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REGALO DI NOZZE scritto da Filippo Catellani
La marchesa Adelaide di Torrefiorita era una delle creature più straordinarie descritte dalle cronache del suo tempo. Alta, “dal collo bianchissimo e dalle mani affusolate”, il corpo “di forme squisite, simili a quelle di un’antica dea”, univa anche a queste doti fisiche una brillante personalità e una profonda cultura: esperta in tutte le lingue antiche e in molte di quelle moderne, ella si dilettava anche di scienze naturali e nutriva più di un interesse nel campo dell’occultismo. Si era sposata giovanissima all’anziano Marchese di cui portava il nome, che l’aveva lasciata presto vedova. Dopo un periodo di lutto, che la giovane aveva scelto di trascorrere in convento, lasciando al cognato l’amministrazione delle terre del marito, era tornata a frequentare i suoi possedimenti e la corte. Aveva allora diciannove anni, e, se da ragazzina aveva vinto il cuore del marchese con la sua purezza e la modestia proprie dell’età, ora lasciò la corte intera a bocca aperta per la sua stupenda bellezza, nel pieno della sua fioritura. Un celebre dipinto di un anonimo pittore di corte, conservato al Prado, ce ne ha tramandato le fattezze. In esso la giovane nobildonna appare vestita in un austero abito di velluto, adornato da un collarino di pizzo, che non concede agli sguardi nulla di quel corpo così decantato dalla poesia cortigiana. La pelle bianca come alabastro, gli occhi neri come pezzi di carbone, i capelli corvini, folti e indomabili, a stento contenuti nella castigata acconciatura con la riga al centro in voga all’epoca di Carlo V, la sua bellezza sembra magicamente sopravvissuta al fatale cambiamento dei gusti estetici che separa ogni epoca da quella precedente. Molti cavalieri e nobili scapoli si accalcavano intorno a questa giovane vedova dal fascino che sembrava stregarli. Anche certi sposati, sulle prime, vollero tentare l’impresa, ma furono scoraggiati dalla fama immacolata della donna, che sembrava non concedere molto alla discutibile moda “libertina”, che proprio in quegli anni, e proprio nella cattolicissima Spagna, cominciava a ritagliarsi il proprio posto nel pensiero filosofico. Dopo un primo marito anziano e malinconico, che non poteva avere acceso più di tanto la sua passione, era prevedibile che il consorte che la donna avrebbe prescelto a succedergli sarebbe stato, possibilmente, giovane e forte. Il Duca Alfonso sembrava fatto per rispondere a queste esigenze: era un uomo di trentacinque anni, bello e – si diceva - dall’ambizione smisurata. Si mormorava che fosse amico personale dell’imperatore “nei cui regni il sole non tramontava”, e che si fosse già distinto al suo servizio numerose volte. Era a lui che il sovrano aveva personalmente assegnato la supervisione dei lavori di conquista e cristianizzazione nelle lontane terre del Messico. Era tornato dalle Indie occidentali recando all’imperatore ricchezze enormi, tesori di finissimo gusto, vasi cesellati d’oro e d’argento. Invano il priore dei cappuccini di Madrid aveva osato protestare affinché l’oro conquistato dal Duca Alfonso non arricchisse le tasche del re di Spagna. L’anziano monaco, un austero e magro ottuagenario in fama di santità, sosteneva, con una lungimiranza davvero rara per un ecclesiastico del suo tempo, che quell’oro era certamente frutto di innominabili saccheggi e rapine, ed era costato l’umiliazione e la rovina di un popolo che, pur se ancora pagano e per questo barbarico, rimaneva tuttavia fra i più colti e civili del mondo. Fu zittito subito. Il re e il Duca Alfonso archiviarono l’obiezione con una risata. “Il vecchio padre dimentica forse che il nostro primo compito, nel Nuovo Mondo, consiste proprio nel portare a quei pagani selvaggi la luce del Vangelo!”, commentò bonariamente il sovrano. E, fra i presenti, vi fu chi giurò di aver udito il Duca replicare serenamente: “E il secondo è quello di ricevere da loro la luce del loro oro!” Come ogni galante seduttore, il Duca Alfonso sapeva essere, in presenza della donna amata, tanto romantico e raffinato quanto era volgare e grossolano in sua assenza, così da dare a lei un’immagine di se affatto diversa da come appariva al mondo. Fine poeta, abile cacciatore, educato estimatore del bello, quest’uomo impiegò pochissimo a far breccia nel giovane cuore della bella vedova. E così, un giorno – la marchesa e sua madre erano state invitate per le vacanze nella residenza estiva del Duca – questi, rimasto solo con l’oggetto del suo amore, le chiese di sposarlo. E la marchesa rispose di sì. Il fidanzamento ufficiale fu celebrato alla corte di Madrid, e l’aristocrazia di spada fu invitata in gran numero. Quella festa venne ricordata per diversi decenni, e tutti ammirarono la bellezza della sposa e l’immensa fortuna dello sposo. Il Duca Alfonso attese di essere lasciato solo con Adelaide, quindi la portò davanti a un grande specchio e le chiuse gli occhi con un fazzoletto di seta profumato di lavanda. Poi, la marchesa avvertì improvvisamente qualcosa di freddo alla gola, che la fece rabbrividire. Quando il fazzoletto fu sciolto, la bellissima Adelaide, guardandosi allo specchio, si ritrovò al collo un oggetto di un tale splendore e di una tale stranezza come non ne aveva mai visto l’uguale. Era una collana d’oro, composta di piastre accostate su tre linee. Come forma, il gioiello apparteneva ad un gusto estetico diverso da quello che le era stato fatto imparare ad amare fin dalla fanciullezza. Al centro, come pendaglio, stava uno strano serpente dal volto umano. Il volto stesso aveva lineamenti che un uomo abituato a non misurare la bellezza se non dietro la lente delle antiche sculture greche avrebbe disapprovato: occhi sottili, a mandorla, e un grosso naso aquilino erano le doti più provocatorie dell'apparente bruttezza del viso ritratto. Ma il volto aveva due pietre bianche al posto degli occhi. Era, a suo modo, un oggetto bellissimo, e la marchesa, toccandolo, provò un improvviso brivido, che ella subito attribuì all’emozione di vedere un volto così mostruoso associato ad un gioiello così splendido. “E’ un monile appartenuto ad una principessa messicana”, spiegò il Duca Alfonso. “Ma solo addosso a te la sua bellezza è veramente valorizzata!” Era davvero un oggetto meraviglioso, e la marchesa era senza parole. Mai in vita sua aveva visto un monile così splendido. Ma, per qualche strana ragione, ella non riusciva a staccare gli occhi dal volto del mostro che esso rappresentava. Solo ora notava, nella sua generale deformità, un particolare inquietante: esso aveva lunghi denti, come zanne di un lupo. Guardandolo, la marchesa impallidì. “Che cosa hai, mia amata?” “Niente…”, rispose lei. Eppure, per tutto il resto della sera, ella rimase seduta in silenzio, ad ammirare il medaglione d’oro, carezzandolo con le sue mani affusolate, stranamente rapita. Cominciò così l’infelice fidanzamento della bella marchesa di Torrefiorita. La sera in cui tornò al suo castello, ebbe un sogno molto strano. “Mi sembrava di trovarmi in una città immensa”, raccontò il giorno dopo alla madre, “dalle mura ciclopiche ricoperte di mosaici di lapislazzuli”. Templi a piramide, consacrati forse a feroci divinità barbare, svettavano contro il cielo. La loro struttura era simile a quella che i pittori amavano attribuire alla Torre di Babele. Le terrazze di questi palazzi, adibiti a funzioni ancora sconosciute, erano ricoperte di piante rampicanti. Sulla loro cima, lontanissime, si potevano scorgere sculture mastodontiche, frutto di un’arte dissimile da qualsiasi cosa le fosse dato di vedere in precedenza. Rappresentavano raccapriccianti figure semiumane, demoni di tale osceno, morboso orrore quali nemmeno Dante aveva mai osato descrivere. Una di esse raffigurava un drago, dagli occhi spalancati e la bocca digrignata, la coda terminante in una bizzarra pinna di pesce. Altrove erano uccelli simili al basilisco delle favole, o sfingi ricoperte di smeraldi o lapislazzuli. Da più punti, fra i tetti di quell’antica, sconosciuta città, si levavano colonne di fumo nero. Il cielo, all’orizzonte, era rosso di fiamme. Poco lontano, nell’oscurità di un vicolo, un drappello di uomini armati, il volto nascosto nell’elmo crestato che caratterizzava le truppe del re di Spagna, avanzavano, a spade sguainate, verso il luogo in cui le sembrava di trovarsi. Per qualche motivo, che la marchesa non era riuscita a spiegarsi, essi sembravano terribilmente fuori luogo in quella città di sogno. Alcuni di loro avevano la spada coperta di sangue. Fu solo allora che alla marchesa parve di vedere, in lontananza, due cadaveri, piccoli e dai capelli scuri, giacenti sul ciottolato. Allora, colta all’improvviso da un inesplicabile senso di paura, decise che sarebbe fuggita da qualche parte, per non finire in mano ai soldati, i quali, ne era sicura, volevano farle del male. Era entrata, dal balcone su cui si trovava, in un grande salone, al centro del quale sorgeva un trono. Qui, i servi erano in subbuglio. Erano uomini strani: scuri di pelle, piccoli di statura, gli occhi a mandorla. Il loro abbigliamento era altrettanto straordinario: indossavano tuniche corte, e curiosi copricapi di paglia intrecciata sopra i capelli tagliati a scodella. Sembravano agitati, spaventati, e la guardavano. Due di loro le si rivolsero in una strana lingua, che ella non comprendeva. Era come se si aspettassero che lei trovasse un valido rimedio al male che attanagliava le loro anime, e stringeva i loro cuori in un pugno di ferro. Si svegliò, ricoperta di sudore, il respiro affannato. Fu felice che fosse già mattina, per non dover più sognare fino a quella sera. Tuttavia, il ricordo – stranamente distinto – del sogno si fece strada nei suoi pensieri diverse volte, quel giorno. Nel frattempo, si era verificato un altro curioso fenomeno. Là dove il giorno prima, provandosi la collana, aveva posato il pesante medaglione, si era formato un segno rosso, simile a una puntura di un grosso insetto. Era come se la sua pelle si fosse irritata. Fu chiamato il medico, che la visitò e concluse che si doveva trattare, con ogni probabilità, di una strana reazione allergica a qualche prodotto di cui la collana in questione era intrisa. Tuttavia, per la stranezza della cicatrice, il medico stesso sembrava nutrire qualche riserva. “Prima di dare un giudizio affrettato, vorrei, con il vostro permesso, consultare un mio caro amico e collega, don Pedro Savaedra. Che il cielo mi cada sulla testa se quella puntura sul collo mi piace!” “Don Savaedra?”, aveva chiesto preoccupata la marchesa. “Non è quel medico ebreo esperto nella cabala e profondo conoscitore delle carte segrete dell’Inquisizione?” “Lo conoscete, Senora? Questo fa onore alla vostra cultura.” “L’occultismo è un interesse molto di moda fra le donne di buona famiglia, al giorno d’oggi. Vi confesso che avrei da tempo desiderato fare la conoscenza di don Savaedra… anche se avrei preferito che l’incontro fosse dovuto ad altre circostanze.” “Non vi allarmate, sono certo che esiste una soluzione. Comunque, vorrei tanto che vi vedesse. Può darsi che io mi sbagli, ma non mi sentirei tranquillo se voi non foste visitata da don Savaedra, che è, oltretutto, anche molto specializzato in un genere di malesseri che io, malauguratamente, non conosco altrettanto bene”. Si accordarono per fissare una visita. La notte dopo, il sogno ritornò, ripetendosi quasi identico. La marchesa questa volta fece a tempo a notare particolari che, la notte precedente, non l’avevano affatto colpita. Le urla e il pianto, per esempio: sulle strade della misteriosa, allucinata città essi erano quasi ininterrotti. Poi, nella sala del trono si ergeva, proprio dietro lo schienale del seggio, un’enorme scultura rappresentante una divinità simile ad un uccello, ma dalla coda di drago terminante in una doppia pinna, come la pinna caudale dei pesci. Essa era illuminata da un immenso braciere d’argento. Notò anche una sensazione particolare datale dalla statua di quel mostro immane: guardandola, non era orrore né ribrezzo quello che provava: era piuttosto un sentimento pacatamente sgradevole, come una forte delusione, o una speranza tradita. Alla fine, mentre una serva la implorava in quella lingua sconosciuta, lei era andata direttamente verso una tenda che dava ad una scala buia. La serva l’aveva trattenuta per un braccio, strappandole una manica. Lei, allora, aveva risposto in quella stessa lingua di cui non capiva una sola parola. Le sue parole avevano un suono gutturale, cupo. Quindi si era gettata per le scale. Era entrata in una piccola stanza, invasa da un calore soffocante. Gli spazi erano sempre più angusti, l’atmosfera sempre più opprimente. Davanti a lei, su un altare di pietra nera, si ergeva un abominio inenarrabile, una scultura il cui ricordo, da sveglia, la fece diventare pallida, del colore della morte. Era alto almeno cinque metri; e aveva fattezze tali da costringerla a volgere lo sguardo da un’altra parte. Eppure, nell’istante in cui aveva guardato distrattamente questo blasfemo idolo, aveva notato qualcosa che luccicava intensamente sul suo cuore: era un gioiello d’oro, dalla foggia meravigliosa e sinistra, recante al centro un volto con gli occhi di rubino. Il giorno dopo, aveva ricevuto al suo palazzo don Savaedra. Il medico era un uomo alto e magro, con una piccola barba caprina. Ascoltò con attenzione il racconto del sogno, annotando qualcosa su un taccuino. La marchesa sedeva su un piccolo divano. “Se vossignoria mi permettesse di slacciare un po’ il collo del vostro abito, vorrei tanto vedere l’aspetto di quel segno sul vostro petto.” La marchesa lasciò fare. Il medico osservò la piccola puntura bianca, circondata di punti rossi. Provò a toccarla con un dito, ma la marchesa sentì dolore, ed egli dovette smettere. “Sono preoccupato”, disse. “Vi è possibile mostrarmi quel curioso gioiello di fabbricazione azteca di cui mi avete parlato?”. La marchesa lo fece portare. Il medico lo esaminò con attenzione. “Ho avuto modo di leggere qualcosa sui sanguinari idoli adorati nelle regioni del nuovo mondo. La faccia raffigurata su questo medaglione appartiene a un essere soprannaturale venerato da alcune sette staccatesi dalla religione ufficiale del Dio Sole”. “Si tratta dunque di un dio pagano?” “Non esattamente. Direi piuttosto che si tratta di un demone. Quando gli Spagnoli arrivarono nel nuovo mondo, sotto la guida di Hernan Cortez, la maggior parte degli abitanti del Messico li salutò come una razza superiore, venuta dal cielo. Essi erano i seguaci del culto del Grande Serpente Piumato, che essi chiamano, nella loro lingua, Quetzacoatl. Ma esisteva anche un culto segreto, dedicato al demone Nyarlathotep, il cui nome significa ‘caos strisciante’. Secondo la mitologia locale, all’inizio del mondo Quetzacoatl aveva stabilito la vittoria dell’ordine sul caos vincendo in una dura battaglia Nyarlathotep, il demone del caos e delle tenebre. Nyarlathotep era un essere oscuro e sanguinario, che chiedeva sacrifici umani – spesso di bambini - in grande quantità. Per questo, gli ultimi re aztechi, seguaci di Quetzacoatl - che a sua volta non disdegnava affatto il sangue umano, ma era senz’altro molto più mite – misero fuorilegge il culto del Caos Strisciante.” “Capisco”, disse la marchesa. “Ma cosa ha a che fare tutto questo con i miei incubi, e con questa ferita sul collo?” “Non lo so. Vorrei chiedervi di poter portare il medaglione a casa mia, per poterlo studiare.” La marchesa acconsentì. Uscendo dal palazzo, l’alchimista si voltò di nuovo verso la marchesa e le disse: “Signora, spero di poter fare qualcosa per guarirvi al più presto. La forza contro cui stiamo lottando è qualcosa di ancora sconosciuto da questa parte del mondo. A dirvi la verità, temo che si tratti di qualcosa che la medicina dei seguaci di Ippocrate e Galeno non può guarire. Non spaventatevi: quella non è la sola medicina di cui io posso vantare qualche conoscenza. Credo di poter fare qualcosa per voi. Ma dovrò fare ricorso a mezzi che la legge spagnola non considera legali. Ve lo chiedo fin da ora: volete che vada avanti per questa strada?” “Sì” “Allora vi chiedo di non far parola con nessuno, nemmeno con i vostri genitori o il vostro fidanzato, del nostro accordo. Se l’Inquisizione ne sapesse qualcosa, per me sarebbe la fine. Vi prego dunque di usare la massima discrezione”. Quel pomeriggio stesso, la Marchesa uscì a cavalcare con Don Alfonso. Per tutto il tempo cercò di apparire allegra e spensierata. Verso sera, con un’aria di calcolata noncuranza, buttò lì la domanda: “Chi era la principessa che aveva indossato prima di me il gioiello che mi hai regalato?” “Perché lo vuoi sapere, amore mio?” “Non lo so… è che circolano strane voci sul modo in cui gli Spagnoli hanno impostato i loro rapporti di collaborazione con i nativi del Messico”. Il duca si fece ombroso. “Se ho toccato un tasto di cui non vuoi parlare, non fa niente…” “Non è questo, mio amata. Il fatto è che la simpatia del popolo va sempre dalla parte degli sconfitti. Gli abitanti del Messico, checché ne dica il priore dei cappuccini, sono selvaggi e cannibali. Se qualche volta abbiamo dovuto usare la violenza contro di loro…” “…Dunque avete usato la violenza!” “E’ stato solo per difenderci dai loro attacchi. E, del resto, si è trattato soltanto di episodi marginali. Nella maggior parte dei casi, è stato possibile venire ad un accordo ragionevole.” “Parlami di quella principessa…” “Era una sacerdotessa di sangue reale. Mi fece dono del suo gioiello, consacrato a Quetzacoatl, il loro idolo serpente, dopo che noi spagnoli le insegnammo le verità dell’insegnamento di Cristo. Per lei, ormai, quel gioiello non significava più niente. Era così grata a noi spagnoli che credo che entrerà nel primo convento che costruiremo accanto alla sua città”. La conversazione, per quella volta, finì lì. La notte successiva, due manigoldi armati entrarono in una bettola di infimo ordine di Madrid. Chiesero qualcosa sottovoce all’oste, un individuo dal braccio tatuato e dall’aria da delinquente che in quel momento stava dando l’ultimo colpo di spugna al bancone, ed egli indicò loro un tavolo dove un vecchio, solo, beveva vino direttamente dal fiasco. I due uomini gli si avvicinarono e lo pregarono di alzarsi e di seguirli. L’uomo li guardò entrambi, un po’ stupito, ma poi rispose in malo modo, e non si alzò. Allora i due uomini lo sollevarono di peso, tenendolo per le braccia, e lo trascinarono fuori, davanti agli occhi stupiti di due avventori. Appena fuori, qualcuno legò le mani dietro la schiena del vecchio. Qualcun altro gli bendò gli occhi. “Dove mi state portando, grossi figli di buona donna?”, berciava quello, simile a un maiale dal macellaio. Nessuno rispose. Fu fatto salire su una carrozza nera, accompagnato dai due sgherri; un terzo uomo guidava la vettura. La carrozza si mise in marcia, e in fretta scomparve nella buia notte di Madrid. Poco lontano da lì, chiuso nel suo studio, seduto alla scrivania quasi interamente coperta di vasi, provette, alambicchi, don Savaedra osservava un topo in gabbia, che aveva tenuto a contatto con il medaglione d’oro. Sulle prime aveva sorriso, pensando che avrebbe dovuto tenere nascoste alla sua paziente le modalità dell’esperimento. Ma ora era serio. Guardava rapito e in preda all’orrore l’inquieto vagare del topo, che sembrava perso nella sua stessa gamba. Correva come un forsennato verso le sbarre, sbatteva la testa con violenza, poi tornava indietro, quindi di nuovo alla carica. Finchè, all’ultima testata, uno schizzo di sangue uscì dalla gabbia, e l’animale si accasciò a terra, morto. L’alchimista rimase a lungo ad osservare il corpicino della bestiola. “Non temete coloro che hanno il potere di uccidere il corpo”, recitò fra i denti. “Temete piuttosto coloro che hanno il potere di uccidere l’anima”. “Avevo paura. Molta paura, anche se ora non saprei dirvi di preciso di che cosa. Vedevo un denso fumo nero salire dalle torri di quella misteriosa città, e sapevo che quei soldati stavano venendo al tempio per prendere me. Mi sentii tradita, ed ebbi la sensazione che la morte mi fosse vicina. Allora io, davanti ai miei servi, rinnegai il Serpente Piumato, la divinità a cui mi ero consacrata come sacerdotessa…” Il volto della giovane era deformato dalla luce delle candele. “Perché lo rinnegaste?”, chiese uno degli uomini vestiti di nero che stavano davanti a lei. Gli altri due erano impegnati a trascrivere tutte le sue parole su una pergamena. La Marchesa cercò con la mano la mano del padre, che sedeva vicino a lei. Egli la guardava con occhi profondamente turbati, incredulo di fronte alla storia che sua figlia stava narrando. Rabbrividì al contatto con la gelida mano di lei. “Perché mi aveva tradita. Aveva tradito tutto il popolo, l’aveva lasciato morire sotto le spade dei saccheggiatori spagnoli. E allora io desiderai vendicarmi, e, prima che i soldati spagnoli mi raggiungessero per fare di me quello che avevano già fatto di mia sorella, scesi nei sotterranei, dove sorgeva l’antico tempio sconsacrato di Nyarlathotep, il Caos Strisciante…” “E cosa faceste?” “Non era nulla più che una vecchia cappella abbandonata e polverosa. Il culto di Nyarlathotep era stato bandito, sotto pena di morte, da un mio trisavolo, timoroso che le religioni dell’oscurità prevalessero sulle religioni della luce. Ma la statua che sorgeva nel Grande Tempio, per qualche oscura ragione, forse per qualche inconscia riserva del mio avo, non era stata rimossa. Mi consacrai a lui. Fui iniziata ai culti di Nyarlathotep quella stessa notte, mediante un sacrificio di sangue. Lo feci perché desideravo vendicarmi di quello che quei bianchi avevano fatto subire alla mia gente, e di quello che stavano per fare a me. Nyarlathotep è molto più potente di Quetzacoatl! Egli è l’unico vero Dio, la sola divinità che può vendicare la mia gente! Un attimo dopo, quei soldati – fra cui il luogotenente del duca Alfonso - mi raggiunsero nella cappella. Uno di loro mi strappò dal collo la collana d’oro sacra al demone, e sentii che diceva che voleva farla vedere al Duca Alfonso, che senz’altro lo avrebbe premiato con una grossa ricompensa. Poi…” Detto questo, rimase in silenzio. “Non volete raccontarci quello che successe dopo?” Per la prima volta, la marchesa sembrò titubante. “Fui… posseduta. Erano in quattro. L’ultimo mi uccise, con uno sparo alla testa. E’ a questo punto che il mio sogno finisce, e io mi sveglio sempre”. L’Inquisitore si alzò ed avanzò verso di lei. Era un uomo giovane e zelante nel suo dovere. “Figliola, ti rendi conto che quanto stai dicendo è molto grave? Ti accorgi che questa tua confessione può arrecare grave danno a una persona che tu conosci molto bene?” “Se vi riferite a don Savaedra, Padre, egli non è un mio amico. E, se ora mi chiedete se penso che queste allucinazioni orribili siano state il frutto di qualche veleno con cui quell’alchimista ha intriso la collana mentre era in suo affidamento, ebbene, allora la risposta è sì”. “E’ tutto, Marchesa. Vi faremo sapere quando potrete testimoniare al processo. Quell’uomo farà la fine che si merita.” “E’ possibile…”, disse ancora la marchesa, come ricordandosi di una remota eventualità, “che don Savaedra, sotto tortura, tenti di raccontare una storia diversa da quella che vi ho appena riferito. Per esempio, potrebbe insinuare che io avevo avuto questi incubi già prima di consegnargli il medaglione.” L’Inquisitore sorrise. “Potete stare tranquilla, Marchesa. La parola di quell’ebreo non vale nulla contro quella di una devota cristiana come voi. La verità rimane una sola: don Savaedra ricevette da voi la collana perché, fidandosi della sua abilità nel lavorare l’oro, volevate farla adattare al vostro collo. Ma quello stregone vi intrise un siero che vi indusse a questo delirio demoniaco. Potete esserne certa: egli pagherà per questo”. “Ma come è possibile tutto questo?”, esclamò il padre della giovane, sorpreso e adirato. “Intendete dire che per colpa di quel maleficio mia figlia è stata costretta a vivere la vita di un’altra persona?” Il più anziano dei tre uomini in nero lo guardò, con un sorriso malinconico. “Purtroppo è un caso che si vede molto di frequente nei processi cui siamo soliti presiedere. L’anima della vittima talora si distacca dal corpo, e vive un’esperienza che appartiene invece ad un altro essere”. Gli inquisitori uscirono dalla casa della Marchesa. La madre della Marchesa, la sola alla quale la giovane avesse raccontato il proprio incubo fin dal primo giorno, non aveva potuto assistere all’incontro: giaceva infatti a letto, tormentata da più di una settimana da una misteriosa malattia, dalla quale nessun medico era riuscito a guarirla. Era continuamente visitata, quando era sola, da incubi orribili, sotto forma di figure contorte e deformi. Si svegliava in piena notte, urlando che qualcosa di nero e strisciante, dal volto simile a quello di un uomo, le si avvicinava per bere il sangue dalla sua gola. Appena gli inquisitori furono lontani, il padre di Adelaide le chiese di uscire per una cavalcata nel parco. Adelaide impallidì… ma quando il padre obiettò che questo era da sempre il suo passatempo preferito, per non contrariarlo uscì dietro di lui. Furono portate le cavalcature. Con un salto il padre della Marchesa, un vecchio ancora agile, fu a cavallo. Ma la figlia rimaneva immobile, ad osservare l’animale. “E’ la tua Rosita… avanti, cosa aspetti? Monta su!” La Marchesa tentò di afferrare la briglia… ma Rosita cominciò a scalpitare, sbuffando. Quando Adelaide strinse le briglie con più forza, l’animale si spaventò, si impennò e corse lontano. “Non è la giornata giusta per cavalcare, papà”, disse la Marchesa all’incredulo genitore. “Torniamo a casa. Voglio vedere come sta la mamma”. Il vecchio padre rimase a lungo a guardare sua figlia allontanarsi verso la casa. Non avrebbe mai saputo darne una ragione, ma in qualche cosa ella gli sembrava diversa. Quella mattina non aveva nemmeno chiesto notizie delle condizioni di salute della madre. Anzi, a parte quel breve accenno, non ne aveva nemmeno parlato. A colazione, le aveva accennato che durante la notte aveva avuto altri incubi, e la febbre le era salita. La giovane non aveva commentato, limitandosi a bere il suo bicchiere di latte. Aveva detto semplicemente: “Lo so”. Quella notte, l’anziano dottore di famiglia della Marchesa tornava dal suo studio, dove si era attardato a riordinare, con la meticolosità che gli era caratteristica, le cose del giorno. Per tutto il pomeriggio aveva avuto l’impressione di essere spiato. Non sapeva ancora che il suo amico Savaedra era stato, proprio quel giorno, arrestato per ordine dell’Inquisizione. Lungo il percorso che separava il suo ambulatorio dalla casa, doveva passare attraverso un ponte coperto. Fu proprio lì che il suo assistente, l’ultima persona ad averlo visto vivo, lo salutò. Il ragazzo doveva proseguire per il lungofiume per raggiungere il quartiere dove abitava la sua innamorata. Era una notte molto luminosa, e il giovane si era fermato ad osservare la luna riflessa nell’acqua. Improvvisamente, sentendo un rumore di ruote, si era voltato indietro. Si trovava ancora in vista della struttura di legno del ponte coperto, e poté vedere che l’uscita era stata quasi completamente ostruita da un carro, che gli sembrò carico di legname, fermo e senza guidatori. La cosa lo sorprese, ma non destò in lui alcun sospetto. Proseguì per la sua strada, senza pensarci troppo. Ma pochi minuti dopo, sentendo di nuovo quel rumore di ruote e voltandosi verso il lungofiume opposto, vide di nuovo quel carro di legname correre all’impazzata. Ogni tanto, un pezzo li legno o due cadevano lungo la strada, ma i guidatori del carro – forse ubriachi – non si fermarono mai a raccoglierli, né (cosa ancor più curiosa) pensarono di rallentare la corsa. Da quel giorno, l’anziano, stimato medico non fu più visto. Furono fatte molte congetture; ma erano idee degne al più di un racconto di assassini, e senza alcun vero legame con fatti ritenuti certi e provati. Otto giorni dopo questi fatti uno stregone ebreo, conosciuto col nome di don Savaedra, venne arso sulla piazza grande, davanti a migliaia di spettatori: era stato riconosciuto colpevole di maleficio ai danni di una gentildonna spagnola, il cui nome fu tenuto segreto per evitarle il disonore. Sottoposto alla tortura dell’acqua e a tre sessioni di quella della ruota, aveva confessato i suoi orrendi crimini. La sua morte – benché egli, all’ultimo momento, si fosse dichiarato innocente e avesse gridato al tradimento - venne salutata da tutti come una gloriosa vittoria della luce della ragione cristiana contro le tenebre del male. Nello stesso momento, in un’osteria di infimo ordine di Madrid, un noto ubriacone, reso ciarliero dal vino, raccontava a tutti i presenti di essere stato rapito e condotto, bendato, a una casa di signori, dove una giovane donna in maschera gli aveva consegnato “molto denaro” perché egli le raccontasse con esattezza come si era svolta la conquista delle città azteche, cui egli, al seguito del Duca Alfonso, aveva preso parte. La giovane donna si era molto commossa al suo racconto, in cui egli metteva davvero a nudo la violenza gratuita e la crudeltà del Duca Alfonso e dei suoi seguaci. Alla fine, dopo avergli consegnato quanto pattuito, l’aveva fatto bendare di nuovo e l’aveva fatto ricondurre a casa. Quando finì il racconto, tutti risero, e un tizio, impietosito, gli offrì da bere. “Sono davvero geniali le baggianate che inventi pur di scroccare un bicchiere!”, gli disse. Nello stesso momento, il Duca Alfonso e la sua giovane sposa, applauditi e acclamati da tutta la corte, si dirigevano verso il palazzo dove avrebbero festeggiato la loro prima notte di nozze. Il re li aveva benedetti presenziando di persona al banchetto. Qualcuno disse che la sposa era così radiosa che sembrava quasi trasfigurata. Alla luce tremolante di una candela, il Duca si avvicinò alla sua sposa. Adelaide si era tolta l’abito, e rimaneva a guardarlo languidamente, avvolta soltanto nella sua camicia da notte. Fu solo quando le fu vicino che egli notò un riverbero rosso proveniente da sotto le trasparenze della camicia di lei. Adelaide, comprendendo il suo sguardo, si sfilò un grosso medaglione d’oro. “E’ il tuo regalo di nozze, Alfonso… non ricordi?” Il duca sorrise. “Pensavo che l’avesse tenuto l’Inquisizione, come prova a carico di Savaedra”. “Avrebbero voluto tenerlo, ma… è tornato da me!” “Sei in vena di scherzi. Guarda un po’… hai perfino fatto cambiare le pietre! All’inizio erano bianche, ora sono rosse!” Fu lei a sorridere, questa volta. “Sono diventate rosse come il mio amore!” Il duca, stupito dell’arguzia, la strinse fra le braccia e la baciò. “Non vedi in me nient’altro di diverso, amore mio?”, chiese lei, con un’aria di civetteria. Il marito la guardò meglio, cercando di capire perché lei non rimanesse delusa. Cosa c’era di diverso? Forse i capelli? O il belletto che si era data sul viso, per apparire più vivace e colorita il giorno del matrimonio? “Non fa niente, stupido!”, rise la sposa, sedendosi sul letto. “Vieni, presto… ho voglia di fare l’amore con te!” Il Duca spense la candela, e si avvicinò a sua moglie. La strinse forte fra le braccia, mentre il suo corpo scorreva contro quello di lei. Ma improvvisamente si fermò: quel corpo era innaturalmente freddo e immobile. Non sentiva il suo respiro. Tutt’a un tratto fu invaso da un cieco terrore. “Adele? Adele?!”, chiamò. Ma la donna non rispondeva. “Mio Dio”, pensò il Duca. “E se fosse…” Ma, proprio mentre pensava alla più spaventosa delle ipotesi, la donna nel letto si alzò a sedere. “Adele! Che razza di scherzi sono questi?” Ma fu una voce dura e secca a rispondere: “Non sono Adelaide.” Il Duca si alzò di scatto, e cercò qualcosa per accendere la candela. “E’ meglio se lasci il lume spento, amore mio. La mia testa non è un bello spettacolo da vedere alla luce di una candela”. Il Duca accese un fiammifero, e per un attimo, prima che esso gli cadesse dalle mani irrigidite dallo spavento, fece in tempo a vedere un enorme grumo rosso scuro ricoperto di neri capelli scarmigliati. “Chi sei?!” La cosa che divideva con lui la stanza nuziale rise forte. “Non sono certo la tua mogliettina… l’ultima persona ad averla vista viva, nove giorni fa, fu un marinaio ubriaco che lei si era portata in casa per ascoltare da lui la vera storia di quelle prodezze che tu compisti in Messico. Dopo aver udito tutta la storia di quei saccheggi, quei massacri, quegli stupri, ti assicuro che non era più tanto orgogliosa del suo promesso sposo! Comunque sia, quella sera, tornando nella sua stanza, la bella Adelaide trovò, nel suo cofanetto, una strana sorpresa: fra i gioielli stava anche quel medaglione, che ella era sicura di aver consegnato al suo fidato don Savaedra. E, ancora una volta, quel gioiello che sembrava animato da una volontà sua propria sembrava la chiamasse, l’attirasse… come se le chiedesse con tutta la sua forza di persuasione di essere indossato.” “Che diavolo stai dicendo? Se è uno scherzo, è di pessimo gusto!” “Di pessimo gusto? Non è forse ancora più disgustoso come una donna che fino al giorno prima era colta, vivace, sensibile, amante dei cavalli, della poesia e dell’amore, il giorno dopo sia diventata tutto d’un colpo una fanatica, sensuale, ignorante, odiatrice dei cavalli? Non è incredibile che la dolce Adelaide che conoscevi abbia denunciato e fatto bruciare al rogo un povero medico cabalista tradendo la fiducia che egli aveva riposto in lei?” Don Alfonso corse verso la spada, la sguainò e la puntò alla sagoma sul letto. “Vattene! Stai lontana da me, chiunque tu sia! Dimmi dove si trova Adele, o, quant’è vero Iddio, ti ammazzo!” La cosa rise. Quello fu l’ultimo suo gesto che si potesse in qualche modo ricondurre ad una natura umana. Poi, cominciò la rapida trasformazione, una degenerazione improvvisa quanto mostruosa. Si avvicinò al Duca, muovendosi a scatti, come un essere che stesse imparando in quel momento a camminare su due gambe. C’era qualcosa di ipnotico nel suo sguardo. Lo raggiunse con la rapidità di un serpente, e lo strinse per un braccio. In quel momento, gli occhi rossi del medaglione si illuminarono come fari, ed esso si sollevò verso il viso atterrito dello sposo, come un osceno rettile pronto ad attaccare. Il Duca, nel colmo del suo terrore, tentò di gridare. Non ne ebbe il tempo: la collana si era avvolta attorno al suo collo, ed ora stringeva, stringeva… Il Duca cadde a terra, seguito dall’orrenda donna che era uscita dal talamo matrimoniale. Li trovarono il mattino dopo i servi venuti a svegliarli. La sposa era bellissima anche nella morte. Era rimasta soffocata insieme al marito, avvinti in un medaglione dalla strana foggia. Durante la notte, anche la madre di Adelaide era morta di quella misteriosa malattia che le aveva impedito di assistere al matrimonio della figlia. Nessuno seppe mai nulla di quello che era successo. Qualcuno mormorò che Don Alfonso l’avesse uccisa per errore e che quindi si fosse suicidato per il dolore. Altri, invece, pensarono ad un incidente. La collana che li aveva soffocati venne fatta spedire al padre della povera sposa. Distrutto dal dolore, egli ne fece dono ad un convento. Il volto inumano raffigurato nel medaglione aveva gli occhi bianchissimi.
(Copyright by Filippo Catellani)
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