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QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA ALIENI

scritto da Alberto Garavello

 

 

I

-“Pronto? Sono il commissario Tanzi. Sto parlando con l’uomo che tiene in ostaggio dieci persone dentro la Banca Commerciale?”

“Precisamente commissario. Immagino voglia sapere le mie richieste, proprio come nei film.”

Sembrava che quella voce venisse da dentro un sepolcro; metteva i brividi anche il tono, come quello di un insegnante che cerca di spiegare le tabelline ad un bambino delle classi differenziali, armato di pazienza e di un sorriso disarmante. Mi sentivo inferiore; neanche l’avevo visto in faccia, ma già stavo iniziando la trattativa in netto  svantaggio. Dovevo recuperare.

-“Prima che parli voglio farle sapere che l’edificio è completamente circondato e non vi sono possibilità di fuga. Un suo gesto ragionevole potrà esserle molto utile. Lasci andare gli ostaggi e vedrà che troveremo modo di ….”

-“Mi dispiace che lei affronti la questione da questo punto di vista. Voglio perciò darle un segno tangibile di come intendo condurre la faccenda…”

Da dietro l’Alfetta vedemmo il portoncino della banca aprirsi lentamente; un uomo piccolo e grassottello venne spintonato fuori con violenza andando a sbattere sul marciapiede. Tentò subito di rialzarsi, cominciando a correre verso le nostre automobili con le mani alzate ma non vinse la gara; due lampi azzurrastri guizzarono dalla porta a vetri, poi un’ombra immensa si ritirò all’interno mentre il pesante uscio blindato si richiudeva senza fare alcun rumore. Mi alzai in piedi; sempre guardando verso la porta della banca mi avvicinai al corpo di quel poveraccio. Due buchi nella schiena, uno a destra ed uno a sinistra della colonna vertebrale. Roba da professionisti. Sapevo che mi stava guardando, potevo sentire i suoi occhi che mi fissavano da dietro gli spessi vetri antiproiettile; volevo fosse subito chiaro che non avevo paura di lui. Avrei fatto meglio ad averne.

 

II

L’ambulanza stava per  portarsi  via quel povero Cristo in mezzo ad una folla di curiosi e di giornalisti. Cominciavo con un insuccesso, la cosa mi pesava.  Mentre stavo pensando alla prossima mossa mi si avvicinò il solito maresciallo Auriemma, prendendomi per un braccio.

-“Commissario, venga a vedere una cosa. E’ importante.”

Con gli anni avevo imparato che quando Auriemma ti dice di andare a vedere è sempre meglio che vai a vedere. Ci avvicinammo all’ambulanza; il medico e l’infermiere ci guardarono con curiosità mentre salivamo nell’abitacolo. Auriemma sollevò la camicia della vittima e mi mostrò i due fori di entrata dei proiettili.

-“Non le sembra strano?”

La pelle attorno al foro d’entrata era cotta come una bistecca, senza però alcun segno di bruciatura; i fori di entrata dei proiettili si presentavano  perfettamente circolari.

-“Pare che l’abbiano fatto al forno prima di ammazzarlo. Questo lavoro non l’ha fatto una 38.”

-“Le telecamere all’interno della banca ci dicono che ha una 38. Forse ha anche un fucile a pompa.”

Ma Auriemma aveva le idee chiare; ”Questo è un lavoro da forno a microonde non da arma a proiettile. Guardi la carne come è…”

-“Ho visto Auriemma, ho visto … forse è uno di quegli stock di armi che vengono dall’Est …”

-“Però il foro d’entrata sulla camicia è perfetto, neanche una sbavatura … come è possibile che…”

Fummo interrotti da un carabiniere che, dopo un perfetto saluto, mi porse con gli occhi sgranati un telefono portatile; ”E’ quello della banca dottore!”

Presi in mano il cellulare; niente da dire, aveva anche la scelta dei tempi, un vero filodrammatico.

-“C’è qualcuno che ha occhio per i particolari e che riesce a ragionare tra i suoi collaboratori Tanzi. Gli dia retta.”

-“Come sa il mio nome?” Mi stava prendendo per il culo , non mi piaceva.

-“So molte più cose di quante lei possa credere. Tra mezz’ora avrà le mie richieste. E tra mezz’ora avrà capito perché ho ucciso quell’uomo.”

Diedi il telefono al carabiniere. Auriemma mi guardava preoccupato, aspettava ordini.

-“Identifichiamo il tizio della banca. Poi cerchiamo di capire chi è il morto; probabilmente è uno del quartiere, forse  si conoscevano.”

-“Come fa a dirlo commissario?”

-“Me l’ha detto un uccellino. Quest’ambulanza per il momento non si muove da qui.”

 

III

Ovviamente aveva disattivato tutte le telecamere all’interno della banca; avevamo però un filmato di quando era entrato, roba di una decina di secondi e tutti abbastanza interessanti. L’impressione che avevo avuto era esatta; era alto più due metri, un tipo che sicuramente non passava inosservato. Notai che appena entrato nella banca si era diretto verso l’uomo che aveva ucciso, in fila davanti allo sportello. L’ultimo fotogramma lo riprendeva mentre guardava nella telecamera; un volto maturo, squadrato, due occhi penetranti, particolari che spiccavano anche nell’incertezza della ripresa. Il filmato si interrompeva bruscamente.

-“Ha un’idea del perché la ripresa si sia interrotta?”

Il dirigente della “Commerciale” a cui avevo fatto la domanda mi stava di fronte in divisa da “giovane rampante”; era evidente che non sapeva spiegarsi il perché di quel black-out.

-“Non saprei … non c’è stata nessuna interruzione di corrente. E poi quel rapinatore è solo, non mi sembra ci siano complici che possano aver provocato un guasto.”

Fummo ancora interrotti da Auriemma, che sembrava aver qualcosa di molto importante da dirmi.

-“Stupiscimi Auriemma.”

-“Non potevo tenere il cadavere in ambulanza così l’ho portato in uno studio medico qui al piano terra di questo palazzo. Siccome c’è un gabinetto radiologico gli ho fatto fare delle lastre …”

-“Auriemma!! Sei pazzo!!”

Si voltarono tutti; cercai di cambiare espressione e lo presi sottobraccio affettuosamente, portandolo più lontano.

-“Auriemma, sposti il cadavere e fai le lastre ad un morto! Quando arriva il Sostituto Procuratore arresta noi, mica il rapinatore!”

-“Allora ce lo dirà il Sostituto Procuratore dove stanno i proiettili che lo hanno ammazzato. Nelle lastre il piombo si dovrebbe vedere.”

Misi in controluce le lastre del torace e dell’addome che Auriemma mi stava porgendo con uno sguardo eloquente; pulite.  Balbettai;” saranno uscite dalla parte anteriore del ….”

-“O’ pertuso davanti non c’è, ho già controllato …”

-“E hai anche controllato chi è lo sparato?”

-“Si. Si chiama Vitaliano e …”

-“E cosa?”

-“E’ il padrone di casa del rapinatore … venga signora, parli con il Commissario.”

Si scostò e fece passare una signora che portava alcuna grosse buste della spesa e teneva per mano  una bambina, che si stava spalmando coscienziosamente un gelato sulla faccia nel tentativo di mangiarlo. Mi salutò educatamente e mi dette la mano, ricambiai.

-“Buongiorno signora, lei conosce il cadavere, voglio dire …”

-“E chi nun lo conosce quer fijo de na … voglio dire, il signor Vitaliano. E’ il padrone de casa del mio condominio, tutto se l’è comprato e vedesse come ce fa vive … me so presa ‘no spavento con la bambina … sa com’è ha visto la polizia e ci siamo avvicinati, lei vede sempre i film je piace quel poliziotto de Miami …. Hai visto Francè, non è Don Jonson, quello è più bello è tutto biondo …”

-“Signora noi la ringraziamo per la collaborazione, ci ha risparmiato un sacco di lavoro. Ma …mi ascolti …” sentivo lo sguardo di Auriemma sulla nuca, sapeva quello che stavo per chiedere “ sappiamo che il rapinatore è un uomo molto alto, quasi due metri e …”

-“Il signore dell’ultimo piano! Hai sentito Francè … il  signore dell’ultimo piano … un rapinatore, te lo credevi?”

Auriemma  mi si avvicinò all’orecchio bisbigliando “Commissario mio, pensi un po’ che razza di riunioni di condominio in quel palazzo!”

La signora era lanciatissima ;”guardi il nome non lo so, ma è una persona così gentile, così educata! Sapesse quante volte faceva i compiti di matematica alla mia bambina! Francamente mi sembra strano che abbia rapinato una banca … invece me sembra meno strano che abbia ammazzato il signor Vitaliano … oddio quello volevamo ammazzarlo un po’  tutti nel palazzo! Ma siete sicuri che sia lui?”

-“Per cortesia signora, dia il suo indirizzo al Maresciallo Auriemma. Auriemma un altro gelato gigante per la bambina, poi accompagnate la signora a casa e perquisite subito l’appartamento di quel tizio.”

-“Per il mandato come facciamo commissario?”

-“Ancora stai qui Auriemma?”

Il batter di tacchi del carabiniere mi fece girare dall’altra parte; mi porse il telefono, ma già sapevo chi era. 

-“E’ chiaro adesso?”  Il tono era sempre lo stesso, forse ancora più paziente e comprensivo se possibile.

-“Perché mi telefoni se sai leggere nel pensiero?”

-“Anche tu ne sei capace, o meglio i tuoi antenati nelle caverne lo erano.”

-“Erano capaci anche di interrompere i circuiti elettici con la mente?”

-“Esatto. Vedo che facciamo passi avanti.”

-“Cosa troveremo a casa tua? Non voglio altri morti.”

-“Non ti preoccupare, i tuoi non riusciranno neanche ad entrare. Voglio una macchina qui davanti tra due ore.”

-“Lascia gli ostaggi. Vengo io con te.”

-“D’accordo. Mi sei simpatico, vuoi sapere come andrà a finire, vero?”

-“Esatto. Ah senti … e se i capi non volessero accettare?”

La stanza piombò nel buio più  completo; sentii la ventola del condizionatore che perdeva di giri per poi fermarsi del tutto. Rimasi così, con la cornetta in mano per circa trenta secondi mentre delle voci concitate urlavano di cercare il guasto alla centralina e che guarda se era questo il momento …che quelli dell’ENEL poi avrebbero sentito il questore. La voce del mio amico al telefono ruppe il silenzio di quella stanza; “Tanzi, mi sembri un ragazzo intelligente. Convincili.”

Ricevuto.

 

IV

Il Sostituto Procuratore mi ascoltò per dieci minuti filati senza interrompere; l’idea che quel tipo mi prendesse come ostaggio rilasciando quelli dentro la banca gli piaceva, non poteva dirlo ma gli piaceva perché gli avrebbe risolto molti problemi.

-“Ha idea di dove voglia andare con quella macchina?”

-“No. Non ha neanche parlato di aeroporti o roba del genere.”

-“Faremo mettere un rilevatore nel bagagliaio …”

-“Sconsiglierei una soluzione del genere … non è uno stupido, un trucco del genere lo scoprirebbe subito e servirebbe solo a farlo irritare.”

-“E allora?”

-“E allora niente. Salirò in macchina con lui e poi vedremo.”

Lo squillo del mio cellulare fece cadere l’imbarazzo di quella conversazione.

-“Commissario, sono Auriemma … l’indirizzo è giusto, l’appartamento è all’attico, ma c’è un problema.”

-“Credo di sapere di che si tratta. …”

-“Non riusciamo ad entrare. Dietro al pannello di legno c’è una  porta blindata, ma non viene giù neanche con la lancia termica …”

-“Immaginazione al potere Auriemma. Sfondate il muro …”

-“Ci abbiamo già pensato commissario, ma sotto l’intonaco ci sono dei pannelli di metallo … insomma non si capisce bene, non si vedono neanche segni di saldature. Gli abbiamo puntato contro la fiamma ossidrica, ma neanche si scaldano …”

-“Lascia perdere Gaetano – presidiate il posto. Vi farò avere istruzioni.”

 

V

Alle otto di sera in punto mi presentai davanti alla porta della banca. Sentii il rumore della serratura e vidi socchiudersi il portoncino blindato; prima che potessi rendermene conto una mano enorme mi prese per il bavero della giacca e mi attirò dentro l’ingresso. Mi ero sbagliato; non era alto due metri, ma almeno dieci centimetri di più. Ad occhio e croce aveva una settantina d’anni, molto ben portati; mi guardò per una decina di secondi senza parlare, così decisi di prendere l’iniziativa.

-“La gente lì dentro?”

-“Stanno tutti bene. Ma se qualcosa va storto mentre ce ne andiamo faccio saltare tutto. La macchina?”

-“A destra, sulla piazza. E’ pulita.”

-“Lo so, andiamo.”

Camminammo in fretta verso l’automobile; una mano stava sulla mia spalla, con l’altra teneva sollevato quello che sembrava un telecomando, per farlo vedere. Mi fece cenno di telefonare, obbedii al volo, ci tenevo alla pelle; il maresciallo rispose al primo squillo.

-“Auriemma, stai vedendo vero?”

-“Si commissà … ha in mano un telecomando per far saltare una carica dentro la banca vero?”

-“Esatto. Niente scherzi al tuo commissario preferito.”

-“No ma … se è così intelligente … dove spera di andare?”

Chiusi la comunicazione. Mi fece salire al posto del guidatore e si sedette accanto a me, sempre con il telecomando nella  mano enorme.

-“Dove andiamo?”

-“A casa mia.”

 

VI

Appena scesi dall’auto mi fece cenno di precederlo. Guardò in alto verso l’elicottero che ci volteggiava sulla testa e non poté non lasciarsi sfuggire un sorriso. Per un solo secondo vidi la luce rossa di un mirino laser vicino alla sua testa e per la prima volta in quel giorno pregai che Dio stesse guardando verso di me. Sempre con la sua mano enorme sulla spalla facemmo a piedi i cinque piani di quel palazzo; ovviamente io lo precedevo. Mentre salivamo vedevo i ragazzi della “speciale” che si nascondevano in fretta dietro gli stipiti. Sentivo le porte chiudersi al nostro passaggio, il suono delle trasmittenti tradiva la loro presenza eppure il mio amico sembrava non preoccuparsene. Percorremmo il corridoio che portava al suo appartamento e arrivati davanti all’ingresso fece cenno di fermarmi; mise la sua grande mano sul centro della porta e questa si aprì senza un rumore. Entrammo in un appartamento arredato in maniera povera ma funzionale. Un’intera parete era occupata da  grande vetrata che dava sulla città; potevo vedere gli elicotteri che volteggiavano attorno al palazzo, i riflettori puntati sul nostro attico. Una gigantesca carta geografica occupava invece tutta l’altra parete, ma quello che più mi incuriosì fu  una specie di cabina da doccia piazzata in mezzo alla stanza.

Guardando con più attenzione che quella enorme mappa  sul muro mi accorsi per una metà rappresentava il nostro sistema solare, mentre nell’altra metà riportava pianeti e costellazione di cui non aveva mai sentito neanche il nome. Decisi di rinviare le domande a dopo.

-“E adesso che siamo qui che altre richieste vuoi fare? Due biglietti per il cinema, una foto in mezzo a due carabinieri ?”

-“Il mio viaggio è finito Tanzi. Grazie per avermi accompagnato fino a casa.”

Aprì quello che sembrava un comune computer portatile; digitò per qualche secondo e improvvisamente sentii che qualcosa nella stanza stava cambiando. Provavo una sensazione indefinibile, un calore improvviso che mi percorreva come una corrente elettrica, forse anche piacevole. Mi girai e vidi che i vetri di quella che mi era sembrata una doccia adesso stavano  assumendo un colore azzurrino; non riuscivo più a distinguere quello che c’era all’interno, sembrava vi fosse apparso dentro un acquario.

Cominciavo ad avvertire delle deboli contrazioni muscolari, deboli ma totalmente fuori dalla mia volontà, forse l’effetto di quella corrente di energia che stava percorrendo la stanza. Era quello il momento; tirai fuori la pistola e gliela puntai contro, ma lui non fece neanche una mossa.

-“Va bene; spegni tutto l’albero di Natale e usciamo da qui.”

-“Tanzi … stavi andando così bene. Allora ho sbagliato a fidarmi di te, possibile?”

-“Volevi solo ammazzare Vitaliano, il tuo padrone di casa. La rapina alla banca è stata una messinscena.”

-“Mi aveva scoperto. Voleva rivendersi la cosa ai giornali, voleva ricattarmi, non potevo permetterlo, il mio lavoro è troppo importante.”

-“Quale lavoro?”

-“Sorvegliare. Sorvegliare e riferire.”

-“A chi?”

-“A loro, agli altri, non crederete mica di essere soli nell’universo?. Francamente devo dire che un pianeta litigioso come il vostro non si trova in tutto il sistema solare. Se non avessi ammazzato quello scienziato tedesco a Peenemunde adesso avreste anche trovato il modo di usare l’antimateria per far  volare le vostre astronavi …”

-“Non mi pigliare per il culo …”

-“E’ stata la mia prima missione qui … fortunatamente quel Von Braun è stato molto più ragionevole  quando gli ho spiegato i rischi delle sue scoperte …”

Mi stava di fronte con un sorriso paterno; le luci che venivano da quella “doccia” adesso erano di una riposante tonalità verde, quasi ipnotica.

-“Ho sempre avuto degli amici nei miei viaggi Tanzi, voi terrestri in fondo non siete dei cattivi ragazzi. Mi ricordo in California, quanto mi divertii negli anni cinquanta! Pensa … allora ero giovanissimo, giocavo in una squadra di Basket … guarda!”

Mi porse una fotografia presa da un giornale studentesco; la sua enorme figura stava in mezzo a due ragazzi che lo tenevano sottobraccio. A fianco una dedica scritta a penna; ”riusciresti a segnare anche se il canestro fosse appeso … ad una stella! I tuoi amici per sempre Gene Roddemberry e  Robert Wise.”.

Rimasi a fissare quella foto per alcuni secondi nella semioscurità della stanza; “Loro sapevano vero?”

-“Si. Anche loro mi scoprirono mentre trasmettevo i miei rapporti all’astronave madre, ma non mi tradirono mai. A quell’epoca il mondo era in piena follia nucleare, ti ricordi quando Kennedy minacciò di lanciare i missili su Cuba …”

 -“Ma non lo fece …”

Finalmente il suo volto si aprì in un largo sorriso;” questo lo pensi tu. Lo fece eccome ma …”

Adesso potevo sentire un rumore sempre più forte, un ronzio sordo che stava invadendo la stanza mentre lui continuava a guardarmi sorridendo.

-“Mi piacerebbe tanto sapere che fine hanno fatto Gene e Robert“.

Lo rassicurai; “stanno benone, stai tranquillo e sono sicuro che se potessero ti ringrazierebbero.”

-“Come fai a saperlo?”

-“Ognuno ha i suoi segreti. Quel puntino rosso nella carta stellare sul muro è la tua astronave?”

-“Quella è la posizione di due giorni fa. Adesso sta  dietro la luna; si affaccerà solo cinque secondi per il teletrasporto, poi ce ne andremo. Tra un minuto non sarò più qui.”

-“Dimentichi questa” – gli puntai contro la pistola, ma non ci credette neanche per un attimo.

-“Potrei paralizzarti lo sai bene, ma non lo farò perché se sei l’uomo che credo non sparerai.”

Rimisi l’arma nella fondina alla caviglia; ”esatto,  sono il fesso che credi”.

-“No Tanzi. E’ per quelli come te che questo mondo va ancora avanti. Tra poco me ne andrò e tu resterai da solo.”

Si stava avvicinando a me, nella penombra sembrava ancora più colossale; allungò una mano verso di me e mi toccò leggermente la tempia. Sentii una piccola puntura, un piccolo dolore.

-“Adesso saprò sempre dove sei. Presto potresti aver bisogno di me, ti lascio da solo in un mondo che ti farà un sacco di domande su questa storia e tu non saprai rispondere. Chiamami quando sarà il momento, le parole tanto le sai vero?”

-“Si, credo di si.”

Si allontanò verso quella specie di doccia salutandomi con un piccolo gesto della mano; si udiva un suono acuto provenire da quella macchina, il colore delle luci si stava facendo più vivace.

-“Si stanno allineando sulle mie coordinate Tanzi …. Cinque secondi, quattro …”

Chiuse davanti a se la porta a vetri  poi vidi scomporsi il suo grosso corpo in un nuvola di luci rosse ed arancioni; dopo alcuni secondi la stanza ritornò nel buio più completo, rotto solo dai riflettori degli elicotteri che ronzavano attorno al terrazzo. Guardai la porta blindata; il mondo che avrei trovato là fuori non sarebbe più stato lo stesso.

 

VII

Dopo che ebbi chiuso quella porta dietro di me nessuno riuscì più ad entrare nell’appartamento. I rilievi determinarono che era stato come “inscatolato”  in una specie di struttura blindata, fatta di un materiale sconosciuto. Ovviamente non fu data pubblicità alla cosa; senza dare nell’occhio i condomini vennero trasferiti in case di gran lunga più belle ed alla fine il palazzo venne demolito con alcune cariche di dinamite piazzate sapientemente. L’attico blindato fu seppellito in fretta sotto i calcinacci e su quella collina oggi c’è un parco giochi per i bambini dell’asilo. Sono sicuro che il mio amico stellare ne sarebbe stato contento. Quanto me prima venne il processo e non ne uscii bene; l’accusa fu quella di aver fatto fuggire un pericoloso assassino. Venni interrogato per mesi, prima dalla polizia, poi dai servizi segreti, poi dall’aeronautica ed infine da alcuni signori che parlavano in inglese e mi fecero vedere un sacco di fotografie di dischi volanti ed altre cose simili. Per tutti la mia risposta fu sempre la stessa; “nell’appartamento quel tipo mi ha colpito alla testa, non mi ricordo nulla”. Purtroppo non venni creduto; non erano stupidi, avevano capito. Il colonnello dell’aeronautica americana, congedandosi, mi disse; ”avrei fatto così anch’io al posto suo.” Bella consolazione. Cinque anni mi hanno dato e il carcere è duro per un ex poliziotto. Ma non mi arrendo, questo no. E poi oggi è giovedì e arrivano i pacchi regalo. Mia moglie non mi scrive più oramai da alcuni mesi ed anche i miei figli oramai si vergognano di me. Chi può essere che mi manda un regalo?

-“Tanzi! Apri un po’ quel pacco, ispezione! Ma che adesso ti mandano i giocattoli nel pacco? Ma che è, fai vedere …una pistola spaziale! Ma allora è proprio vero che sei matto come dicono!”

E’ proprio vero superiore! Una pistola spaziale di latta! Posso tenerla vero? E già. In fin dei conti è solo un giocattolo. E chi potrebbe credere che una pistola spaziale di latta possa emettere un raggio laser capace di tagliare la porta di ferro della mia cella? E chi potrebbe credere che io adesso, dopo aver liquefatto tutte le serrature dalla mia cella fino all’ultimo piano, stia qui sul tetto della prigione ad aspettare qualcuno che verrà a prendermi per portarmi via da questo pianeta?  Mi avevi chiesto di chiamarti se avessi avuto bisogno di te … avevi ragione amico mio quel momento è venuto. Come vedi non ho tradito il tuo segreto, proprio come hanno fatto Gene e Robert. Sento la tempia che pulsa, mi hai localizzato e tra qualche istante sarò lassù con voi. Dove andremo? Marte, Venere, fino a Nettuno o anche oltre?  Non importa. Guardo verso il cielo pieno di stelle e anche se non riesco a vedere la tua astronave so che da qualche parte state puntando il teletrasporto verso di me. Venite a prendermi o meglio, come si dice nella vostra lingua; ”Klatu, barada, nikto.”

 

 

RACCONTO SELEZIONATO (4° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2001

    

 

 

ALBERTO GARAVELLO

Alberto Garavello è nato  a Milano il 10/3/1959, ma vive a Roma da 36 anni. Di mestiere fa il chirurgo generale, presso l’Ospedale San Giuseppe di Marino.

Scrive dal 1997, quando vinse il concorso “Premio Via di Ripetta” con il racconto “Johnny il bello”. In seguito ha partecipato a diversi concorsi letterari; nel 1998 ha pubblicato il suo libro “Diario Universitario” sulla sua esperienza di studente presso la facoltà di Medicina dell’Università di Roma. Nel 2000 ha vinto il premio letterario “Ada Negri” con il racconto “Senza movente” e recentemente il premio bandito dal  sito internet “Racconti e letteratura” per un racconto sul tema “…e io ricordo una domenica d’agosto”; il racconto è stato pubblicato in una antologia e-paperback disponibile sul sito.

  

  

 

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