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REGNARE ALL'INFERNO

scritto da Bruno Garavini

  

 

“Meglio regnare all’inferno che servire in cielo.”

John Milton, Paradiso Perduto, Libro I, v. 261

 

 

  Era molto bello per lei vedere il suo compagno inarcarsi in quei momenti. Che piacere per Yoshiko Kuga prendere in bocca il membro del suo compagno, Roberto Frini, sbirciandolo durante la fellatio, mentre ansimava rantolando.

“Yoshi,” biascicava. “Oh, Yoshi.” E così via.

Ora, il cuore gonfio di pena, gli occhi colmi di lacrime, ella arrancava in direzione dell’eresia.

La Torre dell’Obeso.

Essa s’innalzava su una collinetta artificiale, svettando sopra il bosco rado che s’infittiva tutt’intorno, nella semidisabitata San Varano, diciotto chilometri fuori Forlì. Era alta quaranta metri, più degli alberi e delle rade case coloniche, molte delle quali diroccate.

Incuteva timore vuoi per le dicerie vuoi per gli aspri mattoni a vista butterati da vaiolosi licheni verdastri. Dalla torre digradava dolcemente un pendio che si tramutava, verso la fine, in un goffo arenile, sponda di un rio impetuoso. La riva opposta era invece il punto di partenza del verde sterminato di un prato.

Sebbene la spiaggetta fosse proprietà privata, capitava che d’estate qualcuno vi si recasse per prendere il sole, o per nuotare.

“Non sempre va bene,” le aveva detto Roby due giorni prima. “Capita spesso che il lardoso s’accorga. Allora lancia all’attacco i suoi mastini meccanici. Qualche volta, però, non si sa perché, li trattiene. Vogliamo provare, Yoshi?”

Due giorni prima, in pieno agosto, soli, non erano stati disturbati. Due giorni prima, Roby s’era tuffato nel fiume mentre Yoshi prendeva il sole e …  non era più tornato.

Yoshi aveva subito chiesto aiuto col visifono cellulare.

Il corpo non era stato ancora trovato.

Yoshi cercò di darsi un contegno mentre afferrava il picchiotto uguale ad una garguglia gotica, ma il portone di quercia brunita scattò prima che il colpo venisse portato. Ella penetrò in un antro oscuro. Il portone si richiuse da solo e in quell’istante si produsse una tenue illuminazione giallastra. C’era un’unica scala. Dopo alcuni gradini le venne incontro un mastino meccanico. Yoshi trattenne a fatica un urlo

“Niente paura,” brontolò l’automa. “Sono qui per scortarla. Mi segua, signorina.”

Yoshi badò solo a seguire il robomeccanismo, le mancò il coraggio di guardarsi attorno e quando la salita cominciò a farsi gravosa non ebbe la forza di chiedere alcunché. Per sua fortuna la fatica ebbe breve durata.

“Eccoci arrivati,” disse il robomastino, e la invitò a entrare.

La porta a doppio battente era aperta.

Lo stanzone, privo di divisori, pullulava di diavolerie scientifiche dall’inquietante foggia, qualcosa scintillava, qualcosa fibrillava, qualcosa friggeva. In mezzo, seduto davanti a un bancone stracolmo, troneggiava Bruno Garavini. Yoshi si fermò, spaventata.

Roby gliel’aveva descritto come un obeso ripugnante, laido, immenso, una montagna di calvizie e sudore. Lo era. L’enorme camice bianco gli dava l’aria di un sacerdote immondo.

Egli sorrise e, con voce ridondante e lutulenta, disse: “Benvenuta, Kuga Yoshiko. Sa già chi sono, vero sì? C’è una sedia imbottita alla mia sinistra. Può accomodarsi, se vuole.”

Yoshi s’inchinò profondamente tre volte, ma restò dov’era. L’obeso fece boccuccia, ammiccò. “Bene, bene. L’altro ieri la polizia mi chiese il permesso di entrare nella mia proprietà. Un incidente a degli escursionisti, suppongo.” Batté sullo schienale della sedia.

Yoshi sussultò, s’inchinò, quindi si mise a sedere, frenando l’istinto che voleva farla correre.

Sopporterò di stargli vicino? Temeva che puzzasse come un caprone, invece nulla. Anzi, le parve di annusare un lieve sentore di lavanda.

“Lei ha un problema, Kuga Yoshiko, vero sì?”

Ella cercò di trattenere le lacrime. “Roby … Roberto Frini, il mio compagno, è stato portato via dalle acque … qui … lei lo sa, due giorni fa … nessuno può far niente, ma lei … Roby dice …” S’interruppe, singhiozzando. “Diceva che forse lei aveva vinto la morte …”

“Mi piace,” commentò l’obeso. “Niente enfasi, niente strilli. Davvero, mi piace. Anche lei: bellissima. Da quanto tempo è in Italia?”

Yoshi fremette tuttavia, compita, rispose: “Tre anni.”

“E da quanto convive con lo scomparso?”

Ella deglutì. “Due anni.”

“Lui è un curatore di antologie fantascientifiche, lo so, ma lei di cosa si occupa?”

“Interprete e traduttrice della Murakawa.”

Garavini sussultò. “Cibernetica e comportamentistica … però!” Annuì guardandola, ammirato. Poi prese a parlare. “Quando le campagne di San Varano si spopolarono io comprai tutti i terreni, in modo da non avere plebaglia condominiale intorno. San Varano è mia. Ho sensorizzato tutti i punti chiave dell’area. Nulla mi sfugge, tutto viene registrato. Qui, nel mio regno, Kuga Yoshiko, sfido ogni giorno il Creato. Non m’importa di pubblicare, m’importa di  fare, e io faccio. Nel mio orgoglio isolato faccio. In quanto al popolino e alle spie,” ridacchiò, “bene, già. Uhm.”

Yoshi spalancò gli occhi. Il trippore stava levitando.

Ha scoperto il segreto dell’antigravità, se non lo vedessi non ci crederei!

Garavini le atterrò di fronte e sospirò. “Il mondo è la mente. Ciò che ad altri sembra inferno ci appare cielo, mentre il cielo può essere inferno. Qui, in codesto inferno, regno nel mio cielo. Mi dica, Kuga Yoshiko, lo ama davvero?” Si fece più vicino. “Lo ama anche oltre la morte?”

Yoshi, rossa in faccia, sentiva fischiare le orecchie. Balbettò sì più volte, incerta d’essere udita. Garavini le afferrò una mano.

“Mi segua,” le disse con tono gentile.

Dietro il bancone, appoggiato al muro, un enorme armadio suddiviso in scomparti muniti di maniglie. Yoshi ebbe l’orribile sospetto che si trattasse di loculi obitoriali.

Grave, Garavini spiegò: “I miei sensori giacciono anche sul letto del fiume.” Strattonò una maniglia, e dal loculo aperto fuoriuscirono vapori biancastri. “Essi registrarono subito l’affanno di Frini. Però l’anossia giunse troppo rapida, un attimo prima che lo teletrasportassi.”

Yoshi barcollò. Il teletrasporto! Impossibile! Altrettanto impossibile gli pareva il corpo, celato da un lenzuolo, che giaceva sulla lastra metallica emersa dal rullo. Fa che non sia lui …

Via il lenzuolo. Il corpo cereo di Roberto Frini. Yoshi lo toccò. Freddo, gelido, morto. Il ciccione levitò, posò una mano sulla fronte di Roby. “È in ipotermia, i morti si possono resuscitare  solo alle basse temperature,” le spiegò. Ella sbatté gli occhi, allibita. Lo scienziato fece schioccare le dita, al che una schiera di protesi omeostatiche scesero dal soffitto e presero a fare sul cadavere cose che Yoshi non capì.

Guardò Garavini, sospeso in aria, che scrutava gli eventi.

Yoshi non percepì il primo respiro di Frini.

Solo quando Garavini ridiscese abbassò lo sguardo.

il petto di roby s’alzava e s’abbassava regolarmente.

Yoshi crollò sul torace del compagno piangendo senza ritegno ed esultò quando lo sentì mormorare: “Dove … sono …Yoshi … sei tu?”

Quando fu il momento l’obeso volante aiutò Frini a stare in piedi, mentre la ragazza gli parlava amorevole nell’orecchio. “V’ingloberò nel mio campo di forza,” spiegò Garavini. “Cosicché il nostro Roby non s’affaticherà nello scendere le scale.”

Tutte e tre volarono dabbasso, dove il robomastino prese in groppa l’uomo in mutande. “La sua robomobile è qui vicino, vero sì?”

“Sì, sì. Dottor Garavini, come potrò ricompensarla?”

“Non può. Non ci arrivereste mai. Non le chiedo nemmeno di mantenere il segreto, a che pro? Ho le mie contromisure. Vada, Kuga Yoshiko, e lo ami finché ne avrà voglia.”

Ella s’inchinò più profondamente della prima volta e corse leggiadra dietro al cavaliere improvvisato.

L’obeso chiuse gli occhi e volò su per la torre. Trapassò il pavimento e sbucò nel laboratorio. Le protesi che avevano memorizzato Yoshi ne stavano costruendo una copia a perdere destinata alla copula.

Chissà se è brava a fare i pompini.

L’obeso volteggiò più in alto.

Oh, danzare per sempre!

 

 

 

  

 

 

 

      

Bruno Garavini

Bruno Garavini nasce a Forlì il 2/10/’60 e qui vive e lavora come operaio turnista specializzato. A quattordici anni inizia a misurarsi col verso e con la prosa. Nel 1981 gli viene accettato il primo racconto da Giampiero Prassi, “Storiellina”, che appare nel numero 3/’82 di T.D.S. The Dark Side. Da allora non ha più smesso. Il resto lo sapete.

  

 

 

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