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IL RAGNO

scritto da Mauro Bianco

  

 

1
 

  - Vieni su ad aiutarmi! -                 

Giovanni levò lo sguardo dalla tavoletta di cioccolato che stava divorando con gusto alla finestra della mansarda, da quel piccolo oblò la faccia di suo padre sporgeva in fuori seria e sudata; gli ricordava tanto la testa di uno dei cinghiali imbalsamato che aveva il nonno nella casa ad Aosta, gli venne da ridere ad un simile accostamento. 

   - Allora, ti decidi a salire su? -

   - Si, si, papà…sto arrivando.-

Si mise in bocca il restante pezzo di cioccolata ed entrò in casa sbuffando. Così come ogni anno erano iniziate le terribili grandi pulizia, suo padre da buon ex Marines del San Marco aveva preparato per bene il “piano di battaglia”; sveglia all’alba e sgobbare sino al tramonto. In compenso però i pasti erano ricchi e abbondanti. Salendo al piano di sopra si domandava com’era possibile ammassare in soffitta ogni sorta di cianfrusaglia, vecchiume e ferrovecchio che il padre poteva ritenere utile per un futuro riutilizzo. Principio che puntualmente ogni anno andava smentito visto che tutta quella roba finiva inesorabilmente nel camion del vecchio Vannucci, soprannominato da tutti “Drhermen” per la sua passione per la birra, con destinazione la discarica comunale. Non era meglio buttare subito via quella roba inutile invece di ammassarla?

Ovviamente no, secondo la filosofia del padre “Tutto può essere utile!”; si, buonanotte!

A tali condizioni non poteva che fare come Garibaldi rivolgendosi al re: “Obbedisco!”. 


2
 

Fasci di luce trasversali filtravano immobili dai lucernai aperti illuminando le nubi di polvere che vorticavano per aria, simile a microscopici coriandoli bianchi che precipitavano a terra. In quella scarsa luminescenza spiccano le impolverate superfici d’infinite scatole accatastate una sull’altra, vecchi mobili, e chissà che altro. I giochi chiaroscuri che rendono più tenebrosi gli angoli di buio e conferiscono argentei riflessi ai filamenti delle tante ragnatele. Giovanni le osserva immobile pensando che non n’aveva mai visto così tante tutte assieme, sorrise all’idea che il suo valoroso padre temeva mortalmente quelle innocue bestioline, misteri della natura umana! Sbuffò ripensando all’altra assurda mania del genitore, prima ammucchiava ogni sorta di cianfrusaglia, poi gli piglia il ticchio e si butta tutto al grido “non serve più nulla!!!”. Non sopportava quell’annuale “olimpiade del lavoro”. Ormai solo l’idea che entro breve avrebbe potuto mettersi a tavola davanti ad un bel piatto di spaghetti al sugo gli dava la forza per andare avanti. Evocando a se tutta la mitica pazienza degli avi iniziò a trafficare con gli scatoloni, quelli già ispezionati dal padre, andavano tutti portati alla terrazza sul retro. Lì, per mezzo di uno scivolo, erano fatte scendere dentro il cassone del Ducato di Vannucci. Il resto, dopo essere riordinato, andava conservato. In fondo alla mansarda la porta che dava sul terrazzo era spalancata, da fuori le voci di suo padre Augusto e del Vannucci giungevano incomprensibili; si avvicinò incuriosito. Fuori suo padre depositava cautamente scatole e scatolette sul lucente scivolo e le osservava mentre scorrevano giù verso il cassone del Ducato. Lì il Vannucci si esibiva in plastiche prese da vero portiere di serie A, afferrando al volo le scatole, alternando una chicchera con Augusto ad un sorso dell’immancabile Drher. Ovviamente i discorsi riguardavano il loro passato nella marina, di quanto erano fighi e forti ai loro tempi… manco avessero combattuto nel Vietnam!

Da come barcollava pareva che anche oggi sul punto di prendersi una bella sbornia, normalmente il Vannucci non faceva più di un viaggio al giorno, non era una scelta lavorativa dettata dal fatto che la discarica era piuttosto lontana, ma che trangugiando tutta quella birra non riusciva più a distinguere le strade. Veramente, quando era proprio cotto, non riusciva a distinguere neppure il suo Ducato da una panda…

Giovanni ritornò con lo sguardo dentro la mansarda, guardandola da lì tutta quella roba ammucchiata pareva infinita, quasi fosse aumentata rispetto a prima. Sbuffando si decise ad iniziare la sua parte di lavoro declamando un’altra massima cara a suo padre:

Prima inizi e prima finisci!

 

3

 

Il lavoro sembrava non terminare mai! In tutta la mattina si era fermato solo per un breve spuntino ed ora che erano quasi le sedici Giovanni sentiva lo stomaco reclamare un vero, sostanzioso, pasto. Fermatosi ad ascoltare la sinfonia di mugolii che salivano dal ventre, s’appoggiò ad una scatola, asciugandosi con un lembo della camicia la fronte bagnata di sudore impastato con polvere. L’unica constatazione positiva che poteva fare era che finalmente le maledette scatole erano quasi finite; rimanevano solo quelle sul terrazzo ad aspettare una spintarella sullo scivolo. Con un po’ di fortuna forse tra quaranta minuti avrebbe potuto mettersi a tavola a gustarsi un enorme piatto di spaghetti al sugo. Galvanizzato dalla succosa prospettiva raccolse l’ennesima scatola, la posò sullo scivolo, e la osservò slittare velocissima verso il basso sino ad arrivare al fondo del cassone con un sonoro Sbot!

Con tutte quelle scatole che aveva visto scivolare giù gli era venuta una splendida idea, lasciando per ultimo un vecchio materasso, si era ripromesso che per il gran finale sarebbe sceso anch’egli dallo scivolo. Una manovra molto rischiosa, doveva tener conto della velocità di caduta, ogni movimento doveva essere coordinato, se avesse sbattuto sugli alti bordi o si fosse rovesciato sicuramente sarebbe caduto giù. Continuando a spostare le scatole cercava di affinare le dinamiche di quella folle idea, una delle tante per cui era diventato leggendario con gli amici; così come quella volta in cui il Toni lo sfidò ha percorrere in bicicletta l’alto muro di cinta delle Acciaierie Mensa; quasi un chilometro di muratura alta due metri. La sfida si disputò di notte per giunta, per evitare gli sguardi indiscreti degli operai; fu un’esperienza esaltante. Per il povero Toni invece sei punti di sutura sull’arcata sopraccigliare destra, risultato della paurosa caduta dopo aver percorso pochi metri sul muro. Inutile dire che la sua famiglia, e quelle degli amici, non approvava tale comportamento, suo padre Augusto cercava in ogni modo di raddrizzare quella contorta mentalità, quella sfida infinita al pericolo… quasi ignorasse la sua voglia d’emularlo. Per lui era un vero mito. Anzi, appena raggiunta la maggiore età avrebbe fatto domanda per partire volontario in marina, al battaglione S. Marco; da come ne parlavano quei due sembrava davvero un posto figo!

Un movimento improvviso lo bloccò mentre sollevava l’ennesima scatola; si chiese cosa fosse. Guardò incuriosito il grigio pavimento, era sicuro d’aver visto una cosa saltare giù dalla scatola e non ci mise molto a trovarla; a non meno di dieci centimetri dal suo piede destro, scorse un grosso ragno. Aveva uno strano colore che sfumava dal grigio al viola e dieci lunghe zampette nere.

  (I ragni mi sembra che abbiano otto zampe), pensò mentre fissava lo strambo insetto che si dondolava sui lunghi arti, quasi non sapesse dove andare… o forse si stava preparando per spiccare un balzo?

Di ragni nella mansarda n’aveva visto a decine, certo quello era strano, gli veniva voglia di schiacciarlo, distruggerlo, farlo sparire. Posò lentamente la scatola a terra, il ragno parve incurante dei suoi movimenti, continuava imperterrito con il ritmico, fastidiosissimo, dondolio, alzò il piede destro e lo portò sopra l’insetto.

  - Mi spiace piccolo…-, disse Giovanni sorridendo. - …sembri troppo pericoloso per continuare a campare. -

Detto ciò il piede calò lentamente sul povero insetto.

  - Non puoi neppure immaginare quanto! -

La voce comparsa dal nulla lo gelò all’istante lasciandolo inebetito con il piede sollevato a pochi centimetri dal suolo, si guardò tutt’attorno per   capire   chi avesse   parlato   ma   il terrazzo era angosciosamente deserto, solo lui e il ragno.

  (Sparito!)

Si guardò ben attorno con un senso di disagio ed apprensione crescente.

(Non può essere stato così svelto.)

Per quanto si sforzasse nel cercarlo il curioso insetto sembrava sparito nel nulla, come se non fosse mai esistito; incominciò anche a dubitare d’averlo realmente visto.

  (Quante storie per un ragno; che stupido!)

Rise! Convincendosi con quel gesto di poter cancellare tutta l’angoscia che lo aveva improvvisamente assalito, si convinse che anche la strana voce non era mai esistita, pura allucinazione per la troppa fame. Confortato da tutte quelle elucubrazioni riprese la scatola fantasticando sul tipo di premio da chiedere al padre come ricompensa per un simile massacrante lavoro.

  (Gli chiederò il permesso di andare in disco con gli amici, questa volta non potrà dire di…)

I pensieri s’interruppero lì, mentre stava chino sulla cassa da sollevare, lo sguardo posato sull’abnorme forma di quel malefico ragno immobile sui jeans della gamba destra.

  (Porca puttana!)

Non poté dire o fare altro, in un attimo il ragno s’infilò oltre l’orlo dei pantaloni, lo sentì zampettare mentre risaliva la caviglia; poi un pizzico, e un senso di bruciore che dalla gamba gli invase il corpo.

  (Maledetto bastardo!)

Gli effetti furono immediati, una sensazione di vertigine contorse il mondo attorno a lui, come se una forza sconosciuta lo stesse sollevando per aria. Preso dal panico incominciò a barcollare, poi cadde scompostamente a terra, i suoi sensi sparirono e la vista divenne scura come la notte.

  - Mio Dio…no…aiuto!…-

Urlò con tutto il fiato che aveva in gola ma né il padre né il mezzo ubriaco Vanni lo sentirono. Nessuno vide il suo corpo cadere sul grigio pavimento de terrazzo, accasciandosi tra le scatole, privo di sensi.

 

4
 

Sul terrazzo il corpo di Giovanni stava immobile sotto il sole d’ottobre freddo e spettrale. Il volto color cenere, le labbra viola colanti di saliva densa, spasimi irregolari che scuotevano bruscamente il corpo, il respiro lungo e affannoso. Poco più su della caviglia destra, sotto lo spesso strato dei jeans da lavoro, sporgeva appariscente la protuberanza pulsante creata dal ragno, seguiva il ritmo del respiro di Giovanni scuotendo sinistramente la stoffa…

 

5

 

L’oscurità.

Quel buio silenzioso fu stravolto da un oggetto luminoso, una sorta di lungo e affilato coltello bianco, fluttuò in quel nulla fermandosi al centro della visuale. Non ne capiva il significato o perché fosse lì, qualsiasi posto fosse, non sapeva cosa fare, pensare, cercare… solo il nulla impalpabile e quello strano oggetto; nessun pensiero. No; uno c’era: sta cambiando!

Ai lati del coltello di luce s’aggiunsero due cuspidi bianche e scintillanti, simili al coltello di prima, ma più piccole. Su le loro lucenti superfici iniziarono a scorrere delle immagini. Un bambino di cinque anni su di una bicicletta, un triciclo azzurro… sorride felice mentre gira in circolo su di un prato verde. Sull’altro la forma di una gigantesca torta, illuminata solo dalle candeline colorate accese, il numero sette decorato con la cioccolata; il viso felice di un bambino che emerge dalla penombra e, con un soffio, spegne le candeline urlando soddisfatto.

Ai lati di questi incredibili visori a forma di cuspide se n’affiancano altri due, simili al primo coltello, ed a questi altri quattro più piccoli sui lati; con un ritmo esponenziale gli oggetti si susseguirono fino a riempire tutto l’orizzonte.

Ora il nulla è colmo d’immagini, un enorme muro di cuspidi che proiettano frammenti dei ricordi di Giovanni, la sua mente le guarda mentre il muro di cristallo si piega su se stesso, imprigionandolo. Sembra solido ma quando il pensiero lo sfiora ecco che ondeggia, si sfascia, crollandogli a dosso: le migliaia d’immagini lo coprono come infiniti mattoncini di un lego mandato per aria. Giovanni che va al mare; Giovanni mentre prende il bus dopo la scuola; Giovanni che esce con gli amici; Giovanni che gioca a pallone… le immagini ricoprono l’Io di Giovanni. Per ultima rimane la figura snella e strana di un ragno a dieci zampe… poi il nulla torna freddo a coprire tutto.

 

6

 

Un angolo scuro stagliato contro un qualcosa di lontano e grande, tinto con varie sfumature di rosso e viola. Lo regge una piccola piramide bianca con al centro un buco nero. Vicino, quasi a dosso, enormi quadrati scuri lo sormontano, limitandone la visibilità, inclinata sulla destra, di quella strana struttura così famigliare. Gia vista…

Senti dolore quando si muore? Forse si… sicuramente provi angoscia e paura, pensi a tante cose e a nulla mentre il panico raggiunge vette inimmaginabili. Ma Giovanni era realmente morto? Era certo che quel ragno avesse scritto la parola fine nella sua storia. Invece i suoi occhi vedevano ancora, lentamente quello strano panorama prese a ruota, radrizzandosi. Gli oggetti acquistano forme e dimensioni reali, così improvvisamente si trovò a contemplare pile di scatole ammassate tutt’attorno a lui, davanti alla facciata a piramide della mansarda. Sopra il cielo che si stava iniziando a tingere dei colori della sera, con il sole, basso sull’orizzonte, che si divertiva a nascondersi dietro le nuvole. Si rese conto d’essere ancora vivo!

Rise di gusto come mai prima, anche se dalla bocca uscì poco più di un gorgoglio. Era bello rivedere il sole ma era anche conscio che quella disavventura non era ancora finita. Aveva ripreso i sensi ma a giudicare dalla posizione del sole doveva essere rimasto svenuto per almeno tre ore, possibile che in tutto quel tempo suo padre non si fosse accorto di nulla? Non vedendo più scendere le scatole dallo scivolo sarebbe almeno dovuto preoccuparsi. Riprovò ad urlare, gridare a tutti: sono qui, aiutatemi!

La bocca gorgogliava ancora, la sentiva impastata, piena di bava densa e appiccicosa, non riusciva neppure a passarsi una mano sul viso per pulirsi da quanto era intontito.

  (Dio, Dio… devo essere messo davvero male! Non posso stare qui ad aspettare di morire, devo riuscire ad alzarmi…)

Disperatamente cercò di muoversi, di fare qualche rumore per attirare l’attenzione degli altri, ma non riuscì neppure in questo. L’ansia rese il respiro affannoso mentre il pensiero che la morte si stava facendo   prossima finì per stordirlo ulteriormente.

  (… non voglio morire… non voglio!)

Tutte le emozioni che avevano contraddistinto quegli ultimi minuti divennero insignificanti, anzi sparirono istantaneamente nel momento in cui Giovanni vide il suo corpo emergere da dietro gli scatoloni, prenderne uno e depositarlo sullo scivolo; lo guardava passivo scivolare giù.

  (QQuello sono io!)

Osservare se stessi non era una bella sensazione, sicuramente peggiore di tutte quelle che negli ultimi minuti avevano contraddistinto la sua vita. Il corpo si muoveva in maniera autonoma dal suo pensiero, ma all’altro Giovanni bastavano pochi passi per evidenziare un certo impaccio, quasi fosse un bambino che imparare a muoversi correttamente. Lo vide prendere un’altra scatola con grande difficoltà, e posarla sullo scivolo. Poi un’altra, ma questa volta il viso di Giovanni si volto, con uno scatto quasi meccanico, verso di lui e pronunciò una parola scandendone bene le lettere.

  - Salve! -

In realtà quella parola gli si era formata direttamente nel cervello, ormai gli sembrava chiaro che tutto quel mondo era un autentico delirio. Augurandosi di risvegliarsi al più presto provò a rispondere mentalmente al saluto.

  (Salve.)

  (Scommetto che ti domandi cosa sta succedendo.)

  (Effettivamente si.)

  (Semplicemente mi serviva un corpo, così mi sono preso il tuo. Certo ho ancora qualche difficoltà motoria ma con un po’ di pratica imparerò; credi che questo sia tutto un sogno?)

  (Incubo, delirio, allucinazione… chiamala come ti pare!)

  (Voi umani siete incredibilmente scettici… se ti riesce prova a voltarti per guardare dietro di te.)

  (Va bene!)

Giovanni provò a girarsi, un semplice movimento rotatorio di centottanta gradi, una sciocchezza che avrà fatto almeno un miliardo di volte senza starci tanto a pensare; eppure non ci riusciva! Pensò che negli incubi anche i movimenti più elementari sono impossibili, spesso ti manca la voce e capitano le cose più incredibili. Era convinto che quella realtà fosse fasulla ma continuò ad impegnarsi nella manovra, era curioso di vedere cosa voleva mostragli l’altro lui, tanto alla fine si sarebbe sicuramente risvegliato. Sentiva le gambe incredibilmente leggere e lunghe, coordinarne i movimenti gli costò un’immane fatica, non capiva se era in piedi o strisciasse scompostamente al suolo; dopo qualche minuto riuscì finalmente a voltarsi. Dall’altra parte s’ergeva un enorme specchio impolverato che non aveva mai visto nella mansarda, d'altronde uno specchio alto almeno dieci metri se lo potevano permettere in pochi! I suoi lati erano tutti smussati e scheggiati, facendo da apripista ad una lunga e sinuosa crepa che arrivava sino alla sua base, seguì con lo sguardo quel ripido fulmine congelato nel vetro sino ad incrociare il riflesso del suo corpo dietro di lui. Immediato tornò il disagio, sensazione che si trasformò in stupore e nuovamente in terrore quando vide dinanzi a se il riflesso del ragno.

  (Non è possibile…), pensò d’alzare una gamba sperando che il riflesso del ragno non facesse la medesima cosa, invece…anche quello alzò una delle sue zampette pelose.

  (Io sono il ragno?!)

  - Sicuramente uno scambio vantaggioso! -, il corpo che era appartenuto a Giovanni parlò con insopportabile enfasi.

  (Tu chi diavolo sei… perché hai preso il mio corpo?)

  (Non ti serve sapere altro, d'altronde per quello che devo fare il corpo di un ragno non era il più indicato), rise. Una risata piena e alta, come mai prima s’era accorto di possedere.

  (Allora uccidimi e facciamola finita!)

  (No, voglio studiare le tue reazioni).

L’espressione sul volto di Giovanni mutò in un attimo, come se si fosse destato da un lungo sonno, appariva ora stanca ma normale. Provò anche a muoversi e tutti i gesti erano più naturali. 

  - Ehi Giovanni, che combini? -

Giovanni si sporse oltre il bordo del terrazzo, guardò i due uomini che stavano immobili sul cassone di un camion parzialmente riempito di scatole e vecchi utensili.

  - Figliolo va tutto bene?-, insistette suo padre con un misto d’apprensione e nervosismo, stava per tramontare il sole e intendeva ultimare i lavori prima che ciò accadesse.

  - Tranquillo papà va tutto bene! - 

  - Allora riprendi a mandare giù la roba prima che il Vanni sia completamente ubriaco!-Rise a quella battuta, il Vanni rispose aprendo un’altra birra.

  - Al volo!-

Giovanni si avvicinò alle ultime casse ammucchiate vicino al ragno, s’inchinò a sollevarne una sorridendo beffardo all’insetto.

  - Vedi, nessuno s’è accorto dello scambio, ora io sono te!-

  ( No, no, no, nooooooooooooooo!!!!!)

La realtà, atroce, sconvolgente, divenne un dolore pulsante, fortissimo, che gli spaccava il cervello. Il ragno Giovanni sentiva che la sua piccola testa sarebbe esplosa, sperava che ciò accadesse almeno quella mostruosità che stava vivendo sarebbe cessata. Non potendo urlare per sfogare quell’immenso dolore incominciò a correre più veloce che poteva sulle sue lunghe zampe, sbatté prima sul vetro e poi sulla scatola accanto. Si rovesciò ma subito tornò in piedi riprendendo a zigzagare tra le casse di legno, senza una meta precisa, senza altro scopo se non quello di allontanarsi da quel luogo maledetto. Lui ormai non era più il quattordicenne Giovanni Ninni ma solo un ragno.

 

7

 

Il Ducato maxi s’avviò con un rombo sommesso emanando corpose nuvole di fumo nero dallo scappamento mangiato dalla ruggine. Da dentro l’abitacolo veniva fuori un nauseabondo odore di tabacco e birra ma il Vanni sembrava non farci caso, come se si trovasse immerso in una nuvola balsamica. A debita distanza stavano Augusto e Gianni osservavano le complesse manovre d’avviamento.

  - Se voglio trovare la discarica regionale ancora aperta dovrò farmi una corsetta… -, la sigaretta accesa che Vanni teneva penzolante tra le labbra seguiva i movimenti stanchi e lenti della bocca mentre parlava; Giovanni rimase allibito da quello spettacolo.

  - Per il carico mi pagherai un altro giorno. -

  - Come vuoi Alex. -

Nell’attimo in cui innestò la prima molò la frizione e premendo a fondo l’acceleratore, la povera macchina fremette tutta sotto l’azione dovuta all’accelerazione improvvisa, il motore ruggì feroce quasi volesse esplodere. Le ruote anteriori girarono a vuoto sul ghiaino affondandovi lievemente, scagliandone a decine per aria, poi fecero presa sul terreno e la pesante macchina si mosse, uscì dal viale e si avventò sulla strada comunale in una gigantesca nuvola di fumo nero. Augusto e Gianni rimassero allibiti da quella feroce manovra, ma ancor di più nel veder il camioncino arrampicarsi su per le coline, sbandando pericolosamente ogni volta che imbucava sparato qualche curva.

  - Speriamo bene. -, borbottò Augusto passandosi una mano tra i capelli impolverati.

  - Allora figliolo, andiamo finalmente a mangiare? -                               

  - Certo… -

Pronunciò quella risposta in maniera poco convinta mentre seguiva il padre entrare in casa.  Cercava nei suoi ricordi qualche informazione sul tipo di comportamento da mantenere in quello strano rituale che Augusto chiamava “mangiare”. La sala da pranzo era ampia, la tavola centrale imbandita con piatti, posate e bicchieri ma per quanto si sforzasse si trovava sempre in ritardo con i tempi del padre, vistosamente fuori posto; forse sarebbe stato costretto a d ucciderlo? Sperava di no.

  - Giovanni siediti pure mentre io recupero le cibarie! -

Subito s’era accomodato alla destra del padre, gli sembrava la posizione più ovvia. Augusto stava trafficando in cucina e ben presto tornò spingendo un carrellino carico di pentole fumanti.

  - Per fortuna che tua madre ha preparato tutto prima di uscire altrimenti avremmo dovuto  passare  la fame! -

  - Già… -

Si trovò dinanzi un piatto colmo di strani pezzetti chiari e scuri immersi in una sorta di salsa fumante, prese una posata e cominciò a frugarla incuriosita. Augusto lo guardava interdetto.

  - Giovanni che fai, non ti piace lo stufato? -

  - Sì certo…-

Raccolse uno dei pezzetti chiari e lo porto alla bocca poco convinto di ciò che stava facendo, iniziò a masticarlo cautamente.

  - Sono patate… buone! -

  - Certo che sono buone, tua madre e la migliore cuoca della regione! -

Giovanni annuì in segno d’assenso pienamente convinto mentre masticava entusiasta ogni cosa, sembrava quasi che mangiasse per la prima volta in vita sua. Augusto decise di non pensarci troppo, si alzò dal suo posto e tornò nella cucina dirigendosi verso il frigo, una bella birra fresca era l’ideale! Aprì l’anta del frigo e recuperate due birre, si voltò per tornare a tavola ma non fece in tempo a fare due passi che un grosso ragno sbucò da sotto una credenza piazzandosi proprio dinanzi a lui; per un attimo rimasero entrambi immobili.

  ( Papà?!)

Augusto odiava i ragni, erano gl’insetti che più detestava e temeva, questo poi aveva un’aria così insolita con i suoi strani colori.

   ( Papà aiutami ti prego!)

Augusto si avvicino cautamente e senza pensarci tanto gli calò sopra la suola dei pesanti anfibi che calzava; l’immobile insetto schiattò con un sonoro “Crak!”.

  - Schifoso! -

  - Papà, che cosa succede? -

  - Niente figliolo, solo un ragno, però si è fatto schiacciare come un idiota. -

Sollevò lo scarpone e vide che l’insetto s’era allargato in un’appiccicosa chiazza violacea; le lunghe zampe si muovevano ancora.

  - Schifoso… dopo mi toccherà pure pulire per terra. -

Tornò a sedersi al tavolo posando le bottiglie di birra accanto al figlio, dimenticò quasi subito quel piccolo insetto che stava morendo sul pavimento della cucina.

(Grazie papà).

 

 

 

      

Mauro Bianco

Bianco Mauro nasce nel 1973 in un piccolo paese in riva al mare. Sin da bambino mostra un grande interesse per il mondo che espleta in una vivace fantasia. Cresciuto all’ombra dei mitici anime degli anni ottanta che ne influenzeranno l’orientamento, mostra spiccate attitudini verso la letteratura e la storia.

 Inizia a scrivere molto tardi, nella seconda metà degli anni novanta, soprattutto sospinto dalle numerose letture di libri e riviste e al sempre crescente interesse verso le pubblicazioni Italiane e, soprattutto, Giapponesi.

Tra le sue opere ricordiamo: “I signori della Galassia”; “Il ragno”; “L’evaso”; “Adamo ed Eva”; “La stirpe Infernale”.

  

 

 

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