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ROSSO DI SERA scritto da Elisa
Aveva chiuso la porta dietro di sé, abbandonando fuori, nella strada, la luce obliqua e malinconica del tramonto. Lo aveva voluto guardare ancora per un istante o forse due, questo tramonto, il cielo allagato di fuoco e di sangue, l'oro rosso e liquido degli ultimi raggi di sole sparso sull'asfalto e sulla ghiaia. Allora la scena ai suoi occhi si era dissolta, ed aveva rivisto nel breve spazio di un ricordo la stessa strada come era stata un tempo, i raggi del sole filtrare tra le foglie, confusi tra i colori accesi d'autunno, e d’amore. Ma la visione era stata breve, come un lampo nel buio, alle foglie autunnali si era sovrapposta, indelebile, una realtà dura, di acciaio e vetro, e un rapido abbaglio di automobili scintillanti nell’ultimo sole. Questa è la realtà, si era detto, nascosto dall'ombra tranquilla e polverosa delle sue stanze, da quel silenzio antico e disperso nel tempo, da quella luce lieve e vibrante di argento e cristallo. Aveva osservato distrattamente la propria immagine passare nello specchio, senza riconoscersi dentro quegli occhi distanti e accesi di una vita lieve e fragile, dentro quei gesti sospesi in qualche luogo indefinibile tra la rabbia e il rimpianto. Si era chiesto quanto conoscesse di lui quello specchio, quella superficie lucida dove il tempo aveva steso un velo lieve ed oscuro, quanto racchiudesse della sua vita, i suoi passi, i suoi sguardi, attimi fuggiti e perduti, frammenti ora di passione ora di tristezza. Si era chiesto cosa avrebbe incontrato addentrandosi nel vetro argenteo come attraverso una porta, forse un passato che non era mai riuscito a perdere, forse un futuro ignoto e inquietante, o forse soltanto un presente inaccessibile, del quale egli stesso non conosceva l’esistenza... Questo si stava chiedendo, mentre lo sguardo si spostava verso la finestra, per cogliere ancora l’anima sfuggente di quel tramonto autunnale, perdutosi tra l’asfalto e lo scorrere delle automobili. Una pioggia recente, violenta e spietata, si era abbattuta sulle fronde del mirto e sulla passiflora, lasciando sui vetri strisce fangose e affrettate, come rapide pennellate d’impressionista sulla tela. La pioggia era terminata, ma le strisce erano rimaste là, fissate sul vetro, alterando la visione di quella realtà esterna che lui non era mai riuscito a comprendere. Aveva chiuso gli occhi per sfuggire un attimo a quella polverosa solitudine, a quei brividi di silenzio, sperando in un improvviso spezzarsi di esso, che fosse lo squillo del telefono, o uno stacco pubblicitario trasmesso dalla televisione, la cui luce opalescente giungeva, remota e distante, dalla porta aperta della camera. Quando li aveva riaperti, il sole era scomparso, dileguato dietro quel profilo nebbioso di colline, quello stesso profilo che, camminando sulla spiaggia, appariva in lontananza, lieve tratto disegnato sull’azzurro del cielo... Ed era così bello, così bello... Seguendo il nastro grigio della strada, la bellezza lasciava spazio ad un nostalgico abbandono, reso più grande dalla luce violenta e spietata del cielo spaccato a pezzi contro le vetrate. Poi, all’improvviso, rapida come un fulmine, bruciando quella dolce tristezza che lo avvolgeva come calore di fiamma, l’immagine di Lara, impetuosa, aveva frantumato il cristallo dei suoi pensieri. Lara. Bella e quasi perversa, con quei grandi seni e quegli occhi scuri, obliqui, felini, famelici e colmi di struggente e nostalgica angoscia. Le gambe solo lievemente storte, i fianchi morbidi, le belle braccia e quei lunghi capelli arruffati. La pelle liscia, chiara e appena dorata di sole, calda e lieve come seta quando si stringeva a lui, nelle notti d’inverno. Dolce quanto bastava per annientarlo, per annientare le sue difese e renderlo incapace di decidere, di volere e di capire. Lara, forte nell’anima e nel corpo, forte tanto da privare lui d’ogni forza, capace di inchiodarlo al tavolo, o al letto, o al suo volere, secondo i propri desideri, assecondando la tacita legge della sua fantasia. Lara, che ogni volta lo stupiva con il suo sfrontato entusiasmo, che frantumava i suoi sogni e le sue speranze con la sua ridente ribellione, leggiadra e frivola, forse, ma i suoi colpi lasciavano segni profondi e indelebili, e le sue catene erano tanto pesanti da togliergli ogni volontà di resistere. Ma lui, ne era certo, non avrebbe mai scelto di resistere. Lara, entusiasta e fantasiosa, afferrava i suoi sogni ed il suo corpo, con quel brillio negli occhi, quel fuoco nel sangue, quell’ansia trascinante, quella passione tanto intensa da spaventarlo, lui, incapace di opporsi. Aveva provato, qualche volta, ad opporsi, a ribellarsi contro quell’emozione devastante, ad immaginarsi solo, senza Lara accanto riflessa nello specchio. Non ne aveva mai avuto la forza. Lara possedeva ogni suo più segreto pensiero, e senza di lei egli non avrebbe mai potuto sopravvivere. Dubitava che lei lo amasse, che amasse quella sua casa di ombre e rimpianti, quella sua decadenza silenziosa ed elegante, quella luce di fiamma lieve, appena percettibile nel cristallo. Ma non poteva, non voleva rinunciare a lei. Che lo odiasse, ma che lo tenesse incatenato, in eterno... Si era rivisto ragazzo, nello specchio brunito dagli anni, per un momento tornato giovane dagli occhi ridenti, ma quando aveva distolto lo sguardo, dietro i vetri era ormai sera. La luce lattiginosa della tv scivolava sulle pareti e sul letto, si rifletteva fiocamente sul pavimento, svaniva oltre la porta aperta.
Allora, solo allora, si era ricordato che Lara non era mai esistita.
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