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SALVAVITA

scritto da Alessandro Canali

  

 

Facevo zapping sprofondato nel divano. Per ore. Di tanto in tanto interrompevo per andare al frigo e stappare una birra. E poi di nuovo zapping. Estremo. Feroce. E meccanico.

Scorrevano telefilm  dimenticati, interviste in locali tipo Dolce Vita, talk notturni, donne che si strusciavano su piastrelle da doccia con numeri in sovrimpressione.

 

 

Mio padre se n'era andato dodici anni fa. Quel giorno era la festa di Musetta che compiva un anno. Parenti nella sala hobby, nella dependance in disuso, dappertutto. Mi ricordo che mia madre mandò il babbo a prendere il Rosso di Enrico Vallania in cantina. Solo che ci stava mettendo tempo. Troppo per togliere una bottiglia di vino dalla posizione obliqua. Zio Oreste scese in cantina e tornò pallido in volto, come se avesse visto un ectoplasma o qualche altra apparizione eterea. Ci disse di aver trovato il babbo sotto alla scatola degli attrezzi. Scatola che, dall'alto dell'ultimo scaffale, aveva aperto con un solo tuffo la testa del babbo.

 

 

Lo zapping scatenato non aveva alcun motivo per fermarsi. A volte mi soffermavo sugli pseudo-benefattori che gesticolavano sopra a collezioni di orologi, deplorando a più riprese lo spettatore che non si fosse fiondato sull'occasione della vita. Occasione rappresentata dal set di orologi che spiccavano nel velluto degli imballi falsolusso. Altre volte, ma questa è un'altra storia, alzavo il volume su Maurizia Paradiso.

 

 

Salvavita è sempre una parola curiosa. A me personalmente fa ridere. Il fatto che l'impianto elettrico della nostra residenza fosse dotato del Salvavita sembrava uno slogan, quasi che ci fosse un supereroe deputato alla perenne veglia domestica. Il supereroe non c'era, ma il 25 luglio di 5 anni fa non funzionò neanche il Salvavita vero e proprio. Mia madre stava riempiendo di panni il cestello della lavatrice, mentre a pochi passi dalla porta del bagno aperta Musetta giocava con la casa di Barbie. Io, in procinto di uscire, salutai le donne di casa con un cenno. Le ultime parole che sentii da mia madre furono: stai attento. Al ritorno trovai due cadaveri, il suo e quello di Musetta. L'assassino, come mi aiutarono a ricostruire, era stato la lavatrice, con la complicità di un Salvavita che quel giorno non aveva intenzione di salvare vite. La scossa tipo 220 volt folgorò mia madre e lo stesso toccò a Musetta, a cui parve naturale cercare di staccare il genitore dalla lavatrice.

 

 

Una notte, tra un cambio di canale e l'altro, mi capitò uno speciale che parlava di horror e fenomeni legati al soprannaturale. Si setacciava la filmografia degli anni 80-90 con particolari accenni e riferimenti alle case infestate. La voce che scandiva date e nomi cominciò a snocciolare aneddoti su alcuni vecchi manieri della Scozia e dell'Irlanda, che secondo lui erano teatro di fatti poco chiari ed inquietanti. Trasudava convinzione. Doveva esercitare una grande influenza sull'interlocutore telematico che prestava attenzione alle sue chiacchiere.

Si. Perché di chiacchiere si trattava. Anzi, cazzate, per essere più precisi.

 

 

Non è più accaduto nulla. Se si esclude qualche fuga di gas. E la rottura improvvisa dello scolapiatti pieno di pentole che per una questione di istanti non mi colse in pieno. Nient'altro.

 

 

 

 

    

   

Alessandro Canali

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