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RIESUMAZIONE scritto da Andromeda Giardini
Alcuni anni fa mia madre si operò di appendicite, e dato che questo tipo di operazione è abbastanza semplice fu affidata, come quasi sempre succede, ad un chirurgo inesperto perché facesse pratica. Questo chirurgo non prestò molta attenzione a come risistemò gli intestini di mia madre, provocandone una strozzatura. E’ una cosa tutt’ altro che rara, provocata dal formarsi di un nodo nelle maglie elastiche che sostengono l’ intestino umano, e a cui si può porre rimedio se se ne è a conoscenza o se se ne sospetta l’ esistenza. Nei mesi che seguirono (non ricordo con precisione quanti, dato che all’ epoca dei fatti ero molto giovane, ma può darsi che coprano uno spazio di circa due anni), nei mesi che seguirono, dicevo, mia madre soffrì di una lunga serie di disturbi alla cui origine c’ era la strozzatura intestinale. Tutto cominciò con l’ incapacità di trattenere i cibi ingeriti, con conseguente indebolimento fisico. Dotata di una salute cagionevole fin dalla nascita, le divenne ora sempre più facile ammalarsi. Questo stato di cose progredì, fra alti e bassi, fino ad un forte esaurimento, sia fisico che psichico, molto vicino a diventare una crisi depressiva. Sicuri che l’ incapacità di trattenere i cibi e le continue malattie erano i sintomi di qualcosa d’ altro, i miei genitori si affidarono al medico di famiglia, che, con sciagurata superficialità, tralasciò tutta una serie di indizi che anche il medico più mediocre avrebbe notato. Ma la pensione era vicina e tant’ é: la diagnosi fu di un disturbo psichico. Al che mia nonna, la mia nonna materna, consigliò di metterla in cura da uno psichiatra, consiglio assurdo e per fortuna inascoltato, scampando così l’ ingresso per mia madre e forse per tutti noi in un circolo vizioso che non avrebbe avuto più fine, visto il buon senso dimostrato fino a quel momento da tutti gli attori di quella pantomima.
Un paio d’ anni dopo lo svolgersi di questi fatti, che avevano finito per incrinare definitivamente i rapporti fra i miei genitori e la famiglia di mia madre, lasciammo Prato, dove sono nato, per andare a vivere nella campagna del Valdarno, ai piedi dei monti del Pratomagno. Nel nuovo ambiente la salute di mia madre andò subito migliorando, e pareva essere ben instradata per un totale recupero quando nacquero problemi di vene varicose. Dopo tutta una serie di visite preliminari venne ricoverata nell’ ospedale di Figline Valdarno. Tempo un quarto d’ ora e i medici si accorsero che in realtà si trattava di cirrosi epatica. Dall’ ospedale di Figline fu subito trasferita a quella di San Giovanni Valdarno, attrezzato per casi di questo genere, dove sarebbe rimasta per un mese, dall’ inizio del settembre ai primi giorni dell’ ottobre 1989. La cirrosi era molto avanzata, quasi sul punto del coma epatico e della conseguente morte. Fra le possibili cause della cirrosi potevano essere un alto grado di alcolizzazione, che non era certo il caso di mia madre, tanto più che avrebbe dovuto protrarsi da almeno vent’ anni. Più di vent’ anni, invece, erano trascorsi, mi raccontò mio padre, da una forte intossicazione causata da frutti di mare, che l’ aveva fatta stare talmente tanto male che per lungo tempo si era riferita ai frutti di mare in questione chiamandoli “piccoli mostriciattoli rosa”. E come sicuramente il lettore saprà, i frutti di mare possono provocare l’ epatite virale, e questa, se non curata, può evolversi in cirrosi epatica. Soprattutto se nessuno ti avverte che una volta contratta l’ epatite non devi più bere alcolici. Come nessuno dei medici che nel corso degli anni hanno avuto in cura mia madre, vedendo le analisi del sangue, si sia accorto che aveva avuto un’ epatite o abbia pensato a metterla in guardia, resta per me un mistero tutt’ oggi. Ci eravamo già rassegnati alla sua morte quando si iniziò a parlare di trapianto. Gli organi disponibili c’ erano, e il costo dell’ operazione sarebbe stato coperto dalla Mutua. L’ operazione, però, non fu possibile. Tornata la speranza si abbatté su di noi una tegola che nessuno si sarebbe potuto immaginare: tornò in scena la strozzatura intestinale. Non so di preciso come andò ad aggravare la situazione, mi pare creando un blocco totale che costrinse i medici ad un intervento di emergenza. L’ operazione si risolse ottimamente, mia madre si risvegliò dall’ anestesia (la possibilità che non riuscisse a risvegliarsi era l’ unica cosa che i medici paventavano), poi il suo fisico indebolito cedette e un’ improvvisa emorragia interna la fece cadere in coma. Dal coma passò alla morte nel giro di poche ore.
Sono passati due anni e mezzo da quando fu sepolta, e devo dire che la sua morte non provocò in me un grande dolore, ma più un senso di vuoto che ben presto si colmò. Dolore, invece, mi provocò ed ancora mi provoca il vedere la sofferenza di mio padre per quella perdita da cui ancora non riesce, o non vuole, riprendersi. Come dicevo sono passati più di due anni e nel frattempo mi sono sposato ed ho fatto anche molte altre cose. Due sono le grandi passioni che mi possiedono: la prima è il piacere di scrivere, e lo dimostra che anche nel drammatico frangente in cui mi trovo in questo momento abbia pensato a mettere per iscritto ciò che mi è accaduto e ciò che ho fatto; la seconda é la lettura, che mi ha accompagnato fin da piccolo, orientata soprattutto verso testi del fantastico e del raccapriccio. Proprio questa mia inclinazione, un giorno, mi portò a leggere una raccolta di racconti di Edgard Allan Poe, che mio fratello aveva ottenuto in prestito da un amico ma che non lo aveva entusiasmato, troppo giovane per apprezzare lo stile di scrittura di un autore morto da oltre un secolo e mezzo. Ebbene, cominciai a leggere quei racconti (non avevo mai letto niente di Poe prima di allora) e fui subito affascinato dalla maestria con cui riusciva a creare le sue tetre atmosfere, e da come riuscisse ad isolarmi completamente dal mondo circostante, catturandomi nella trama del racconto. Saltando avanti e indietro, senza seguire nessun ordine nella lettura se non l’ interesse suscitato dai titoli, come faccio sempre quando ho in mano un’ antologia o una raccolta di storie, lessi “Metzengerstein”, “La maschera della morte Rossa”, Il barile di Amontillado”, “La verità sul caso del signor Valdemar”, “Il cuore rivelatore”, “La cassa oblunga”, “Perdita di fiato” (straordinario in questo racconto l’ ironico orrore), “Re Peste”, “Eleonora”, “Il diavolo nella torre”. Poi, un malaugurato giorno, lessi “Seppellimento prematuro”. Il fascino convincente della penna di Poe si fuse alla forza persuasiva del fatto realmente accaduto. Fu così che il dubbio si insinuò come un tarlo nella mia mente: e se mia madre non fosse morta, ma solo caduta in catalessi? Combattei quel dubbio, cercando di scacciarlo, di non pensarci, ma esso si fece sempre più assillante, la domanda sempre più imperiosa. Mi dissi che non poteva trattarsi di catalessi, che non c’ erano dubbi date le condizioni del decesso. In un caso come quello, mi ripetevo, non era possibile commettere errori. Ma neanche davanti a delle analisi del sangue non è possibile non accorgersi che una persona ha contratto l’ epatite. Non ci fu niente da fare. Nella mia mente doveva essersi inceppato qualcosa che solo adesso che ne sto scrivendo pare riprendere a funzionare, ed ero caduto in un circolo vizioso che lentamente mi strappava alla ragione, che progressivamente mi estraniava dalla realtà circostante per spingermi sempre più addentro ad una realtà diversa che una parte fuori controllo della mia mente stava costruendo per mio esclusivo uso e consumo. Il primo sintomo fu l’ insonnia. Rimanevo sveglio per gran parte della notte, lo sguardo fisso nel buio, ad ascoltare gli scricchiolii della casa, o il rumore lontano del torrente dopo la pioggia, o l’ orologio della morte, il ticchettio prodotto da quei minuscoli insetti dell’ ordine degli posteri chiamati Trogium pulsatorium che vivono nei muri delle vecchie case. E quando la notte era al culmine pensieri orrendi strisciavano nella mia mente, mescolandosi a sensi di colpa provocati dal ricordo della mia insofferenza all’ annuncio fatto da mio padre intenzionato a riportare mia madre a casa dall’ ospedale perché morisse nel suo letto, e poi il sollievo a sapere che era morta e che tutto era finalmente finito. E mi immaginavo il risveglio di mia madre e il terrore che sopraggiungeva nel momento della comprensione, l’ urlo atroce, acuto, isterico e inaudito, che si ripeteva sempre più alto e folle, e a cui ne succedeva un altro, e un altro ancora, in un parossismo morboso e allucinante, e ancora e ancora e ancora... finché le corde vocali si spezzavano, e allora lei picchiava contro il rivestimento in piombo del coperchio della bara, vi si spezzava le unghie e si scorticava le mani, coprendosele di sangue, mentre il terrore folle e il rarefarsi dell’ aria scatenavano una serie di convulsioni che la scuotevano tutta, da capo a piedi, divenendo sempre più violente ed irrefrenabili, e la testa, i piedi, le ginocchia, il petto andavano a colpire il coperchio e poi il fondo, sempre più forte, sempre con maggior violenza... ...finché giaceva esanime, gli occhi ribaltati nelle orbite, la bocca piena di schiuma rossa, le dita scorticate ed insanguinate irrigidite nell’ atto di graffiare il coperchio della bara, e così moriva, soffocata dall’ esaurimento di ossigeno.
L’ incapacità di dormire, sbaragliando un’ inutile quanto costosa cura ricostituente prescrittami dal medico di famiglia, finì per stancarmi oltre le possibilità di recupero, e la stanchezza finì per calarmi, di tanto in tanto, durante il giorno e in momenti inaspettati, in uno stato di completa assenza di recessività: per periodi indeterminati rimanevo bloccato a fissare un oggetto, senza vederlo, senza udire i suoni intorno a me, e spesso incapace anche di avvertire se qualcuno mi toccava. Inizialmente si trattò solo di momenti di vuoto assoluto, un vuoto di colore azzurro sbiadito, che arrivavano improvvisi e improvvisi se ne andavano, lasciandomi come ricordo giramenti di testa e nausea. Poi iniziarono a colpirmi anche ogni qual volta cercavo di impegnarmi in qualcosa che richiedesse una certa concentrazione. Dopo ancora anche ogni volta che eseguivo un lavoro ripetitivo, ed allora continuavo a ripetere quei movimenti finché non uscivo dall’ incantamento. E come se tutto questo non fosse stato sufficiente, il vuoto azzurro fu poi sostituito da immagini sbiadite, ma che andavano facendosi sempre più nitide ogni volta che mi incantavo, quelle stesse immagini che mi tormentavano durante le mie notti insonni. Credevo fosse il buio a dar vita all’ immagine di mia madre che si risvegliava nella bara sotterrata, tanto che avevo preso a tenere accese le luci tutta la notte, ma evidentemente non era così. Oppure nella mia mente c’ era tanto buio. Infine compresi. Quella parte della mia mente che (contro il mio volere?) era stata infettata da quel dubbio tremendo, e che da settimane ne veniva consumata, voleva una risposta. La esigeva, e me la chiedeva coi mezzi che era riuscita ad estrarre dal crogiolo del mio subconscio. Avrebbe avuto la risposta o piano piano mi avrebbe consumato e distrutto come il dubbio stava facendo con lei. Una notte, dopo che tutti si erano addormentati, mi alzai dal letto in cui ormai passavo ben poco tempo addormentato, mi vestii, caricai in auto una vanga e una mazza e mi diressi al piccolo cimitero sperso nei campi dove mia madre era stata seppellita. Percorsa la strada sterrata che conduceva al cimitero, fermai l’ auto davanti al cancello e ne scesi lasciandola in moto. Tutt’ intorno ero circondato da campi ad olivi e granoturco, e dagli odori della notte estiva, dal frinire dei grilli e dai rumori prodotti da animali più grandi. Il cancello aveva una catena ma nessuno la chiudeva mai; entrai e raggiunsi la tomba di mia madre. Non avevano ancora collocato la lastra di marmo ed il cumulo di terra era appena al limitare della luce prodotta dai fari dell’ auto. Iniziai a scavare, fino a riportare per intero alla luce la bara, quindi lasciai cadere la vanga e presi la mazza. La soppesai, in un attimo di esitazione, fissando il coperchio di legno sporco di terra. Poi presi fiato e sollevai la mazza, abbassandola con forza e colpendo la bara con gran fracasso. Subito un odore nauseabondo si sparse nell’ aria, provocandomi un lieve capogiro. Colpi altre tre volte, facendo a pezzi il coperchio ed il piombo, poi buttai la mazza e mi gettai in ginocchio per spostare i pezzi, tirandoli via con scatti convulsi. Ciò che vidi mi fece urlare d’orrore e fuggire di corsa abbandonando gli attrezzi.
Ora sono qui che scrivo, in camera mia, e ciò che è accaduto da quando ho aperto la bara di mia madre ad ora è solo un ricordo nebuloso, una serie di spezzoni di immagini sfocate. Ma sono immagini orrende. Io sono tutto sporco di sangue. Mia moglie dorme nel nostro letto, alle mie spalle, e non ho il coraggio di voltarmi a guardarla. Cosa proverà quando, svegliandosi, mi vedrà tutto sporco di sangue, il volto, le mani, i vestiti? Il sangue mi impastato anche i capelli. Anche gli altri, mio padre e mio fratello, dormono, ed io impiego il tempo dell’ attesa per scrivere questo resoconto, cercando di ricordarmi cosa ho compiuto questa notte. La mia auto è parcheggiata sotto casa (ho dimenticato di chiudere lo sportello), quindi nella mia fuga dal cimitero non l’ ho dimenticata. nella mente mi scorrono immagini frammentarie di una corsa folle nella notte, fra stridii di gomme in curva e senza alcun rispetto per i semafori lampeggianti. Vedo una lunga e ripida salita costeggiata da alberi, quella che porta all’ ospedale di Figline. Ho fermato l’ auto davanti all’ ingresso e sono sceso dall’ auto impugnando un’ ascia per spaccare la legna. Non mi ricordo di averla mai presa, ma ora è appoggiata contro il muro, tutta sporca di sangue anch’ essa. Probabilmente l’ ho avuta sempre dietro. Con l’ ascia in pugno sono entrato nel pronto soccorso. Non so quanti ne ho ammazzati, fra uomini e donne, fra medici e infermieri. Forse cinque, forse uno solo. Ma credo che dopo il primo altri siano giunti attirati dalle urla. E fra i miei ricordi c’ è il mio accanirsi su almeno quattro corpi stesi a terra. Non ricordo di essere uscito dall’ ospedale né di aver fatto ritorno a casa, ma ora sono qua, che aspetto, aspetto e mi tormento. Non mi tormento per ciò che ho fatto, ma per il motivo che mi ha spinto a farlo. Perché non sono più tanto sicuro di ciò che ho visto nella bara di mia madre. Quando l’ ho aperta ho visto un corpo gonfio e semi putrefatto nella stessa posa dei miei incubi a occhi aperti. Ma ora è un’ altra l’ immagine che a sprazzi mi si presenta: è quella di uno scheletro con le braccia distese lungo i fianchi, così come era distesa nella bara mia madre il giorno del suo funerale. Quasi quasi torno al cimitero per sincerarmene. No, non c’ è più tempo. Sento le sirene dei Carabinieri. Sono venuti a prendermi. Si fanno sempre più vicini, si fermano sotto casa. Sento le voci tese dei militari, quelle impaurite dei vicini, il cane che abbaia, mio padre che chiede cosa sta succedendo mentre si alza dal letto, mia moglie che si sveglia, mi chiama, chiede anche lei cosa succede, e poi grida. Mi ha visto. Volto la testa, lentamente, e vedo che è svenuta. Ora scenderò e mi consegnerò ai Carabinieri. Però... è estate, fa caldo, molto caldo, troppo, e la finestra di camera mia è aperta. Siamo al secondo piano...
(copyright by Andromeda Giardini)
RACCONTO SELEZIONATO (19° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2002
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