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IL RUMORE scritto da Lorenzo Montrasio
Entrai finalmente in quella casa che avevo sognato da mesi. Erano mesi appunto che desideravo una casa tutta mia, proprio una villettina in una zona tranquilla della città. Avevo trovato i soldi, una bella somma e finalmente avevo risolto alcune pendenze legali; infatti, quattro mesi prima, in quella stessa casa, c’era stato un misterioso caso di suicidio. Roberto Fiori, uomo d’affari, divorziato, solo, era stato trovato riverso sul tavolo, con la testa in una pozza di sangue e una pistola nella mano. Era veramente un mistero, in quanto non c’erano motivi apparenti perché l’uomo si uccidesse. Ci si ricollegò alla dolorosa separazione dalla moglie e quindi a crisi depressive, ad un momento di follia. La mente umana è, e resterà, inspiegabile. La porticina bianca ruotò e mi proiettò all’improvviso in un mondo di teloni, polvere a quintali e aria stantia. I teli sembravano veramente dei fantasmi, paralizzati, quasi in pausa, prima di un orribile agguato. “Non farti venire strane idee proprio ora, è casa tua” mi dissi ed esplorai con lo sguardo il corridoio. Sotto le tele si intravedevano quadri, si intuivano forme di poltrone ed una pendola. Era tutto in perfetto ordine. Mi mossi verso la prima stanza, quello che doveva essere il salotto. Era un unico oceano bianco e grigio polvere, al centro della sala v’era il tavolo su cui Fiori si era tolto la vita. Lo scoprii, spinto da una macabra curiosità, anche se certo non mi aspettavo di trovare sangue coagulato, rossiccio e secco. Il tavolo era stato ripulito e v’erano dei graffi in superficie, forse dove gli inquirenti non erano stati delicati con il legno marrone scuro. Sfiorai ripetutamente il materiale, liscio e tiepido, quasi vitale. Lì era stato commesso un delitto. Scesi con la mano lungo una delle gambe del tavolo fino a sentire un’asperità, una crepa pungente al tatto. Mi chinai, trascinando con i piedi un telo e scoprendo una poltrona da lettura. “Sì, c’è una spaccatura” constatai e mi chinai ancora di più, per vederla meglio. Qualcosa sporgeva dalla fenditura, un angolino bianco candido, quasi la vela di una barca da regate e, senza pensarci due volte, lo afferrai. Era carta. “Una lettera?” mi chiesi e cercai di ricordare se erano state trovate le ultime volontà del defunto, sulla scena del delitto. Purtroppo la mia memoria non mi aiutò, capitano tante di quelle disgrazie, così esaminai il piccolo quadrato di carta bianca e lo dispiegai. Questi frusciò e crepitò, nel silenzio della casa deserta. Era una pagina coperta da una fitta serie di frasi, una attaccata all’altra, come se non ci fossero spazi bianchi, virgole o capoversi. Scultori di un tempo passato sembravano presi dalla paura del vuoto e coprivano con le loro figure di pietra tutta la composizione, fino a renderla confusionale. Se l’amico fosse stato uno scultore, sarebbe stato uno di loro. Cercai di iniziare a leggere, ma le lettere erano piccole e la grafia tremolante; mi sedetti sulla poltrona e scoprii, dopo mesi di oblio, la lampada a forma di colonna astratta e snella. La accesi, c’era troppa poca luce nello stanzone. Nell’aureola generata dall’apparecchio, riuscii ad interpretare le prime parole, così iniziai la lettura, anche se il naso mi prudeva a causa della polvere sollevata dagli spostamenti dei teloni. Non c’erano date, il lettore veniva subito portato nel vivo della vicenda ancora ignota: Sono Roberto Fiori, il
proprietario di questa casa. Abito qui da sei mesi oramai ma prima di andarmene
devo avvertirvi del pericolo che correte stando qui: uscite subito, non mettete
piede in questo posto maledetto da Dio. “Beh, un po’ fuori lo doveva essere” decisi e ripresi la lettura, rinfocolato dalla curiosità. Appunto, abito qui da sei
mesi ma non ho avuto subito dei problemi, anzi mi trovavo bene. Era il posto
ideale per dimenticare le mie tragiche vicende familiari. La casa era stato un buon
acquisto, mi trovavo bene, ripeto, eppure una sera, dopo aver visto il posticipo
del campionato di calcio, udii uno strano rumore. Era indefinito, non ben
descrivibile, poteva essere lontano come vicino e direi che assomigliasse ad una
moneta che tintinna, mentre cade. All’inizio non me ne curai, tutto andò
avanti come prima, finché riudii il suono metallico ripetersi almeno tre volte
di fila. Indagai, frugai tutta la casa, temendo che fosse abitata dai topi o che
vi fosse un vetro rotto. Non trovai nulla, e
dimenticai l’accaduto. Avevo molto da fare. Poi, una sera, durante un film, il
rumore si ripeté ancora, beffardo. Stavolta era certo, veniva dal piano
superiore. Cercai ovunque, negli sgabuzzini, in camera da letto, in bagno.
Controllai ogni finestra. Nulla, sembrava tutto uno scherzo. Ansante, mi
arresi e, mentre stavo scendendo le scale, lo udii: un tintinnio metallico
inconfondibile, come una moneta che cade. Stavolta proveniva dai recessi più
profondi e lontani della cantina. Furente contro inesistenti folletti, corsi a
perdifiato in cantina, potevo sentirlo risuonare, allegro come un bimbo
dispettoso. Appena misi piede nello scantinato, di colpo tacque. Ridacchiando,
cercai un gatto randagio, un salvadanaio che lentamente perdesse monete sul
pavimento, qualsiasi cosa. Nulla, ovviamente. Fui costretto di nuovo ad
arrendermi, così andai a farmi una doccia.
Sotto lo scroscio
dell’acqua calda, mi sembrò di udire il suono incriminato.
Credetti di sbagliarmi, sperai di sbagliarmi, poi accostai l’orecchio
allo scarico e potei udirlo, argentino e gorgogliante. Mi stava prendendo in
giro, ma non avevo né tempo, né voglia di uscire di nuovo a caccia. Ero troppo
stanco. “O era uno scrittore in vena di scherzi prima di morire o era davvero pazzo” considerai, lasciai per un attimo la pagina di carta carica di misteri e cercai qualcosa da bere nel sacchetto della spesa. Una lattina di Pepsi ancora fredda mi dissetò, diede sollievo alla gola seccata dall’attesa e dalla suspence: era avvincente, dopotutto. Nei giorni seguenti
ignorai quel fastidioso rumore, ma sembrava essersi fatto spavaldo e tintinnava
anche la notte, quasi un oscuro presagio che proveniva dalla cantina o dal
limite ultimo del mio letto. Quando ero in cantina, dopotutto, pareva provenire
dalla camera e una volta lo udii pure nel forno, mentre lo pulivo. Era ovunque, e, anche se
cercavo di non sentirlo, di fingere che non esistesse, era lì, costante, sempre
più ossessivo. Un giorno, al lavoro, trasalii, sentendo delle monete cadere nel
corridoio. Sarà stato un impiegato sbadato, ma quando mi precipitai fuori, non
c’era nessuno. Stavo impazzendo e non me ne rendevo conto? Ogni sera, ogni mattina,
il tintinnio era una scomoda colonna sonora. Magari altri ci avrebbero fatto
l’abitudine, come quelli che vivono vicini alla ferrovia o agli aeroporti, ma
io come potevo, se ogni volta mi sentivo provocato ed ogni volta cercavo la
fonte del rumore? Da dove viene quel dannatissimo rumore?! Non ce la faccio più, non
lo sopporto, è anche nel telefono, e lo sento solo io! Decisi anche di invitare
un mio amico a cena per farglielo ascoltare, per avere un conforto. Quel
mostruoso tintinnio cessò appena il testimone varcò la soglia e tacque, sì,
tacque, nascosto, mi derideva mentre facevo la figura del pazzo davanti
all’amico. Riprese, come al solito, appena noi due ci congedammo sulla porta.
Mi stava rovinando, non
andavo più al lavoro, tanto lo sentivo ovunque, in strada, al centro
commerciale, provai anche a recarmi in un locale affollatissimo, ma sopra la
musica del DJ, sopra il vocio fragoroso, c’era lui, come sempre, allegro e
vivo. Non ce la faccio più, non
augurerei questo tormento a nessuno, nemmeno ai miei peggiori nemici. I nervi mi
cedono in continuazione, credo di stare per avere un infarto. Siamo al limite,
ho già rovistato ovunque. Quella cosa non è razionale, non è umana, non è
terrena, non so come spiegarmi…. - Ma cosa ha scritto qui? – mi chiesi davanti ad uno spazio riempito solo da tre lettere, per almeno sei righe. Era inquietante: aveva scritto un centinaio di volte la parola TIN. Era un’unica serie di TINTINTINTINTINTINTINTINTINTINTINTIN….. e
terminava con un ironico è impossibile
contarli tutti, questi sono appena in un paio d’ore. Ora la mia vita è
divenuta una cosa sola con l’abominevole rumore, ma conservo ancora un minimo
di ragione per concludere tre cose: primo, è la casa l’origine del suono,
forse è viva, che ne so io, forse un occultista me lo spiegherebbe, ma io sono
un uomo comune…il tintinnio è il suo respiro, costante ed eterno. Secondo,
c’è una sola via per porre fine a questa assurdità e sto per metterla in
pratica, e terzo Mi fermai, questa era la lucida confessione di un suicida. Era un pazzo, ma aveva vissuto un dramma più grande di lui, e nessuno se ne era accorto o lo aveva aiutato. Era rimasto solo in balia dei suoi deliri, tragicamente. Ripresi da dove avevo interrotto, anche se ora era più facile leggere, le parole per quanto incerte erano a caratteri cubitali E terzo, chiunque legga
questa lettera, fugga, fugga da qui, salvi la propria mente; se sentirete il
suono sarete condannati, come me. Se la morte è solo silenzio e oblio dei
sensi, ben venga, è quello che cerco. Addio. Qui si concludeva. Dopo aver infilato la carta nel tavolo, Fiori aveva afferrato una pistola, l’aveva puntata alla tempia e aveva tirato il grilletto. Pregando, o bestemmiando, non contro Dio, ma per non udire il rumore maligno. Mi alzai di scatto e lasciai cadere al suolo la pagina, come se scottasse; mi sentivo sconvolto. La vidi svolazzare casualmente nell’aria e, un attimo prima che atterrasse, mi immaginai il leggero tonfo crepitante sul telone. Stranamente ciò non si verificò, anzi, si produsse un suono strano e flebile, che ascoltai paralizzato dal terrore: era come il tintinnio metallico di una moneta che cade a terra, saltellando poco prima di adagiarsi del tutto.
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