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RAUL FA BENE IL SUO LAVORO

scritto da Fabio Marangoni

  

 

Tinnn... tinnnn.... tinnnnnnn.....

Lenti, cedevoli  tocchi metallici risuonavano nella radura gialla fuori dalla cittadina: un’area di terra argillosa seminata di campi dismessi e vasti spiazzi, chiusa da reti altissime e di lunghe strade strette, scosse dalle pietre che si perdevano fra le capanne di tufo ai margini della periferia fra la sordità e l’abbandono delle autorità.

Restavano trecce di ferro a magli larghi divelte in più punti e raccolte su se stesse come tanti grappi d’uva, scure e ossidate dalla sabbia che il vento tirava sempre verso est, che si lasciavano corrodere lentamente mentre ancora servivano a chiudere vasti perimetri di terra finissima, allineati in una scacchiera irreale dove i pezzi erano rappresentati dalle costruzioni che vi sorgevano nel mezzo.

Lunghe file di capanni grigi identici sorgevano infatti nel centro di ogni zona recintata. Alti decine di metri erano dei parallelepipedi perfetti, i giganti delle sabbie e testimoni del boom economico d’un tempo e adesso camere di desolazione nonché stand di macerie e lamiere d’automobili dell’Est ospitavano ancora qualche vecchio macchinario a vapore, alcune sferraglianti presse e qualche macchina utensile, torni e fresatrici soprattutto, proprio a una di queste, in qualche capanno più in là, lavorava il piccolo Raul.

Parete-pilastro parete-pilastro parete-pilastro... e così giù lungo cento metri. Moduli prefabbricati e pilastri di cemento  che si univano al prossimo e così via per decine di metri in lunghezza e venti di altezza fino a raggiungere le enormi travi del tetto che spiovevano ai lati coperte da un pesante ondulato di piombo, mentre nel mezzo correvano parallele due file di colonne dalla base conica, una ogni venti passi, di fuori un blocco grigio piantato nel deserto.

Quei muraglioni erano grigie tele dove profili di braccia e alberi fumosi sfogavano la loro inquietudine, mutavano senso sempre spinti dal vapore dei bruciatori coke e dalle luci al neon agitando le lunghissime dita l’una sull’altra, tremanti, finché una nuvola scura non le copriva per rispuntare poi subito qualche metro più in là, danzanti in balia della luce capricciosa dei proiettori.

Cimici risalivano le condutture dell’aria in file ordinate come soldatini puzzolenti seguendo una via fatta di raccordi e discese ripide e improvvise, una processione verde sui muri e sul cotto del pavimento che andava a terminare nel primo pozzetto nero di scarico.

Bianche condotte gocciolanti di grasso sudore stagnavano in informi pozze lungo le vasche della zincatura, e non bastavano nemmeno gli argini artificiali a contenere gli oliatori dismessi dal disperdere il loro borioso contenuto sulle leve delle macchine. Ora, Raul, mentre con il tallone pestava un grosso scarafaggio che correva fra i piedi, prestava attenzione alla radio che trasmetteva disturbata le notizie - «...tfrrr frrrr... carri armati... frrr... spostati verso sud della città... tfrrrr... presto nuovi accordi tra tfrrrrr.....»

Lungo le travi di cemento passavano i condotti del gas, tubi di almeno trenta pollici ricoperti da un’isolante traslucido che spesso, a causa dell’usura, si staccava colando mollemente a terra oppure sulle teste dei malcapitati, ben più spesso però restava appeso a mo’ di una lunga bava nera per ore, prima di lasciarsi cadere con un sonoro plaff.

«Ehi Raul c’è bisogno di te giù al pozzo»

Toccava andare sempre a lui quando c’era da infilarsi nel «pozzo». Lo chiamavano così il condotto dell’aria calda: un diametro di ventotto pollici che correva lungo tutto il capanno per interrarsi fino a dieci metri di profondità; quattro chilometri di piombo fuso fra raccordi e curve dove l’aria arrivava a 180° C sparata fino a venti atmosfere.

«Ci dev’essere una perdita. E’ mancata pressione di là alle presse»

«Forza Raul!» - Remì reggeva la pesante botola indicandogli il buco nero.

Era uno dei vecchi del cantiere, faceva squadra con lui da pochi mesi ma abbastanza per sapere che era un francese di Algeri trapiantato, di due metri, preciso e scrupoloso.

Lo stesso a raccontargli di Jacky, il bastardino che era caduto nel condotto, povera bestia, l’avevano sentita guaire tutta la notte...

Toccava a lui adesso scendere là sotto, era il più piccolo e agile d’altronde.

«Questa ti può servire» fece l’amico allungandogli una torcia.

Si trovò immerso nell’oscurità più totale. Uno spazio ridotto lo costringeva a procedere gattonando, rischiarato solo dal debole fascio luminoso della lampada, che a tratti lanciava bagliori più intensi scoprendo angoli mai visti prima dipingendoli di un giallo intenso.

Il violento colpo avvertito alle sue spalle sancì la chiusura del passaggio in superficie.

La forte umidità dovuta al continuo fluire di vapori ad alte temperature aveva portato il formarsi di un velo di muschio lungo tutta la volta sopra il capo, rifugio di piccoli insetti che avevano fatto della muffa viscida la loro casa e adesso, disturbati dalla sua presenza, correvano in filari neri verso le spaccature più profonde.

Doveva spingersi fino al primo raccordo principale, lì avrebbe chiuso il nodo danneggiato ed evitato che scoppiassero i tubi; questo si trovava a una lunghezza di almeno trecento metri dal punto in cui era disceso, il che l’aveva portato fin da subito a controllare le sue reazioni e a soffocare l’impulso di urlare tutto il suo disagio e l’inquietudine dettati da quell’ambiente malsano...

Qualcosa lo fece desistere dal farlo, qualcosa in fondo a quel tunnel di vivo e ansimante.

Lanciò il più lontano possibile il proiettore, lasciando che il cerchio di luce arrivasse fino in fondo dove provenivano i lamenti. Dal buio una luce tenue d’un candore così bianco disegnava veli leggeri che cadevano alle sue spalle dinanzi al suo avanzare verso il respiro pesante e nasale della bestia.

Perché solo di una bestia poteva trattarsi.

Nessun essere umano poteva respirare in quella maniera: un continuo ansimare profondo e febbrile, interrotto solo a tratti da un silenzio e poi di nuovo quel rantolo sordo di fiera morente.

Qualcosa lo attraversò, anzi, meglio dire calpestò e cadde riverso all’indietro nel buio più totale.

L’impatto violento con la bestia l’aveva sbattuto a terra a lottare con qualcosa di inaspettatamente grosso e forte. Pesava certo più di lui e ne sentiva l’odore pungente e dolciastro tipico di acque salmastre e mentre cercava di difendersi dal continuo attacco mirato al suo volto lo respingeva scoprendo quanto fosse bagnato e umido, ricoperto da un folto pelo... gli sembrò perfino che un po’ della sua saliva gli fosse colata sul viso...

«Jackyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyy!!!»

Urlò il suo nome con tutto il fiato che aveva in gola.

D’improvviso si levò, come chiamata dal fondo di quei tubi, e lo lasciò a terra livido.

A tastoni recuperò la torcia che sbarluccicava un fiocco cremisi a qualche metro da lui, dov’era volata dopo l’assalto dell’animale, e come se nulla fosse, proseguì verso il raccordo, promettendosi che una volta tornato su non avrebbe fatto parola dell’incontro avvenuto là sotto.

 

 

Tel Aviv, Aeroporto Internazionale.

 

Scalo merci, uscita 2.

 

Quattro tizi alti e allampanati,  vestiti all’occidentale ma dai chiari tratti asiatici attendono il passaggio del bagaglio sotto il check-in parlando un incomprensibile inglese dall’accento arabo.

Un lacchè di dodici anni spinge verso di loro un carrello, quello che sembra essere il capo dei quattro gli allunga qualche spicciolo e subito si vede fare un generoso inchino. Vengono accompagnati fino all’uscita facendosi largo fra i turisti dell’ultima ora che stanno attraversando la sala per correre agli imbarchi prossimi alla partenza.

Il vento caldo investe la cassa e la sua insolita scorta arrestandosi a pochi metri dal portellone di un furgone giallo.

La fine sabbia del deserto insidia le barbe folte degli uomini mentre ricopre di un velo dorato i cappelli a bombetta degli inglesi in sosta vicino ai taxi; alcuni sfregano gli occhi che lacrimano, altri alzano il bavero del giaccone per ripararsi.

NHG, Federal Corp., Hungarian.

to  AM Ind. Laboratories, ISRAEL.

weight net KG 400

 

Questo quanto reca marchiato a fuoco lungo i lati la cassa ingabbiata adesso nelle forchette di un muletto che, con fatica, la solleva fino a posarla sul fondo dell’autocarro sotto gli occhi attenti del più giovane dei quattro, un ragazzo dall’aspetto malaticcio con una camicia rossa.

Senza far parola con nessuno si allontanano velocemente prendendo la strada verso il deserto.

 

 

Ore 14.00.

 

Principio del deserto del Negev.

 

Telecomunicate AM Laboratories

Un’insegna posta davanti a una cancellata delimita un moderno edificio bianco, il primo dopo chilometri di sola sabbia e sole.

Il furgone si arresta all’ingresso e dopo un controllo da parte della guardiola passa oltre.

«Come le è sembrato?» - «non è eccezionale?»

 Due uomini col camice bianco passeggiano lungo un corridoio che da su un bellissimo giardino: una luce accecante entrava dalle vetrate poste lungo tutto il lato interno del quadrilatero mentre nel quadrato più interno era fiorito uno stupendo arabesco verde, siepi e arbusti bassi disegnavano un labirinto curato alla perfezione da mani esperte.

«E’ straordinaria!» continuava a dire sgomitando mentre passavano oltre le porte alla loro sinistra.

Aveva una macchia giallastra sulla guancia destra che ridendo s’allungava somigliando a una banana.

«E dì qualcosa, diamine! ...vieni, è qua» Si fermò davanti a una porta del tutto anonima, estraendo il pass.

Sotto la luce impalpabile dei neon una fila di tavoli bianchi e diversi monitor sfarfallavano sotto la frequenza degli oscilloscopi.

«Guarda» - l’indice seguiva la curva d’onda sullo schermo lasciando un alone unto - «...ecco, questa è la differenza con la nuova antenna, maggior ampiezza e profondità di segnale, vedi, stesso impulso ma doppia resa e il segnale va molto più lontano con un notevole risparmio di ripetitori...»

«E nient’altro?» Finalmente l’altro parlò.

«Come nient’altro? ...e ti sembra poco?»

«Alcuni colleghi hanno sofferto di forti emicrania ultimamente e da qualche anno, la gente del posto ha registrato una maggiore mortalità per cause improvvise quali infarto, crisi epilettiche - ha dato un’occhiata alle ultime statistiche curate dalla Sanità?» guardandolo serio «il doppio dei casi di infertilità nelle donne»

«Fermati un momento!» tirandosi su dalla poltrona poggiò una mano sulla spalla dell’altro. «...dai, credi davvero che la AM Laboratories sia responsabile di questo?» fece una pausa indicando la cassa aperta alle loro spalle «hai idea di cosa sia costato quell’affare?» un sorriso freddo dissimulò l’imbarazzo.

Il più giovane restò in silenzio guardando la cavia che correva furiosa nella ruota: la bestiola sembrava impazzita, squittiva roca e non si fermava un attimo, le pupille gonfie e il pelo macchiato, era chiaramente sotto l’effetto di qualche droga.

 

 

Era sera quando Raul usciva dal capanno, il cortile era immerso nel buio e solo qualche faretto giallo segnava la presenza del cancelletto.

All’orizzonte si vedeva la Grande Antenna, così la chiamavano tutti, illuminata dalle luci della città. Lui non c’era mai stato là, eppure gli avevano detto che era figlio della Grande Antenna.

Alto poco più di un metro e cinquanta con le braccia scarne che toccavano quasi a terra, soffriva dalla nascita di una malformazione alla spina dorsale che lo rendeva curvo su stesso, incredibilmente fragile chiuso com’era nella gabbia toracica grande come quella di un bambino. Era nato senza un polmone ed un solo rene funzionante.

Raul faticava a camminare adesso, stanco dopo una giornata di lavoro, e il viso illuminato dalla luna mostrava due occhi gonfi e una pelle legnosa, proprio come quella di una cavia.

 

 

 

      

Fabio Marangoni

Sono nato a Torino il 29/05/79.

Affascinato dalla scoperta, durante le scuole, dei francesi Baudelaire e Rimbaud, ho iniziato a comporre poesie riunite poi nella raccolta "Il sogno della crisalide", inedita.

Da qualche anno scrivo storie, soprattutto racconti brevi, incentrati sul mistero e sul fantastico ispirati da autori quali Poe in primis, Hoffman, Bierce, Leroux e Shelley ma anche e maggiormente dal movimento milanese della Scapigliatura.

Ho esordito editorialmente pubblicando il racconto "Le ceneri" sul volume "Visioni Infernali", edizioni GHoST.

Da un anno a questa parte collaboro saltuariamente con una prestigiosa rivista per adulti.

  

 

 

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