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IL REGNO DELLE ACQUE scritto da Mirko Paganelli
Piccole e fredde sensazioni naturali di umido, e calmi ondeggiamenti statici in sintonia con la stanza. Sofisticate dimensioni di composizioni degradanti, tipicamente scure, con poche luci. Guardo in alto il soffitto. Guardo in basso il resto del mio naturale corpo immerso. Davanti a me c’era una lunga via, di cui non vedevo la fine. Il Sanatorio si ergeva in una delle zone più antiche della città. Era solitario, e dato il suo colore scuro, lo si poteva anche non notare nella notte. Distante dalle antiche dimore, il Sanatorio era inserito all’interno di uno spazio piuttosto tetro circondato da un muro non troppo alto. All’interno vi era un piccolo cortiletto di erba scura, sempre iniettata di veleno e nebbia. Nella notte, non vi erano luci che lo illuminassero, né insegne che lo propagandassero, esso si imponeva là, solo, nella notte. Di tanto in tanto dal suo interno fuoriuscivano gemiti, strepitii, urla, sospiri e anche qualche ventata fraudolenta di putridume. Nessuno conosceva il progettatore né i vari benefattori che fecero sì che il Sanatorio restasse sempre attivo. Quella oscura attività notturna sanava le anime ferite, curava i malati, relegava i pazzi e imprigionava i mostri. Anche se non in molti lo notavano, quell’oscuro edificio inondava tutta la città con i suoi fetidi vapori patinati e non mancava di influenzare la atmosfere arcane tra i vapori e le nebbie. Ci misi un po’ per trovare il luogo dell’imbarco. Era ovviamente nascosto e intricato, accessibile a pochi, a quei pochi realmente contaminati dal torpore di qualche paranoia, malattia o mutazione. E ovviamente, richiedeva un po’ di pazienza per riuscire a trovarlo. Nessuno che soffrisse veramente e che avesse assoluto bisogno di cure si sarebbe azzardato a cercare l’imbarco. Non era cosa da ridere. Nessuno per scherzo l’avrebbe cercato. Né per scherzo, né tantomeno per noia. Tutti sapevano a che cosa andavano incontro e anche le menti più malvagie e violente lo rispettavano. Era qualcosa di ancestrale e ai più alti gradini della sofferenza. Quel mattino nero aveva le umidità con sé. Data l’ora ancora non c’era il sole, e da ovunque cadevano piccole gocce di semplice condensa cristallina. Essa era più viva tra i bassi anfratti e le tubature arrugginite. Fu proprio a ridosso di un cupo sottoscala ferroso che scoprii la via giusta per l’imbarco. Mi chinai non con poca fatica e oltrepassai quel piccolo passaggio. Giunto dall’altra parte mi accorsi di trovarmi in un luogo chiuso dalle mura degli edifici. Era claustrofobico per quanto fosse alto fino al cielo. Una porta e delle scale che scendevano. Raggiunsi così il sottosuolo, dimora degli incubi che tutti vogliono nascondere. Un tubo, un cupo canale che sfocia nelle viscere più infime della città, della nera città dei metalli. Quanta strada deve compiere un uomo per trovare se stesso. Quante vie deve attraversare una mente per arrivare al luogo dell’imbarco. Ed ecco il sottosuolo. Qualche ombra e molte catene arrugginite che penzolano ai lati, appese a soppalchi obliqui di ferro. Mi avvicinai ed un gatto scappò. Ed ora ecco spuntare una piccola porcina metallica. Aprendola procurai uno stridio non indifferente. Oltrepassai e notai una sorta di spazio interno. Mi spiego meglio. Uno spazio quadrilatero, con ai lati le alte mura delle nere case, unite da tubi metallici color nero e ruggine. Un ponte fatto a grata, metallico, che unisce il lato da cui sono entrato e il suo opposto, ove si trova un muro. Sotto, un bacino di liquame verde. Esso prosegue come un fiume, incanalandosi sotto le mura e sbucando in altri anfratti scuri tra le case. Il verde canale. Quante anime riposato sotto di esso. Una grande culla di dolore. Alla sua vista una fitta mi colpì e tornai per l’ennesima volta là dove la mia mente viaggiava caotica. Ed ecco ai miei occhi un cielo grigio. Una lieve salita erbosa. Tante immagini veloci, caotiche. Pochi istanti e la mia mente ritornò alle porte della realtà. Le grate di ferro. Vomitai. I due liquami vennero a contatto. Perché non avevo voglia di piangere? Perché soffrivo così tanto per qualcosa che nemmeno conoscevo? La classica paura dell’ignoto, di un ignoto che però avevo rannicchiato nei meandri più nascosti della mia mente. Doveva essere per forza così…Come potevo avere questi attimi, questi ricordi di un paesaggio così definito, benché appena accennato, se non vi ero mai stato? Forse da bambino, o forse in una vita passata… Ragionamenti fatti e rifatti, che mi portarono dove ero in quel momento. Nella strada per l’imbarco. Ero già a buon punto, ero già nei sottosuoli. Ero al ponte di ferro. Il canale sopra a cui mi trovavo era noto come il canale del dolore. Un mare di acidume che aveva traghettato una quantità infinita di anime dannate, sofferenti e paranoici. Talvolta mi sembrava di scorgerne le grida, i movimenti convulsi che trasparivano dalla superficie. Donne con veli, uomini turbati e bambini affamati. Mi sembrava di vederli tutti assieme. Un unico esercito di tormentati che chiedeva aiuto per sfuggire dagli aculei della propria mente. Un'unica legione sofferente, di cui presto anch’io sarei entrato a far parte. Non ricordo esattamente quando iniziarono. Ricordo solo una lunga serie di notti insonni accompagnate da strani incubi. Sempre con il medesimo paesaggio idillico che si faceva man mano più particolareggiato. Poi gli attacchi iniziarono a perseguitarmi anche durante la mia vita di diurno. Un attimo stavo facendo la doccia, e l’attimo dopo ero alle pendici di una piccola collina. Piano piano mi accorsi che essi arrivavano in maggiore quantità durante il giorno, così cambiai lievemente il mio modo di vivere, cercando di riposare fino a che il sole era alto, e di vivere attivamente di notte. Per un po’ funzionò, ma poi mi trovarono di nuovo. Invasero ancora la mia mente e da allora ne venni perseguitato costantemente. Non trascorse molto tempo che presi la mia decisione. Quella di imbarcarmi e di unirmi alla folla dei tormentati, per raggiungere il Sanatorio, luogo che avrebbe aiutato la mia mente a vomitare una volta per tutte quei parassiti, quei frammenti di morte che mi avevano in ostaggio. Quei frammenti che facevano di me un tormentato. Mi avvicinai alla porticina in fondo e la aprii. Venni inondato da una immensa nube di vapore che mi fece tossire. Fui costretto a chiudere gli occhi dal bruciore e quando li riaprii mi trovai in un enorme androne freddo e buio. Un androne di dimensioni incommensurabili, alto e fatto di metalli freddi e grigi. Il basamento dell’edificio scendeva lievemente più in fondo e dava vita ad una piccola folla di persone accalcate. Sempre in fondo, ai lati, nere rocce si arrampicavano nelle pareti di ferro, formando figure diaboliche. Esse erano intrise di piccole colate simili alla lava ma di color verdognolo. Sopra di me, enormi pale ruotavano per fornire un po’ di calore a quel luogo gelido. Affinai lo sguardo e scorsi tra la folla un bacino stagnante, ma che si dilungava oltre l’edificio, grazie ad una cavità scavata nella parete. Ero sicuramente arrivato al luogo dell’imbarco. Mi avvicinai, e ci misi un po’ di tempo per raggiungere il gruppo di persone, malati e afflitti come me. C’erano donne velate, bambini nudi e uomini piangenti. Un luogo infernale, apocalittico. Un turbinio di falde nere e fredde, di menti sofferenti e iraconde, di corpi morenti e sudici. Accanto in me un uomo pallido iniziò a gridare all’improvviso, agitando la folla che iniziò anch’essa ad urlare. Tutto successe in pochi attimi. Qualcuno svenne. Molti iniziarono a correre senza motivo per l’androne. Venni urtato e voltatomi vidi un figuro che cavalcava due trampoli non tanto alti. Era vestito di una tunica nera e blu, con un copricapo ferroso che proseguiva similmente ad un casco fino a coprirgli gli occhi. Un rapido calcolo di misure, e capii che senza i trampoli l’individuo non doveva essere più alto di un metro. Sicuramente egli aveva il preciso compito di portare ordine in quei luoghi poiché, credendomi impazzito come gli altri, mi colpì col suo lungo bastone metallico in pieno volto. Barcollai qualche attimo e caddi prono a terra. All’orizzonte vidi un altro guardiano menare bastonate alle anime in preda ad un panico infondato. Una fitta calca. Il mietitore che cammina sopra alle spighe di una campo di grano verde. Dopodiché svenni. Faceva più caldo del solito. Ed ecco il ritornare dei frammenti. Una brezza fantasma. Mi fa paura questo. Percorro la strada guardando il cielo. E’ grigio. All’orizzonte ci sono delle colline piuttosto alte. Una serie di muri in pietra. Intricati e lunghi. Un labirinto. Un percorso che porta chi sa dove. Chiudo gli occhi e il buio inizia a ruotare vorticosamente fino a quando non riapro gli occhi. Il cielo si era fatto nero, metallico. E attorno a me percepivo una vasta quantità di esseri. Mi alzai e mi accorsi che ero a bordo di una zattera satura di malati. Seduti e accalcati stavamo percorrendo il verde canale della tristezza. Mi avevano caricato brutalmente sulla zattera, come anche gli altri sofferenti in preda al panico…Non oso immaginare con quale grazia! Colui che presiedeva la navigazione era un misterioso individuo incappucciato. La sua tunica nera lo faceva somigliare ad un malvagio demonio, ma comunque, non avevo alcuna prova che non lo fosse. Dopo tanta ricerca finalmente mi trovavo sulla zattera che portava al Sanatorio, a faccia a faccia con l’enigmatico Traghettatore. Tantissime leggende affioravano a proposito di questa emblematica figura, che aveva questo unico e metodico ruolo. Nessuno lo aveva mai visto in volto, e nessuno ne aveva il desiderio. Sicuramente costituiva una delle personalità più misteriose e lugubri della città e tipicamente erano solo i tormentati che avevano occasione di vederlo. Il viaggio proseguì sempre attraverso lo strettissimo canale, circondato dagli anfratti del sottosuolo. Dal basso soffitto creato dai basamenti degli edifici pendevano tubi e lastre metalliche. Tutti gli altri malati erano in una sorta di agonia apatica, senza forze, lasciati cadere sulla zattera come strofinacci vecchi e sporchi. I bulbi erano assenti e con meraviglia guardavano in alto o verso il canale. Iniziammo a scorgere catene e uncini da carne nel momento in cui attraversammo i mattatoi. Luogo di brutalità estreme, i Mattatoi Horka costituivano la base sanguinea della città. Urla, rumori di carne spezzata e esalazioni di vasche piene di sangue erano gli elementi principali che caratterizzavano quel luogo di morte. Un tempo mi capitò, in una fredda notte di nebbia, di camminare nella zone limitrofe ai mattatoi e da una finestra sbarrata sentii uscire un lamento che aveva poco di umano. Ne rimasi per sempre colpito e quantomeno spaventato. E intanto proseguivo il mio viaggio. Ripensai molto alle figure dei guardiani, alle loro macchinose conformità. E constatai che il mio occhio destro mi faceva ancora male. Sul bordo della zattera c’era un ragazzino, vestito malamente che si divertiva a giocare col liquido verde. Più in là un uomo barbuto che fumava un sigaro. Accanto a me c’era un uomo con due occhialini sottili, con baffi e barbetto marroni e con uno sguardo triste. Dava l’aria di essere piuttosto mite, e di non avere apparenti motivi per rifugiarsi nel Sanatorio. Ma d’altronde, molte sono le malattie del cuore. Fu con molta meraviglia che mi rivolse la parola proprio in quell’istante. -Tu non sai quanto hai ragione ad affermare ciò, giovane sofferente…- Incredibile. Mi aveva letto nel pensiero. -Già…Davvero incredibile…Anch’io all’inizio credevo lo fosse mai poi…- -Riesci a leggere le menti altrui?- -Proprio così, ragazzo…Esploro involontariamente tutti gli angoli delle menti, tutte le problematiche essenziali delle anime che mi stanno attorno…E ciò grava pesantemente sul mio essere mite! Ma dimmi giovane sofferente, qual è il tuo tormento?- -Lo dovresti sapere senza che io…- -No, affatto! Dimmelo tu. E’ la tua voce che devo ascoltare, non quella della tua mente! Essa distorce i concetti a suo piacimento e non è sempre veritiera…- -Io…Io sono attaccato continuamente da frammenti di ricordi che neanche ricordo! Questa è la mia malattia, questo è il mio tormento…Frammenti di memorie a me sconosciute…- Detto questo il mio vicino si portò le mani al volto ed iniziò a sudare. Pronunziò vocaboli incomprensibili, poi mi guardò e disse: -Il tuo tormento, ora lo vedo…Devi sapere che la mente umana ospita ogni singolo ricordo della tua vita, ogni minimo dettaglio. L’inconscio però ne nasconde gran parte lasciandone affiorare solo una parte, una parte di dettagli che ben si ricordano…La tua mente però è diversa…E’ in continua battaglia contro questo serbatoio di ricordi sconosciuti.E’ il regno delle acque che sta dilagando in te…E usa i frammenti per ossessionarti con qualcosa che non riesci a ricordare...Questo è il tuo tormento…- Un fiume di parole nato dallo studio della mia mente, e che io avevo compreso appieno. I frammenti che pungevano il mio cervello erano vivi. Erano sepolti nell’inconscio e talvolta lo superavano giungendo direttamente nella parte visibile della mia mente. -Probabilmente mai saprai il motivo di tutto ciò…- Altro non potei fare che starmene in silenzio. -Ah, permetti…Io mi chiamo Julius, Julius Bridge…- Il Sanatorio non era più così distante. Certo, la rivelazione del mio nuovo amico mi aveva scosso un poco, ma ero ancora più convinto ora di raggiungere il luogo di cura. Durante le ultime miglia la zattera scivolava attraverso passaggi incredibilmente infimi e misteriosi, ma il Traghettatore era sempre metodico e mai si distraeva dalla sua occupazione. Vedevo Bridge che in concentrazione, quasi riflettesse ancora sul mio problema, sulla mia malattia. Chiara mi era ora la fonte del suo tormento, così incommensurabile in confronto al mio. Devastante doveva essere il leggere come un libro aperto la mente selvaggia di tutte le anime che avevi di fronte. Davvero devastante. Contemporaneamente ne avevo per me. Il lato più oscuro della mia mente voleva venire a galla. Si stava per rompere un equilibrio. Qualche frammento talvolta fuoriusciva e poi la mia mente lo catturava e lo ricacciava nel buio. Piano piano mi sentivo estremamente rilassato e conforme al paesaggio. Un attracco, qualcuno si svegliò. Bridge si alzò in piedi e mi toccò con un piede. Sopra a noi si era aperto il cielo notturno. Il canale si era fatto verde scuro. Un recinto, dell’erba e più in là, nero come la morte, il Sanatorio. Eravamo dunque giunti. Qualche lamento. Il Traghettatore sistemò l’imbarcazione per permetterci di scendere. Pochi minuti e divenimmo un lugubre esercito sofferente in marcia. Pochi sono i ricordi, una piccola entrata, poche persone con tuniche nere e con delle maschere di seta nere e appuntite. Corridoi lignei e freddi. Qualche lanterna ai lati. Una vecchia casa insomma. Non so perché ma ero allo stremo delle forze, tanto che fu Bridge a sostenermi prima che uno dei responsabili mi prendesse di forza e mi portasse via. Dopodiché il buio. Nausea. Malessere. Un cielo grigio. Ora vedevo tutta la costruzione ed era immensa. Dio solo sa chi l’avesse ideata! Un gigantesco labirinto circolare che si estendeva oltre la collina, giù lungo la valle. Pochi istanti e mi trovavo immerso. Il soffitto ora era fradicio di lerciume. La vasca in cui mi trovavo ora era abbastanza sudicia e incrostata. Il mio corpo nudo vaneggiava al suo interno. Avevo un bruttissimo sorriso stampato in faccia mentre guardavo la parete davanti a me. Avevo ora intrinseca una ironia malvagia. Una congrega di sentimenti egoisti e disinteressati. Qualcuno bussò alla porta. Rimasi così com’ero, incurante. Ero in uno stato di staticità complessa e appagante. Una dimensione naturale di benessere che se ne fotteva del mondo antistante. Muovendo la testa mi capitava talvolta di intravedere parte della costruzione protagonista dei frammenti. Come mai ora non li disprezzavo come prima? Ora venivano, più lievi e più alla mia portata. Ed ecco ora una scena, l’entrata del dedalo. Ed ecco ora qualcuno bussare nuovamente alla porta. Procedere a destra, e una goccia cadere dal soffitto. Lasciai cadere la testa all’indietro. La mia mente era un caotico insieme di frammenti che si scontravano e si amalgamavano. Le acque stavano invadendo tutta la mia mente. Tutti i ricordi della mia vita stavano entrando nella parte pensante di essa. Questo lo riuscivo a capire in quegli attimi di stasi. Ciò non avrebbe comportato un rinvenimento di tutti i ricordi, ma bensì una caotica armonia con l’inconscio. Se il regno delle acque avesse mandato tutti i suoi frammenti invadendo la mente sarei divenuto un simbiota con essa. E ciò stava avvenendo. Il mio percorso era il labirinto, un percorso che i frammenti mi stavano facendo percorrere e che mi avrebbe portato fino alle acque, là dove avrei trovato l’equilibrio. Non naturale, ma sovrannaturale. Non un bioequilibrio, ma una elevazione che mi avrebbe fatto convivere per sempre con la mia mente. Questo lo capivo. Questo veniva da Bridge, che era accovacciato di fianco a me, e che mi aveva appena spiegato ogni cosa. Lui aveva visto ogni cosa ed era il solo a sapere. Chiaro che nelle mie condizioni non sarei riuscito ad elaborare un così intricato ragionamento. Anche perché non ero come Bridge. Il mio volto doveva avere l’espressione morta di uno che sorride appena e che è spiritualmente appagato. Neanche Bridge sapeva cosa avrebbe fatto di me il passaggio del labirinto. Mi avrebbe reso agli occhi umani un vegetale? Sarei divenuto pazzo? Ma forse era proprio questo il progetto iniziale. La mia mente già aveva elaborato tutto ciò. E il luogo ove il mio corpo doveva rimanere doveva essere proprio questo, un luogo di tormentati, isolato da tutti. Ed io ero cosciente di questo. Ero intento sempre a percorrere la strada tra i muri, a testa bassa, sotto alle innumerevoli clessidre e agli altri mondi sopra di me. Sempre camminavo. Sentivo che il mio amico era sempre lì di fianco a me, compassionevole e ansioso. Ed io camminavo. Seguivo la mia strada. Talvolta mi imbattevo in oggetti lasciati cadere per terra, e che erano del mio passato. Trovai un mazzo di carte di mio padre, un cavallino a dondolo, un orologio a pendolo. Tutti facenti parte del mio passato. La mano di Bridge ora mi toccava il braccio bagnato. -Noah…- Incredibile. Sapeva anche il mio nome. Il mio volto era sempre estasiato dalla ricerca. E fu in completo equilibrio che mi trovai davanti all’uscita. La mia mente era lì, piena. Era quello il mio destino. Un via lunghissima di cui non riuscivo a vedere la fine. Non mi sarei curato delle sorti che avrebbe avuto il mio corpo. Ciò che mi importava era la mente. L’uscita era nera e io dovevo solo valicarla. Vidi Bridge chinare il capo. Triste. Poi si alzò e come era entrato, così uscì dalla mia stanza. Caotico insieme di immagini tutte accalcate. Dimensione piana di ondeggiante consapevolezza del futuro, e del presente. Sotto a me, la vasca, colma d’acqua. Fissavo sorridente la parete, con occhi morti. Una fredda, cruda atmosfera; e davanti a me, un regno indelebile che attendeva solo il mio arrivo.
Tratto da: Mirko Paganelli La città dei metalli neri - Prospettiva Editrice
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