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IL SERVO DELLA CASA scritto da Paolo Durando
Mi
chiamo Betzabèl e sono il servo della casa. Sto
gridando aiuto. Diffuso
tra i mattoni
scoperti della cantina, in un’umida penombra, o acquattato in certi angoli
polverosi delle stanze,
tra gli spigoli dei mobili,
io tendo verso di loro, con tutte le mie forze, ogni qual volta mi si
avvicinano. Non mi sentono e le parole si perdono
all’altezza del loro bendidio di occhi e labbra. Allora
mi stringo le braccia sul ventre, piegandomi su me stesso, il berretto di lana
saldamente calato sulla fronte e a coprirmi le orecchie, la giacca lisa, mentre
il mio pensiero afferra per un attimo una inquietante e remota verità.
Continuo a parlare, lo faccio per ore, ma non mi ascoltano, le tocco e non se ne
avvedono. Fino
a poco tempo fa non potevo capire. Nell’offuscato susseguirsi di stati
d’animo e gesti, non potevo credere a quel sentore di anni trascorsi, di
passato bruciato. Come avrei saputo prolungarmi nel territorio del vero,
allargando la bocca, deformando le labbra alla ricerca di un suono? Me ne stavo
perlopiù inerte, cullato da una vicenda frastagliata ed oleosa. Adesso sono di
nuovo consapevole, ma loro non riescono quasi mai a
notare la vita che in me si addensa, si raggruma.
Ed io soffro
terribilmente. Nella mia mente balenano continui tributi di ricordi, lame
taglienti di sangue coagulato. Dopo
il fatto estremo mi ero lasciato andare senza comprendere. A nessuno era
importato della mia umiltà, della dolcezza della mia voce, del sorriso discreto
sulle mie labbra. Mi guardavano con raccapriccio. Mi coprivo sempre meglio per
non costringerli al ribrezzo per la mia pelle. Mi accarezzavo talvolta il viso
per natura imberbe. Facevo tutto quello che c’era da fare, efficiente e
devoto. Mi prendevo
cura del signorino, organizzavo ogni cosa nel migliore dei modi, nei pressi
delle sue fragranze. E per tutta risposta mi allontanava appena poteva, livido.
Così facevano anche la mia signora suprema, confezionata nei suoi velluti,
perennemente alla ricerca del passo giusto, della parola giusta, ed il marchese,
che nascondeva
il suo silenzioso sdegno dietro la vaghezza mondana. Mi usavano senza
ritegno, senza risparmiare né loro né me, e quando erano esasperati solevano
rinchiudermi in un bugigattolo, insultandomi, come se un conto fosse sempre
aperto, e dalla notte dei tempi. Ma
ciò che più e meglio
dichiarava l’inestinguibilità del mio debito era l’odio del
signorino. Appena gli avevo reso i miei servigi si incattiviva in modo
straordinario, il suo disprezzo traboccava in un tripudio di parole velenose.
Infine malediva il suo servo. Lo faceva a fior di labbra, sbiancando. Perché io
costituivo, per il suo demone, la più irresistibile fonte di vita. Sì,
lo so, doveva liberarsi di me, della mia prontezza gentile, di questi occhi miti
che lo imploravano.
Come quando gli portavo le scarpe, o disponevo negli armadi, puliti e
piegati, i
suoi abiti. Non avevo tregua. Ora portavo
la pipa al marchese,
ora intessevo l’elogio delle eleganze della consorte. Così mi volevano
e così mi disprezzavano, deridendomi per scaramanzia. E
perché mai – urlavo, dentro di me - signori, mi odiate. Eppure vi crogiolate
in me,
le vostra
membra chiedono la costanza
della mia cura. Di me hanno bisogno le chiome incipriate, le
suppellettili di queste stanze. Di me hanno bisogno le vostre mani morbide. Mi
cercate quando siete deboli, quando siete malati. Mi fate alzare di notte ad
ogni pretesto. Vi soccorro senza abbandonare la convinzione del mio mesto
sorriso. Se davanti a voi non mi tolgo
il berretto è solo perché i miei capelli, unti e radi, di un nero
sbiadito, non eccitino la vostra ripugnanza. Mi odiate e mi desiderate. Mi
disprezzate eppure vi sono indispensabile. La vostra natura privilegiata reclama
i miei servigi, le mollezze in cui sente nati e vissuti aspirano a chi è
esperto di privazioni. Sono la vostra conferma e la vostra misura. Avete bisogno
di questo mio amore
indistruttibile, sfinito. Del mio capo piegato, dei miei gemiti raccolti.
Senza di me sareste in balia del puzzle della vita. Non sapete di quante minuti
incombenze siano intrise, felicemente, le mie ore. Non lo sapete, ma lo intuite,
con la cinica fierezza del vostro scontato egoismo. Vi amo per questo,
miei signori, vi amo e vi adoro nel vostro esaurirvi in voi, nella passione
sconvolta che avete per voi stessi. Io sono qui per condividere la vostra
passione. Voi ed io, insieme, costituiamo un assoluto. Sono servo, nato per
servire. Sono il vostro complemento irrinunciabile, il vostro arto mancante. E
le giornate si susseguivano sullo sfondo di una campagna odorosa e selvaggia. Ma
spesso d’estate i temporali furoreggiavano fuori dalle imposte, la
valle si colmava di suoni grevi,
nel vorticare del
fogliame trascinato dal vento. Si imponeva quindi il sentimento
della nostra solitudine. La metropoli, lontana, era il continuo stordente
riferimento dei miei padroni. Laggiù esistevano teatri, dame, luci, ricchezze
inesauribili. Talvolta, lustrati a puntino, vi si recavano, lasciandomi
l’onore e l’onere di raccattare
i loro cascami, di nutrirmi dei loro avanzi. Il signorino si compiaceva
persino di salutarmi, prima di salire sulla carrozza, un saluto ironico, che
ogni volta pareva definitivo. Io
mi aggiravo
per la grande casa,
inseguito dalla loro voce nascosta, dal ricordo tenace dei loro desideri.
Sono servo, nato per servire. Religioso detentore delle svolte e dei moti del
loro animo. Sorridendo, mi inchinavo umilmente davanti agli specchi e al
contempo pregavo. Grazie Onnipotente per avermi creato servo, capace di farmi
carico della dolce vittoria di una superiorità innata, posto in questo mondo
perché nessuno possa rinnegarla, mai. Non
credevo, invero, che esistesse un limite, quello che accadde fu molto lontano
dalle mie previsioni.
Una sera come tutte le altre ero accorso al richiamo del signorino, con i
miei abituali passi
brevi, il berretto di lana che mi copriva la fronte e le orecchie, nel grigio
incerto della mai dismessa divisa. C’era una grande pace, fuori della casa. Il
vento era calato e si potevano ascoltare i gorgoglii dei torrenti nascosti tra
le fronde, oltre le prime colline. Il signorino era sfigurato dal disprezzo.
Stava seduto sul bordo del letto, in attesa davanti ai miei occhi acquosi.
Voleva che io gli togliessi le scarpe. Lo feci, accentuando sulle
labbra il mio sorriso, ciò
che voleva
essere un segno di abnegazione. Ma quando ebbi sfilato le calzature lui rivelò
il pugnale, il volto contratto dalla lussuria. Sono
servo, nato per servire. Di fronte a quel pugnale mi piegai, avvicinai il
viso alla nuda verità del pavimento. “Alza
la testa e guarda” Disse lui, gelido. Io
sollevai lo sguardo incontrando il suo. Mi protendevo fino a tremare,
supplicante, cercando di comunicargli la sconfinata sottomissione del mio
essere. Eravamo entrambi sotto un peso insostenibile, io dell’ amata schiavitù
lui del disgusto estremo. Ma io rappresentavo per lui una tentazione.
Tutto quell'odio nasceva dalla scoperta della sua dipendenza, della sua
vulnerabilità. Questo sentivo. Che anche lui mi amava e non poteva farlo. Gli
faceva orrore quell’amore, non poteva accettarlo né dentro di lui né in me.
Era l’unica soluzione, il pugnale. Sentii i singulti, insolitamente vicini, di
misteriosi uccelli notturni. La mia bocca si aprì in un conato di implorazione.
Ed ecco che il ferro mi si infilò in bocca, conficcandosi in gola. Fui accecato
da un
dolore infinito e precipitai in avanti. Mi arrivò un’altra pugnalata, alla
schiena. Provai nuovamente, in un attimo,
la gioia di me stesso nell’atto di servire, nella dolce magnanimità
del mio destino di servo. Il
signorino lasciò andare l’arma,
irridente, soddisfatto, quasi guarito dalla disperazione. Io mi vidi
accasciato per terra, in un mare di sangue. Non
sapevo ancora quello che era accaduto, mi guardavo attonito, senza capire e
subito fuggii. Corsi per i campi intorno alla casa, rientrai fremente, cercavo
di gridare ma non potevo. Feci più volte le scale, salivo e scendevo. Nei miei
padroni c’era assoluta indifferenza, come se io non ci fossi. Dunque questo,
solo questo era ciò che restava del loro odio? E da quel momento fu così,
nonostante mi dibattessi in una sofferenza senza nome, e facessi di tutto,
strenuamente, per riconquistarli. Non
molti giorni dopo, infine, se ne andarono, la metropoli li attrasse
definitivamente con la frenesia della sua folla, dei suoi teatri. Andarono verso
altre abitudini, altri servitori. Non saranno mancati, mi auguro, anche se
nessuno, da solo, avrà mai potuto sostituire la mia efficienza. E
per molti anni ho taciuto, innervandomi, nelle ore notturne, di una imprecisata,
sconfortante vitalità. Sono stato quasi inerte nell’avamposto della mia
coscienza, nel
corso delle arsure, delle rapidi voragini del mio dolore. Poi, inaspettatamente,
qualcosa è ritornato, grande
e familiare,
invitandomi di nuovo alla festa. La festa temuta e struggente della vita. Sono
arrivate loro. E quando sono arrivate in questa casa, la signora Graar e la
figlia, tutto ha ricominciato a ruotare intorno a me e tutto quanto, in un modo
che ancora, a distanza di mesi, mi sorprende,
ha ritrovato il suo posto, tassello dopo tassello. Non è stato facile,
sull’onda delle antiche repressioni della stessa mia ombra, riprendere
possesso del passato. Muovendomi lungo crepe gelide, avevo trovato la calma
immobilità del mio esserci, la definitiva essenza della mia luce. Sono state
loro a svelarmi
nuovamente a me stesso e, soprattutto, è stata la bambina, Luzie, ad
accogliermi, con
la sicura fiducia dello sguardo. Camminavano,
lei e la madre, per queste stanze di nuovo riscaldate dalla vita quotidiana.
Erano stati fatti tutti i lavori necessari. Il rumore degli attrezzi e le azioni
degli operai erano state le prime scosse,
stimoli sempre più avvertiti, che pian piano mi avevano sottratto alla
strada indecorosa del mio letargo. La
prima sera in cui si erano stabilite qui la signora Graar sembrava rattrappita
dalla solitudine. “E
papà?” Aveva chiesto la bambina avvicinandosi al lavandino dove lei lavava
delle verdure. “Arriverà.
Ora stai zitta che stiamo tanto bene, noi due sole” La
donna aveva la spenta confidenza con i suoi gesti, il
corpo, la debole vitalità sensitiva delle persone sole, che avevano
dovuto accettare una dura realtà. Alcune rughe incavate accompagnavano la
stanchezza del
viso e
delle spalle. Luzie invece poteva ancora aggrapparsi alla verità di una bugia.
Sotto sotto sapeva che forse non avrebbe più rivisto il padre, ma aveva
la capacità, tanto simile alla mia di un tempo, di totalizzarsi in
un’illusione, di isolarsi nel presente. Quella
prima sera madre e figlia cenarono silenziose, piccole nella vastità della
casa, vagamente
atterrite, e questo lo sentivo, da dietro gli stipiti delle porte. Le osservavo,
non volevo rivelarmi,
non ancora, dopo avrei anche potuto divertirmi un poco, bonariamente s’
intende. La
signora Graar cominciò poi a sparecchiare, a rassettare, la bambina prese un
album di illustrazioni in bianco e nero che dovevano essere colorate con i
pastelli. Tutto
era ovattato. Il mondo era lontano, mentre l’una lavava i piatti e
l’altra restava diligentemente seduta al tavolo, a maneggiare i colori
con saputa concentrazione. Fuori
la notte era già fonda. La tarda estate aveva
abbreviato le giornate e le nubi erano spesso dense e temporalesche, ma
quel giorno non era riuscito a piovere nonostante la luce plumbea. Io
mi contrassi
presso il caminetto spento del soggiorno, aleggiavo a mezz’aria, nel piacere
della ritrovata lucidità di pensiero. Loro
non mi vedevano ed io non mi meravigliavo di quell’impotenza. Ma quella notte,
invece, la
bambina mi vide. Improvvisamente si era alzata dal letto e mi era venuta
incontro. La mezzanotte era passata da un pezzo. Sì, vieni verso di me,
pensavo, vieni senza paura e pensando agivo, apparivo. Da dentro, rilucevo quel
tanto che bastava a darmi una fioca consistenza. Lei si avvicinava tranquilla,
come solo i bambini possono fare. E poi si è fermata. Io stavo ritrovando
tutto il repertorio perduto delle mie emozioni: stupore, desiderio ed
anche timore. Mi ero raffigurato un mantello, per potermi stringere in un
groviglio di timidezza. Da
quella volta ho ricordato, ho ottenuto di nuovo la mia storia, il mio remoto
passato di servo della casa. E tutto era di nuovo chiaro, lucente davanti ai
miei occhi
vuoti. La notte cercavo di richiamare la loro attenzione. Provocavo scricchiolii
nei mobili, cercavo di non terrorizzarle, ma dovevano accorgersi di me, ora che
avevo capito quanto tempo era passato. Dovevano aiutarmi. Ogni
giorno che passava mi rendevo conto di più. Prigioniero del tempo. Mi accorgevo
che ne era passato davvero tanto. Secoli. C’era molto di diverso nei dintorni
della casa, nella signora e in sua figlia,
di diverso nella casa stessa. Non avevo mai visto la scatola davanti alla
quale a volte si siedono, su cui appaiono immagini e suoni. Mi confondo un poco,
devo ammettere. Abbiate clemenza, pietà. Spiegatemi. Io vi voglio così bene.
Sono servo, nato per servire. Non chiedo di meglio che di essere il conforto dei
vostri corpi stanchi. Desideratemi, accogliete il mio sacrificio. Non capite? Ho
il mio berretto di lana calato sulla fronte, mi stringo le braccia al ventre e
cammino a passi brevi, vengo verso di voi, solerte, amico. Mi vedete dunque?
Vengo verso di voi e voi non fate nulla per ammettermi. Perché non mi
raggiungete? Perché non cogliete l’opportunità sempre offerta di
servirvi di me che sono
servo forse
da sempre, nato dall’eternità per servire,
o amatrici della vita breve. Guardate la mia bocca, le mie labbra colme
di pacata, congenita benevolenza, quella di chi deve in ogni caso, senza
riserve, servire. E
stanotte, per la prima volta,
la signora
si sveglia subito ad uno dei miei rumori. Appare angosciata. Scende dal
letto, facendo attenzione a non svegliare la figlia. Prende una torcia e si
avvia verso le scale. Io la accompagno trepido, vorrei
onorarla, rendere soffice la terra sotto i suoi piedi. Il mio sorriso
preme smodato e confidente. Piego la testa da un lato, in una supplica rivolta
più a me stesso che a lei, coltivando con clemenza la comprensione, la
tenerezza per me. Non si avvede di nulla e raggiunge il soggiorno. E’ molto
tesa. Mi accanisco sullo zoccolo della parete, provocando un fruscio. Ha uno
scatto, il viso diviene per un attimo una maschera di terrore. Decido di
tacere. Non voglio spaventarla, sono colmo di devozione. Comandi signora,
qualunque suo desiderio…io sono qui per soddisfare ogni suo desiderio… lo
dico strascicato, quanto mai clemente con lei e con me stesso. Sono servo, nato
per servire. La tensione mi ha seccato le labbra, me le lecco. Decido di
rinunciare per
non vederla soffrire. Lei se ne torna a letto cercando di convincersi che non è
stato nulla, che
non c’è nessuno. E
passano i giorni, riesco a creare una minima confidenza con Luzie, che
mi cerca nelle ore più nascoste della notte, mi porta dei fiori. Li
raccoglie nella valle, sfidando il vento delle zone più impervie. La signora
parla con i suoi amici, tenendo vicino ad un orecchio una specie di
conchiglia rossa, ed ogni tanto si raccomanda con lei,
che non corra troppo, che non sudi, che non si ammali. La piccola
corre a farle vedere i fiori e lei annuisce distratta. La
sera li
mette in un vasetto e la notte giunge da
me, solidale, e me li mostra uno per uno, pacatamente. Vuole che io li
apprezzi. Ed io ho ancora il sorriso di una volta, il dono di una sottomissione
cieca, assoluta, ma arricchito da un presentimento
sconosciuto. Una sensazione nuova, qualcosa di fresco e stillante, una
rugiada dell’animo. Quando
giunge l’ultimo giorno del loro soggiorno è un trionfo di
frescure dischiuse,
nel digradare maestoso dei prati. Seguo la signora Graar e la figlia
fuori della casa, in un’ultima passeggiata, tra l’agitarsi stordito
di farfalle e altri animali che parlano nell’ombra o inebriati di luce.
La donna appare
un po’ meno piegata, un po’ meno spenta. La vacanza le ha fatto bene. Parla
ormai di rado del marito,
con gli amici lontani, e sempre più di abiti, case, libri. La bambina
corre alla ricerca di tesori della natura di cui, astutamente, mira a conoscere
la qualità intima. E
verso sera giungiamo ad un capolinea.
Pare che l’onda del destino si infranga all’improvviso, e,
irreversibilmente, tutto venga smosso un’altra volta, riemergendo saporoso e
rilucente. Il sole è un po’ meno caldo, ogni
languore va colorandosi di arancione. Luzie viene verso di me correndo
ancora. La
signora Graar si volta appena, con una soave agilità, che riduce tutto il tempo
ad un inizio festante.
Mi viene consegnato l’esito della nuova ricerca, qualche sassolino
colorato. Una nube copre il sole e l’aria diviene, per un tempo brevissimo,
scintillante e gelida. Forse anche la signora mi scorge, per un attimo.
La vedo confusa, vagamente ma allegramente impressionata. Qualcosa ha
attraversato la sua mente e subito è stata inghiottita tra le fugaci
impressioni di una vita. Si passa il dorso della mano sulla fronte, togliendo
alcune gocce di sudore. E
ad un tratto capisco l’amore. Come una valanga riesce ad ingrandirsi, ad
ingolfarsi a divenire una meteora fragile ma dalla forza devastante, così
quell’emozione squarcia dentro di me il velo di sempre. La gratitudine che ho
sempre provato per il mio destino diviene stupore, uno stupore acceso e
indomabile e poi tristezza, rassegnazione. Perché qualcosa sta per cambiare e
certamente cambierà, lo sento. Il mio
secolare sorriso viene ricacciato dentro e sto in accorata attesa, mentre
comprendo ciò che non avevo mai compreso. Questo sorriso non sarà
più lo stesso. Sto vibrando ora
libero, aperto,
leggero, dimenticando tutto e nulla, restando vicino a Luzie che mi ha
insegnato la potenza lieve dell’amore, a me inviso, anelante, a me che sono
l’indomito fedele
servo della casa. Betzabèl.
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