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SEMBIANZE DA INCANTARE UNA REGINA scritto da Maria Laura Platania
"La notte impone a noi la sua fatica magica. Disfare l'universo, le ramificazioni senza fine di effetti e di cause che si perdono in quell'abisso senza fondo, il tempo." Jorge Luis Borges
Nel febbraio del 1964, all’undicesimo chilometro della via Cassia, nei pressi di Roma, durante lo sterro di un edificio, un operaio scorse il corpo senza vita di una fanciulla. Il candore infantile e intatto dei denti, il grano, sporcato dal fango, di capelli corti e ricciuti disegnavano lineamenti gentili, cerchietti a filo d’oro ornavano memoria diorecchie colmate di canti d’amore, il collo sottile sopportava il peso di una collanina d’oro e zaffiri, la veste corta scopriva la promessa tradita di gambe tornite e robuste. Una bambina, sei, sette, forse otto anni. Il suono della sirena aveva concluso una giornata di lavoro dura, prima del tempo, per quella pioggia diaccia che ricacciava terra e mota là dove, paziente, lo scavo liberava. Enea era rimasto a chiudere il cantiere, quando, dalla massicciata scomposta di tufi e malta, era apparso quel minuscolo cadavere impetrato. Chi aveva nascosto là quel corpo e quando? Quale cumulo di dolore taceva obbligato dietro la chiostra di quel sorriso violato? Bisognerà che avverta la polizia, pensava, mentre le mani frugavano la terra pescando minuscoli vasi d’ambra giallastra, scatoline, sottili lamine d’oro, i denti spezzati d’un pettine d’osso. “Una zingara, deve essere una zingarella, morta e sepolta qui, senza fretta, con pietà, ma perché qui?” una folla confusa di domande in ombra che la mente cercava di riordinare leggera, fascinata da un arcano che dominava il turbamento. Pioveva, pioveva a dirotto: la tempesta di calcina s’era mutata nella gentilezza di un’acqua lustrale capace di astergere il mistero della fanciulla e scoprire malinconie della sua vita bambina; accanto a lei, legata al polso sottile da un braccialetto tortile, un bambola, forse di gomma pastosa che il tempo aveva tramutato nella fredda consistenza dell’avorio. Non l’aveva mai vista Enea una bambola come quella: un fermaglio tra i capelli disposti in trecce ritorte sulla nuca forme di donna, vita sottile, gambe lunghe e affusolate, giunture snodabili. In America, sì forse in America c’erano bambole così: grandi magazzini, scaffali lucidi, tendine rosa e finestre nitide dietro le quali Doris Day di plastica aspettavano sorridendo il ritorno della famiglia, infornando inalterabili torte di gesso. Pure il silenzio asfittico del luogo e dell’ora suggerivano fantasmi altri: bambole fantoccio ricolme di lordure e di influenze malefiche, corredo macabro di streghe antiche seppellite a che il grido d’orrore del mondo soffocasse nella melma che l’aveva generato. I tratti delicati della bimba suggerivano la cura attenta di chi, pur se l’avesse violata e nascosta, aveva voluto suggellare con lei un patto eterno d’amore: tutto era intatto e dedicato intorno a quella promessa di donna. La clessidra di un tempo rattrappito scorreva mentre Enea il muratore cercava, dentro di sé, la volontà di una decisione, l’unica logica – ma bisognava pure che si decidesse ad avvertire la polizia-,ma le fessure cupe della bambola trattenevano, impigliavano in doloroso incanto gesti e azioni. Era notte alta ormai, di lontano schiamazzi suggerivano l’allegria scomposta di un carnevale festeggiato nelle ville esclusive e prossime della città. Debbo tornare a casa, deciderò domani cosa fare di questo corpo pensava, mentre si toglieva la giacca per avvolgere la bambola. Provava l’urgenza di nascondere la fissità muta di quello sguardo che nel oscurità della notte pareva capace di superare l’ immutabilità di materia divenendo rorido di lacrime. Pioggia è solo pioggia, ma il cielo s’era fatto limpido specchio e disegnava frammenti dolorosi di immagini sconosciute. Grandi scatole foderate di seta, frugate da mani minute, una serpentina serrava l’anulare infantile nel rubino viscido dell’occhio di un serpente. E’ freddo, debbo tornare a casa – ma quale casa? - cinquant’anni sono troppi per la fatica d’un lavoro come il mio… Il cielo continuava impietoso la sua trama di sogno: la bella dama accanto al marito, in un elegante decoro domestico, è il modello che deve incollarsi nella mente delle giovinette, perché una volta diventate adulte, lo riproducano nella loro realtà. Chi è che parla? C’è una signora laggiù, prigioniera di una sala ottagonale, nelle mani nervose una tazza da tè, aristocratica e pallida, fluiscono parole al riparo di un cappellino a cloche, rotolano lungo le perle in filo lungo, si impigliano sulla rugiada delle labbra. Margherita, Margherita….. nessuno risponde all’imperioso richiamo. Uno squarcio bianco di velo, due nastri sul mogano di capelli acconciati da mani sapienti, mentre mani altre offrono alla bambola dolci di gesso, a forma di losanga, rosa, bianchi e verdi. E’ dal buio della vita che giunge la melodia di un canto dimenticato. Nel salotto damascato si offre qualche regalino, si festeggiano le bambine e le donne di casa, ma le bambole, in scatole fiorate o protette in preziose vetrine, possono solo essere ammirate, non devono essere toccate…Hai le mani sporche… Odioso, antico rimbrotto. E’ vero Enea ha le mani sporche, la tuta è sporca, il volto, i capelli, grassi e appiccicosi, sui quali l’acqua della pioggia è scivolata in fretta. E’ tempo che torni a casa, e s’alza di scatto. La bambola, accucciata nel cavo del bracco, scivola a terra brusca, si volta di scatto la faccia rotando sul tondo del collo, le labbra trattenute nel muto rimprovero a chi la vuole separare dalla padrona di sempre. Adesso Enea è nervoso: l’ossessione ritmica dei suoi tic di ragazzo è tornata a tormentare la faccia prosciugata di vecchio, rincolla profili diversi, schegge dolorose lacerano la tela ruvida, ignudano memorie ricacciate nel fondo di una coscienza ritrosa. Vai via, chiamo la mamma, hai le mani sporche, non puoi toccare la mia bambola…. E’ la bambina di ghiaccio e di panna che adesso gli parla, impone un lavacro promesso da lunghi anni e mai finitamente compiuto: hai le mani sporche…. Strofina mani di cera sulla fanghiglia della tuta, strofina l’anima a pezzi negli occhi di legno della bambola-donna: non eri così quella notte… Una testa bambina tagliata nel cielo, i suoi piedini grassi, ben stretti nei sandaletti di cuoio con il cinturino e la fibbia di metallo da un lato… La bambina ride, ride... Chi sa a chi, a cosa e perché ride, le guance rotonde intorno alla bocca spalancata su due file di dentini nuovi, i capelli mogano, robusti a boccoli, illudono donna, ma c'è quella la frangia perfettamente rotonda intorno al viso rotondo a dire di bimba con la fronte alta sul viso ancora neonato, una vestina di organdis bianco, con il colletto a volants, e le manichine cortissime, a sbuffo, sul braccio strozzato da un elastico stretto. E’ la, dove la pelle è più bianca, che, d’improvviso e d’amore, la sua mano sporca e serra le candide carni, mentre dalla sua scatola di stoffa, dono di madre, una bambola dalla veste rossa biasima senza parola, accusa, condanna…. Non eri così quella notte… il respiro, ormai manca l’uomo rantola, soffoca un rimorso remoto, rotola anni di vita vissuta nell’inutile ombra di un imposto oblio. Ride la bambola-donna, solleva impudica lo sguardo d’avorio: è giunto il tempo di chiedere perdono, io so ho sempre saputo, simulacro geloso della sua ingenuità violata, mi intendi operaio? Non volevi? Nessuno voleva… ma come hai potuto negare a una madre la consolazione di rimettere insieme in scatola d’amore la sua bambola in pezzi? Si spacca il cuore impetrato, ammalia la notte effigi in presepe. “Messaggero, Messaggero, cronaca di Roma, il mistero della fanciulla….” strilla di eco in eco, di strada in strada la voce del ragazzo, un berretto floscio, la mano alla bocca, il braccio a serrare un mucchio di giornali freschi di stampa. “…Nessun delitto sulla Via Cassia, solo il corpo mummificato di una bambina d’età romana, l’acconciatura della bambola con diadema lunato, che richiama le prime pettinature di Faustina minore e gli altri oggetti del corredo fanno propendere per una datazione della deposizione nella seconda metà del II sec. D.C. La barchetta trovata stretta nelle mani dell’uomo - rinvenuto cadavere, accanto ai resti della fanciulla probabilmente morto per il freddo particolarmente intenso che c’era qualche sera fa a Roma - è interpretabile come allusione al triste destino della bambina strappata dalla morte all’affetto dei genitori. Intanto dal confronto tra le impronte digitali del morto e vecchi reperti d’archivio della polizia sono emersi particolari inquietanti: sembrerebbe che l’uomo, un tipo solitario e senza famiglia, non si chiamasse Enea Proietti, come da oltre vent’anni credevano i suoi compagni di lavoro e i vicini di casa, ma Enea Ferrarese, uomo di fatica in casa dei conti Frassinelli nei primi anni trenta, ricercato da quando l’unica figlia della coppia era scomparsa nel nulla dalla sua villa sulla via Nomentana, mentre la casa era piena di ospiti venuti a festeggiare l’ottavo compleanno della piccola. I più maturi tra i lettori ricorderanno il caso e la dolorosa vicenda della madre che ha consumato la sua esistenza nel manicomio di Santa Maria della Pietà, senza mai staccarsi dalla bambola che proprio quel tragico ultimo giorno aveva regalato alla sua Margherita”.
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