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RECLAMI scritto da Stefano Roveron
Il
signor Rosario Esposito era un impresario di pompe funebri, e la città nella
quale esercitava la sua nobile professione era Napoli. Sposato
con Carmela, Rosario aveva due figli maschi, rispettivamente di cinque e sette
anni, e tutti insieme abitavano nell’appartamento situato sopra all’impresa. Poiché
il quartiere dove vivevano non era propriamente dei più tranquilli (Napoli, lo
sappiamo bene, è una città con un alto tasso di criminalità), il signor
Esposito aveva da poco acquistato una calibro 45 automatica, che teneva nascosta
in un cassetto del suo ufficio al pian terreno; non che possedesse degli oggetti
per cui valeva la pena di tenere una pistola (a parte una ventina di casse da
morto mezze tarlate e qualche soprammobile di dubbio gusto sparso per il suo
appartamento), ma questo gli sbandati non potevano saperlo, per qui la prudenza
non era mai troppa. Fu
la notte tra il mercoledì e il giovedì di un mese qualsiasi, che il signor
Esposito fu svegliato di soprassalto dal trillo del suo campanello. <Mm…
Rosario, hai sentito?>, bisbigliò Carmela, avendo cura di non muovere nessun
altro muscolo a parte quelli della bocca. <Si!>,
rispose Esposito mezzo intontito, <Adesso mi alzo>. <Fammi
sapere se te ne devi andare>, gli intimò quest’ultima, con la voce ancora
impastata dal sonno. Rosario
scivolò fuori del letto e infilò i piedi nelle ciabatte; sua moglie stava già
russando. Ricevere
visite a quell’ora non accadeva poi così di rado, faceva parte del suo
lavoro. Spesso
si trattava dei parenti di qualcuno deceduto improvvisamente durante la notte,
altre volte, invece, era una volante della stradale, che veniva a richiedere i
suoi servigi per recuperare qualche ubriacone i cui pezzi erano sparpagliati per
diversi metri lungo la strada. Il
signor Esposito scese le scale molto lentamente, poiché i suoi occhi non si
erano ancora abituati alla luce e non voleva correre il rischio di inciampare, e
contemporaneamente si legò la cintura della vestaglia da notte. Chiunque
avesse premuto il campanello, nonostante fossero già trascorsi un paio di
minuti, non aveva suonato una seconda volta, e se ne stava pazientemente ad
aspettare. <Chi
è?>, chiese Rosario una volta giunto al citofono, tendendo l’orecchio
nell’attesa di una risposta. <Sono
il signor Salemme>, tuonò la voce dall’altra parte, <avrei bisogno di
parlare con lei, se non le dispiace>. <Dispiacermi?
E perché mai?>, si chiese Esposito, e aprì la porta facendo entrare lo
sconosciuto. In
realtà, l’individuo che gli si parò di fronte era alquanto inquietante. Innanzi
tutto era chiaro che questo signor Salemme non era intenzionato a rivelare molto
del suo aspetto, poiché indossava un ampio cappotto scuro che gli arrivava fino
alle caviglie, una sciarpa di lana che gli copriva anche il naso e la bocca, un
paio di guanti in tinta con la sciarpa e un cappello a fesa larga dal quale
fuoriusciva qualche ciuffo di capelli di un colore indefinito. A
completare lo strano quadretto stavano un paio d’occhiali da sole con le lenti
a specchio, di quelli che andavano di moda tra i ragazzini una decina d’anni
fa, e che poco s’intonavano col resto dell’abbigliamento. Ad
ogni modo, ciò che a Rosario risultò strano, non erano gli occhiali da sole in
sé, ma il fatto che era notte fonda e fuori c’era buio pesto. <Prego,
da questa parte>, esordì Esposito, indicando con la mano la direzione per
l’ufficio, poi continuò <desidera togliersi gli indumenti?>. <No,
grazie, non ancora!>, rispose Salemme. La sua voce era strana, sembrava quasi
che stesse parlando in falsetto. Rosario non era per niente tranquillo;
istintivamente si trovò a pensare alla pistola nel cassetto della scrivania. <Allora,
mi dica, in cosa posso esserle utile?>. Tutti
e due erano adesso seduti nelle comode poltrone in finta pelle dell’ufficio di
Rosario; a separarli c’era solo un piccolo tavolo di legno scuro in cui erano
sparpagliati numerosi fogli dattiloscritti e alcune penne di tipo economico. <Il
mio nome non le ricorda proprio nulla?>, domandò Salemme. <Mm…
no! Non saprei. Dovrebbe?>. <Io
credo di si!>. Rosario
era visibilmente agitato. Si accorse che gli arrivava alle narici un odore
piuttosto sgradevole che in vent’anni di onorata attività aveva ben imparato
a riconoscere. Strano, pensò, che non lo avesse sentito prima, ma forse era per
via del forte raffreddore che aveva contratto qualche giorno addietro, che gli
tappava il naso. E comunque non poteva trattarsi proprio di quell’odore, era
impossibile che… <Senta,
non mi avrà svegliato nel cuore della notte per sottopormi ai suoi indovinelli.
Vuole essere così gentile da dirmi che cosa desidera?>. <Va
bene, certo!>, e così dicendo Salemme si tolse sciarpa ed occhiali da sole,
mostrando finalmente il suo volto. Esposito
trasalì. Quella
che aveva di fronte era la faccia di un cadavere in avanzato stato di
decomposizione. Le labbra e il naso erano quasi totalmente scomparsi, e
lasciavano intravedere le ossa del cranio, tutta la dentatura e le gengive
divenute ormai nere. La
carne delle guance si stava staccando a brandelli (alcuni scivolarono sulla
poltrona e poi per terra) e dove una volta c’erano stati gli occhi adesso
troneggiavano due orbite orribilmente vuote. <Si
ricorda di me, signor Esposito?>, il ghigno si distorse fino a simulare
un’agghiacciante sorriso. <N-non
è possibile!>, balbettò Rosario, che per poco non cadde dalla poltrona,
<Lei è… è…>. <Sono
il signor Salvatore Salemme>, spiegò compiaciuto il cadavere deambulante,
<Vedo con piacere che mi ha riconosciuto, nonostante siano passati ormai sei
mesi da quando sono morto!>. Rosario
fece uno scatto e cercò di raggiungere la porta dell’ufficio per scappare e
chiedere aiuto, ma il mostro, nonostante perdesse qualche pezzo ogni volta che
si muoveva, era ancora molto agile e forte, e lo bloccò afferrandolo per il
collo. <Tu
non vai da nessuna parte>, farfugliò in un tono che avrebbe dovuto
rappresentare una minaccia, <altrimenti uccido te e la tua famiglia all’istante>. Ad
Esposito, più che le parole, lo spaventava il tanfo nauseabondo che proveniva
dalle viscere della creatura infernale, dalla quale cercava di discostarsi il più
possibile. Finalmente
Salemme mollò la presa e Rosario cadde a terra semisvenuto. <Ascoltami,
brutto bastardo, se sono qui non è certo per farti una visita di cortesia; il
motivo che mi ha spinto ad uscire da quella tomba merdosa in cui mi avevi
seppellito è un altro!>. Esposito
fissava il cadavere con un misto di terrore e disgusto. <Sono
qui>, Salemme continuò <per sporgere un reclamo su quella fottuta bara
del cazzo che hai venduto a mia moglie quando sono morto>. <Eh?
Che cosa intendi dire?>. <Lasciami
parlare, razza di truffatore che non sei altro. Innanzi tutto quella bara non
era in mogano, come le hai voluto far credere, ma il larice, che è un legno più
economico. Poi c’è il discorso dell’imbottitura, hai mai provato a
distenderti su una delle tue fottutissime imbottiture? Immagino di no! Cazzo,
dopo qualche giorno avevo la schiena a pezzi>. Rosario
non sapeva più cosa pensare; forse era il caso di non fare arrabbiare
ulteriormente il suo cliente insoddisfatto, e così tornò lentamente a sedersi
sulla poltrona del suo studio. <Quello
che comunque mi ha fatto incazzare veramente>, tuonò Salemme, <è che
avevi garantito quella bara contro le infiltrazioni dell’acqua, e invece, dopo
il primo acquazzone, ero già baciato fradicio come una spugna, con le
conseguenze che puoi immaginare per i miei poveri reumatismi!>. <Ma
insomma, che cosa vuoi da me?>, Rosario stava quasi piangendo. <Cosa
voglio da te? Ah bè, è presto detto, voglio ammazzarti e farti provare come si
sta dentro una delle tue bare!>. <Cosa!?!
Ma tu sei pazzo! Non ammazzerai proprio nessuno, razza di mostro
putrefatto!>. Rosario
aprì il cassetto della scrivania, impugnò la sua 45 e la puntò contro il
signor Salemme. <Muori,
brutto figlio di puttana!>. Premette
il grilletto, ma dalla canna non partì nessun colpo. Premette
di nuovo altre due o tre volte, ma niente! La pistola non voleva saperne di
sparare. <A
parte che sono già morto>, precisò Salemme, <credo che faresti bene a
raccomandare la tua anima al demonio!>. Esposito
sentì l’odore della putrefazione che si avvicinava sempre di più, finché
due mani consunte e vigorose l’afferrarono per il collo fino a spezzarglielo. Il
signor Pasquale Marciano era proprietario di un negozio che vendeva armi da
fuoco, e la città nella quale esercitava la sua nobile professione era Napoli. Fu
il martedì sera di un mese qualsiasi, che mentre era nel retrobottega a
sistemare della merce negli scaffali, qualcuno suonò il campanello. Il
negozio era già chiuso da circa una mezz’oretta, ma dato che Pasquale si
trovava ancora lì, decise di vedere ugualmente di che si trattava. <Chi
è?>, chiese prima di aprire la porta. <Avrei
bisogno di parlare con lei>, rispose la voce dall’altra parte, <è una
cosa importante. Mi scusi per l’orario, ma ho avuto un contrattempo!>. <Mm,
un ritardatario>, pensò Marciano, <va bene, aspetti che le apro!> Lo
sconosciuto entrò e Pasquale richiuse la grossa porta blindata dietro di lui. <Prego
signore, desidera darmi la sciarpa e il cappel…>. <Sono
il signor Esposito>, lo interruppe bruscamente lo sconosciuto, <e vengo a
proposito della 45 magnum che mi ha venduto qualche mese fa. Avrei un reclamo da
farle!>. In
breve, un odore di putrefazione arrivò alle narici di Pasquale.
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