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SE SOLO AVESSI UNA LENTE D'INGRANDIMENTO! scritto da Manuel Marino
Cosa c’è di più terribile di un’esperienza che ti cambia completamente la vita, mette in dubbio tutto
quello in cui hai creduto fino a quel momento e, al tempo stesso, arriva a farti perdere il lume della ragione? Lascio a questo resoconto il compito di difendere la mia innocenza con la forza della verità… sempre che sia più semplice credere alla verità piuttosto che ad una menzogna… perché quando leggerete quanto mi sto
apprestando a scrivere, voi stessi tenderete a credere alle menzogne pur di non vedere in faccia la realtà… e allora io sarò spacciato… La notte… la notte nel mio Paese…. La notte porta consiglio, si dice. Ma nel mio Paese la notte porta spavento, soprattutto in quel quartiere dove lavoro, lontano dal centro, lontano dal mondo. Per questo motivo porto
sempre con me una pistola. D’altronde la taverna, di cui io sono proprietario, esiste da almeno un secolo, ed è stata gestita da mio padre e prima di lui da mio nonno. Ormai la “Taverna di John” è una istituzione, un monumento… già, un luogo di ritrovo per tutti i delinquenti della zona. Ma… mi rispettano, un rispetto conquistato duramente…e pagano sempre i loro debiti… almeno quando gli punto contro
il mio fucile. Credo che già stiate cominciando a farvi una brutta impressione di me, fra fucili, pistole e malviventi. Certo, non sono un santo, ma quanto vi sto raccontando è la pura verità, così lasciate perdere ogni luogo comune e leggete attentamente senza pregiudizi… Quella notte era molto buia… più del solito. E con il terrore del buio erano giunte altre paure, paure profonde, folli, che avevano attanagliato l’uomo che cercava di sfuggirle. L’uomo in questione era entrato qualche
minuto dopo la mezzanotte nel mio locale. Era un tipo con i capelli arruffati, bianco e scarno in viso, agitato. Si guardava intorno con fare sospetto. Persino i miei clienti, che sono dei poco di buono, si sono allarmati alla sua vista. Io non ci feci caso più di tanto, almeno finché quello non si mise a gridare. - Mi stanno seguendo! – gridava lo sconosciuto, - mi stanno seguendo. Poi incominciò a singhiozzare, portandosi contemporaneamente le mani al viso. - Hey John – mi disse un mio cliente abituale – perché non butti fuori quello straccio, non vogliamo donnine isteriche nella nostra taverna! - Sì, buttiamolo fuori! – risposero in coro i suoi amici. Naturalmente non potevo permetterlo, anche se era frequente che ci fossero zuffe nel mio locale, cercavo sempre di fermarle sul nascere. E quello era il momento buono per tirare fuori il mio bel Winchester, eredità del mio
bisnonno sceriffo. Alla vista dell’arma, tutti si fecero più tranquilli. Mi conoscevano, e sanno che una volta ho fatto partire un colpo (e che mira ho avuto!) che ha maciullato le palle di un povero disgraziato che aveva tentato di fare il gradasso con me. Con me non si scherza, e questo loro lo sanno. Così, borbottando alcuni, allontanandosi altri, isolarono quel pover’uomo che si ritrovò tutto solo in un
angolo del locale. - Chi credi che sia, John? – mi disse bisbigliando Fletcher, una delle più pericolose carogne sulla faccia della terra. Non mi dimenticherò mai il suo viso, che direi fosse quasi terrorizzato. Lo vidi soltanto in
quell’occasione così stravolto. Non era normale per Fletcher interessarsi così tanto ad uno sconosciuto, e averne così paura. - Fletchy – dissi io paternamente – ma che cazzo te ne importa di quel povero cristo. Lascialo perdere! Guarda! Sta tremando. - John, - tu non lo hai visto bene, quell’uomo ha i pantaloni sporchi di sangue e i suoi occhi… i suoi occhi sono… strani! - Sporchi di sangue! E allora? Proprio tu ti scandalizzi per un po’ di sangue? Avrà fatto a botte e gli avranno spaccato il naso… e il sangue gli avrà sporcato un po’ i jeans. - Un po’? – mi disse, e si allontanò. A poco a poco se ne andarono tutti, guardandomi storto, come se fossi il diavolo in persona. Non capivo cosa stesse succedendo. Ero il gestore del locale più malfamato del Paese, i miei clienti erano i più pericolosi
tagliagole del posto, e adesso, per uno sconosciuto, stavano scappando via come cagnolini impauriti. Quando tutti se ne furono andati, mi avvicinai allo straniero e fu allora che capii a cosa si riferì Fletcher. L’uomo stava tutto buttato sul tavolo, tremante, singhiozzante. Sembrava dicesse una preghiera sottovoce. I suoi pantaloni non erano semplicemente macchiati. Era come se li avesse lavati in una tinozza
colma di sangue!… ma la cosa strana era che non mi stava sporcando la sedia. Il sangue sembrava raggrumato, o qualcosa del genere. I suoi stessi capelli erano macchiati di quel… sangue. E quell’odore dolciastro poi… - non picchiarmi, ti prego, non uccidermi! – mi diceva l’uomo, continuando a tremare. - non preoccuparti – gli dissi io – non ti farò nulla, ma dimmi cosa ti è successo, forse posso aiutarti in qualche modo. Allora quello guizzò su in un baleno, con gli occhi stralunati. Sembrava diverso adesso, più sicuro di se, forse, ma non certo meno matto. - Lì… in fondo… laggiù – mi indicava la porta del mio locale, ma credo intendesse qualcosa che aveva visto oltre la porta. Non capisco cosa, però. In quella direzione c’era solo il vecchio porto, che ormai è
soltanto la casa di quattro prostitute appassite. Sorrisi all’idea che le donne avessero picchiato l’uomo, magari per rubargli il portafogli, ma quando vidi meglio i suoi occhi e, soprattutto, il sangue raggrumato, capii che la questione era più grave. Non sembrava ferito però, ma soltanto molto, molto spaventato da qualcosa o da qualcuno. - Lì… ero con il mio amico… Freddie… - Continua, ti prego – lo esortai. - Stavamo… stavamo cercando compagnia. Ma noi, non volevamo… non volevamo pagare troppo per le… - deglutì – prestazioni! In quel momento pensai: “Accidenti, vuoi vedere che è successo qualcosa col pappone, quel vecchio maiale di Gordon McDuffy? “ - Loro, le donne intendo… loro hanno ucciso il mio amico!!! - Ma cosa dici??? – lo scossi – le conosco quelle… sono “perbene”. - Siiiii… siiii.. lo hanno ucciso a forza di graffi! Questo qui, pensai, è tutto matto… ma volevo andare a fondo, così lo incalzai. - Allora… fammi capire bene. Voi non volevate pagare, e allora queste donne hanno ucciso il tuo amico, e magari volevano fare la stessa cosa con te, dico bene? - Siiii… siii… - e riprese a singhiozzare. A quel punto lo buttai fuori veramente, lo strattonai e poi gli diedi un calcio in culo! Credo che se lo meritasse, quel folle… però il sangue… quel sangue… Corsi a farmi qualcosa di forte, avevo bisogno di schiarirmi le idee e non c’era niente di meglio di un po’ d’alcool. Mi preparai un whisky on the rocks e lo bevvi tutto d’un sorso. Vedendo la bottiglia, mi ricordai che
non era passato neanche un anno da quando mi ero liberato del demone dell’alcool. “Al diavolo!”, pensai, e mi preparai un secondo drink. Quando finalmente incominciai a sentirmi stordito, decisi che era il momento buono di andare a dormire. A volte l’alcool è meglio di una camomilla e ti concilia il sonno… o, almeno, ti aiuta a dimenticare i guai della vita. Quella notte sognai delle gemelle, due prostitute che conoscevo bene e che lavoravano lì. Non certo belle, ma ci sapevano fare… almeno con me. Lavoravano in coppia e si facevano pagare quasi il doppio, ma erano favolose.
Quella notte… signori miei, capirete che ero spaventato a morte! … quella notte sognai di essere divorato da loro! Sì… un incubo… dei peggiori… ma non importa… il fatto è che… beh, capirete alla fine del racconto. Mi svegliai di soprassalto, nella mia piccola stanza, ricavata da uno sgabuzzino della taverna. Ero piuttosto spaventato. Il ricordo di quel sangue e del suo odore… qualcosa di simile ad un profumo per cadaveri, un misto di
essenza di fiori e di morte… non prendetemi per matto, ma vi assicuro che la mia intuizione non fu mai così vicina alla realtà. Come ogni mattina, all’alba, mi lavo, faccio colazione e mi preparo ad aprire il locale. Non che venisse alcuno, infatti la taverna era frequentata in genere dai nottambuli del quartiere e prima di mezzanotte non si faceva vedere quasi nessuno, ma ogni tanto mi capitava sotto mano qualche forestiero, e lo strizzavo
per benino (nel senso che facevo prezzi più alti del solito) per guadagnarci qualcosa di più. Appena aprii il locale mi sbatté contro Fletcher, ansimante. - John… John!! – disse balbettando. - Ma che acciden… - iniziai io… ma Fletchy mi stava strattonando, come un ragazzino che dovesse farmi vedere qualcosa di strabiliante. - Aspetta Fletch… calmati! – risposi, e gli feci capire che lo avrei seguito solo se non mi avesse tirato per il maglione. Arrivammo davanti alla banchina, assediata da almeno una trentina di persone. Non c’era l’ombra né della polizia, né di giornalisti, quindi, pensai, non doveva essere successo niente di grave. Mi sbagliavo. Mi feci largo e mi ritrovai ai piedi quel tipo folle della sera prima. Era completamente sventrato, con le budella uscite fuori e… naturalmente… morto. Avrei dovuto mettermi a vomitare, ma non sentivo alcun odore
nauseabondo, né vedevo sangue per terra. Il tipo sembrava la statuina di qualche scultore folle ossessionato da immagini di cadaveri e desideroso di trasformare i suoi incubi in realtà, oppure un pupazzo di cera di quel romanzo dell'horror… o era un film? Non ricordo. In ogni caso, si trattava della visione più incredibile, schifosa ma al tempo stesso affascinante della mia vita. Mi trovavo lì di fronte ad un morto perfettamente ripulito da ogni traccia di sangue, a parte quello sui
pantaloni che sembrava essersi fatto più scuro, e l’unica cosa di cui ero capace era fissarlo in contemplazione. Poi vidi che non ero l’unico strabiliato. D’altronde in quella zona eravamo abituati a vedere zuffe che finivano in accoltellate ed eravamo avvezzi all’odore di morte. Ma in quel caso… c’era qualcosa che non andava… - Hai visto?.. hai visto anche tu? – balbettava Fletcher. - Non c’è sangue… niente sangue!! – dicevano le persone lì attorno. - Non avevo mai visto nulla del genere! – ripetevano in coro altri. Ma forse la cosa più stupefacente era l’indifferenza mia e di quelle persone. Non ci importava chi fosse quel tipo, né perché fosse stato ucciso e da chi. L’unica cosa che eravamo capaci di provare era la meraviglia di
vedere un morto senza sangue. Fu allora che fuggii, e per poco non vomitai… non perché rimasi impressionato dalle budella fuori posto… no… non per questo… fuggii via quando capii il vero orrore, l’indifferenza… e lo squallore della mia
esistenza… Che senso aveva la mia vita fino a quel momento? Cosa avevo fatto di bene? Cosa avrei detto agli angeli quando, dopo la mia morte, mi avrebbero chiesto cosa avrei gettato della mia vita nella spazzatura e cosa tenuto? Cosa?…
tanto vale buttarsi subito in un cassonetto… almeno non farei la figura dell’ipocrita come tanti altri. Dopo pochi secondi ero di nuovo nel mio locale, terrorizzato e spaesato. Possibile che quella vista era in grado di sconvolgermi a tal punto da farmi arrivare a quei pensieri apocalittici? Nossignore… non andava bene… non andava affatto bene… Mi preparai un caffè… uno dei più forti che avessi mai fatto, e mi sedetti ad un tavolo. Avevo bisogno di riflettere. Certo era che dovevo fare qualcosa…. Oppure no? Dovevo dimenticarmi della faccenda, oppure cercare di mettervi un po’ di luce? Chi ero io, poi, un semplice gestore e proprietario di una taverna per squattrinati, non certo un investigatore privato. Se avessi saputo cosa mi stava per attendere, vi assicuro che avrei dimenticato tutta la storia in men che
non si dica. Ma, sfortunatamente per me… le cose presero un’altra piega. Mi diressi dal mio amico Bill “occhio indiscreto”. Aveva un piccolo ufficio investigativo a pochi passi dal centro. Certo, sarebbe stata una bella camminata arrivare fin lì, ma non avevo alternative, conoscendo la
“qualità” dei servizi pubblici a disposizione… pessima. Così, in mattinata, con i piedi che mi dolevano, mi ritrovai di fronte all’edificio dove lavorava il mio amico. Pur essendo vicino al centro del Paese, lo stabile era uno dei più vecchi del quartiere, e, francamente,
sembrava di trovarsi vicino al porto e non in quella zona per ricchi. Era strano che non lo avessero ancora abbattuto per costruirvi sopra un bel palazzo nuovo. Così mi presi coraggio (avevo sempre una certa paura quando mi ritrovavo lontano dal mio quartiere, soprattutto in quella parte della città dove mentre cammini le persone ti additano come se fossi il peggior tagliagole del
mondo) e premetti il pulsante del citofono con sopra scritto “Detective Bill”. Non mi rispose nessuno. Al che continuai a premere finchè dopo un po’ mi rispose una donna. Rimasi sbalordito, da quanto Bill aveva una segretaria? - Siiii?? – disse con voce mezza addormentata. - Ehmmm… signorina… sono un amico di Bill, mi chiamo… – e non feci neanche in tempo a dire il mio nome che sentii la voce del mio amico. - Johnny!! Come va? Ancora alle prese con quel locale puzzolente e squallido? - Brutto stronzo, fammi salire, dai! – dissi, e lo sentii ridere mentre mi apriva il portone. Salii di corsa le scale e mi ritrovai di fronte quel detective da strapazzo che mi stava aspettando con la porta aperta. Era in mutande e vestaglia e dietro di lui c’era una giovane donna, bionda e seminuda, anch’ella in
vestaglia, al che capii che non si trattava di una segretaria, o almeno di una segretaria… ecco.. per così dire… “normale”. - Mi ricevi in questo modo? – dissi mentre lo baciavo in guancia. - Cazzo John… sono le sette e mezza, cosa pretendi?? - Le sette e… - dissi – beh… forse hai ragione… scusami – conclusi, notando lo sguardo di disappunto della donna. - Cosa ti porta da queste parti, gran figlio di puttana! – e mi diede una pacca sulla schiena così forte che quasi non persi l’equilibrio. Mi fece accomodare nel salottino di attesa dopo che gli porsi il mio impermeabile
color ghiaccio (un po’ sporco, tanto che sembrava quello suo che è di color crema!). - Facci del caffè, non ti seccare, tesoro! – gli disse alla donna, e mentre quella si allontanava sculettando, cosa che mi lasciò non poco perplesso (e capii che era un po’ che non vedevo una bellezza come quella!) mi
rivolsi a lui con tono serio. - Mi devi aiutare Billy, mi serve un professionista del tuo calibro – dissi allisciandolo e assicurandomi così la sua attenzione. - Cosa è successo, John? – mi domandò con quello sguardo attento proprio degli investigatori. - Si tratta di una faccenda complicata… sarebbe meglio che tu venissi nella mia zona – incominciai, e gli raccontai tutto… dalla sera prima fino a quel momento. Non credetti di suscitare tanto la sua curiosità, sembrava anzi piuttosto seccato mentre gli narravo quanto mi era accaduto. Forse avevo frainteso, tant’è che decise di accompagnarmi con l’auto fino alla mia taverna e da
lì iniziare ad investigare sull’accaduto. Quando mi chiese il motivo di tanto accanimento da parte mia, gli risposi che avevo paura di un interrogatorio della polizia, che sarebbe presto venuta, cosa che invece non accadde. D’altronde non si interessa mai di quanto succede nel mio quartiere, perché intervenire proprio in quel momento? Capii che la mia giustificazione a quel morboso interesse faceva acqua da tutte le parti. Anche se fosse venuta la polizia a fare domande, nessuno avrebbe detto che il tipo era entrato tutto insanguinato nel mio locale. Ci
conosciamo tutti nella zona, e ci copriamo le spalle… sempre. Insomma… appena entrati nel locale Bill mi chiese subito qual’era il vero motivo per cui lo avevo chiamato ad entrare in scena. Così gli dissi cosa avevo provato, le mie sensazione, le mie riflessioni… tutto quanto aveva suscitato in me la vista di quell’uomo… e, soprattutto, gli dissi che finalmente volevo fare qualcosa di giusto nella mia vita,
che se non avessi fatto qualcosa, e in tempo, una terribile disgrazia si sarebbe abbattuta sul Paese. Mi guardò storto, poi mi disse: - Non è che sei tornato a bere, vero? - Cazzo!, lo sapevo! – dissi scuotendo la testa. Il mio amico sorrise e mi mise una mano sulla spalla. - Non importa…. ti credo, stasera andremo a vedere cosa ha spaventato a morte quell’uomo, e forse scopriremo anche chi lo ha ucciso! Erano le dieci di sera passate. Ci eravamo infilati già da diversi minuti lungo le strette vie del porto, sperando di vedere qualche losca figura aggirarsi lì intorno, ma senza
risultati. Anzi, era proprio questo la cosa più strana, perché in genere la zona è popolata già a quell’ora da alcune prostitute e da balordi in cerca di avventura. Il mio amico era piuttosto tranquillo, non essendo lui di quella zona, ma io mi sentivo a disagio. Conoscevo bene quel quartiere, ma in quel momento mi sentivo spaesato. C’era qualcosa che non andava. E fu proprio allora, quando la sensazione di
ansia e confusione fu al massimo, che vidi un edificio nuovo, del quale non mi ero accorto mai prima. Si trovava su di un lato del rione dove mesi prima erano state abbattute diverse case popolari ritenute pericolanti. Da quel momento il luogo era stato “visitato” soltanto da bulldozer e da operai. Quell’edificio a tre piani non avrebbe dovuto esserci, dannazione! Lo feci notare a Billy, il quale si limitò ad alzare le spalle, come per dire "e chi se ne frega?"… ma io sapevo, sentivo che la chiave del mistero era proprio nascosta in quella costruzione. Si trattava del solito fabbricato vetusto e fatiscente, tipico di una zona povera come quella nella quale vivevo. A prima vista si inseriva perfettamente nel posto, con i cornicioni cadenti, la facciata sporca e imbrattata di
murales e scritte che farebbero scandalizzare persino un camionista e un gran numero di rifiuti sparsi tutto attorno. Contammo una ventina di preservativi (ma non controllammo se erano stati usato o meno!), qualche bottiglia di birra, un sacchetto di patatine accartocciato e persino un reggiseno rosso ridotto a brandelli. “Forse qualcuno aveva avuto una sveltina appoggiato al muro e aveva letteralmente strappato i
vestiti di dosso alla puttana di turno!” pensai sorridendo. Ci avvicinammo lentamente. L’edificio era immerso nella semi oscurità e soltanto una piccola luce sembrava provenire da una finestra al pianterreno, e lottava debolmente per diffondersi attraverso l’atmosfera cupa e
misteriosa in cui sembrava immersa. All’improvviso la luce sparì, come se un ostacolo all’interno di quei muri tetri l’avesse momentaneamente coperta. Poi riapparve. Il portone si aprì verso l’interno. Con subitaneo terrore attesi che qualcosa uscisse. Avevo la mano poggiata al calcio della mia pistola desiderosa di entrare in azione. Dapprima non vedemmo nulla, o almeno nulla che potevamo aspettarci, come una forma umana. Ma
non era un uomo e neppure una donna quell’essere che si trascinava oltre la soglia nella notte. Era una creatura pelosa, simile ad un lupo ma più grosso e minaccioso. Aveva il muso allungato e gli occhi rossi, dotati di luce propria, come due piccoli fuochi ardenti nella notte. Ci vide subito e d’altronde non avevamo cercato neanche riparo. Ma proprio quando cercammo di allontanarci da quella figura, essa sembrò
dissolversi nel nulla. Al suo posto c’era una cosa alata svolazzante che si diresse subito verso Bill, il quale si gettò a terra urlante e in preda al panico. Io invece rimasi paralizzato, senza potermi muovere, finché quella cosa non fu lontana e tutt’uno con il buio della notte. Continuai a rimanere immobile, con gli arti intorpiditi dal panico, non riuscendo neanche a muovere un dito verso la pistola che mi
porto sempre appresso, finché non fui scosso dallo stesso Bill che intanto si era rialzato. - Era un pipistrello, non è vero? Un pipistrello! – gridò il mio amico. Si girò e guardò in alto con apprensione. Il pipistrello non era scomparso, come mi era sembrato, ma ci stava guardando, appollaiato su un palo, con
un malvagio e avido sguardo di odio. Allora ripresi il controllo e sparai alla bestiaccia! Non l’avessi fatto! Il pipistrello emise un suono acutissimo, quasi un lamento… e forse in effetti si stava lamentando che lo avevo ferito, o così speravo, anche perché con quel buio tirai il grilletto senza poter prendere bene la mira. Il pipistrello si era di nuovo
trasformato in un essere gassoso, e la cosa ci terrorizzò a tal punto che iniziammo a correre. E Corremmo… non so in quale direzione… mi ricordo solo che corremmo come non mai, senza fermarci, per dieci, quindici, quaranta minuti, forse un’ora e più, fermandoci di tanto in tanto per riprendere fiato. Alla fine siamo crollati, esausti, boccheggianti… praticamente sfiniti. Io non riuscivo quasi più a
respirare, la gola mi bruciava, il naso non ne voleva sapere di inspirare. Tossii, tossii e vomitai. Finalmente, quasi per miracolo, il mio sistema respiratorio riprese a funzionare, annaspai, respirai a pieni polmoni. Billy era stramazzato a terra, anche lui nelle mie stesse condizioni, esausto. Quando ci siamo ripresi ci guardammo intorno. Non ci trovavamo più nel nostro quartiere. Francamente non sembrava neanche
di trovarci nel Paese. Gli edifici, bassi, con solo la luce della luna a rischiarare il tutto… mancavano i lampioni. Anzi, guardandoci bene intorno, ci sembrava di essere in un’altra epoca… sì, sapete… il milleottocento, o giù di lì. E non ci sbagliavamo. Qualcosa o qualcuno ci aveva trasportato in un’altra epoca. Naturalmente in quel momento non lo pensammo affatto, semplicemente cercammo di ritrovare
la via del ritorno e dimenticare tutta la faccenda, magari con una bella sbronza. Quando capimmo di esserci veramente persi, entrammo nel primo locale a portata di… piede. A quel punto ci guardammo in faccia, io stesso mi pizzicai il palmo della mano, come per essere sicuri di non star vivendo in un
incubo, ma era chiaro che stavamo per impazzire. Il locale era la classica bettola francese di un secolo prima, con i candelabri, la luce fioca, il rumore attutito del vocio di pochi avventori seduti ad un angolo, vestiti con abiti dell’epoca ottocentesca. Insomma… o ci trovavamo in un racconto macabro, oppure stavamo vivendo sul serio una puntata di “ai confini della realtà” diventata, per l’appunto,
“reale”. Appena entrati attirammo l’attenzione di tutti quanti, avventori e barista. Ci guardavano sospettosi e incuriositi. Alcuni indicavano le mie scarpe, che sicuramente non erano all’ultima moda, ma, accidenti, non avevano
neanche un foro… a parte la soletta che non ne voleva proprio di stare ferma. - Qu'est-ce que vous voulez? - ci disse una graziosa ragazza bionda che non poteva avere più di diciotto anni. Non ci eravamo accorti di lei perché era entrata di soppiatto da una porticina nascosta che doveva sicuramente portare nella cucina del locale, a prestar fede al mio naso. - Qui est-ce qu'ils sont? - sentimmo alcuni dire, mentre altri mormoravano strane parole che le mie scarne conoscenze di francese non
riuscivano a tradurre. - Andiamo via di qua! – disse Billy, temendo il peggio. - Aspetta, se ce ne andiamo… potrebbero insospettirsi ancor di più… facciamo la parte degli stranieri ingenui! – dissi sorridendo maliziosamente. Avevo riacquistato il controllo, forse perché ero sempre dell’opinione
di trovarmi in qualche incubo. “Ma sì… vediamo come finisce il sogno… tanto poi mi sveglio pimpante come ogni mattina… divertiamoci un po’… a me, inconscio farabutto!” pensai, ma più che l’inconscio forse l’incubo era da addebitarsi all’alcool. Ci sedemmo all’altro angolo del locale, lontano dal gruppo di francesi, facendo capire alla ragazza che non conoscevamo bene la lingua: - Nous… les étrangers … comprenez? - Oui, bien sûr! – disse la ragazza sorridente. Beh, il più era fatto… ero sicuro che se ci fossimo ubriacati per benino, così come
eravamo entrati nel sogno, così ne saremmo usciti. Ordinammo “Vin”… diverse bottiglie. Billy era completamente partito, non era più lui. Diceva di sì a qualunque mia domanda. Eppure doveva essere abituato, nel suo mestiere, a trovarsi in situazioni anomale, non credete? Solo dopo esserci sbronzati per benino ci rendemmo conto che i nostri soldi non valevano niente… carta straccia. In compenso
Billy diede la sua collanina d’oro e anche il suo braccialetto, e capimmo che eravamo stati fregati nel baratto dal sorrisino da stronzo del “le barman”. Uscimmo fuori dal locale barcollando. Fu Billy a notarlo per primo appena fummo in strada… il pipistrello, intendo. Era ancora lì, appollaiato su un palo. Guardandoci
intorno ci rendemmo conto di ritrovarci di fronte al misterioso edificio a tre piani. Il locale dove eravamo stati due minuti prima era scomparso. Anche Billy era scomparso. Cercando di rimanere in piedi e di non inciampare mi guardai intorno alla ricerca del mio amico. Di lui non vi era più traccia. Tornai a casa alcune ore dopo. Non so come riuscii a ritrovare la via del ritorno, so solo che alla fine finalmente arrivai alla mia “tana” , desideroso di addormentarmi, anzi, di svegliarmi da quell’incubo. Il mattino dopo fui svegliato di soprassalto da quel bastardo di Fletcher. Mi alzai di fretta e mi vestii in pochi secondi, mentre quello bussava alla porta come un dannato e fu allora che maledii il giorno in cui decisi di non acquistare quel piccolo monolocale al centro e di continuare a vivere a
pianterreno nella mia modesta bettola. In un condominio sarei stato più al riparo dai pazzi furiosi come quel Fletchy, capaci di sfondarti la porta a craniate pur di rovinarti il sonno. Pensavo che fosse mattina presto, ma rimasi di stucco appena vidi che ora segnava l’orologio a muro : era quasi mezzogiorno; la sbornia mi aveva fatto dormire fino a quell’ora! E non avevo ancora aperto il locale! Corsi ad aprire la porta. - Che vuoi, maledetto!!! Che ti stramale… - incominciai a dire, ma mi fermai subito vedendo per l’ennesima volta la sua faccia stralunata. Era successa un’altra disgrazia. - Non ci crederai mai, Johnny, non ci crederai mai!!! – disse Fletch mangiandosi le parole, quasi fosse sul punto di un orgasmo. - Ti ho sempre detto che non voglio essere chiamato Johnny, accidenti! – gli risposi di rimando, ma tutte le mie lamentele ebbero termine non appena vidi, appena fuori, il corpo di Billy, anche lui, come lo straniero
dell’altra sera, svuotato, ripulito e ridotto a “statua di cera”. Fu all’ora che una voce disse : - eccolo! laggiù! - e un’agente della polizia giunto di corsa mi mise le manette ai polsi, dichiarandomi in arresto. Fui subito condotto alla centrale di polizia, senza che io potessi fare
una domanda né dire una bestemmia. Avevano trovato il mio amico “occhio indiscreto” proprio davanti al mio locale, disteso, con i pantaloni inzuppati di sangue. Ebbi un brivido al pensiero che avrebbero anche recuperato il suo piccolo notes che porta sempre
nella tasca interna dell’impermeabile, con un appunto a proposito del suo ultimo caso, che naturalmente faceva riferimento a me! E se non bastasse il notes, c’era comunque la testimonianza della donna di Billy, la “segretaria” che sebbene non sapesse nulla della storia, poteva sempre confermare di averci visto andare via insieme, quella sera. Insomma, tutto combaciava alla perfezione per gli investigatori
della polizia. Mancava solo il movente e l'arma del delitto (il corpo lo avevano già, per quel che poteva servire, ridotto com’era) e mi avrebbero condannato alla pena di morte per omicidio preterintenzionale. Pensavano che avessi ucciso il mio amico, in seguito a qualche lite, e qualche bottiglia di vino di troppo (avevano trovato tanto alcool nel mio sangue da giustificare una ipotesi assurda come questa).
Naturalmente avevano fatto storie per la mia pistola, ma è legale avere armi nel mio Paese, e in ogni caso una pistola non poteva certo avere trasformato Billy in quella sorta di involucro che era diventato. Forse avrebbero cercato come arma del delitto il mio vecchio aspirapolvere arrugginito! Ritornando alla storia, non capivo però ancora chi aveva fatto il mio nome alla polizia, dato che nel quartiere ci rispettavamo tutti, dato che tutti avevamo in fin dei conti qualcosa da nascondere, e uno “sparla sparla”
generale poteva creare ripercussioni a catena! Fletcher sicuramente non aveva parlato, terrorizzato com’era… comunque, qualcuno aveva parlato… in caso contrario la polizia forse non sarebbe arrivata così presto, o comunque sarebbe arrivata chissà dopo quanto tempo,
magari dopo la denuncia della scomparsa da parte della “segretaria battona”. Solo in seguito mi resi conto del pasticcio in cui ero finito e del perché i miei amici mi avevano tradito! Sono ancora in carcere, mentre scrivo questo resoconto, ma capirete meglio a fine racconto. Riprendiamo ora le fila del discorso interrotto. Non avendo grandi prove a mio discapito, quindi, fui rilasciato dopo qualche giorno. Mi torchiarono per non so quanto tempo, ma la mia volontà di ferro ebbe la meglio e riuscii a confondere le acque. Dissi che vidi quella sera
Billy, che lo andai a trovare a casa, questo sì, ma che dopo ritornai a casa mia, uscendo dall’appartamento del mio amico assieme a lui, facendo un pezzo di strada assieme, mentre lui andava ad investigare sull’omicidio del porto. Dissi che sapevo del suo interessamento all’omicidio, (- quale omicidio? -, mi chiesero, roba da matti… forse i miei amici del quartiere avevano fatto sparire il corpo del tizio in
questione, ma allora perché non avevano fatto sparire anche quello di Billy?)… comunque riuscii a creare una versione dei fatti che non cozzasse con quella della “segretaria” e a salvarmi il didietro. Mi presero per un vecchio ubriacone innocuo ritrovatosi per pura coincidenza in una situazione da giallo televisivo e, scherzandoci sopra, mi rilasciarono (bella roba la polizia, che gente inetta!) Di ritorno a casa andai a parlare con un altro mio amico, un’ ex strizzacervelli appassionato di storia ottocentesca… dico “ex”, in quanto si fece alcuni anni in manicomio, influenzato un po’ troppo dalle storie
assurde dei suoi pazienti (che mondo malato è quello in cui viviamo!). Ora sta bene, sembra che abbia riacquistato le sue facoltà mentali, ma ogni tanto ha qualche tic nervoso, quasi normale, come quando si gratta una scarpa, o si alliscia continuamente la cravatta, lamentandosi di esser stato fregato da quello che gliela ha venduta (si lamenta che non prende la piega!... – non funziona! – dice). A parte questi tic, è un brav’uomo che vive da solo in una villetta con un grazioso giardino. Non credo si aspettasse di vedermi. Si dà il caso che quando aprì la porta e vide il mio simpatico viso sorridente, mi richiuse
la porta in faccia, quasi ululando dallo spavento. Bussai nuovamente alla porta, e stavolta lui aprì disinvolto, mi vide, mi fece entrare con uno strattone e richiuse la porta. - Lo hai visto? – disse. - Ma di chi stai parlando? – risposi. - Quell’uomo, quello con i canini affilati! - Che cosa? – dissi, - ma ti ha dato di volta il cervello? (e fu una domanda sicuramente sensata conoscendo il tipo!) - Nono… ti giuro… è uno che ti assomiglia vagamente, forse un tuo lontano parente, ma un tipo brutto, spaventoso!!! Non ha nulla da dividere con te, che sei così angelico! “Questo dovrebbero riportarlo in manicomio!” pensai, e cercai di calmarlo. Dopo avermi fatto accomodare in salotto, gli dissi il motivo della mia visita, e cioè che avevo bisogno di informazioni sul suo periodo storico
preferito. Gli occhi gli si illuminarono. Incominciò a narrarmi decine di aneddoti su lettere anonime, omicidi, falsi storici e altra robaccia da libro scadente di storia di secondo anno, intervallati dai suoi soliti tic e le solite lamentele sulla cravatta. Finalmente indirizzai il suo sproloquio verso lidi più augusti (in parole povere: verso argomenti che mi interessavano). Scoprii finalmente qualcosa di utile a proposito di alcuni fatti accaduti in Francia in un quartiere
malfamato di un paesino in provincia di Parigi verso la metà del milleottocento. Diversi omicidi erano avvenuti in quella zona ad opera di una setta di invasati che si riunivano nel seminterrato di un noto locale a luci rosse per ricchi. Durante i riti della setta si assisteva alla castrazione di poveri disgraziati, che morivano dissanguati. Si trattava di barboni e pezzenti, e inizialmente nessuno si accorse che le
strade a poco a poco si facevano sempre meno affollate di senzatetto. Molti partecipavano a quelle sedute, sia per i riti orgiastici, sia per le promesse di un avvenire ricco e prospero da parte del sacerdote della setta, un certo “le prêtre” , come era chiamato… forse perché era
stato prete sul serio una volta, ma era stato scomunicato dal papa a causa di alcune sue affermazioni giudicate eretiche e gli furono così tolti i voti. I guadagni del locale servivano a finanziare la missione della setta, che era dichiaratamente la vittoria dell’uomo sulla sofferenza e l’ignoranza. Il locale fu chiuso e “le prêtre”
condannato a carcere a vita. Non fu ghigliottinato grazie all’appoggio di alcuni uomini potenti, ex affiliati alla setta e anche loro con il marcio dentro, ma ufficialmente candidi come colombe. Si dice che dopo appena due settimane di prigionia sia riuscito a scappare utilizzando qualche artificio magico… poi di lui non si seppe più nulla. Fu in quel periodo che dilagò quella strana peste che storpiava i corpi e rendeva gli uomini assetati di sangue caldo. Fu un momento drammatico. Improvvisamente gli uomini riacquistarono il senno nel febbraio del 1851, dopo la
cattura di “le prêtre”, come se quell’aria maledetta che aveva causato tanto scompiglio si fosse purificata di colpo, scomparendo, in qualche modo, la causa della sua corruzione. Ringraziai il mio amico e tornai verso casa, con ancor più confusione in testa. Chi era questo oscuro figuro di nome “le prêtre”? Perché inconsciamente vi trovai una connessione con tutta la situazione e spinsi il
mio amico schizoide a parlarmene in maniera approfondita? Forse il mistero da scoprire era legato all’apparizione di quell’edificio a tre piani, dall’aspetto fatiscente e secolare, e alla sensazione che in quella costruzione vi fosse proprio un bordello, e magari anche una setta nascosta? Era tutto una coincidenza? Era una coincidenza che il mio amico Billy avesse i pantaloni sporchi di sangue? Come… come
se… accidenti, non riesco neanche a parlarne… e il pipistrello? Il lupo? I corpi svuotati di sangue? La malattia che provoca sete di sangue? Tutto si arrovellava nella mia mente con insistenza e portava ad un’unica soluzione… che i vampiri dei racconti gotici del novecento fossero esistiti per davvero! Mi preparai così un armamentario da acchiappavampiri di tutto rispetto: aglio, paletto di legno (era frassino? Bah, fa lo stesso), specchio, collana al collo con croce di legno di dimensioni spropositate (quasi quanto una
mano, diciamo che volevo andare sul sicuro!) e naturalmente la mia fedele pistola. Mi diressi la sera stessa verso il luogo misterioso. Mentre camminavo sentii che qualcosa di strano era avvenuto. Mi resi conto solo in quel momento che quando tornai da casa dell’ex strizzacervelli e mi diressi verso il mio locale, beh, il locale si trovava sul lato opposto della strada… insomma, aveva cambiato di posto! E me ne
accorsi solo dopo, stupido che non sono altro. Ma che avevo in testa? Segatura?… in effetti avevo pensato che forse col buio avevo preso un’altra strada e mi ero ritrovato con il locale alla mia sinistra, quando invece sarebbe dovuto essere alla mia destra… insomma… era successo qualcosa di inspiegabile. Anche la stradina del porto non era più come la conoscevo… mi ritrovavo di nuovo nella Francia del
passato?… così sembrava dalla forma degli edifici e dall’ambiente in generale. Tutti questi ragionamenti li feci camminando, e quando decisi di tornare indietro, nella speranza di ritornare nel mio tempo, mi ritrovai di fronte al quel maledetto edificio a tre piani! C’era luce all’interno, e gente che rideva… sembrava ci fosse una festa. Risoluto ad andare in fondo alla storia bussai al portone. Questo si aprì dopo qualche minuto di attesa e si presentò davanti a me una donna, che sebbene avesse passato la quarantina, o almeno così sembrava, era piuttosto
attraente. - Bon soir, Monsieur, est-ce que vous voulez entrer? – disse sfoderando un sorriso così affabile da rendere mansueto perfino il più
crudele dei boia! (e in Francia ve ne erano di boia crudeli… brrr… la guillotine !!) - Merci! – dissi con un accento orribile, tanto che la donna mi rivolse un cenno divertito del capo e mi baciò la mano… che fosse
un’usanza rivolta agli stranieri? Appena entrai vidi subito quanto lussuoso fosse l’interno, così imponente da far invidia al re sole in persona!! Oltrepassato uno stretto corridoio con oggetti d’oro, tavolini in legno pregiato e tappeti e quant’altro si
potrebbe immaginare consono al fasto degno di un principe, mi ritrovai nella sala principale, dove alcuni uomini stavano accennando passi di danza con delle dame poco vestite, e altri ancora fornicavano su divani di raso con due o tre donne alla volta. Ad un angolo della sala, altri individui bevevano e ridevano con altre prostitute, ma queste completamente vestite… e si vedeva che morivano dalla voglia di mostrare
le loro nudità, perché ogni motivo era buono per abbassarsi e far vedere i seni sporgenti. E tutta la scena era illuminata da un’enorme lampadario al soffitto con decine e decine di candele che facevano così tanta luce che non mi facevano affatto rimpiangere l’uso delle lampadine elettriche. La donna mi invitò a bere qualcosa, proprio mentre stava entrando una nuova persona nel salone. Era un uomo di età avanzata, vestito con una tunica nera e oro che arrivava sino al pavimento. Aveva una vistosa fasciatura che
dal palmo della mano sinistra arrivava sino al polso, e forse anche ad una parte del braccio, ma non ne ero certo, perché la larga manica della tunica lasciava intravedere solo dal polso in poi. Al suo passaggio tutti si inchinarono, come se fosse una sorta di re o principe. I suoi lineamenti erano nascosti dall’ombra del cappuccio, che gli avviluppava il viso. Solo dopo che finii di bere dalla coppa che mi aveva
teso la donna riuscii a veder meglio quell’uomo: sembrava me stesso di un otto anni fa. E con quest’ultimo pensiero sprofondai in un sonno profondo, senza sogni, quasi eterno. In compenso, sebbene non abbia avuto incubi da addormentato, ne ebbi al risveglio. Mi ritrovai infatti in una piccola e stretta cella. E’ la cella dove sono tutt’ora rinchiuso da circa due settimane. Mi sono ritrovato qui senza niente, né la croce al collo, né i paletti… neanche la mia pistola
personale. Ho solo i miei vestiti, e persino l’impermeabile, un capo di vestiario che non ho amato mai così tanto come adesso. Non mi permettono di parlare con nessuno, e nessuno mi dà conto, neanche le guardie quando mi portano da mangiare. In ogni caso non credo capiscano la mia lingua e purtroppo il mio francese è così arrugginito che non saprei proprio come spiegare con le poche parole che conosco tutta la
mia storia. Ma da qualche giorno un piccione si posa spesso vicino alle sbarre della finestra. Forse potrà portare questo mio manoscritto a qualcuno, qualcuno che conosce la mia lingua, qualcuno che mi crederà… perché qualcuno dovrà per forza aiutarmi… per forza… E meno male che mi sono trovato nella tasca dell’impermeabile il notes di Billy… cosa avrei usato, in caso contrario, per scrivere? … c’era anche la sua penna a sfera preferita… certo se trovassi un modo per tenere
uniti i fogli, magari del nastro adesivo… in caso contrario il piccione potrebbe perdere fogliettino dopo fogliettino strada facendo… certo e’ un bel problema… Ho trovato anche alcune pallottole nella tasca destra dei miei pantaloni… chissà… forse riesco ad usare la punta della penna per rompere il bossolo e prendere la polvere da sparo… se solo avessi una lente
d’ingrandimento! E anche quando riuscissi a scappare facendo esplodere la serratura con la polvere dei bossoli, come farei a ritornare nella mia epoca e smascherare quel maledetto vampiro che ha preso il mio posto? Febbraio 1851.
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