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RITORNI scritto da Amedeo Woulf Longobardi
Uno scossone improvviso, mi destò dal sonno in cui ero piombato. L’autobus stava lasciando l’autostrada per imboccare la piccola stradina provinciale fatta di sassi e terra battuta. Diedi un occhiata al mio orologio da polso; avevo dormito tre ore buone, me ne restavano ancora due di viaggio prima di arrivare a casa. Distrattamente guardai fuori del finestrino della vettura, la fitta nebbia avvolgeva tutto il paesaggio mi lasciai avvolgere da uno stato catatonico fissando l’asfalto segnato dalle strisce della corsia appena visibili sotto la condensa. Mi assalirono i ricordi della mia infanzia, cedetti ad essi e caddi in un tranquillo torpore per poi abbandonarmi ad un sonno senza sogni. “ Siamo arrivati, si scende.” La voce dell’ autista che annunciava ai passeggeri la fine del viaggio mi svegliò di colpo. Lentamente mi alzai e indossai il cappotto che avevo usato a mo’ di plaid durante il viaggio. Mentre tiravo giù il mio bagaglio, mi accorsi che l ‘unico passeggero rimasto nella vettura ero io. Mi avvicinai al conducente, che nel frattempo stava trafficando con qualcosa al suo posto di guida. Non riconoscendo il luogo, sbirciando fuori dal finestrino quel poco che si poteva vedere oltre alla nebbia, domandai all'autista se fossimo arrivati alla fermata di Borgo Vergò. L’uomo, mi guardò con aria un po’ assente, come dovesse richiamare dalla profondità della sua mente la risposta da darmi:” Si….Si…questa è la fermata Borgo Vergò. Di solito scendono tutti a Borgo Forte, comunque si è questa, solo che…….non arriva direttamente in paese, il comune ha spostato la fermata cinque mesi fa per via della frana.” “ E io come ci arrivo adesso a Borgo Vergò? C’e’ un taxi ? O un altro mezzo che mi porti in paese?” mentre gli porgevo la domanda il mio interlocutore trovò l’oggetto della sua scrupolosa ricerca. Guardandomi con la faccia di chi avesse appena trovato un tesoro, svitò una piccola bottiglia di grappa.“ Taxi non c’e’ ne sono….” L’autista tra una frase e l’altra beveva a gran sorsi dalla bottiglia. ” Dovrai camminare un paio di chilometri per arrivare a Borgo Vergò. La strada è facile ma ti ci vorrà un po’…….è tutta in salita e poi oggi c’e’ molta nebbia , può essere pericoloso per un forestiero….”. Rassicurai il premuroso conducente, assicurandogli che non era un problema camminare ne tanto meno la nebbia, la maggior parte della mia vita l’avevo trascorsa in queste valli. Prima di andarmene l’uomo con fare bonario mi offrì la bottiglia di grappa con la metà del liquido residuo : “Prendi questa almeno ragazzo, ti scalderà lungo il cammino.” Accettai il dono, più per non offendere l’autista che per una reale necessità, mi sembrava un tipo simpatico e dopotutto pensai era meglio che quella grappa la tenessi io che andavo a piedi, piuttosto che lui visto che doveva tornare a guidare per sei ore nella nebbia fino a Milano. Scesi dal mezzo e un attimo dopo ero solo, sotto la pensilina della fermata, riparato dal cono lattiginoso proiettato dall’unico alto lampione in quel mare di nebbia. Misi la bottiglia nello zaino che costituiva il mio unico bagaglio, e guardai l’autobus che scompariva nella nebbia. Rimasi li ancora per un po’ a riordinarmi le idee. Erano già le sette di sera e forse, pensai, mi ero un po’ sopravvalutato, probabilmente non sarebbe stato cosi facile arrivare in paese a piedi. Fortunatamente avevo con me una piccola torcia, la usai più per segnalare ad una eventuale veicolo la mia presenza che per illuminarmi la strada. Dopo due ore di tragitto che mi parve interminabile arrivai in paese senza aver incontrato nemmeno una macchina durante il percorso. Del resto chi sarebbe stato così pazzo da avventurarsi con quella nebbia! Se la caligine sembrava addensarsi intorno a me lungo la strada che si inerpicava su per la collina rendendo tutto intorno a me opaco ed evanescente dandomi la sensazione di camminare nel nulla, l’atmosfera in paese era veramente surreale e assolutamente non si vedeva nessun segno di vita , le luci delle case erano tutte spente. Conosco bene la tranquilla vita dei piccoli borghi ma al primo impatto pensai di aver sbagliato strada e di essere finito in una città abbandonata. Un rumore alle mie spalle richiamò la mia attenzione, mi girai di scatto e sentii una finestra sbattere , se fossi stato un tipo impressionabile avrei detto che un brivido mi corse lungo la schiena. Avvicinandomi ad una piccola palazzina su di tre piani la riconobbi come la casa di un mio zio , fino ad allora non ebbi completamente la certezza di essere nel posto giusto, ma anche qui le finestre erano chiuse e non vi era nessun segno tangibile di presenze umane. Decisi di continuare per lo stretto viottolo, che mi avrebbe condotto fino a casa di mia madre. Mentre camminavo, la sensazione che degli occhi spiassero ogni mio movimento dietro le fitte persiane calate si fece sempre più forte, mi sembrava sempre di più di stare dentro un racconto di Poe. Finalmente, quasi per caso giunsi di fronte al portone della piccola casa dove trascorsi la mia infanzia. Anche qui tutto chiuso, tutto spento. Senza esitazione suonai il campanello. Udii il trillo riecheggiare nella casa, poi un rumore come di una sedia che viene spostata e successivamente dei passi , poi nulla, solo silenzio. Suonai ancora e poi ancora; passai diversi minuti in attesa ,iniziavo a provare un senso d’esasperazione. Ero sicuro che ci fosse qualcuno in casa, ma non riuscivo a capire perché non mi venissero ad aprire. “Mamma, ci sei?” gridai da dietro la porta mentre bussavo forte con il pugno, “Mamma, Giacomo ci siete? Perché non venite ad aprirmi, sono Marco!”. Sentii dei passi stavolta più veloci, qualcuno che girava la chiave nelle diverse serrature e finalmente la porta si aprì. Una lama di luce venne proiettata dall’uscio ferendo il grigiore spettrale del vicolo, dietro la porta semi aperta si affacciò timorosamente mia madre. “Entra Marco, vieni.”, la sua voce mi parve strana, come pervasa da una sorta di rassegnazione mista ad un senso di terrore. Appena entrato, mia madre richiudette velocemente la porta, fui impressionato nel vedere la quantità di serrature di sicurezza, catenacci e chiavistelli, e soprattutto la rapidità con cui lei armeggiava con altrettante numerose chiavi di varie forme e dimensioni. Non ci voleva certo un genio a capire che in mia madre c’era qualcosa che non andava, anche se era passato un anno da l’ultima volta che la vidi, rimasi comunque stupito; dava l’impressione di essere invecchiata almeno di una ventina anni. Sembrava un'altra persona, curva ,piccola, magra, avevo la sensazione di trovarmi di fronte ad un essere consumato dall’ansia e dalle sue paure. Mi fece strada in silenzio fino al piccolo soggiorno, li posai il cappotto e lo zaino intanto che continuavo a studiare il suo comportamento.“ Siediti, Marco.”, feci come lei mi disse e mi sistemai su una sedia, poggiai i gomiti sul tavolo da pranzo, e rimasi in silenzio .Mia madre scomparve un attimo per poi riapparire subito dopo con una tazza di the fumante. La poggiò di fronte a me sul tavolo, e poi mi domando incisivamente: “ Perché non mi hai avvertito che arrivavi ? “; “ Come?…non ti è arrivato il telegramma? “ ribattei stupito, pensai che il telegramma avrebbe dato un tono più ufficiale alla mia famiglia, nel annunciare il conseguimento della mia laurea. Visto le cose come andavano mi pentii di non aver usato il telefono. “ Veramente abbiamo avuto dei problemi…….. con…… con.. si dei problemi con le poste ultimamente”, il tono della sua voce non mi sembrò molto sincero, mi nascondeva qualcosa? Decisi di non soffermarmi troppo sulla la questione.“ Non ha importanza mamma, ora sono contento di essere qui!”. Forse non ero poi cosi contento a dire il vero, comunque cercai di dare un tono quasi euforico alla mia voce e feci un sorriso che pensavo convincente. Quello che ne seguì non fu l’effetto che mi ero aspettato, mia madre parve rabbuiarsi ancora di più, decisi di continuare sullo stesso fronte falsamente allegro chiedendo notizie di mio fratello.“Giacomo dove è?” chiesi, guardando l’orologio e vedendo che erano già le dieci di sera. “E’ uscito con i suoi amici a far casino a Borgo Ferro? “. Mia madre che in un primo momento non rispondeva, iniziò a piangere a dirotto. A questo punto non potevo più ignorare la situazione, c’era davvero qualcosa che non andava in lei, ma non solo in lei anche in tutto il paese; che fine avevano fatto tutti ?Erano anche loro barricati dentro casa come mia madre, dietro una porta che sembrava un ferramenta? E mio fratello dove era? Un ondata di follia comune o cosa?. Tartassata dai mie quesiti, mia madre sbottò tra le lacrime: “Tuo fratello è morto!”. Ebbi un capogiro, seguito da un forte senso di nausea, sapevo che non era un macabro scherzo. Conoscevo mia madre e sapevo che non era facile vederla piangere, anche il tono della sua voce mi fece capire la sincerità di quelle sue parole, quel tono che avevo sentito poche volte prima di allora. Una di queste mi tornò alla mente: quando si era trattato di decidere di far entrare Giacomo in comunità. (Improvvisamente mi riebbi, forse per quello strano meccanismo di sopravvivenza che si innesca quando il dramma è più grande di noi) , recuperai a pieno le mie facoltà razionali; ”Droga? E’ stata l’eroina?” gli chiesi; mentre altre domande mi salivano alle labbra. Mia madre scuoteva il capo, mentre le lacrime continuavano a scenderle sul viso. ”Quando è successo? Perché non mi hai avvisato?” continuai a chiederle. Il mutismo in cui la donna si stava chiudendo, mi stava facendo andare in escandescenza senza che me ne rendessi conto. “Quando è successo? Oggi? Ieri? Quando è successo? Mi ascolti?!?!” gli dissi urlando. Lei si alzò di scatto dalla sedia, sembrò farsi forza e fece un gesto con la mano, un gesto che conoscevo bene, un gesto che di solito usava quando ero piccolo e che mi segnala di fermarmi quando facevo troppo baccano. “ Succedono strane cose in paese…….. ho pregato perché tu non tornassi mai più”, il tono della sua voce si era fatto calmo e pacato, anche se potevo percepire la tristezza scorrere nelle sue parole come continuavano a scorrergli le lacrime in volto, ”Tuo fratello e’ morto quattro mesi fa……non posso dirti altro, ti prego non mi chiedere altro….. in cucina c’e’ del pollo é poco lo so, ma scusami non me la sento di cucinare, la tua camera è in ordine come quando sei venuto l’ultima volta”. Naturalmente volevo sapere di più, ma la vidi esausta e stremata che si reggeva alla parete cercando sostegno mentre si ritirava in camera sua, sentii la porta chiudersi dietro di lei e poi silenzio. Mi passai una mano sulla fronte, tentando forse in un gesto inconscio di levarmi dalla testa tutti i pensieri che affollavano la mia mente. Andai in cucina, l’orologio segnava la mezzanotte, avevo fame e mi misi a mangiare direttamente nel tegame, il pollo ormai freddo e disgustoso. Avrei potuto ingerire qualsiasi cosa senza accorgermene. Finito l’esiguo pasto, decisi di aspettare la mattina del giorno seguente, per capire qualcosa di più di tutta quell’inquietante faccenda. Entrato in camera mia, mi distesi sul letto; nella stanza c’era aria di chiuso, se davvero non era entrato nessuno da l’ultima volta che ero stato a casa, significava che non circolava aria almeno da un anno buono. Aprii un po’ la finestra, senza tirare su le persiane. Passarono più di due ore,non ostante vari tentativi non riuscivo a prender sonno, mi girai e rigirai nel letto credo un centinaio di volte. I dubbi, le domande , i pensieri non mi abbandonavano nemmeno per quel breve attimo che mi avrebbe permesso di ottenebrarmi nel sonno. Poi, qualcosa attirò la mia attenzione: un rumore. Un rumore che proveniva dalla strada. proprio di fronte alla mia finestra. Un debole, lieve, ma continuo fruscio, si udiva perfettamente nella calma immobilità di quella silenziosa notte invernale. Forse un topo, pensai all’inizio; ma no, non poteva essere .Sembrava il rumore prodotto da qualcosa che viene trascinato. Iniziai ad incuriosirmi, e dato che di dormire non se ne parlava, mi alzai e mi avvicinai alla finestra. Sbirciai tra le fessure della persiana abbassata, ma non riuscivo a vedere nulla. Intanto sentivo il rumore farsi più vicino, come se il qualcosa o il qualcuno che lo produceva stesse passando proprio sotto alla mia finestra. Tirai su con molta cautela le persiane; quel tanto che bastava per vedere con chiarezza la strada sottostante, non volevo farmi notare e apparentemente ci riuscii. Nello stretto vicolo poco illuminato vidi una figura sagoma scura: un uomo a giudicare dalla corporatura , il quale camminava con passo strascicato, la testa insolitamente reclinata sulla spalla sinistra, e le braccia rigide lungo i fianchi, osservai che vi era qualcosa di assurdamente strano nel andatura dell’individuo La figura era a circa due metri e mezzo da me, si allontanava dandomi le spalle scomparendo lentamente nella nebbia. Un ubriaco, pensai da prima, forse un barbone alcolizzato a sentire il fetore che dalla strada esalava, fin dentro la mia camera. Notai che il misterioso individuo aveva lasciato dietro di se tracce di una sostanza acquosa, una scia di liquido simile a quella caratteristica delle lumache. Sentivo che qualcosa di innaturale pervadeva l’aria e non era solo il fetore che aveva accompagnato quella strana apparizione. Dovevo vederci chiaro! Dei misteri di questa piccola città ne avevo già abbastanza perché se ne aggiungesse uno ulteriore. Sicuramente andando dietro a quel tizio avrei semplicemente avuto conferma di ciò che già supponevo, probabilmente si trattava di uno che aveva bevuto qualche bicchiere di troppo, cosa per nulla rara da queste parti. Mi vestii, presi lo zaino. Decisi di calarmi dalla finestra visto che l’alternativa era aprire una porta molto più che blindata. Anche se avessi saputo dove fossero riposte le chiavi ero certo, neppure io sapevo bene perché , che mia madre avrebbe fatto di tutto per non farmi uscire di casa. Mi sentivo un po’ cretino mentre mi lasciavo cadere giù, quando atterrai sul selciato irregolare con un tonfo sordo non potei fare a meno di chiedermi se non fossi impazzito anch’io a rischiare l’osso del collo per inseguire un ubriacone alle tre del mattino con il freddo polare che faceva e una nebbia che si tagliava con il coltello. Iniziai a seguire le tracce di liquido o meglio di liquame lasciate dalla strano figuro. Estrassi un fazzoletto dal mio zaino e me lo porsi sulla bocca, stavo per vomitare tanto era nauseabondo il fetore esalante dalla sostanza che striava la strada. Girai un paio di vicoli, poi imboccai una stradina che portava fuori dal paese. In condizioni meteorologiche e forse anche psicologiche normali non ci avrei messo molto a raggiungere il misterioso personaggio, ma la nebbia e la poca illuminazione del centro abitato resero più difficile seguirne le sue tracce. Imboccai la strada che dal paese portava alla vetta della collina, estrassi la piccola torcia che tenevo nello zaino e proseguii. Dopo circa mezzora di percorso ;durante il quale avevo rischiato almeno due o tre volte di cadere in una scarpata, mi rallegrai del fatto che salendo di quota la nebbia andava via via diradandosi lasciando il mio sguardo libero di spaziare nel cielo stellato che mi sovrastava. Adesso che avevo acquistato una migliore visibilità, vidi l’individuo a non più di venti passi da me. Distinguevo bene la sagoma dell’uomo, mi sembrò di intuire anche dove si stava dirigendo. A circa cento metri da lui vi era uno stabile illuminato,. Conoscevo quel luogo, si trattava di una fabbrica di materiali industriali, mi stupii nel vederla illuminata a quell'ora della notte, pensai che era troppo tardi per fare degli straordinari! Mentre riflettevo su questo vidi cadere qualcosa al tizio che stavo seguendo. Lui parve non accorgersene, l’avevo quasi raggiunto, iniziai a chiamarlo ”Signore….. signore scusi va tutto bene?”, stranamente non mi aveva udito anche se adesso non era a più di dieci passi da me. Continuando a seguirlo, ma mi fermai per raccogliere l’oggetto perso dall’uomo, in principio non capii bene di cosa si trattava sembrava qualcosa avvolto nella stoffa. Mentre mi chinavo non mi riuscii di trattenermi dal dire a voce alta :“Bleah!…… cazzo che puzza!”. Tenni l’oggetto in mano ma quanto più possibile distante dalle mie narici. Lo ispezionai sommariamente, poi sentii la nausea afferrarmi alla gola. Quando capii cosa era lasciai cadere in terra il macabro reperto, pulendomi (più per istinto che per altro) la mano sui pantaloni. “Una mano?!?!…… cosa diamine sta succedendo?!?!”, si trattava di una mano umana ci misi un po’ a capirlo, poiché era in avanzato stato di decomposizione. Scansato l’orrore che mi aveva pervaso in un primo momento, decisi di continuare a seguire l’inquietante personaggio che vedevo ora entrare nella fabbrica. Poteva essere un serial killer, si sicuramente era cosi uno psicopatico con manie omicide, del genere di quelli che collezionano pezzi delle loro vittime. “Forse era per questo che in paese tutti erano chiusi dentro casa. Hanno paura di lui! Ma certo è sicuramente cosi!”, pensai molto ingenuamente non mettendo in conto altri fattori contingenti ma non avevo tempo per le elucubrazioni; ora dovevo correre alla fabbrica e mettere in guardia tutti prima che il pazzo compisse altri terribile delitti. Affrettai il passo, in breve giunsi davanti all’ edificio. Raggiunsi l’entrata principale e senza difficoltà, attraversai la grande porta a vetri che immetteva direttamente nella zona lavoro. C’era una odore nauseabondo di carne marcia, quando mi trovai nella sala principale pensai di essere impazzito. Al principio non riuscivo a formulare uno straccio di pensiero che potesse in qualche modo incastrarsi con le immagini che la realtà mi proponeva. Una cinquantina di uomini, vestiti di nero erano all’ opera hai vari macchinari, per quanto incredibile fosse sembravano tutti morti: o meglio sembravano degli zombie! C’erano esseri con le orbite cave e altri con gli occhi che fuoriuscivano da esse, alla maggior parte di loro penzolavano lembi di pelle dal volto e dalle mani scoprendo pezzi di ossa, altri ancora ridotti a poco più che scheletri. La visione era orribile ma qualcosa di ancora più raccapricciante mi si paro davanti: mio fratello, mio fratello morto!. Stava venendo nella mia direzione portando tra le braccia una scatola piena di ingranaggi. ”Giacomo!Giacomo ma cosa succede?” neanche io so dove trovai il coraggio per dire quelle poche frasi, tremavo come una foglia al vento, lui non mi rispose continuò a camminare con negli occhi la cecità della morte. Mi accorsi che sotto il rumore dei macchinari era percettibile il suono ritmico di un tamburo ed insieme ad esso il udivo l’eco di parole di cui non comprendevo ne’ il significato ne’ l’idioma. Volsi lo sguardo verso la direzione in cui intuivo provenire la voce che pareva scandire degli ordini e la musica che l’accompagnava . A circa due metri dal pavimento, su un lato dello stabile si ergeva una specie di palco , al centro erano perfettamente visibili tre figure, due erano persone di colore, una delle quali era seduta a gambe incrociate, e suonava con le mani un tamburo che teneva fra le gambe ; l’altra in piedi abbigliata con una sorta di tunica dai colori sgargianti, agitava una specie di scettro di legno mentre gridava con voce imperiosa. La terza figura era un uomo non molto alto di razza bianca, quasi calvo, vestito in giacca e cravatta. Riconobbi subito quest’ultimo come un noto imprenditore della zona nonché padrone della fabbrica, già sindaco di Borgo Vergò. Mi nascosi dietro un macchinario per non farmi vedere, poteva essere vero tutto questo? Sacerdoti voodoo e zombi nel pieno nord Italia. Non potevo crederci !. Vidi il padrone della fabbrica scendere dal palco usando una scaletta a pioli appoggiata ad esso. Si dirigeva verso di me, sperai che non mi avesse visto, stava continuando a venire nella mia direzione, mi nascosi quanto più mi fu possibile. Fortunatamente non si accorse della mia presenza; a poca distanza da me si trovava un tavolino su di cui era posto un telefono, il dirigente alzò la cornetta e compose un numero molto lungo. “Ue’ Brambilla, Come te la passi in Africa con tutti quegli “zingo bongo” li’ “, l’allegria che traspariva nel tono della sua voce, rese l’imprenditore l’essere più mostruoso di tutti gli zombi che si aggirano intorno a me. La conversazione continuava sempre con lo stesso tono di empia gioiosità: “Dai testina che il prossimo anno allarghiamo il business, niente contributi, niente problemi con i sindacati e track! Scatta il guadagno. Te stammi bene e portami su un altro paio di quegli “Zulu’” lì ok? Ciao testina ti saluto.”. Pazzesco! Zombi per lavorare in nero! Maledetto tutto questo deve finire………si deve finire. Dallo zaino presi la bottiglia di grappa regalatami dall’ autista dell’ autobus, presi un fazzoletto di stoffa e lo infilai nella bottiglia dopo averlo inzuppato per bene, dentro di me pregavo perché la mia idea funzionasse. Frugai nervosamente nella tasca della giacca cercando il mio accendino. Quando lo trovai ringraziai il cielo, meno male che avevo rimandato l’idea di smettere di fumare! Alla bene e meglio fabbricai una Molotov. Mi avvicinai con passo sicuro al palco di legno dove i due sacerdoti continuavano i loro rituali, e dove il capo fabbrica guardava compiaciuto l’operato degli zombi. Solo all’ultimo si accorsero di me, del mio viso sorridente mentre scagliavo verso di loro la Molotov. La bomba descrisse un arco girando più volte su se stessa, poi si frantumò contro il palco spargendo su di esso il suo contenuto alcolico, la fiamma del fazzoletto si spanse su buona parte del legno. In breve il fuoco si propagò dal palco a tutto il vecchio stabile, fecero seguito l’esplosione di alcuni macchinari, rimasi fermo immobile mentre l’inferno intorno a me reclamava i suoi dannati.
I cittadini di Borgo Vergò il piccolo paesino situato ai piedi della collina, si svegliarono dal torpore del loro sonno e della loro coscienza alle prime luci dell’alba, un fortissimo boato a seguito da altri di minore intensità costrinsero i pavidi cittadini a tirare su le persiane abbassate, a spalancare le finestre e a uscire dalle loro case. Sulla cima della collina era perfettamente visibile un incendio di vaste proporzioni. Nessuno disse nulla ma tutti compresero, da quel giorno la vita del piccolo paese lentamente tornò alla normalità.
copyright by Amedeo Woulf Longobardi
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