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IL REGALO PIU' BELLO scritto da Ernani Natarella
Walter Confalonieri aveva ben poco da rimproverare alla moglie. Forse, solo il fatto di non depilarsi almeno una volta all'anno, forse solo questo. Ma nonostante quegli orribili mostri neri che spuntavano da ogni parte di quel corpo flagellato dai parti, lo sguardo era quello di una santa. Una santa con la esse maiuscola. Perché, come la chiamereste voi una bambina che cresce quattordici figli, invecchia con altrettanti aborti e si spezza la schiena con i lavori più bastardi e sporchi che possano esistere, e tutto questo inferno senza l'appoggio di suo marito? Sì perché il buon Confalonieri, per il ruolo di padre ci aveva messo solo il cazzo. Era troppo occupato con le sue cavolate da bar. Arricchirsi senza muovere il culo, sventolando le schedine buone, e stracciando quelle fasulle. Per poi passare a quelle favolose idee degli altri sfigati dei suoi amici. Furtarelli.
Furti. Rapine. Rapine
a mano armata. I
primi omicidi. Le
stragi. Annuccia
piange e si rimbocca le maniche. Annuccia
sa delle altre donne e chiude gli occhi. Annuccia:
a un certo punto anche a una santa
gli si sfalda la membrana che tiene le palle a posto e gliele fa esplodere. Ma
lei é più santa di una santa, '' E' Gesù che ci mette alla prova.'' Annuccia,
mentre pulisce i cessi dei signori con una mano, l'altra prega con il rosario. Annuccia
''tutto questo è per i figli, che se fosse stato per lui...'' Può
sembrare strano, ma i momenti belli ci sono stati. Superati i primi arresti,
superate le tragedie, la 'santa' è riuscita, tutta da sola, a far sorridere i
suoi figli in parecchi momenti. Due hanno pure finito gli studi. E alla notizia
dell'ultimo arresto, tra virgolette ergastolo, l'hanno festeggiato morto. Liberi,
finalmente liberi. Liberi
da quei ritorni sporadici dai carceri, che non se lo tenevano mai abbastanza. Liberi
dalle chiacchiere del vicinato. Liberi:
e basta! ''Quelolì'',
così lo chiamavano figli e moglie. Non era più degno né di un nome e tanto
meno di una famiglia. ''Ci doveva pensare prima, che adesso nunnè cose''. ''Quelolì'',
e i figli a turno lo crocefiggevano. Ogni parola rivolta a lui era un chiodo
arrugginito, un chiodo vendicatore che penetrava e lacerava le carni di questo
cristo 'sbagliato'. ''Quelolì'',
che da anni aspettava la visita di qualcuno: invano. Il
Walter Confalonieri, padre snaturato, e essere 'sopravvivente', non si era mai
sforzato abbastanza per togliersi quell'accento nordico che lo faceva tanto
emigrante. E questa era proprio una cosa che Annuccia non aveva mai potuto
comprendere. ''Sforzati
Ualte, sforzati'', ma lui niente. Ma ormai che serviva pensarci. Era uscito
dalla loro vita da una porta di servizio battezzata dall’urina di un ubriacone
con la vescica debole, e niente, e nessuno avrebbe potuto cambiare le cose. Proprio
nessuno? Era
il ventidue di un dicembre burlone del 2066. Non si capiva ancora bene se era il
momento del cappotto, o del giaccone più leggero. Ma Annuccia un giaccone
c'aveva, e un giaccone si metteva. In barba al vicinato che avrebbe sempre avuto
da ridire. Aveva parlato chiaro con tutti i figli: ''alla vigilia tutti qui che
si mangia il capitone''. Neppure i figli sposati avevano scuse. Era una regola,
e andava rispettata. Ne erano rimasti solo nove in casa, tutti gli altri si
erano sposati. Annuccia aveva fatto i conti bene, e aveva chiesto le sedie alla
signora Matarazzo, ma la vicina di casa si sbagliò e gliene portò una in più.
Finalmente
arrivò il ventiquattro sera, e quasi tutti i figli erano già seduti a tavola,
con la bocca piena. Annuccia però sembrava triste. Antuano non era ancora
arrivato, e lei sembrava l'unica ad averci fatto caso. Con
due ore di ritardo e una faccia irriconoscibile ecco che Antuano si presenta
alla tavolata. ''Antuà
ma che cazzo hai fatto?'' Quasi un coro unanime. Antuano
sembrava non avere le forze per rispondere, e Annuccia a momenti svenne. ''Non
avete visto i telegiornali di oggi?'' Nessuno sembrava avere questa abitudine,
neanche quelli che avevano studiato. E tutti rimasero interdetti. ''La
grazia… Sto pezzo di merda ha concesso la grazia. Il capo dello stato ha
voluto fare un atto clemente e di buon auspicio per il nuovo anno e ha concesso
la grazia a trecentosessantacinque ergastolani, uno per ogni fottutissimo giorno
di quest'anno della straminchia''. Annuccia
rimase senza fiato, e non si capì se era per il linguaggio o per la notizia.
Due figlie le si avvicinarono per farle un po’ d'aria con i tovaglioli. ''Antuà,
figlio mio, non ti devi preoccupare tanto 'Quelolì' non lo scarcerano…'' Qualcuno
credette ad un miraggio, ma dalla porta semiaperta entrò Babbo Natale. Un Babbo
Natale con un vestito rosso come il sangue che inondò i capillari degli occhi
di Annuccia. Non aveva la barba bianca questo Santa Klaus degli inferi, aveva
una barba incolta e grigia e un aspetto che avrebbe impietosito anche un
barbone. Chissà dove l'aveva preso quel vestito, forse l'aveva rubato appena
uscito dal carcere: certe cose ti entrano nel sangue e non se ne vanno più.
Quasi nessuno l'aveva riconosciuto. Anche Annuccia aveva stentato a capire di
chi si trattasse. Antuà
aveva chiesto un permesso per uscire un paio di ore prima dal lavoro: quest'anno
doveva assolutamente prendere gli ''Ndricht'n'Dranght'' ai piccoli, ''che
avevano fatto i bravi e meritavano un regalo''. Si era recato in auto in centro,
e aveva sentito alla radio notizia della grazia agli ergastolani, ma lui non era
riuscito ad immaginare che la cosa avrebbe potuto coinvolgere la sua famiglia. E
sulla soglia del Toys Store, un Babbo Natale gli si avvicinò con gli occhi
pieni di lacrime, e con una voce spalmata di catarro e nicotina gli implorò
qualcosa di incomprensibile. Antuà non aveva tempo da perdere, prese dieci euro
e allungò la mano distrattamente. In quell'attimo l'universo caotico e
frenetico escluse due persone. Lui e suo padre. Tutto si muoveva nervosamente
mentre loro due, senza spiccicare una parola, si guardavano negli occhi,
immobili, come due statue di marmo collocate in mezzo all'autostrada. Per
quattro ore non riuscirono ad aprire bocca. Non c'era niente da dirsi, i loro
sguardi erano abbastanza. Si avviarono in una locanda e si ubriacarono
lentamente. Antuano,
non avrebbe mai avuto il coraggio di dire al padre di andarsene, e finita la
bottiglia si alzò e senza salutare s'incamminò verso la casa della madre,
dimenticando la macchina nel parcheggio. Stretto nel cappotto e nel traffico dei
sensi risvegliati da un incubo, che lo aveva accompagnato per tutta la vita,
cozzava contro le persone che gli camminavano attorno. Un marasma di pacchi,
regali, borse, sacchetti gli si parava davanti come un oceano in tempesta. Il
portone era aperto e si avviò per le scale senza prendere l'ascensore. Nella
testa aveva il ronzio di uno sciame di api infuriate, che vorticavano lungo una
scala a chiocciola che sicuramente avrebbe portato all'inferno. Dovette
fermarsi, slacciarsi il cappotto e asciugarsi il sudore. I polmoni andavano a
mille. E quando riprese a salire, si accorse che il Babbo… Babbo Natale
l'aveva seguito sino al pianerottolo. A quel punto si sentì scalzo su un
tappeto di pezzi di vetro. Solo e disarmato davanti ad un esercito. I
figli più piccoli, i nipoti e le nuore si passarono la voce sussurrando. ''E'
Quelolì''. Alcuni
figli si pararono contro la madre, come per tutelarla. Babbo Natale alias Walter
Confalonieri se ne accorse, e sedendosi stancamente su una sedia impiastricciata
di ragù parlò in tono solenne. ''
Non preoccupatevi... Non voglio fare del male a nessuno. Anzi, sono qui per
darvi un regalo: il ragalo più bello che meritate tutti... Nella
tromba delle scale rimbombò un boato micidiale. Sicuramente il vicinato pensò
che qualcuno stesse festeggiando in anticipo il capodanno. Ma la signora
Matarazzo aveva capito la situazione e avvisò immediatamente i carabinieri. Quando
le forze dell'ordine arrivarono, trovarono una famiglia felice di festeggiare il
Natale tutti intorno ad un tavolo. Un carabiniere fece notare ad un superiore
che sotto l'albero non c'erano regali. E quando lo fece presente alla famiglia,
tutti indicarono il regalo più bello: seduto immobile sulla sedia, con gli
occhi di ghiaccio, con la pistola incastrata tra i denti e un buco, ancora
fumante, all'altezza della nuca. ''Quelolì''
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