quando lavai il mio collo, il dottore rimase incredulo a guardare il risultato di quell’audace esperimento: le rughe e i punti neri sembravano veramente scomparsi, e la divina Greta Garbo, nei suoi anni migliori, non avrebbe potuto vantare una pelle così perfetta come la mia. Bulwer provò la stessa cosa su sé stesso. Non funzionò. Il motivo per cui quell’applicazione ha effetti su alcune persone ma non su altre non lo conosco, e tuttora non sono giunta a nessuna conclusione a riguardo. Devo qui introdurre una parentesi, padre. Il dottor Bulwer era da tempo un mio fedele ammiratore, oltre ad essere il mio medico personale. Mi amava molto, credo: non fosse stato così, non si sarebbe mai prestato a fare quello che fece in seguito, e che ora mi accingo a raccontarle. Il dottore veniva spesso a farmi visita, ma da allora prese a venire soltanto a tarda sera. Portava sempre regali, doni più preziosi dell’oro: erano sacche che egli riempiva del sangue perso dai pazienti dell’ospedale durante le operazioni chirurgiche. Erano gli anni della guerra, quelli, e di operazioni se ne vedevano molte, al nostro ospedale. Quello che il dottor Bulwer faceva era illegale, ma, poiché quel sangue sarebbe stato comunque gettato via, egli non vi vedeva nulla di propriamente sbagliato da un punto di vista morale. E così, io potevo guardare con soddisfazione il ritratto, e gioivo al pensiero che, un giorno, sarei diventata perfino più bella di quando avevo posato per quel prestigioso giovane fotografo di Detroit. Ma poi, sfortunatamente, la guerra finì, e gli ospedali dei dintorni cominciarono ad essere meno affollati. Il sangue trasfusionale era controllato con maggior rigore, la sala operatoria non era più un luogo cui si potesse avere accesso senza essere notati. Ma io avevo ancora bisogno di sangue, avendo ormai raggiunto un’età in cui di una donna si comincia a dire che “può ancora avanzare qualche pretesa”: la pelle cominciava a indebolirsi, a smagliarsi, i seni a cadere, il sedere ad afflosciarsi, le gambe a mostrare impietosamente le vene varicose. Il dottor Bulwer era sempre pronto a servirmi, e aveva già commesso per me diverse azioni illegali. Allora lo legai a me ancor più strettamente, donandogli quella felicità cui da tanto tempo egli anelava. Inginocchiato ai miei piedi, in un momento dei folle estasi, egli giurò, come Erode a Salomè nel dramma di Wilde che tante volte avevo portato sulle scene con successo, che avrebbe sempre fatto per me tutto quello che io gli avessi chiesto. Poi vennero le notti in cui una figura furtiva fu vista passeggiare, in piena notte, per le tortuose strade del paese, fino alla zona del porto e ai sobborghi, per le strade di campagna, nei pressi delle fabbriche in rovina. Il giorno dopo, le prime pagine dei giornali raccontavano di terribili sparizioni. Si trattava sempre di ragazze. Di loro non si sapeva più niente. Mentre la polizia brancolava nel buio, io tornavo al cinema, recitando ruoli importanti per registi di fama. Mentre Val Lewton mi telefonava dieci volte al giorno per chiedermi di firmare un contratto, nel giardino della mia villa di campagna quattro roseti nuovi mostravano i loro boccioli rossi su altrettanti mucchietti di terra smossa da poco. Finché, una sera, il dottor Bulwer venne seguito dalla polizia su una tortuosa strada di campagna. Nella sua auto vennero trovati un bisturi da autopsia, un paio di manette e una maschera ricavata da un paio di calze da donna. A fare la spia era stata una mia cameriera assunta da poco. Se avessi controllato meglio le sue credenziali, avrei scoperto subito che erano inventate: il suo vero nome era Caterina Bertoni, sorella di Anna Bertoni, la seconda delle ragazze scomparse. Coraggiosa Caterina! Avrei fatto carte false per recitare il suo ruolo, se tutta questa storia fosse stata solo un film! La polizia si affrettò a venirmi a cercare a casa. Tentai di fuggire per la porta sul retro. Purtroppo mi attardai a raccogliere il mio ritratto, col quale, lei ricorderà, avevo una specie di scommessa in sospeso. E così, mentre scendevo le scale, un poliziotto mi si parò davanti. Urlai e gli saltai addosso, sollevando la cornice per spaventarlo. Ma il poliziotto, preso alla sprovvista, reagì allo spavento in modo inaspettato e lasciò partire un colpo. Caddi sulla schiena, in un bagno di sangue. Era sangue giovane, il sangue che avevo sottratto a quelle ragazze per mantenere il mio corpo fermo all’età di venticinque anni. Scorreva fuori di me, e sentivo la vita e la giovinezza fuggire lontane…”
Il prete tremava come una foglia. In tutta la sua vita, non gli era mai successo di ascoltare una confessione così mostruosa. Ciononostante, il suo dovere gli imponeva di portare a quell’anima sciocca e disperata il conforto del Cielo. Nessuno, neanche il più incallito dei peccatori, può essere escluso dalla grazia di Dio. Il suo dovere di prete, ora, non era di esprimere pareri, bensì di portare conforto. “Hai detto che ti hanno colpita. Come… come hai fatto a salvarti?” La signora gli prese una mano fra le sue, lunghe e affilate come artigli. “Non mi sono salvata affatto, padre!”, disse, gli occhi che le brillavano di gioia. “Quella notte, il proiettile mi perforò un polmone, ed io morii soffocata!” Il prete si alzò di scatto. Che razza di gioco era quello? Nessuno poteva avere voglia di scherzare, in punto di morte e di fronte a un sacerdote. Ma le dita della vecchia serravano le sue come una morsa. Il volto livido, come quello di un cadavere, la vecchia si alzò a sedere. I suoi occhi erano neri come la pece, senza nemmeno il bianco a contornarne l’iride. La forza con cui il suo braccio tratteneva il sacerdote era incredibile. La sua bocca ghignante mostrava denti aguzzi e affilati come quelli di un pescecane. Don Gianni urlò forte. Fu l’ultima volta che qualcuno udì la sua voce.
Il giorno dopo, tutto il paese era in subbuglio. Si era diffusa la voce che il giovane, irrequieto parroco don Gianni era uscito dalla canonica nel cuore della notte rispondendo a una misteriosa telefonata, e non era tornato più. Molte congetture vennero fatte su chi potesse essere stato (o stata) a chiamarlo a quell’ora. Alcuni padri di famiglia dissero alle mogli, non senza una punta di soddisfazione nella voce: “Cosa ti dicevo? Non facevo bene a proibire a nostra figlia di andarsi a confessare da un uomo del genere?” Anche la bicicletta verde, l’unico indizio che poteva portare a ritrovare il prete, era misteriosamente scomparsa.
Quella sera stessa, poco dopo il tramonto, la signora Amanda Canali uscì, dopo tanto tempo, a passeggiare per le vie del paese. Molti uomini si sorpresero a guardare ammirati il bel portamento, la grazia, la senile bellezza di quella donna di ottant’anni, che, stranamente, sembrava portarne sulle spalle venti di meno. Ci fu chi si chiese, con una nota di invidia nella voce, quale fosse il segreto di quella armoniosa bellezza, che sembrava quasi sfidare il tempo.
(copyright by Filippo Catellani)
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