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RIVER E PRISCILLA scritto da Artemisia Torn
Erano ormai trascorse tre ore da quando aveva cominciato a piovere e Priscilla osservava come ipnotizzata le gocce che scivolavano lente, ma senza sosta, lungo il finestrino dell’autobus che la stava portando a Seattle. Due settimane prima aveva letto su Internet che una delle sue band preferite, gli “Oak’s Hill”, che lei seguiva già da prima che diventassero delle celebrità nel firmamento americano, stavano cercando un chitarrista. Quando aveva letto quella notizia, qualcosa dentro di lei si era mosso, come una timida voce che le suggeriva di provarci, che quella poteva essere l’occasione per tornare a vivere. Allora si era guardata intorno. Il suo piccolo appartamento nella periferia di San Francisco cadeva a pezzi. Era da un anno, ormai, che viveva per inerzia. C’erano vestiti e immondizie ovunque, le formiche e le tarme avevano invaso i mobili e la cucina e c’era da aspettarsi che prima o poi le tagliassero via anche la corrente e il riscaldamento, perché aveva perso il conto di quanto tempo era passato dall’ultima volta che aveva pagato le bollette. Così aveva preparato una borsa mettendoci dentro il poco che aveva, aveva consegnato le chiavi della bettola all’acida custode che si faceva il segno della croce ogni volta che la incontrava e, infine, aveva preso il primo autobus per Seattle, certa che, qualunque cosa il destino avesse in serbo per lei, non sarebbe tornata più in quella città di ricordi e solitudine. Sola, nel sedile sudicio e duro della corriera, pensava che due settimane dovevano essere più che sufficienti per scegliere un chitarrista. Chissà quanti ragazzi esperti e professionisti illustri si erano presentati all’audizione. Ma Priscilla nutriva la speranza di arrivare in tempo almeno per essere ascoltata. Doveva farcela, doveva afferrare quell’ultima corda che la poteva tenere ancora aggrappata alla vita, altrimenti sarebbe ricaduta nell’abisso della disperazione e dolce sarebbe stato il tuffo nella morte. Finalmente giunse a Seattle. La città era terribilmente cupa e minacciosa. Pioveva a dirotto e da qualche spiraglio lasciato libero tra un grattacielo e l’altro sbucavano lampi elettrici in mezzo a nuvole le porpora. Per niente intimidita da quell’atmosfera tetra e desolante, sua compagna di ogni giorno, Priscilla scese in metropolitana per raggiungere più presto possibile la casa discografica. Inciampò più volte, le sue gambe avevano bisogno di tempo per riprendersi da tante ore di sedentarietà forzata, e la sua anima era in subbuglio. Giunta a destino qualcosa, come un’improvvisa angoscia, la sorprese alla portata d’entrata di quell’edificio che poteva segnare la sua rinascita o la sua fine. Quello che stava per fare poteva cambiare una volta per sempre la sua esistenza e realizzare un sogno che custodiva da anni… anche se non a fianco di chi amava. Era pronta a farlo? Sarebbe riuscita davvero ad anestetizzarsi dal passato? “Se non entro là dentro mi porterò queste dannate domande nella tomba!” concluse fra se e se. Aprì con forza il portone e si fece accompagnare dalla receptionist nella sala d’attesa dove aspettavano tutti i concorrenti alla selezione. Priscilla si fermò poco prima di entrare nel salone da dove provenivano voci e risa isteriche. Almeno questo significava che la selezione non era finita per niente, sospirò. Posò a terra la borsa e la custodia della chitarra, si girò verso la parete a specchi del corridoio e sistemò gli ultimi dettagli. Lasciò la fronte leggermente scoperta e infilò i capelli che le erano usciti dal cappello a calza. La maglietta logora, i jeans strappati sugli orli, gli anfibi e il trench di pelle nera le donavano un immagine abbastanza neutra, quindi poteva ben sperare di non far scoprire la sua vera identità sessuale. Almeno non ai partecipanti che erano dall’altra parte della porta. Se l’avessero smascherata l’avrebbero fatta a pezzi. Si infilò ancora gli occhiali da sole ed entrò nella stanza, puntando lo sguardo a terra. Si sedette in un angolo, il più lontano possibile dai ragazzi. Ce n’erano davvero tanti e, a sentire il loro modo di parlare, dovevano essere venuti lì da ogni angolo d’America e anche dal Canada. Parlavano fra di loro in continuazione, ma si sentiva una tensione crepitante nell’aria. Nessuno poteva dirsi tranquillo là dentro. Trascorse un’ora e mezza prima che Priscilla potesse alzarsi dalla sua sedia. “Pierce Loy, è il suo turno!” Priscilla seguì il ragazzo che l’aveva chiamata fino ad una sala di registrazione. Era piuttosto ampia, e dava su un locale che conteneva tutti gli strumenti di registrazione e mixaggio. C’era solo una larga finestra di vetro a dividere le due parti della stanza. “Bene” le fece una voce da quel stanzino buio, “ora cominciamo! Tu sei il signor… Loy. Qui leggo che suoni la chitarra da quando avevi dodici anni” le disse, leggendo dal questionario che le avevano fatto compilare durante l’attesa. “E’ esatto!” rispose lei. “Ok, allora ci può far sentire qualcosa?” Priscilla strizzò gli occhi scrutando la piccola stanza. Non riusciva a vedere nessuno oltre alla sagoma della persona che le stava parlando. Poi, ad un tratto, da una porta laterale entrarono dei ragazzi. Erano proprio loro, gli “Oak’s Hill”. River, Patrick e Don salutarono il loro amico e si sedettero al suo fianco. Priscilla ebbe un sussulto. Li aveva di fronte e doveva cominciare ad esibirsi. Sentiva che le gambe e le mani le tremavano e sudava freddo. Era come paralizzata da quella visione e da quello che sarebbe potuto succedere di lì a poco. Aprì la custodia della chitarra, attaccò il jack all’amplificatore. Poi, imponendosi di guardare la band dritto negli occhi, levò gli occhiali, si tolse il trench e non badò più ai capelli che cominciavano ad uscirle dal cappuccio. Suonò un pezzo del 1991, farcito di assoli e lo accompagnò con la sua voce roca e disperata. Le sembrò che quella canzone durasse in eterno, perché appena cominciò a cantare, di fronte a lei l’immagine della band svanì e si dimenticò perfino della ragione per cui era lì. Le tornarono alla mente i ricordi, tutte le volte che aveva suonato quella canzone e la voce che aveva accompagnato le corde della sua chitarra. A stento trattenne la lacrime, le sembrò di non essere più un cane abbandonato sotto ad un ponte deserto, solo e tormentato. Sentì come se le voci a lei così care, perse ormai da un’infinità di tempo, si unissero alla sua, e da quel sodalizio di note e suoni toccanti fuoriuscissero tutta la grinta e la passione di un tempo. Quando si accorse che la band al completo e il loro manager erano proprio di fronte a lei, barcollò. Era difficile lasciarsi i ricordi alle spalle, anche in un momento come quello. “Signor Loy” disse il manager, tossendo come fosse in imbarazzo, “lei conosce qualche pezzo di questa band?” “Certo. Vuole che glielo suoni? Ha qualche preferenza?” Priscilla aveva ripreso in fretta la sua sicurezza. “Quello che desidera, prego…” Stavolta il gruppo si appoggiò alle pareti della stanza, poco lontano da lei, con le braccia incrociate e lo sguardo concentrato. Questa volta Priscilla li guardò davvero. Don, il batterista, batteva il tempo coi piedi e con le mani, si capiva che avrebbe venduto l’anima al diavolo pur di avere una batteria sotto mano. Patrick, il bassista, la osservava con la fronte corrugata, ma terribilmente compiaciuto. Solo il cantante, non lasciava trasparire alcuna emozione. River la osservava a malapena, come se la sua mente fosse focalizzata su un vespaio di pensieri estranei. Priscilla concluse il pezzo con l’urlo di rito che River improvvisava alla fine di ogni canzone. Tutti batterono le mani. “E va bene, ho capito, ho capito!” sospirò il manager. “La vostra casa discografica mi scannarizzerà per trovare il posto migliore in cui farmi un altro buco. Ah! Portargli una ragazza! Ma la band siete voi, e voi dovete scegliere il nuovo membro”. I ragazzi lo abbracciarono, poi si avvicinarono a Priscilla. “Finalmente una donna in questa band!” esordì Don. “Una new-entry così, non me la sarei mai aspettata. Sai che lotte d’ora in poi!” “No!” scosse le mani Patrick. “Nessuna lotta. Nella nostra band non ci sono mai state. Al limite grosse litigate per cibo e drinks!” “E per le nostre ammiratrici!” aggiunse Don. Patrick gli rifilò una sberla sulla testa: “Ma che scemo! Ah, non credergli, non siamo dei lussuriosi!” “Parla per te, amico!” lo redarguì Don, sempre più ilare. Priscilla sorrise constatando la naturale complicità fra Patrick e Don, ma non riusciva a capire perché River rimanesse sempre in disparte. Non solo non sembrava affatto prestare attenzione a quello che dicevano, ma i suoi occhi erano persi nell’infinito. Priscilla prese il coraggio a due mani e si avvicinò a lui: “C’è qualcosa che mi devi dire anche tu, a proposito della band?” River la guardò negli occhi, fisso e cupo: “Siamo sulla cresta dell’onda solo da pochi mesi, vedi di non fare cazzate!”. Poi se ne andò dalla stanza. Priscilla rimase di stucco. Era la prima volta in vita sua che faceva il primo passo per rompere il ghiaccio con qualcuno, e la reazione che aveva ricevuto era stata glaciale. Il problema era che con quel ragazzo avrebbe dovuto conviverci, d’ora in avanti. Paz, il manager, Patrick e Don la portarono in giro per l’edificio a conoscere i vari collaboratori e tecnici, poi la condussero di fronte al palazzo per mostrarle gli appartamenti abitati dalla band. Paz le spiegò che avrebbe guadagnato abbastanza per poter decidere se vivere vicino agli altri o comprarsi un appartamento tutto suo. Priscilla spiegò subito che per lei una band vera era quella che trascorreva più tempo possibile assieme. Paz le sembrò perplesso: “Sarà dura con tre uomini!” Quel giorno sembrò non finire mai. Paz, Patrick e Don la portarono in giro per tutta la città, le mostrarono i posti dove avevano cominciato a suonare e le fecero conoscere altri gruppi e collaboratori. Infine trascorsero ben due ore nella casa produttrice del gruppo, col direttore. Il problema era evidente: Priscilla era una donna, non aveva niente a che fare con una band di uomini. Ma Paz, che all’apparenza poteva sembrare un pinguino timido e balbuziente, sfoderò tutte le sue doti di uomo d’affari astuto e determinato e riuscì ad arrivare ad un compromesso. La casa produttrice avrebbe assunto Priscilla per sei mesi, avrebbe valutato la reazione dei fan e solo dopo avrebbe deciso se assumerla definitivamente o meno. “Credimi” disse Patrick alla ragazza, una volta usciti sulla strada “il direttore è davvero un osso duro, e abbiamo ottenuto tanto già così!” “A me va benissimo, non preoccuparti! So bene quello che valgo e se ne accorgerà presto anche lui”. A Patrick brillarono gli occhi. Quella ragazza non solo era terribilmente attraente, ma pure tosta! I primi due mesi proseguirono ad una velocità inaudita. Fra prove, servizi fotografici e interviste, il tempo sembrava scivolare dalle mani come sabbia finissima. Per Priscilla ogni giorno trascorso con la sua nuova band era stato una nuova scoperta ed una passo in più lontano dai suoi incubi. Grazie alla musica e alla vicinanza di Patrick e Don aveva ritrovato il sorriso e il buon umore. Le sembrava di vivere in un sogno. Solo River fuggiva da ogni contatto. Quello che la lasciava perplessa era che non soltanto lui la ignorava , ma sembrava allontanarsi ogni giorno di più anche dal resto del gruppo. Tutto quello che era riuscita a sapere, era che da quando suo fratello Luc se ne era andato dalla band, River era diventato un altro. Era sempre stato socievole e altruista. Certo aveva pure lui i suoi momenti di riflessione e isolamento, ma nessuno ci trovava qualcosa di strano dato che erano anche le volte in cui la sua creatività saliva alle stelle e componeva i testi migliori. Ma suo fratello gli mancava troppo, e da quando se ne era andato sembrava che la stessa anima del gruppo si fosse spenta. River sembrava riprendere forze e interesse solo durante le prove. Ancora una volta la musica dimostrava tutto il suo potere. Allora si lasciava andare alla sua stessa voce, si crogiolava nelle note e suonava la chitarra come se le sue dita premessero le corde della sua stessa anima ferita. Priscilla sentiva tutta la sua agonia quando erano in sala prove, e lo sentiva vicinissimo a lei e a quello che aveva patito prima di entrare negli “Oak’s Hill”. Il giorno del debutto di Priscilla si avvicinava sempre di più. La prima data del concerto dopo l’uscita del nuovo album era vicinissima. Priscilla si sentiva piuttosto agitata. Si chiedeva se sarebbe riuscita a creare una sintonia col pubblico. Una cosa era suonare con la band, tutt’altra esibirsi di fronte a migliaia di persone. “Agli altri non devi mostrare niente di più e niente di meno di quello che hai fatto vedere a noi!” la rincuorò Don con un sorrisetto satirico. “Ma l’hai finita di parlare con doppi sensi?!” fece Paz isterico. “Priscilla, mi raccomando, questa è la tua vera, grande occasione. Sai che devi dimostrare ai nostri produttori che il pubblico ti accetta, quindi agisci di conseguenza!” “Ma smettila di farle pressioni!” lo redarguì Patrick. “Ascoltami, basta che tu ti trovi a tuo agio, che ti comporti come sempre. La differenza è che qui siamo all’aperto. Non pensare a tutta quella gente là fuori, sii sempre te stessa, come lo sei stata con noi e si innamoreranno subito di te!” La ragazza lo abbracciò con gratitudine. Anche River si avvicinò a lei. Priscilla sentì le gambe tremarle ancora più forte. “Quelli sotto al palco sono uomini e donne esattamente come noi” le disse serio, “devi capire bene questo: loro possono solo darti la certezza che quello che stai facendo vada bene, ma non ti toglieranno mai nulla, non possono farlo!” Priscilla annuì. River le prese la chitarra e le chiese: “Ma non avevi detto che ti trovavi bene con la chitarra nuova?” “Sì, ma al mio debutto devo suonare con questa. È molto importante per me…” River guardò con attenzione quella chitarra, come cercando qualcosa, poi la girò. Notò una piccola foto che ritraeva Priscilla assieme ad altre due ragazze. Erano tutte e tre abbracciate e con uno sguardo volutamente intrigante e perverso. Poi, immediatamente sotto, una scritta: “Goddess, bless you!” Qualcosa si mosse furtivo nello sguardo di River. Poi guardò Priscilla. Una lacrima le solcava il viso. Istintivamente River la portò al petto e la cullò dolcemente. Priscilla sentì lo strazio dei suoi ricordi mescolarsi ad una profonda sensazione di benessere, sconosciuta, ma forte e tenera. “Qualunque sia il motivo, ricorda che puoi contare su di me in ogni istante” le sussurrò in un orecchio. Poi le asciugò le lacrime e la condusse per mano sul palco. Priscilla fu sommersa da un’ondata di urla e richiami. Tutte quelle persone accalcate sotto il palco per decine di metri erano un immagine surreale, sembravano un oceano in tempesta. Priscilla guardò River, che le sorrise complice, quindi si girò verso il pubblico e cominciò a cantare. Fu un pomeriggio di delirio collettivo, la prima di Priscilla si rivelò un successo inatteso. Tutti i fan sembravano conoscerla, c’erano striscioni col suo nome e la sicurezza aveva avuto il suo bel da fare per tenerle alla larga certi ammiratori. Merito anche del suo atteggiamento. Non solo la sua immagine trasgressiva era perfettamente integrata con quella del resto del gruppo, col suo lunghissimo trench nero, gli stivali da cow-boy ed il vestito cortissimo, ma aveva suonato e prestato la voce nei cori in maniera eccelsa. Sembrava fosse nata con gli “Oak’s Hill”. Alla fine del concerto, la band andò in un ristorante. Erano tutti entusiasti e su di giri, ma la cena non si rivelò per niente ristoratrice. Infatti uno stuolo agguerrito di ammiratrici aveva seguito il gruppo e aveva insidiato i ragazzi, che non ne erano rimasti affatto dispiaciuti. Non si preannunciava a un pasto tranquillo, così Priscilla decise di andarsene. Un ragazzo della sicurezza la accompagnò fino al suo appartamento. Priscilla si tuffò subito in un lungo bagno e poi si stese sul letto. Era soddisfatta di quella giornata, ma allo stesso tempo sentiva che qualcosa la infastidiva molto. Pensò ai suoi amici, in quel ristorante, circondati da ragazze isteriche e disposte a tutto e poi vide River, in mezzo a loro. Si alzò e girò per la stanza come una pazza in una cella di isolamento. Poi sentì bussare alla porta. Con stupore si trovò davanti River. “Ma come? Hai abbandonato tutte quelle ragazze così?” gli chiese sarcastica. “E’ da un pezzo che mi danno alla nausea certe facili conquiste!” le rispose schietto. “Piuttosto, tu perché sei sgusciata via così, senza avvisare nessuno?” “Quelli della sicurezza sapevano benissimo che me ne ero andata con uno di loro, e poi, sai com’è, non mi sentivo propriamente a mio agio in mezzo ad un’orgia romana!” “Già, posso capire… ma Paz ti aveva avvisata!” “E allora? Mica mi sono spaventata! È normale che gli uomini si comportino così quando hanno tante donne che pagherebbero pur di venire a letto con loro. Ma cosa pretendevi, che mi spogliassi pure io?!” Priscilla stava alzando la voce. “Non volevo dire questo!” “Già, come il primo giorno che sono entrata nel gruppo e mi hai accolta con un ammonimento!” “Non era nelle mie intenzioni!” River era disarmato. A quel punto Priscilla si rese conto che stava perdendo la pazienza: “Ah, scusami!” e lo prese per mano invitandolo ad entrare in salotto. “Non so nemmeno io cosa mi prende, solo… mi sento come svuotata!” “Ma come? Sei andata così bene oggi!” “Sì, ma… è come se mi mancasse…” poi capì. Non solo quella sera era rimasta irritata dalla presenza di altre donne vicino a River, anche se questo non avrebbe dovuto nemmeno sfiorarla. La vera ragione per la quale si sentiva così affranta era perché ancora una volta, anche se credeva di aver oltrepassato quella crisi, sentiva una pesante e insostenibile solitudine. Durante la sua esibizione era andato tutto bene, era riuscita a pensare solo a se stessa. Ma poi, quando si era ritrovata nuovamente sola, la mancanza delle sue amiche l’aveva colta ancora, ed era più doloroso che mai. “Anche a me manca qualcuno ogni volta che mi esibisco!” fece River. ”Ma forse, col tempo, passerà”. Priscilla abbracciò River con trasporto e tenerezza. Nonostante la sua freddezza iniziale lo aveva sempre sentito vicino. Il dolore che provava per l’assenza di suo fratello, era anche il suo. “E’ molto difficile vivere quando ti manca qualcuno” riprese lui. “Ma è allora che decidi se andare avanti o lasciarti andare. Io scelsi di tirare avanti, ma ora mi sembra che la mia disperazione gravi su di me ogni giorno di più!” “Quante volte sei andato a trovarlo?” gli chiese Priscilla. “Nessuna”. La ragazza rimase di sasso. Come era possibile che due fratelli non si vedessero per così tanto tempo anche quando sembravano amarsi tanto? “Ma sai dove vive? Come vive?” domandò ancora. “No!” “Ma, River! Tu devi andare da lui, non puoi continuare a soffrire così perché ti sei imposto di non andare a cercarlo!” “E’ che non sai tante cose, Priscilla. È tutto così complicato!” River era piegato su se stesso. Era straziato e Priscilla non sapeva se continuare a parlare o tacere. Ma era vero, non conosceva affatto la loro storia, quindi decise di rimanere in silenzio. Si avvicinò ancora una volta a River e lo abbracciò. Lui si distese sul divano, mise la testa sul suo grembo e lì rimase, fra le carezze di Priscilla che non riusciva a capire da dove derivasse tutto quel bisogno di amore e quiete. La settimana che seguì fu nuovamente densa di appuntamenti e interviste. Don e Patrick, come al solito, carpirono l’attenzione dei giornalisti, mentre River e Priscilla se ne rimasero il più possibile in disparte. River continuava a stare alla larga dalla curiosità morbosa della gente, che desiderava conoscere ogni dettaglio della sua vita e di quella di suo fratello e Priscilla si trincerava dietro alla sua naturale riservatezza. Durante l’incontro con un giornalista europeo, però, River divenne molto nervoso. Quel signore sembrava conoscere molte cose sulla sua infanzia e faceva molte domande sul rapporto fra i suoi testi e la sua vita. Priscilla osservò con apprensione River che tentava di mantenere l’autocontrollo, ma quando gli venne detto che Luc era stato visto uscire ripetutamente da una clinica di disintossicazione, non poté più trattenersi. Si alzò di scatto dalla sedia e se Paz e Don non avessero previsto quella reazione, certamente quel giornalista se la sarebbe vista molto brutta. River sembrava impazzito, urlava e piangeva che non sapeva niente di lui e di suo fratello e che non aveva nessun diritto di interessarsi di qualcosa che non lo riguardava. Lasciò la stanza in cui si trovavano prendendo a calci tutto quello che trovava, mentre Priscilla gli correva dietro. Paz e Don la fermarono: “Lascialo andare! Quando ha questi scatti d’ira può diventare pericoloso!” “Ha molta rabbia dentro!” aggiunse Patrick. “Lascialo solo”. La ragazza li guardò incredula. Loro lo conoscevano da più tempo di lei, ma sembrava che non lo capissero per niente. “Lasciatemi andare!” ordinò Priscilla. Tutti scossero il capo e si appostarono di fronte alla porta. “Ho detto di lasciarmi uscire, e non ve lo ripeterò una terza volta!” Nessuno di loro si mosse. Allora Priscilla si girò su se stessa, e si mise a correre verso una finestra. Gli altri le corsero dietro, senza capire quello che voleva fare. Priscilla aprì la portafinestra e scivolò veloce dalle scale antincendio. In pochi minuti fu sulla strada. Lanciò ancora un’occhiata di disapprovazione a quelli che si lasciva alle spalle e si mise a correre per cercare River. Vide la sua jeep uscire dal grande parcheggio e urlò il suo nome. La macchina proseguì il suo corso, allora Priscilla corse ancora più veloce e gridò con tutto il fiato che aveva in gola, fino a quando non vide la jeep inchiodarsi a terra. La macchina fece retromarcia e River aprì il finestrino. Aveva gli occhi gonfi di lacrime. Priscilla gli buttò le braccia al collo e senza aggiungere altro salì con lui. Percorsero tutta la città, fino alla periferia. Ad un certo punto si fermarono di fronte ad una vecchia casa di legno, che sembrava reggersi in piedi per miracolo. River la guardò a lungo, come rapito dai ricordi, poi disse all’amica: “Non è un posto dove rimanere da soli, ed è ancora meno sicuro per una ragazza. Seguimi.” Priscilla gli prese la mano. Lei aveva conosciuto più volte la fame e aveva vissuto in posti anche più desolati di quello, ma sentiva qualcosa di strano in quel sobborgo, un’aria che le richiamava qualcosa di sinistro. River camminava piano ma con sicurezza. Percorse tutto il perimetro della vecchia catapecchia, guardando da qualche finestra, dopodiché bussò alla porta d’entrata. Nessuno venne. River continuò a bussare, con più insistenza, ma la casa sembrava disabitata. Ad un certo punto Priscilla lo vide allontanarsi, come per andarsene. Ma poi si girò e prendendo la rincorsa sfondò la porta con una spallata. La ragazza sentiva l’agitazione crescere in lei. Il cuore le batteva sempre più forte, ma non capiva da dove venisse quel brutto presentimento che l’aveva assalita come un’ombra minacciosa. Poi si fermò di colpo, come se fosse stata colpita da un proiettile e stesse per schiantarsi al suolo da un momento all’altro. “Andiamo via, River!” lo pregò Priscilla. Ma lui non sembrava ascoltare. Entrò in casa camminando piano, come per non farsi sentire. Priscilla lo implorò di uscire, che dovevano andarsene subito, ma lui non l’ascoltava. Finché non si trovarono di fronte ad uno spettacolo straziante. Luc era nel salotto, riverso a terra, con la mano protesa verso il corridoio. Gli occhi sbarrati, il corpo rigido sotto il quale lavorava una colonia di insetti. River cadde all’indietro, con gli occhi sbarrati e il fiato corto, mentre Priscilla si riversava sul suo petto, scoppiando in un pianto antico. Rimasero attaccati alla parete senza riuscire più a muoversi. Non riuscivano a tornare da Luc, ma non ce la facevano nemmeno a uscire da quel luogo di morte. Erano come sospesi fra due mondi. Quella casa rappresentava il dolore, l’abbandono. Fuori da quella porta c’era almeno la speranza della vita. “Come facevi a sapere?” chiese River. “Non sapevo che era morto” singhiozzò Priscilla. “Ma urlavi di andarcene, mi imploravi…” “Perché dentro di me ho sentito un dolore lancinante, che mi ha lasciata senza respiro. È come se la vita mi stesse lasciando…” “Ma tu non sei morta…” “Fallon e Viola sì” una grossa lacrima rigò il viso di Priscilla, mentre ricordava. “Erano come sorelle per me, sono le due amiche sulla foto della chitarra… io sono cresciuta con loro, abbiamo sempre spartito tutto. Abbiamo imparato a suonare la chitarra, il basso e la batteria insieme. Eravamo le “Riott Femmes”, e quando abbiamo cominciato a esibirci nei locali di San Francisco la gente sembrava impazzita per noi. Eravamo apprezzate, promettevamo così bene… poi, una sera, mentre mi preparavo per andare a dormire nel nostro appartamento vuoto, ho sentito una fitta al petto. Mi sono accasciata a terra, era come se un coltello mi si conficcasse piano piano nello sterno. Tutta la stanza mi girava intorno e sudavo freddo… poi più niente. Loro erano la mia famiglia, erano le uniche a sostenermi e condividere le mie gioie e i miei dolori, ma quella sera mi hanno abbandonato. Sul ponte di San Francisco sono state coinvolte in un incidente pauroso. Molte macchine illuminarono il Golden Gate, quella notte senza luna. Una di quelle era la nostra macchina”. Priscilla pianse a dirotto. Non riusciva a continuare a parlare. “Luc è il mio unico fratello. Aveva due anni meno di me. Siamo nati e cresciuti nella miseria più nera. Nostro padre perdeva il lavoro in continuazione perché era alcolizzato. Dacché ne ho memoria, non ricordo di averlo mai visto lucido… era una vita d’inferno… Ci picchiava sempre, ma io riuscivo a fuggire. Luc e mamma no. Erano come paralizzati dalla violenza di papà. Era come se si aspettassero che la smettesse, un giorno, che si accorgesse che stava facendo del male a coloro che avrebbe dovuto amare di più al mondo. È sempre stato così. Nonostante i soprusi, le umiliazioni e le violenze, mamma e Luc continuavano ad amarlo e attendevano il giorno in cui sarebbe cambiato. Così io arrivavo con i vicini o la polizia sempre tardi, quando lui aveva ridotto la nostra piccola casa in un mattatoio. Poi nostra madre morì e gli assistenti sociali fecero trasferire Luc e me qui, a Seattle, in questa casa dove ci aspettava nostra zia. Non vedemmo mai più nostro padre, ma mentre per me fu una liberazione, per mio fratello divenne l’inizio di un calvario. Ogni notte aveva degli incubi, vedeva i nostri genitori insieme, felici. Si sentiva in colpa per averlo abbandonato col mostro dell’alcol. Quante volte avrebbe voluto tornare da lui… era come se tutto quello che aveva sofferto a causa sua fosse insignificante rispetto al suo desiderio di rivederlo guarito, sereno e disposto a darci tutto l’amore e l’appoggio che non avevamo mai conosciuto. Forse era pazzo, forse era un eterno bambino, ma è sempre stato così. In questa casa abbiamo avuto la possibilità di studiare, suonare, fare tutto quello che non avevamo fatto prima. Abbiamo fondato gli “Oak’s Hill” quando avevamo diciotto e venti anni, e abbiamo avuto successo dopo una lunga gavetta. Finché la fortuna, quella vera è arrivata e ci siamo trovati nella vetta delle classifiche nazionali. Credevo che finalmente saremmo stati felici… invece no… Luc rimaneva sempre isolato dal resto del mondo. Il nostro passato lo corrodeva, niente riusciva a dargli pace… fino a quando non ha conosciuto la droga… quella è stata la sua fine. Adesso non c’è più… il demone di quella dannata polvere si è portata via anche lui!” “Ma noi siamo vivi…” sussurrò Priscilla. “Lasciami andare da lui…” River si trascinò fino al suo corpo. Gli accarezzò i capelli, e tentò di chiudere i suoi tristi occhi neri, ma non ci riuscì. Allora lo baciò ancora una volta sulla fronte, abbandonandosi al suo dolore. Infine lo coprì con la coperta che trovò sul divano. Poi si rialzò, a stento e inciampando più volte tornò da Priscilla. L’aiutò ad alzarsi e insieme uscirono dalla casa. Il sole volgeva al tramonto. L’atmosfera era carica di umidità, pesante. “Hai ragione tu” disse River, “noi siamo vivi e dobbiamo continuare ad esserlo…lasciamo in questa casa il ricordo di mio fratello e delle tue amiche. D’ora in poi ci riprenderemo la nostra vita e loro saranno sempre vicino a noi, nell’eco della nostra musica”.
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