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REQUIEM PER LO SCRITTORE DI GIALLI scritto da Giancarlo Pagani
Non
è che la vedessi chiaro. Ecco, sembrava una festa. Sì, poteva essere una
festa. Con amici, gente che conoscevi… un bell’ambiente. Anche se un po’
buio. Pieno di libri; e di armi appese. Illuminato da una luce blu quasi
intermittente. E si stava bene tutti insieme. Si parlava, si scherzava. C’era
anche… e quell’altro… Cavoli, che festa, e io con loro. Ci stavo troppo
bene. Poi quel beeez che entra nel cervello, che blocca il respiro, stecchisce le articolazioni… Rigido, mi sento mortalmente rigido. E vedo tutto nero. La testa che esplode, vorrei farci qualcosa… che finisse, o meglio che non finesse mai. Invece… I piedi adesso sono per terra. Gli occhi impiastricciati, l’alito cattivo… Ed io, davanti allo specchio a farmi la barba…
“Avvocato c’è l’amministratore delle Acciaierie Mantovane…” “Sì,
sì, Olga… faccia passare.”
“Giovanni stasera vengono Gaetano e Vittoria…” “…ahò
Giovà, non te l’avevo ancora detto, mi son fatto il computer nuovo! Eh, ma è
una roba fina… schermo a cristalli liquidi, DVD, 254 ram di memoria…” “Ma
lo sai usare?” “No!”
abbassando il mento sulla pizza. A lui bastava dire no. Nessuno poteva criticare
il tenente Gaetano Rescigno, vicecomandante della brigata dei Carabinieri Salvo
D’Acquisto. “Ma
poi…” “E
Giovà, ci gioco. E tu cosa ci fai col computer?”
Neanche la mezza. Carla, salutata la babysitter, fumate altrettanto di
corsa almeno tre sigarette, evaporò immediatamente nel letto. “Oh,
io non ne posso più. Sto già dormendo. Tu guardi la televisione?” “Sì,
vengo dopo. Buonanotte.” Tac
tic tac truttttt… tic tac Outlook Express Click Ricevi tutti. Click Posta in arrivo (2) Luca In risposta… Rispondo
alla tua mail col mio criminalissimo ritardo. E’ vero sai, che piace anche a
me Truman Capote, ed è altrettanto vero che questa analogia sono in pochi ad
attribuirmela. Pensa che per circa un anno ho dormito con accanto al comodino *A
sangue freddo*. Sei stato bravo a scoprirlo. Verrò volentieri dalle tue parti per presentare il libro nuovo, ma solo col nuovo anno. Perché invece non vieni tu, una volta? Appena facciamo un simposio (gli incontri con scrittori e amici che facciamo noi qui a casa mia) te lo dico... non so se i chilometri siano troppi per te... vediamo. Un saluto, intanto... Luca Poche
righe… per andare avanti fino alle 4. Spensi il computer, per una volta
contento. Mi bastava poco.
“Avvocato questa mattina deve sentire la Sicor. Hanno chiamato, è
ancora per la questione delle autorizzazione sul biolatte…” “Sì…
Senta Olga, a proposito… come sono gli appuntamenti di venerdì prossimo?
Credo di dover andare a Milano per le Acciaierie…” “Le
Acciaierie Mantovane? Però avvocato, venerdì aveva anche l’udienza per la
Bibi…” “Ah,
è vero. Ma ci mandiamo Faretti… Io devo proprio essere a Milano. E’
importante. Non posso farlo aspettare, proprio adesso che sembra prendermi un
po’ in simpatia...” Il
labbro l’aveva girato all’interno, non credo l’avesse bevuta. Ma a me che
mi fregava! Ero io che la pagavo! E Faretti era o no un associato? andava bene
anche lui per la Bibi!
“Giovanni venerdì c’è il saggio di Martina. Ci sei, vero?” “A
che ora?” “Alle
sei.” Buttato fuori insieme ad una strisciata di fumo. “Venerdì?
Venerdì sono a Milano. Ma non dovrebbe essere una cosa lunga.” “Fai
in modo di esserci. Che Martina ci tiene tanto.”
Il tasto verde grosso, poi quello dello schermo. Qualche secondo, il
mouse che va cercare qualche icona, clicca… Il file era pronto. Per
la stampa mancano 167 minuti. Intanto
che aspettavo rilessi una novella di Luca. Il libro ormai era sgualcito da come
era usato. Sottolineato. Annotato. Rilegai
alla meglio i miei fogli stampati. Mi ero pure portato la macchinetta dallo
studio. E poi a letto. Ancora
le quattro, ancora fatica ad addormentarmi.
“Olga, sono io, il dottore… Sì, sono in macchina…” Luca
parlava alle 11. “John Dickson Carr e… l’arte di uccidere”. Chissà se
Carla si era accorta che non mi ero messo il Corneliani per uscire, e avevo
lasciato a casa pure l’implacabile cravatta Hermess. Arrivò
puntuale. Camminando piano. I libri sottobraccio. Diede l’impressione di
avermi riconosciuto, ma forse lo faceva con tutti. Quando
parlava si rivolgeva alla sala, mai a me. Appena toccava all’altro relatore,
si distraeva, guardava in giro… tutti tranne me. E sempre un sottile
alone rosa gli imporporava le guance. Che spariva appena riprendeva il discorso.
Timido, doveva essere molto timido. Ma reagiva bene al pubblico. Gli occhi
carichi. Le frasi sempre col soggetto in fondo. Per mantenere alta
l’attenzione. Lo sapeva fare benissimo. Meglio di tutti. Con il suo pizzetto
che si muoveva così pacato. E ancora il verde profondo degli occhi, marcato dal
muoversi delle sopracciglia. Ognuna per conto suo. “Ciao.” “Ti
ho portato quella cosa…” “L’hai
qui?” – gli feci segno di sì con la testa – “Dammelo. Non ti prometto
di leggerlo presto, ma prima o poi…” Lo tirai fuori dalla borsa e lo infilò
nella sua, assieme ai libri di Carr. “Quando
vuoi. E oggi?” “Oggi
presentiamo il libro di Piero. Vieni, vero?” “Certo.
E’ bello?” “Molto.
E’ un noir molto torbido e duro.” “Per
che ora è la presentazione?” “Alle
quattro.” Alle quattro. Porca puttana, non ce l’avrei fatta ad essere a
Mantova per le sei… “E
a pranzo cosa fai? Avrai mille impegni ufficiali…” “Eh
sì. Mi spiace, ma devo fermarmi con l’editore… sarà anche un pranzo
noioso. Mi spiace” – sembrava che gli spiacesse davvero… – “Ma, te
l’ho promesso, appena troviamo il tempo vengo a…” “Mantova.”
“Sì,
vengo per il nuovo romanzo. E se vuoi ceniamo insieme…” “Fantastico.” “Ci
vediamo in giro.” – ma si era accorto che non riuscivo a staccarmi… –
“Ce l’hai il numero del mio cellulare?” “No.” “Segna:
0335 1613007, ovviamente.” Dopo
le tre provai a cercarlo. “Sì…pronto…” “Luca?
Sono Giovanni…” “Ah,
ciao Giovanni, scusa, ma qua le cose si sono fatte un po’ lunghe… non so
quando riuscirò a liberarmi. Ma tanto ci vediamo alla presentazione…” “Ok.
Ci vediamo dopo. Ciao.” Come
al solito fui il primo. Ancora la prima fila. Arrivò con Piero, la solita
andatura, con le mani nelle tasche dei calzoni e il trench lungo e nero aperto
davanti. Mi salutò, un cenno delle sopracciglia, poi incominciò a raccontare
il libro… Aspettai
che ebbero finito con gli autografi, continuando a guardare l’orologio. La
lancetta che avanzava tragicamente verso le sei. “Ci
sentiamo allora…” “Vai…” “Eh
sì, devo essere a Mantova stasera.” “Peccato,
si poteva fare qualcosa.” – ma gli avevo già detto che non potevo –
“Dai, fatti sentire.” Anche Piero mi aveva salutato. Con un sorriso
allargato “Questo è il mio indirizzo e-mail.” Mi
ributtai in macchina, per una strada che era un macello. Chissà se ci sarei
arrivato per il saggio? Ma ero contento. Mi sentivo come lo champagne che sta
per spruzzare. Senza
motivo, poi. Chissà quando mai l’avrebbe letto quel romanzo.
Carla era già fuori dalla palestra. La bambina che le abbracciava le
gambe, mentre parlava con Gaetano e sua moglie. Sigaretta accesa tra le dita,
bruttissimo segno. “Avvocà,
ma è l’ora di arrivare… Con tua figlia che tiene il saggio! Tuu lavori
tropppo. Eh, ma te lo devi prendere un po’ di tempo per la famiglia…” Carla
stava zitta. Aspirava, aspettava e mandava fuori il fumo come se fosse zucchero
soffiato. L’unica cosa che faceva con lentezza. “Mi
spiace. E’ già finito? Mi spiace… ma sono stato a Milano, e poi c’era un
traffico pazzesco.” “E’
con Martina che devi scusarti.” E diede un’altra tirata interminabile.
Il libro di Piero era proprio bello. Raccontava dell’attrazione del
male. Di come a starci intorno, prima o poi ci finisci sempre dentro. Un imbuto.
Ogni riga, ogni frase ti trascinava alla successiva. Senza tregua. Obbligandoti
ad aumentare il ritmo di lettura e delle pulsazioni. Come faceva ad essere così
vero nelle descrizioni? A farti sentire tutta quell’angoscia, quel sangue…
Come facevano ad avere quel talento? Ci passai la notte, fino alla fine. E poi,
ancora, a leggermi e rileggermi la dedica. Lo scrissi a Luca. Chissà quando
avrebbe risposto. E se mi avrebbe risposto.
“Avvocato, noi non eravamo d’accordo che andasse il suo collega in
tribunale…”.
Domenica sera ci provavo sempre a vedere se aveva risposto. Solite
procedure, soliti suoni sincopati… Niente. Nessun messaggio. Tornava in mente
la prima volta, il suo nome nella lista. Per
il mio romanzo d’esordio, mi spiace, è esaurito. E anch’io ne ho solo
un’ultima copia. Ma forse sarà ripubblicato. Me ne ero quasi dimenticato
anch’io. Pensa che lo mandai ad un premio per inediti e venne cassato, lo
ripescò anni dopo una casa editrice minore. Un saluto Luca Avevo
esultato alla scrivania, come un bambino. E avevo passato quella notte a
scrivere… No, non lo sapeva nessuno che scrivevo. Nessuno tranne Luca. Sì, mi
piaceva leggere, questo potevo farlo passare… lo dicevo anche. Ma “le mie
cose”, no, quelle rimanevano segrete. Per vergogna. Per non essere patetico.
Eppure di racconti (quanti?) ne avevo fatti girare, spediti alle solite riviste,
ma niente… mai nessuna risposta. E poi c’era il ***. Quello che avevo dato a
Luca, e spedito a qualche casa editrice… Due avevano pure risposto. Egregio
Signore, siamo
spiacenti di comunicarle che il suo manoscritto non può rientrare nelle nostre
attuali linee editoriali in quanto lo spazio dedicato dalla nostra casa editrice
alla letteratura italiana è alquanto ristretto e la nostra programmazione ormai
satura. Ringraziandola
per la preferenza che ha voluto gentilmente accordarci, le porgiamo i nostri più
cordiali saluti. La segreteria editoriale L’avevo
incorniciata. Senza appenderla, ovvio. Chissà perché, poi? Forse per
ricordarmi che avrei dovuto pensare di più alla Bibi, o alle Acciaierie
Mantovane, invece che a quelle stronzate. Loro
erano bravi, avevano talento. Erano documentati. Sapevano sempre cosa scrivere.
Io, gira e rigira, scrivevo sempre lo stesso libro, quello che vivevo. E avevo
la vita che mi meritavo, la moglie che mi meritavo, gli amici che mi meritavo. Sì,
sarebbero stati sempre… giorni tutti uguali. A quasi 40 anni, dovevo
rendermene conto.
“Signora Pelizzari, mi deve far capire bene, ma i mangimi a base di
farine animali, voi, li usate o no? Per il consumatore ci sono o no dei
rischi?” “Vede
avvocato…” “No,
no, signora, queste cose me le deve dire francamente. Io lo devo sapere, la
difesa cambia altrimenti.” “E’
questo invece che non deve cambiare, avvocato. Per lei, e per tutti gli altri,
noi è come se non le usassimo! Mi ha capito? Le è chiaro? E’ come se non li
usassimo!”
Outlook Express Click, Ricevi tutti, Nessun messaggio nuovo.
“Giovanni sei ben arrivato tardi! Non te lo ricordavi che stasera
veniva la signora Cagnoni per i tappeti?” “Scusate,
scusate, è che si è sempre così presi… Hai già visto qualcosa di bello?”
Sulla scrivania di vetro c’era la posta del mattino. La vidi l’intestazione
“Suspense” e mi feci scivolare la busta in tasca. “Scusate
un attimo, torno subito, continuate pure. A me sta bene, l’importante è che
piaccia a te.” Carla sfilò una sigaretta dal pacchetto e l’accese, con
Martina sempre attorno alle gambe. Gentile
signore, la ringraziamo per la partecipazione al nostro concorso letterario, ma ci spiace comunicarle che la sua proposta intitolata “Murder in Peschiera, 1” non è stata selezionata tra le finaliste. La giuria ha ritenuto il suo intreccio – che racconta l’assassinio di uno scrittore – non sufficientemente realistico. Poco ricco di suspense, che, le ricordiamo, era il fine primo del nostro concorso. Con
molti auguri e arrivederci al prossimo anno.
Non era verosimile… non era verosimile!
“Puglisi, senta, ma lei ci va ancora a sparare al poligono?” “Eh
sì, avvocato, se posso… anche se mi costa troppo! Guardi tra la scatola di
cartucce, il box, in un’oretta ti partono cento carte senza accorgersene…” “Ma
le pallottole non ve le danno in caserma?” “Sì,
qualcuna riusciamo a farla saltar fuori… ma mica tante. Toh, uno o due
caricatori. Se ci si vuole divertire davvero, bisogna cacciare.” “Perché
non mi accompagna una volta, così per vedere…” “Ah,
quando vuole. Ma si ricordi i tappi, se non col casino che c’è torna a casa
rintronato.” Eccomi qua e scusa se non mi sono fatto sentire prima... tranquillo, il tuo manoscritto non c'entra, sono io che sono un criminale e che non rispondo mai, o meglio: non riesco mai a rispondere visto che sono sempre in giro per la presentazione del nuovo romanzo. Il tuo manoscritto lo inizio a leggere questa sera (tempi biblici, scusa). Però fra due settimane organizzo un piccolo incontro a casa mia, siamo noi scrittori, ci scambiamo un po’ di pareri, magari leggiamo qualche cosa. Qui da me. Se i chilometri non sono troppi, sei invitato. A
presto (leggerò in fretta) e ciao, L Ma tu ce l’hai del talento, Giovanni? O sei capace di scrivere solo le memorie per le Acciaierie Mantovane? Ce l’hai qualcosa da dire? Non incominci a pensare che sia solo una voglia di fuga dalla realtà? Per scrivere di noir davvero, devi… E che senso ha, che sia uno qualsiasi. Deve essere uno che conosco, che conosco bene… E come? Col
veleno, no, è da donne. Da codardi. E poi che emozioni ci proveresti a mettere
della roba in un bicchiere. Una coltellata, sì, una coltellata andrebbe bene.
Ma ci vuole troppo sangue freddo, non è per te. Strozzarlo, perché no? L’hai
letto tante volte, e al cinema lo fanno spesso. Ma è più difficile di come
sembra… Giovanni
lo sai cosa ci vuole. Non girarci intorno. Come in ogni noir che si rispetti. Lo
sai dove Gaetano la tiene nascosta, mica quella d’ordinanza intendo. Gliela
prendi in prestito, ecco come farai. Una sera, senza dirglielo, ovvio. Ti
nascondi in cucina, smonti quel pezzo d’angolo… Ci metti un minuto; e gliela
riporti. Pulitissima. Le pallottole no, quelle le rubi a Puglisi la volta che ti
fai accompagnare al poligono. Vai a casa sua. Lo sai che vive da solo. Deve
essere a casa sua. Ti ascolti il simposio, col cuore che batte forte, (pensa
quanto avrai da scrivere…) e quando i primi incominciano ad andarsene te ne
vai anche tu. “Scusate, ma è tardi, io ho molti chilometri da fare…”
Nascondi la macchina, aspetti che se ne siano andati tutti, e a quel punto
torni, ti fai riaprire con una scusa, sali. E lo fai fuori. Poi scaldi il
cadavere con una coperta termica, gli supercarichi l’orologio, insomma fai
tutte quelle operazioni per alterare l’ora della morte. Intanto monti il furto
d’armi, lo sai che lui è un collezionista. Torni a casa, Carla dormirà già
da un bel po’, ma al mattino le racconti che sei tornato presto. L’ideale
sarebbe che avessi dei riscontri obiettivi, alla polizia fanno effetto. Trova il
sistema… e il gioco è fatto. Ah,
ricordati di non scrivere le tue emozioni al solito computer, potrebbero
controllare. Ma poi c’è Gaetano, stai, stai tranquillo… Arrivai alla villa puntuale. Il sopraluogo l’avevo già fatto giorni prima. Con un’altra automobile. In autostrada, sopra il rumore sordo del motore, l’autoradio molto alta. Musica anni sessanta. Per esorcizzare quella cosa fredda addosso. Sopra il pube, tra la pelle e le mutande. Ma
sei sicuro di volerlo fare davvero? C’era solo un’auto nel piazzale. Una vecchia Volvo station wagon, così sporca da non riconoscerne il colore. “Benvenuto.
Sono contento che ce l’hai fatta. Saremo in pochi. E’ arrivato solo Piero,
vi conoscete, no?” L’ambiente
era quasi uguale. Pieno di libri, ovvio. E armi. La solita luce bluastra, quasi
intermittente. Si
stava proprio bene insieme. Si parlava, si scherzava. Cavoli, che festa… “Bé,
ragazzi, per me si è fatto tardi, ho almeno due ore di strada…” “Vai
già? Spero almeno che ti sia divertito, che ti sia servito…” “E’
stato fantastico. Ci rivedremo senz’altro.” Due
chilometri, in un’altra direzione. Un vecchio cellulare, con una scheda
irrintracciabile, e chiamai il soccorso. Avevo tagliato la cinghia di
distribuzione, ed ero rimasto immobile ad aspettare. Dopo – naturalmente –
aver cambiato le targhe. Il
camion arrivò quasi subito. Dieci biglietti da cento per quell’auto
“incidentata” trasportata fino a Mantova. “Mi raccomando, prenda
l’autostrada!” Fino a scaricarla nel piazzale dell’autofficina Pani,
vicino alla stazione. Senza tante domande. La
mountain bike l’avevo già tirata giù, buttata in un fosso li vicino. Sarei
tornato con quella alla villa. E con quella, che poi ovviamente avrei fatto
sparire, sarei andato alla stazione, dove all’una circa c’era un treno.
Intanto la mia auto sarebbe entrata al casello giusto all’ora giusta.
Obliterando il telepass. (Ne ero sicuro, l’avevo già sperimentato)
All’officina Pani, avrei di nuovo sostituito targhe e cinghia (operazioni
tutte provate e riprovate) e sarei rientrato a casa. Senza problemi. Di sicuro
prima delle sei del mattino. Carla
non si sarebbe accorta di niente. In studio forse avrebbe chiamato Piero. Forse.
Perché il mio telefono a loro l’avevo dato, ma chissà dove lo tenevano… Il
giorno seguente avrei letto i particolari sul giornale. E solo allora avrei
deciso se comunicare o meno alla polizia che anch’io ero presente a
quell’incontro. “Scusa,
ma devo aver dimenticato le chiavi. Non riesco più a trovarle.” “Sali,
sali. Non c’è più nessuno. Ci guardiamo insieme.” Non sembrava molto
sorpreso, me lo sarei aspettato più renitente. Più disturbato. E con le guance
più rosse… “Vieni,
accomodati.” Guardammo con poca convinzione in giro per la casa, la luce
sempre bluastra, sempre come intermittente. “Ma
sei proprio sicuro di averle lasciate qui?” “Ma
credo… Magari mi sono cadute in macchina… non so.” “Beviamo
una cosa, poi proviamo a darci ancora un’occhiata.” “Ma
non vorrei disturbare…” “Ci
mancherebbe... Dai, cosa prendi?” “Una
cosa leggera, devo guidare.” Si
allontanò. Era il momento. Appena torna, mi volto secco, e un colpo negli
occhi. Poi, se serve un altro al cuore. Fine. Ma
sei davvero sicuro di volerlo fare? Te la senti ancora? Le vuoi davvero scrivere
queste emozioni? Potrebbe
bastare… ma non è ancora come ammazzare una persona. No.
Appena torna, mi giro e… bum. Sangue,
pezzi di pelle, ossa, cervello… Tutto quello che vedo, tutto quello che sento,
tutto quello che vivo, lo scrivo. E vediamo se mi diranno ancora che manca di
verosimiglianza… Il
talento lo puoi costruire. E
tornò. “Ho
letto la tua “cosa”, sai…” “Ah…
e come l’hai trovata?” Beeez. Quel beeez che entra nel cervello, che blocca il respiro, stecchisce le articolazioni… Rigido, mi sento mortalmente rigido. E vedo tutto nero. La testa che esplode, vorrei farci qualcosa… che finisse, o meglio che non finesse mai. Domani non ci sarò più, davanti allo specchio, a farmi la barba… Il talento lo puoi costruire. Davvero…
RACCONTO
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