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PURPUFARGADE
ANKISET scritto da Arthur J. Cochran
Squit…
squit… squit… Strano
rumore, penso, avvicinandomi al cadavere di mia moglie. Squit…
squit … squit… Davvero
strano! Sono chino su di lei e lo sento come se fosse dentro le mie orecchie, scavato, insidioso e penetrante. Rimbomba come un martello pneumatico. Va intensificandosi, sempre più da quando mi sono chinato sul corpo. Qualcosa preme, sì, sembra che stia cercando di uscire da qualcos’altro. L’idea che vi sia una presenza indefinita all’interno del corpo mi fa prendere pallore al viso. Non posso lasciarmi sopraffare dalla paura. Non adesso. Credo che sia per via del fatto che ho commesso un delitto contro natura. Sono già abbastanza preoccupato per tutto il sangue che mi circonda. Dovrò pulire e ancora pulire a fondo. So benissimo che quelli della polizia scientifica hanno dei maledettissimi marchingegni che rilevano la presenza di liquidi anche dopo anni e di lavate su lavate non serve a niente. Loro possono risalire al sfottuto preciso momento in cui tu l’ hai fatto. Sorrido. Fottuto da un legame di sangue. Ah, ah. Erutto una fragorosa risata che mi disarciona dalla mia posa statica e precipito gambe all’aria. Rimango così per qualche secondo, fissando il soffitto liscio e dalle ombrature untuose della cella. Poi mi rimetto in ginocchio senza grandi sforzi, nonostante mi pervada per un istante l’idea balzana, che possa rimanere lungo disteso per terra in eterno. Sono colto da una seconda fitta lancinante d’ilarità. Sono alquanto nervoso, nonostante stia cercando di convincermi che è tutto follemente ok. Mi
riapproprio della posa eretta e psicostatica. Rimango inerte e la mia ombra è
al di sopra del cadavere, con le ginocchia poggiate al freddo pavimento
d’acciaio della cella frigo. Sono inzaccherato di sangue e stringo ancora
nella mano destra il pugnale con il quale ho fatto scempio inaudito del corpo
esile di Clara. Ho inferto decine di fendenti e fino a che non ne sono stato
appagato, non ho smesso di martoriarla. Ad un certo punto mi sono stoppato,
quando oramai avevo il braccio destro lordo di sangue e gli schizzi sono
arrivati sino alla montatura degli occhiali. Avrei
continuato forse, se non fosse stato per quel rumore. Strano ed insolito. Squit,
squit, Squit! Lei
non ha opposto resistenza tranne che
portarsi le braccia in avanti per coprirsi il volto. Dopo i primi colpi però,
era già in terra. Non è mai stata un carattere forte. Credo che sia morta
subito. Avrei preferito che avesse continuato a vivere abbastanza da avvertire
ogni volta per tutte le volte l’urto pesante dell’acciaio che dilania,
trafigge e viola la carne tenera e flaccida. Ho desiderato ardentemente che in
quegli attimi i suoi occhi precipitassero nei miei e potessero scrutare la
follia che mi stava avvincendo. Perché?
Ma deve esserci per forza? Me lo sono sempre chiesto. Adesso sto cercando una
risposta adeguata. Non penso che ci sia. Che
cosa buffa; già. Cerchi qualcosa e poi non la trovi. Ma
adesso quello strano ed inusuale suono che proviene da chissà dove! Mi
sta assordando. E’ dentro di me come un innesto. Un tarlo dentro il mio
stomaco che risale oltre ogni scomparto del mio organismo fino a penetrarmi nel
cervello e a martellare come un ossesso. Squit,
squit e ancora squit. Ridicolo forse, ma pressante e vagamente orribile. Non
posso che attendere che termini. Ha come paralizzato ogni mio arto quel
singulto. Non riesco a comprendere da dove provenga. Sembra che sia interno al
corpo immobile di Clara, ma cerco di scartare questa possibilità. Eppure non ci
sono altre possibilità a meno che non sia totalmente uscito di senno e a breve,
mi dico, comincerò a sentire qualche vocina.
Squittt All’improvviso
cessa ed io riesco a mettermi in piedi con la testa. Rimango immobile con gli
occhi fissi sul sangue che continua a sgorgare dalle mille ferite che sferzano
in lungo e in largo lo stomaco, le braccia, il volto accigliato del cadavere. Indietreggio
e roteo il capo fino a che non lo sento scrocchiare. Mi guardo intorno ed il mio
sguardo si ferma sul bancone alla sinistra della porta d’ingresso della cella
frigo. Il piano azzurro dove mia moglie era solita appoggiare la carne che
andava messa via, era libero. Penso che sarebbe andato bene per effettuare
l’operazione. Squit. Mi
volto circospetto. Adesso il rumore mi è decisamente giunto da fuori. Un topo?
E’ la mia domanda. Quel suono adesso lo associo ad un verso. Il verso di un
animale. Già può essere il verso di un topo. Ma certo. Come ho fatto a non
pensarci prima! Un
animale. Squit,
squit, squit! Non
resisto. Non ci riesco. Non ho alcuna intenzione di impazzire. Voglio uscire
dalla cella frigo indietreggiando un passo alla volta e richiudere la porta
spessa e rigida. <<Basta,
adesso!>> urlo e getto il coltello in terra. Il
rumore scompare come un missile balistico oltre l’orizzonte fatto di fango e
misture di sangue, frammenti cerebrali e tentacoli pseudoscarlatti. Ciò
che rimane, invece, non è altro che
un vagito postmolecolare che disarciona pustole di normalità e sottili
filamenti di reale, infame, iridescente vacuità materiale. Avanti!
Prendila di peso e mettila sul bancone! Stupido idiota che non sei altro. Devi
farlo ORA! È la voce di padre. Ha sempre avuto un debole per me. Il corpo di Clara è ancora lungo disteso sul pavimento ma adesso, qualcosa si muove al suo interno, e le mie idiosincrasie, le masturbazioni mentali che mi sto autoprovocando sono la fottuta realtà. Avverto rotture e crepe che si propagano nella carne congestionata che non raggiungerà alcuno stadio rigor mortis prima di eiaculare il morbo della vita che si ribella alla morte. Non posso prendere decisioni di tale levatura. Non mi è possibile effettuare operazioni non consentite. Una forza superiore ci governa. Il
mio sguardo vacilla come un’ipotenusa troncata di netto da una costante
ipersonno che devasta le incongruenze. Hai
ucciso! Cosa? Sangue. =Morte? <<Che
cosa è…>> dico mentre le mie gambe hanno deciso arbitrariamente di
muovere il bacino e sospingere il corpo tutto verso la pozza d’ombre e sangue
che contornano il cadavere martoriato della donna che continuo ad amare e che ho
ucciso per gioco. Tutto
accade stolidamente, quando le realtà confinanti con l’oblio fragile che ci
accompagna lungo i sentieri franchi, s’inoltrano oltre i dirupi del destino.
Tutto accade come una proiezione imperfetta dei nostri incubi migliori. Mi
sono chinato come un adepto del demonio sui resti di un simulacro arido di
umanità. Sono protratto verso lidi artificiali dove gli orizzonti sono ataviche
rimembranze di reincarnazioni interminabili. E
adesso accade. L’addome
di Clara si squarcia come un’esplosione atomica. La sua carne si disgrega ed
il riverbero mi imbratta come un eruzione secolare. Sono madido di interiora
putride e vasi sanguigni e strati di organi vitali. Mentre
il sospiro della follia rientra a giro, la cosa è visibile. Niente più rumori
solo visioni. Quando le immagini distorcono la confusione che tramandano. Ecco
la cosa di carne che viene dalle viscere della nostra. <<Grugg,
squit…>> I
miei occhi sono praterie devastate da bombardamenti chimici e guerre tribali di
civiltà cannibali. L’inespressione
dei tessuti connettivi e le forme geometriche del mio volto lercio di morte sono
l’essenza speculare dell’insostenibilità della diversità tra reale ed
irreale. <<Cosa…>>
sussurrò. <<Visquitt…>> <<Vitasquit>> La
dissimulazione mnemonica e la paradossalità del nulla immateriale che
ricerchiamo. Cosa mai i miei occhi mentali vedono? <<Vita sono la vita>> è un suono mortale e penetrante. E’
un fagotto di carne intriso tra intrugli di viscere coagulati a sangue ed altro
che non so. Una forma molto più piccola di qualsiasi cosa si possa pensare essa
sia, ma al contempo molto più grande di ciò che si possa pensare
all’opposto. Due
occhi microscopici densi e neri come il buco più scuro che si possa immaginare.
Se si può. Il nero è la tonalità più scura della catena ciclica dei grigi. Rigido
e condensato, resto inerte con i palmi delle mani ambedue rivolti al cielo che
ci sovrasta oltre le nubi cumuliformi e i sentieri di stelle che s’inoltrano
tra le galassia alla deriva della disintegrazione. <<L’involucro
è perso, è ora di andare.>>dice la cosa Rigido
e condensato, resto inerte con i palmi delle mani ambedue rivolte al cielo che
ci sovrasta oltre le nubi cumuliformi e i sentieri di stelle che s’inoltrano
tra le galassia alla deriva della disintegrazione. Sono
immobile come la struttura del creato primordiale. Sto
pensando che ho soltanto ucciso una donna che credevo tutto potesse risolversi
con la fuga oltre barriere di coscienza pensavo che il corpo fosse umano penso
almeno che io lo sia o che chiunque altro pensavo immagino che tutti siano
sempre stati uguali ho ucciso per un
raptus non spiego perché la cosa non sia reale il governo dovrebbe essere
informato che ci sono queste cose lo sanno penso immediatamente quella cosa è
un agente della cia io sono prigioniero ho ucciso mia moglie perché il sangue
la lama ha perforato mi piaceva il profilo di un killer seriale è semplice da
delineare il sangue tanto sangue il cadavere occhi vitrei ombre diafane riflesse
morte la cosa sta parlando ma non riesco a sentire questa voce che continua a
farmi pensare a voce alta nella mia testa Prendo
coscienza per qualche istante che prosegue per l’eternità ho aperto la bocca
quella cosa è sporca di sangue come una spugna e ci sono strati di carne di
Clara peli vasi ancora pulsanti e una cicatrice che si è riaperta sgorga sangue Non
posso oppormi. La cosa sta entrando.
CONTINUA
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