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IL SANGUINOSO MUCCHIO scritto da Mirko Paganelli
La terra che fé già la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova. Inferno, Canto XXVII
La notte gettò lenta il suo manto sopra tutta la città. Pochi fumi salivano, in quei freddi momenti infiniti. Piccole luci regnavano solitarie lungo strade inondate dalla gelida nebbia invernale. Un vicolo e qualche voce sommessa. La rocca era alta ed imponente al centro della città. Memore di guerre e battaglie millenarie ergeva fiera gli antichi mattoni segnati dai secoli. Torri, merletti e una cinta di mura quadrata. L’uomo comune poteva camminare anche nel luogo più remoto della città e volgendo lo sguardo verso il centro l’avrebbe vista. Oh, sì l’avrebbe vista bene. Il centro città in cui era situata la rocca era una enorme piazza rotonda lievemente innalzata al centro. Il pavimento era composto da un’infinità di sassi scuri e ovali. La notte scese e la nebbia avvolse gran parte dell’oscurità già presente. Si udì uno strascico di piedi e un lamento sordo. Se ne udirono altri, in seguito. Poi nacquero anche piccoli rumori di ferraglia, e dei nuovi lamenti, cadenzati, ritmici. Da un lato del muro di cinta, lo si poteva intravedere appena, il lungo esercito in marcia. Lo si poteva scorgere, illuminato dai pochi lampioni presenti. Tante piccole figure scure che avanzavano, lente e opache. La rocca, invece, osservava silenziosa lo svolgere degli eventi.
Molto tempo era passato da quando Alario aveva il tarlo nella testa. Una spina, una spina tra le più acuminate gli si era infilata tra la massa di capelli brizzolati che portava sciolti sulle spalle. Li aveva sempre portati lunghi, i capelli, sin da giovane. Il volto invece era privo di peluria. Alario era seduto alla scrivania, nella grande soffitta in cui abitava. Davanti a lui una grande finestra tonda, che inondava di luce l’oscurità esterna. Un luce dettata solo da una piccola candela bianca che stava per terminare. Entrando negli occhi di un passante potevamo vedere il nostro, tempo prima, sempre impegnato in strane letture. Ora, tornando indietro sempre nel vicolo, vediamo la finestra ancora illuminata, lassù, in cima a quella antica dimora. Quella ove abita Alario è una tra le vie più piccole della città. Le case sono alte e una attaccata all’altra. Non distano molto dalla piazza, e lo possiamo intuire dalla pavimentazione a ciottoli, che è la medesima. Quel particolare tipo di pavimentazione nasce infatti dalla rocca e come una grande ragnatela si sparge per gran parte della città. Quella si dice sia la sfera di influenza della rocca e dei suoi meccanismi arcani. Vediamo l’uomo essere vestito di nero, con una camicia fuori dai pantaloni sempre neri. Quando legge porta sempre un paio di occhiali dalla montatura sottile e leggera. Lo vediamo sbuffare e gettare via altri fogli. Lo vediamo poi tirare indietro la testa appoggiandosi allo schienale della regale sedia ad intarsio. Un soffio e le ombre nella stanza danzano per qualche istante. Poi, ancora il silenzio.
Un piccolo fascio di luce tagliò il buio. Tutt’intorno oscurità conformate nelle più mostruose forme gocciolavano liquidi ancestrali. C’era freddo e qualche nuvola di vapore vagava qua e là. Il sottosuolo era quanto di più angusto ci fosse nella città. Pietre antiche e incavi segreti ospitavano quella massa di vecchie carcasse pigiate caoticamente. Un connubio infernale che fondeva gli ingranaggi del tempo insieme ai respiri della vita. E poi uno stanco spiraglio, qualche movimento e qualche cigolio. Molte stoffe si urtavano e strisciavano. Molti tessuti vomitavano polveri millenarie.
Planando come un pipistrello dalle ali gigantesche accogliamo in picchiata la città dall’alto. Sfruttando le correnti riusciamo ad infilarci all’altezza dei palazzi più alti, e poi giù, tra le antiche dimore e i vicoli nebbiosi. Uno sbatter d’ali ed ecco i lampioni della grande piazza centrale emettere pallide luci ocra. Ci sono poi gli edifici millenari e la rocca. Poche anime vagano in quella notte fredda e scomoda, poco posto anche per i pensieri delle menti più ingegnose. Gli eventi che la città stava per tessere erano al di là di ogni pensiero meditato e razionale. Da lontano vediamo un figuro scuro camminare solitario. Indossa un cappotto grosso e una sciarpa. Non vediamo il pizzetto caprino né il volto cadaverico che porta. Si infila in una stradina incastonata tra gli alti edifici e lo lasciamo andare. Poco più in là è un paio di giovinastri ad attirare la nostra attenzione. Tendendo l’orecchio sentiamo anche le loro parole. - Guarda dovevi esserci, è stato fenomenale…- - Ah sì? Che ti è successo? - - Poco fa, mentre ti aspettavo, è stato incredibile… - - Dai, parla! - - Ero seduto là in quel marciapiede, tranquillo, e ad un certo punto, cacchio che figata! - - Ma porc…Sputa quel dannato rospo! - - Ma guarda che se c’eri anche tu non ci avresti creduto… - - Ho capito, ma cosa ci posso fare se sono arrivato ora e non dieci minuti fa? Dai, sentiamo… - - Dicevo: ero laggiù, di fronte alla rocca, e ad un certo punto passa questo tizio, uno di mezza età, non tanto alto; arriva e prosegue verso il lato destro delle mura. Io non so perché ma continuo a guardarlo, così, senza motivo. Ad un certo punto vedo che si volta di scatto verso la rocca, poi abbassa lo sguardo, poi lo rialza, così per due o tre volte. Poi si mette un mano nei capelli e inizia a guardare in alto, ora non so che cazzo avesse a guardare, là nella rocca non c’è nessuno a quest’ora di notte e anche di passanti non ce ne sono un gran chè…- - E poi? Finita qui? - - No, dicevo, il tizio guarda in alto e poi torna indietro da dove era spuntato e corre via a passo svelto… - - Ma cosa c’era là? - - Boh, che cazzo ne so? Io da qui non vedevo niente… - - Oh, che grande storia… - - Aspetta non è finita, ora arriva la risata. Insomma fa ridere di brutto perché certe cose non te le aspetti proprio. Vabbè, vedo il tizio andare via e subito, in quell’istante, dico proprio subito dopo sento come uno strascico dietro di me. - - Uno strascico? Che strascico? - - Sì, tipo di ferraglia, come se trascinassi una sacco con delle lamiere dentro…Vabbè, sento questo rumore e mi volto. Ti giuro, dietro di me spunta ‘sto tizio agghindato come se dovesse andare ad una parata medioevale. Mi sono piegato dalle risate che ancora adesso mi fanno male gli addominali. - - Ma chi era? - - E che ne so. Era sporco del marciume più lurido e aveva in dosso delle stoffe miste a roba di ferro. Ti dico, deve avere elemosinato quei vestiti da un’associazione di rievocazione storica in fallimento. - - E poi, cosa è successo? - - Niente, gli ho riso praticamente in faccia e quando mi sono ripreso era già andato via… - - Che cacchio, mi perdo sempre tutto… - - Te l’ho detto, dovevi esserci… -
Erano ormai molte ore che Alario si modellava il cervello con turpe psichiche. Si tolse per l’ennesima volta gli occhiali e li lasciò cadere per terra, dove un tappeto di appunti e volumi era disteso. Si dondolò con la sedia stropicciandosi gli occhi. Il turbamento interiore di un uomo può avere i suoi massimi effetti proprio quando scompare. Alario gettò lo sguardo al soffitto. Un sistema di travi di legno, opportunamente restaurate faceva sì che quella soffitta fosse una dimora agibile. Aveva sempre avuto a cuore quella soffitta, che gli era stata da madre in centinaia di notti di studio. Alario passava la sua vita a studiare. Studiava ciò che può ricondurre l’uomo al principio della cose, la storia. Aveva scritto libri, sulla storia della città, sulla rocca e sugli eventi che l’avevano coinvolta. Ed ora, si trovava lì, a cercare di far tornare i conti. Che cosa il suo inconscio aveva registrato quella notte? Che cosa, in quel breve istante, la sua mente aveva catturato, là, vicino alla rocca? Una delle sue tante passeggiate notturne si era trasformata in una problematica micidiale. Era una situazione di stallo, di confusione. Là, tra le luci ocra dei lampioni, tra la nebbia e in quel ritaglio di spazio che si vede tra il muro della rocca e i palazzi, aveva visto qualcosa. Certo, qualcosa aveva visto, per una frazione di secondo. Aveva visto un qualcosa che era subito scomparso. E ora cercava di scalare i più alti gradini della mente per riuscire a ricordare, per dissotterrare quell’istante. Da lì poteva vedere la città attraverso la finestra. Essa era smisuratamente grande, densa di nebbia e di piccole luci opache. Era sempre una visione celestiale, quella della città di notte.
Molti occhi neri si aprirono e la profonda gestazione ebbe inizio. Molte sagome presero a muoversi lentamente, urtando le une con le altre. L’odore della antica pietra faceva da cornice alla moltitudine che lentamente cercava di alzarsi eretta. Il poco spazio, i pochi incavi formatisi, confondevano ancora di più l’inerzia dei corpi che, tra rumore di ferraglia e tessuti che si sbriciolavano, si amalgamavano tra di loro.
Il fuoco prese a farsi più vivo mentre Alario si copriva gli occhi. La luce era devastante e non era affatto sopportabile. Il calore era dirompente e si contrapponeva fortemente con l’enorme incavo gelido della caverna. Guardandosi intorno Alario vide molte stalattiti che lasciavano cadere gocce di liquido millenario. Sentiva i capelli pesanti dall’umidità e le guance bollenti dal calore. Alario percepì dei versi e intravide delle forme scure oltre il fuoco. Poi, riaprendo gli occhi, tornò alla realtà. Anche il sonno era stato contaminato da quel travaglio interiore. La prima cosa che vide quando riprese coscienza fu il soffitto, l’intricato intreccio di travi, illuminato dalla candela che andava sempre di più esaurendosi. E fu allora, in quel preciso istante, che il soffio della vita arrivò. Uno spiraglio di vento, da una minuscola fessura, fece dondolare la fiamma luminosa. E Alario vide. Vide chiaramente, in una frazione di secondo, proiettata sul soffitto, la soluzione. Vide quell’ingranaggio che gli aprì le porte della conoscenza e che mise fine al suo turbamento. In quel gioco di luci ed ombre proiettate, la cui fonte era la assurda disposizione degli oggetti sulla scrivania, Alario vide la chiara sagoma del sommo poeta. Quel profilo caratteristico, con l’aquilino accentuato. Alario balzò in piedi fissando nel vuoto, mentre l’ombra svaniva immediatamente. Ora era chiaro più che mai. Molti fili invisibili si unirono nella mente di Alario che già elaborava meccanicamente pensieri veloci. L’ombra di chi aveva scritto degli eventi accaduti nella città, nei tempi ormai remoti. Certo, ora era chiaro quello che la mente gli aveva celato. In quella luce opaca, tra la nebbia e le mura della rocca, aveva visto uno di loro. Un antico uomo senza più vita che passava veloce e scompariva nella nebbia. Fu un processo a catena di infinità velocità. Nell’istante in cui il suo volto venne irradiato dall’appagamento, i suoi occhi furono coperti da un languido sconcerto che lasciò il posto al terrore puro. Il sanguinoso mucchio, memore di un antico insulto, si era risvegliato. Non sempre la naturale verità può portare ad uno stato di serenità, capita che essa sia causa di uno sconcerto ancora più grande. La candela si spense.
Un rumore lento di respiri prese aria quando un piccolo fascio di luce entrò nel buio della terra. Con un’agonia infinita le cadaveriche mani ossute spostarono i ciottoli sopra le loro teste. Uno dopo l’altro, senza fretta. E poi, finalmente, videro la notte. Barcollando vennero vomitati fuori dalla terra come bava empia. La rocca si stagliava gigantesca sopra le loro teste morte. Le antiche mura parlarono ed entrarono in connubio con la città. La notte si fece più fredda e lo smisurato esercito iniziò la sua marcia.
- Guarda, è veramente da ridere… - - Eh già… - - Non capisco come la gente possa compiere certe azioni così, senza senso…- - Ti riferisci al tizio che è corso via? - - Certo, proprio a lui, perché in fondo… - - Ehi guarda un po’ laggiù! Sembra che il tuo amico abbia trovato i suoi compagni…-
Alario rimase nell’oscurità e, alzati gli occhi, corse alla finestra. Attraverso il vetro, provò quella che è la vera paura. Li vedeva, laggiù, vicino alle mura, avanzare lentamente. Il grande esercito di cadaveri antichi marciava verso luoghi sconosciuti. Il sanguinoso mucchio nasceva di nuovo, ed era vivo più che mai, in quei momenti.
Nella primavera del 1282, le milizie ghibelline di Guido da Montefeltro, capitano del popolo di Forlì, sconfissero il grande esercito di soldati mercenari inviato dal Papa per conquistare la città. In seguito alla vittoria gran parte dei circa ottomila cadaveri furono seppelliti sotto la piazza principale di Forlì.
(copyright by Mirko Paganelli)
RACCONTO SELEZIONATO (14° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2002
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