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QUANDO GLI ASINI NON VOLANO scritto da Paolo Durando
Da bambina le avevano parlato della fata dei denti. Le avevano raccontato di asini che volano e di pentole d’oro ai piedi degli arcobaleni. Per poco avevano cercato di convincerla sulla Befana dalle scarpe tutte rotte. E lei ci credeva, quando un ottimismo segreto accompagnava il suo seguitare e sentire, il suo mormorare tra sé e sé. Fu da subito grassoccia, poi decisamente più grassa. Con gli anni il cibo straripò dentro e fuori di lei, le gambe si frenavano a vicenda, gli asini smisero di volare. Larghi camicioni le davano un’idea dell’agilità che avrebbe voluto. E mangiava, mangiava. Accadeva anche di notte. Si svegliava e sapeva con esattezza ciò che di lì a poco avrebbe ottenuto. Sarebbe andata frettolosamente in cucina, avrebbe aperto il frigorifero ed avrebbe mangiato voracemente quello che le capitava. A quattordici anni si tagliò definitivamente i capelli. Ed anche di fronte alla televisione non finiva mai di sgranocchiare pop-corn e patatine. Il padre navigava e non c’era mai, la madre faceva l’infermiera. Tornava snella ma sfinita ad orari assurdi per poi scomparire ad orari altrettanto assurdi. Arrivava velocemente e in apparenza vivace, la coda di cavallo che guizzava. Scaricava borse di spesa improvvisate sul tavolo di cucina. Il lavoro la consumava, le sue rughe si erano man mano approfondite, tutta la pelle del viso appariva macchiata e secca. Ma il pop-corn non mancava mai e Melissa allungava la mano avida. La gatta Stella le si accoccolava tra le cosce mentre guardava la televisione. Qualche lamentoso miagolio, forse per evitare che mangiasse ancora, protettiva, poi basta. Melissa trascorreva così le giornate. Forse non c’era neppure bisogno di alcun ripristino di realismo: se gli asini avevano smesso di volare, le cellule del suo corpo avevano eccome le ali e le usavano. Poco più che adolescente, veniva spesso vista a zonzo per quella cittadina di mare, nei sentieri verso la periferia e la spiaggia, con blue-jeans e scarpacce da tennis, e in bocca una di quelle trombette di carnevale di carta, dove si soffia per fischiare e la carta si srotola, come la lingua di un formichiere. Ma fischiare non fischiava, perché aveva sostituito l’imboccatura originale con un’altra muta, per non far voltare chi passava. Così invece di mangiarsi anche le unghie o ricorrere ad imbarazzanti succetti da poppante, poteva imperterrita soffiare nella sua pseudo-trombetta. Sorridente, distratta, passeggiava e canticchiava, si guardava intorno e soffiava. Sola, sempre più sola, perché la gente cerca la misura, ama le cose e le persone sotto controllo, mai l’eccesso. Nel tardo pomeriggio si attardava come tutti lungo il corso, durante lo struscio di prammatica. Vedeva la gioventù bella, elegante e la guardava con lacrime di amore e desiderio. Talvolta la prendeva una sensazione, di fatica tale da farle mollare qualsiasi obiettivo. Il prezzo del rischio era ormai troppo alto. La sua vita si profilava di una piattezza e di una ricchezza inesauribili. Sempre uguali le sue giornate, ma sempre saporose le sue lacrime. Finché non incontrò loro. Quale fu la prima volta che effettivamente li vide? Gli anni successivi, per quanto si sarebbe sforzata di ricordare, non sarebbe riuscita a risalire al primo impatto. Tutto si perdeva in una serie frammentata di momenti successivi, dai quali emergeva, come un’immagine da caleidoscopio, la struggente armonia che essi incessantemente comunicavano. Li scorse di sicuro lungo il corso, in uno di quei tardopomeriggi di passione, procedere sereni e distanti, a braccetto, belli come dèi. Lei era alta, capelli biondi, quasi sempre vestita di blu, ora forse un tailleur, ora forse sete leggere, confusi drappi, adatti alla stagione calda che si appressava, con le mani dalle dita affusolate e le lunghe unghie smaltate di rosso o rosa perla. Lui era a metà strada tra il bell’uomo di mondo, e il saggio padre di molto dignitosa memoria. Che fosse in giacca e cravatta o in completi bianchi di lino non perdeva un fondo di severità protettiva. Il richiamo sensuale della sua snella figura sfociava nella calma autorevolezza di parole sussurrate, abbracci discreti, sguardi un po’ ironici che parlavano di una complicità profonda. In realtà Melissa non riuscì mai ricordarsi, di volta in volta, come fossero vestiti. Era come se non potesse memorizzare i particolari, tanto era in subbuglio guardandoli. E certo, per quanto diversi dagli altri, anche nell’abbigliamento, erano davvero come dovevano essere, una dimostrazione ideale, un uomo e una donna assoluti. Avanzavano nel corso ed erano come un’isola. Quando in seguito Melissa si sforzò di ricordare cosa pensasse in quei primi tempi, era proprio l’immagine dell’isola che le veniva alla mente. Come un’isola infatti protegge dall’immensità del mare con le sue spiagge e le sue scogliere e solo il vento porta i fremiti del continente, così era quella coppia nella folla del corso. Poteva capitare che si sedessero nel bar centrale, sempre più frequentemente all’aperto e ordinassero un aperitivo che arrivava ricco di quelle ghiottonerie alle quali Melissa non aveva mai potuto resistere, Tant’è vero che si accomodava spesso anche lei ed ordinava il medesimo aperitivo, anche per mettere le mani su quelle delizie unte e salate. Osservava così da lontano la magnificenza di quella coppia, la felicità intangibile, l’assoluta autosufficienza del loro rapporto. Un giorno andò anche a cena al ristorante con loro, si fa per dire, senza che mai dessero prova di accorgersi di lei. Praticamente li spiava. Si era seduta ad un tavolo da cui poteva mangiare e guardarli, e guardarli mangiare. Come tutto appariva fluido, silenzioso e agile nelle loro mani, sotto il loro sguardo! La signora poteva versarsi da bere e già questo diceva la nettezza del suo stile, la sua precisione di vita e di pensiero. E lui poteva rivolgerle la parola, sornionamente allusivo, e subito era evidente la finezza con cui viveva e gustava il suo ruolo. Melissa mangiava e beveva vino, fino a che gli occhi le si velarono di lacrime, ma stavolta per il troppo bere. E siccome il troppo bere fa anche traboccare il sentimento, dovette prendere il fazzoletto e piangere a tutti gli effetti, stando bene attenta a non farsi scoprire. Sì, era commossa dalla loro bellezza, dalla loro storia che affondava le sue radici in un passato di promesse e tepori di stanze d’inverno. E perciò bevve ancora, ed ancora pianse, tanto che il cameriere dovette notarla e le si avvicinò per chiederle se avesse bisogno di qualcosa. Per tutta risposta lei chiese il conto, improvvisamente ricomposta, dandosi della scema, della pataccona sentimentale. Aveva in tasca la sua trombetta. Appena fuori dal ristorante vi soffiò dentro con rabbia, a più riprese, ma si voltò ancora per vedere, oltre la vetrata, la sua coppia ancora seduta al tavolo, in piacevole e interminabile conversazione. Si accorse che in quel momento la signora aveva una lunga e sottile treccia, ed il capo soavemente reclinato, come in un romanzo d’altri tempi. Quella sera ed i giorni successivi tornò a casa più distratta, più sciatta del solito, il che era tutto dire, e quando rientrava sua madre dall’ospedale si faceva trovare già in vestaglia, pigramente abbandonata sul letto a leggere o a guardare la televisione. La madre, che ignorava i tumulti di quella figlia inconcludente, la rimproverava, l’accusava di compiacersi di un fallimento ingiustificabile. Era ora che smettesse di mangiare, le urlava, che dimagrisse, che andasse in palestra. I soliti discorsi. Suo padre quando c’era almeno taceva. E Melissa mangiava l’ultima fetta di torta proprio davanti ai suoi occhi, come per sfidarla. La gatta si irrigidiva. La madre sbuffava e se ne andava a riposare. Melissa aveva altro a cui pensare, capì che non poteva esimersi dal voler scoprire dove abitava quella coppia. Decise di seguirli e lo fece spudoratamente. Già sapeva che non si servivano dell’automobile per le loro passeggiate quotidiane. Era l’ultima sconfitta del suo riserbo. Li seguì a lungo, oltre il lungomare, fin quasi in aperta campagna dove c’erano numerose belle case d’epoca. Li vide entrare in una palazzina liberty molto ben tenuta e curata, con un giardino pieno di fiori ed alberi da frutto. Stette immobile nei pressi della casa, aspettando che la notte assorbisse ogni cosa e se stessa. Fu così che vide accendersi la luce in una stanza e stagliarsi le loro ombre che si avvicinavano fino a sfiorarsi, per poi separarsi ancora. La donna si era tirata su i capelli, e appariva altera e turrita sullo sfondo della luce soffusa. Lui veniva verso di lei accogliente, quanto mai sensuale. Si baciarono e Melissa guardò col fiato in gola, finché ebbe l’improvviso impulso di scappare, incespicando tra le erbacce, e si portò la trombetta in bocca, in un moto di irrisione. Dunque Pierino l’aveva fatta franca? Ma un’altra volta non sarebbe fuggita. La coppia divenne poco a poco il suo sogno di ogni giorno, il felice ricongiungimento con qualcosa di mai percepito e vissuto, ma in qualche modo portato con sé, in qualche suo profondo recesso. Usciva alle ore in cui sapeva che li avrebbe incontrati più facilmente, li seguiva stando nascosta, soffiando nella sua trombetta di carta, riposandosi su una panchina dei giardini pubblici, nei pressi della passeggiata verso la spiaggia. Ed i bambini vendendola sempre sola, con le sue camicione sopra i jeans la canzonavano, si nascondevano dietro gli angoli o i tronchi degli alberi e poi sbucavano all’improvviso e le dicevano che non era una fata ma una fatona, la Fatona Trombetta e cercavano di portargliela via, la trombetta. Lei non vi badava più di tanto, le piacevano i bambini ed anche lei un tempo, prima che gli asini smettessero di volare, era stata malvagia e sicura di sé come ogni figlio di Adamo che si rispetti. Non era diversa dagli altri, c’era poco da piangere sulle sue vestaglie dismesse perché troppo strette. E passavano i giorni, le settimane. Di tanto in tanto veniva ripetuto l’appostamento presso la casa . Vedeva l’ombra di lei o di lui attraversare la stanza, sformandosi tra le pieghe dei tendaggi, oppure, se c’era caldo e la finestra era aperta, li vedeva benissimo e quasi li avrebbe chiamati, se ne avesse avuto il coraggio. Durante uno soliti tardopomeriggi incontrò una sua ex-compagna di scuola, una ragazza che ogni tanto scambiava ancora due parole con lei, una maestra, anzi proprio una maestrina, immessa da poco nei ruoli, magretta, con occhiali fuori misura e che si esprimeva apprensiva e affettata, come se recitasse diligentemente un brano a memoria. E quella volta aveva un cagnolino in braccio appena comprato, un folletto con gli occhioni nascosti dal pelo, e che bello questo cagnolino, dove l’hai comprato e perché l’hai comprato e fu così che si sedettero al bar centrale per bere insieme una cioccolata con panna. La maestrina depose con scrupolo ai piedi del tavolino il suo cagnolino e si ravviò i capelli neri radi. Melissa le chiese dunque chi fossero quei due signori tanto distinti, quella coppia che si vedeva spesso passeggiare per il centro e se lei non li aveva notati, così belli, così di classe e così – pareva – innamorati. La maestrina, con quei modi concitati e le sopracciglia tese, rispose che sì, li aveva visti e li conosceva anche, o meglio li conoscevano i genitori del suo fidanzato, che senz’altro erano una bella coppia e che dovevano essere benestanti e che venivano da fuori, dalla grande città e che avevano cercato tranquillità: certo una gran cosa, lui un uomo d’affari tanto distinto, lei piccoletta ma piena d’energia. E allora Melissa si accorse che la maestrina di parlava di tutt’altre persone, non di quelle a cui lei si riferiva, e che quella magnifica coppia lei non l’aveva mai vista. Rimase delusa ed anche un po’ perplessa. Così accompagnò l’amica un pezzo verso casa, parlando del più e del meno, e dopo prese senz’altro la sua trombetta e soffiò ad oltranza, sognando una muta marcia militaresca. Una sera restò a lungo nella macchia, noncurante dell’umidità, a spiare la vita che si svolgeva, a volte solo presentita, indovinata, dietro quelle persiane. All’improvviso si illuminò fiocamente una stanza laterale e apparve la sagoma di lei distesa. Doveva essere la camera da letto, infatti sopraggiunse di lì a poco lui che si stava togliendo un accappatoio, per poi stendersi accanto alla moglie. Iniziarono presto, perdutamente, a baciarsi. Melissa sentì asciugarlesi la lingua, mentre la sua immaginazione galoppava fino a superare quanto poteva vedere. Quella coppia stava entrando nel vivo della vicenda del suo amore, nel vasto e variegato pianeta della sua passione. Era come una storia che iniziava ad essere narrata una volta di più, come se l’amplesso seguisse il solco di una sinfonia già incisa e svolta in ogni minimo particolare. Era la narrazione di un lungo dramma di carezze, sguardi, in ritrovate e ben note sequenze, eppure, al tempo stesso, sempre nuova ed intensa. Ouverture, toccata e fuga, variazioni sul tema, ritorni di fiamma. E Melissa vedeva con occhi interni tutto di lei, la bella bocca, gli occhi sapienti, i capelli che dovevano spargersi sulle spalle, sopra il petto. Vedeva le cosce che si tendevano, ogni curva di quella carme fortunata e maestosa. Melissa sentiva quasi che avrebbe potuto essere lì a pregare per loro. Poteva essere partecipe di quell’amore, ricevendone la grazia, poteva toccarli e ad essere investita, dolcemente, da tanta bellezza. E quella bellezza le veniva donata, avvolgendola nel loro destino, fondendola nel calore dei loro sospiri. Grata amica ospite. Ah quale splendido regalo per gli altri, la bellezza. Lui che era quanto mai presente, amico ideale, così profondamente complice e desiderante. Il suo torace che incombeva perentorio, la linea della sua schiena, la consistenza del suo bacino che affondava. Melissa si accorse che si stava bagnando e prese a toccarsi perdendosi tra l’erba ed i misteriosi insetti notturni, che per una volta non la spaventavano. Sprofondata nei suoi eccessi. Si toccava e pensava a se stessa gettata all’addiaccio nel buio, sudando in quel suo piacere brado, in quelle sue membra esagerate. Una dissipazione. E ad un certo punto si vide esattamente come se fosse stata un’altra, con freddo disprezzo, allora si riscosse, si levò in piedi, barcollando. La luce fioca nella stanza si era spenta. Tornò a casa paonazza, con la trombetta tutta stropicciata ed inutilizzabile nella tasca e sua madre era tornata in quel momento dall’ospedale, la coda di cavallo non più giovanile ma nevrotica tra il lavabo della cucina ed il frigorifero. Si salutarono a monosillabi. Melissa si sciacquò la faccia, prese un sacchetto di patatine e andò a stravaccarsi in camera sua sul letto, davanti alla televisione. La gatta la raggiunse, con un miagolio interrogativo. La madre si affacciò nella stanza, e scosse la testa, le disse che faceva schifo. Melissa ammiccò indifferente, che se ne stesse zitta. Tutto era come sempre, il lampadario della cucina, la luce triste, in quell’appartamento privo di intimità. I giorni passarono sempre più disperati. Carnevale era lontano e non si sarebbe potuto per un bel po’ comprare una nuova trombetta. Questo le dispiacque tanto quasi quanto la invincibile solitudine delle sue giornate. Intanto , a forza di contemplare quella vita riuscita, quella felice atavica unione, Melissa ebbe la certezza che la sua coppia non era più sola. C’era un terzo tra loro, qualcuno che non si faceva vedere, ma di cui restavano ovunque le tracce impercettibili ed a cui lui e lei talvolta rivolgevano sguardi e parole dubbiose. Anche dietro le finestre, una volta che li spiava, li vide parlare tra loro ma, al contempo, era come se si rivolgessero ad una terza persona che voleva distoglierli, come se stessero protestando senza capire, sottraendosi confusi a qualche misteriosa responsabilità. Questo Melissa sentiva, anche se non capiva da dove in verità traeva la certezza di questo fatto. Quindi cominciò ad esser assurdamente gelosa. La coppia che tanto ammirava non era più tutta per lei, nello splendore della sua verità, ma qualcuno ne raccoglieva altrettanti benefici, forse legato loro ben più intimamente di quanto potesse esserlo lei. Una sera seguendoli si ritrovò in spiaggia. Nella notte quel luogo sembrava davvero il confine del mondo. L’altrove. E i due si tenevano per mano, si scioglievano, inebriandosi della frescura notturna, del vento e delle onde vicine. La luna piena rendeva l’atmosfera calda e rassicurante. Impossibile infatti perdere la strada del ritorno sotto quella pioggia di luce argentata. Li seguiva, li vedeva da lontano, desiderandoli, rimpiangendoli, come se loro rappresentassero un indennizzo non sapeva bene per cosa. Eppure sentiva che tra loro due c’era un terzo che forse l’ombra nascondeva, che forse era vestito di scuro e scivolava di lato, tra gli scogli. Quindi con gli occhi della fantasia – ma quale corposa, concreta fantasia - le parve di vedere un grandioso ricevimento di cui i coniugi erano gli ospiti più attesi. Una imponente porta si apriva su un lussuoso salone. C’era una luce indescrivibile ma che non accecava e uomini e donne di ogni età, tutti magnificamente vestiti. Erano pettinati e curati al meglio e si aggiravano con sorrisi sgombri e occhi colmi del calore dell’esperienza.. Si sentivano le note di una musica dolcissima ed in mezzo a tutta quella gente, tra le schiene nude ed i colletti inamidati, c’erano sempre loro, perfetti nel loro nobile agio, accolti, ritrovati e festeggiati, ancora una volta un’isola, anche lì, in quella festa, un’isola invulnerabile alle intemperie della vita. E sullo sfondo di tutto questo ecco che ricomparivano le sequenze sospese del loro avventuroso amplesso, di nuovo venivano riprodotte le note di quella sinfonia che era la loro storia di amore. Melissa si tendeva emozionata, confusa verso tutto questo e continuava a camminare, sentendosi le scarpe piene di sabbia e li seguì indomita lungo la spiaggia finché, ad un tratto, scomparvero tutti e due ( tre?) dalla sua vista. Nella spiaggia fattasi di colpo più buia, rabbrividendo per il vento e l’angoscia, Melissa provò un insostenibile senso di vuoto. Quando il vento si calmò emerse nitido, annichilente, il rumore della risacca. Era la realtà che la richiamava definitivamente a sé. Cosa ci faceva lì a quell’ora impossibile? Dopo aver seguito due sconosciuti che nulla sapevano di lei e, se avessero saputo, si sarebbero burlati di quella ragazzona rompiscatole? Tornò indietro sudata, distrutta, orientandosi alla luce della luna che ora le appariva gelida. A casa trovò sua madre insonne e indispettita che rassettava alla bell’e meglio. Se lei avesse fatto qualcosa, se avesse rimesso un po’ in ordine, scoppiettava. Melissa rispose che aveva ragione, che avrebbe rimediato. Insolito per lei, che di solito gesticolava nei pressi della madre come in presenza di un moscerino molesto. Si gettò a letto, cercando di soprassedere riguardo al frigorifero. Ma dopo un poco si alzò e andò a mangiare. Il giorno seguente, spinta da un impulso ineludibile, si recò di nuovo alla casa. Camminò spedita. Se era vero che le sue risoluzioni seguivano spesso la vita nascosta del suo corpo, delle sue digestioni, dei suoi ritmi, era però indubbio che in quel momento si sentiva più agile, quasi leggera. Arrivò in preda ad una strana agitazione nei pressi della palazzina liberty. Ma c’erano lavori in corso, mentre due bambini stavano giocando tra travi e ruderi. Ridanciani, si rincorrevano, si nascondevano e facevano reciproci sberleffi. Una giovane donna spiritata li rimproverava e, allo stesso tempo, non perdeva d’occhio quello che facevano i muratori. Questi valutavano il lavoro che si prospettava con aria esperta, i torsi nudi bruciati dal sole, e prorompevano in brusche esclamazioni. Melissa si avvicinò titubante. Ma cosa stavano facendo, chiese, e le persone che abitavano lì? La ragazza la guardò proteggendosi gli occhi dal sole cocente. La scusasse, quali persone? Lì non abitava nessuno. Come, non vi risiedeva una coppia molto distinta, di età ancora giovane, dall’aria, come dire… e sulla punta della lingua aveva tutta la storia, ma capì di doversi frenare. No, lì era tutto in rovina da decenni, ribadì la giovane donna, suo marito aveva ereditato la casa e quella mattina erano iniziati i lavori di restauro. Lei si sbagliava. La guardava con perplessità, forse con compassione. Melissa non chiese altro. Aveva capito. O forse non aveva capito nulla. Tornò sui suoi passi, lentamente, come se fosse sospesa su un precipizio multicolore dove rischiava in ogni momento di cadere. La aspettavano come sempre la sua ignavia, il suo sudore. L’estate si stava preannunciando molto calda, avrebbe visto rientrare sua madre sempre più nervosa dall’ospedale e la televisione avrebbe riciclato, senza fine, vecchi noiosi programmi. Ma Melissa sapeva che qualcosa di diverso si era insinuato nel flusso dei suoi pensieri, perché la sua vita aveva acquistato un altro retrogusto, dischiuso prospettive audaci, nuovi doni di arida o felice malinconia. Ora che gli asini erano tornati a volare.
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