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SILLOGISMO scritto da Matteo De Simone
PREMESSA MAGGIORE Suonò il campanello. Assis si levò annoiato dal letto sudicio dove aveva coccolato il sonno per due ore buone dopo il risveglio. Si portò scalzo fino alla porta mentre con una mano si stropicciava la fronte e poi gli occhi e le guance. In mutande aprì la porta: una folata gelida gli rapprese la pelle e gli presentò il suo allievo. - Ciao, piacere. Io sono Marco. - Ciao. Io sono Assis. Introdusse il ragazzo nell’appartamento e mentre quello muoveva i primi passi nel lerciume di carte, polvere e lattine vuote, Assis lasciava che la sua immagine scivolasse per gli occhi. Era un allievo basso e un po’ storto: la schiena deformata da una lordosi pronunciata e ridicola che lo slanciava buffamente in avanti. Le gambe ad ics. Il volto trapunto di brufoli e bambagia. Assis dovette constatare controvoglia che si trattava di una bruttezza irritante. - Marco ti chiami? - Si, Marco. - Allora, Marco. Tu aspetta di qua, siediti pure dove vuoi. Nell’ ingresso, piccolo e fetido, non sembrava esserci nulla per sedersi. Eccetto un puff bianco, macchiato di vino o chissà che altro a giacere schiacciato in un angolo della stanza. - Io vado a vestirmi. Torno subito e cominciamo. Assis si voltò e scomparve dietro un angolo di muro ingiallito. Si diresse in bagno e pisciò senza badare troppo allo schizzo. Poi si sciacquò il viso incolto e perse qualche attimo a scrostare il cispame che gli attorbava gli occhi e tentò di riordinare i capelli, lunghi, intrecciati e un po’ sporchi, per quel che era possibile. Dopo la toletta passò in camera da letto per sistemare la scrivania; l’aria era viziata dal fiato notturno ma si guardò bene dal freddo di fuori e non aprì la finestra. Si vestì per necessità e senza troppa fretta. Poi si accese una sigaretta, aspirò per bene e ritornò in ingresso. - Marco, vieni pure. Il ragazzo era rimasto in piedi e ciondolava goffo con un dito agganciato al labbro inferiore e lo sguardo ebete tutt’intorno: era il ritratto della meraviglia infantile. Quando Assis lo chiamò si voltò di scatto come se qualcuno l’avesse sorpreso nel bel mezzo di un’azione illecita. Lo seguì a passetti in camera e timidamente azzardò una domanda, volendo giustificarsi e al tempo stesso apparire simpatico: - Hai dato un festino ieri sera? Assis non stette al gioco e gli rispose quieto e distratto: - No, è quasi sempre così. Vogliamo cominciare? Imbarazzato, il ragazzo pronunciò un “Si, certo” sottovoce e avvicinatosi con impaccio alla scrivania posò il suo zainetto su uno sgabello. - Io mi siedo qui? - Dove vuoi. Rovistò un poco all’interno chinato sullo zaino, cercando di avvalersi della prospettiva per nascondere il viso con il capo. Ne estrasse un libro di scuola, un quaderno ed un sottile astuccio di metallo argentato che non poteva contenere più di due o tre penne al massimo. Poi, faticando a guardarlo negli occhi, si rivolse ancora al suo maestro. - Prima di iniziare... Ebbe qualche esitazione. - Si? - …Vorrei che ci mettessimo bene d’accordo sul prezzo. Al telefono mi avevi chiesto 25000. Ma trattabili… - Guarda: basta che non scendiamo sotto le 15.000. - Allora facciamo 20000? - Si, si, va bene. Fece Assis seccato. - Ma ci pensiamo dopo. Ora dimmi quel che hai da fare. - Va bene. Per domani ho da tradurre questo. Gli indicò un brano di Demostene di una quindicina di righe che il libro notava di tre asterischi, livello massimo di difficoltà. Titolo: Perché non è il caso di dichiarare guerra al re di Persia. Assis prese il libro tra le mani e si fermò a lungo sul testo con un’espressione seriosa e concentrata. Poi, ripassandolo al ragazzo, disse: - Ok. Adesso fai lo stesso. Il ragazzo non capì bene e allora domandò perplesso. - Che cosa? - Leggilo. Fece Assis, brusco. - Leggilo tutto e concentrati su ogni parola. Non importa se non capisci nulla. E’ importante leggere bene tutto quanto prima d’incominciare a tradurre. Non te lo ripete sempre la tua prof? - Si, si, certo… - Bene, allora fallo. E’ l’unica cosa che ti chiedo di seguire di quel che ti dicono a scuola. Ma andiamo per gradi. Leggi il testo. Io me ne vado un attimo di là, tu concentrati. Torno tra poco. Si alzò dalla sedia ed uscì dalla stanza. Si era ricordato di non aver fatto colazione e così andò in cucina e aperse il frigo. Essendo stata trascurata la spesa per una settimana, là dentro non c’era un granchè, ma Assis non se ne curò e scelse subito un cartone di succo di pompelmo aperto chissà quando: si ricordò d’averne bevuto la sera prima e di averlo trovato ancora buono e non si preoccupò della data di scadenza. Lo svuotò in un sorso e ricacciò con grande sonorità l’aria tenuta. Poi si fermò in contemplazione di fronte all’opera della sera prima, tutta concentrata sul tavolo. Un piatto sporco, un bicchiere vuoto, due posacenere colmi di canne morte e sigarette sventrate e cenere e tabacco un po’ dappertutto. Qua e là anche qualche bruciatura livida sul legno, ma quella era cosa antica. Nel lavandino il lavoro di settimane: scolapasta, pentole, posate, piatti, accatastati a caso uno sull’altro. Puzza di marcio. Da quando se ne era andato di casa aveva realizzato ciò che a fatica sua madre era riuscita a frenare per anni: l’abbandono completo. Assis aveva ventisette anni e una laurea in lettere classiche. Lavorava di sera come cassiere al Carrefour e ricavava qualcosa in più per i vizi dalle ripetizioni, di tanto in tanto. Conviveva con un musicista di nome Simon, un sassofonista di due anni più grande di lui ed impegnato nella discografia. Simon era spesso fuori città, anche per mesi, ma si ricordava puntualmente di spedire ad Assis la sua parte d’affitto e di spese. Quando era in casa non si lamentava troppo per il disordine e la puzza, ma ogni tanto apostrofava il suo amico più o meno gentilmente: - Dio, Assis, che uomo di merda… Lui lo lasciava dire, divertito. In effetti Simon era l’unica persona capace di farlo ridere, a volte anche di gusto. Ad esempio quando si lanciava in gratuite aggressioni verbali contro la fetta di società più debole, o si lamentava per i fastidi più meschini della vita comune. “Mi spieghi, Assis, a che cazzo servono i parcheggi per gli handicappati? Servono a rompere i coglioni, e basta. Tu passi lì con la macchina e bestemmi perché sei inchiodato da due ore e non ti puoi muovere e non trovi un fottuto buco dove infilarti. E poi da lontano li annusi, li senti e poi li vedi, cazzo, cinque o sei metri di asfalto liberi e puliti e sei già lì che tra un po’ ti pisci addosso dall’orgasmo… Però, quando ci sei di fianco che cosa ti spunta? Cosa ti spunta? La striscia gialla! Evviva! E una bella carrozzina di merda al centro, gialla pure lei, stronza. E tu resti lì, a navigare nel tuo piscio e vai oltre cristonando che i parcheggi per gli handicappati non servono a un cazzo. Perché è così, cristo. Per prima cosa, nessun handicappato prende la macchina, sennò che cazzo di handicappato è? Ammesso che ce ne sia qualcuno che guida qualche macchina di merda fatta apposta per loro, di quelle senza pedali: che stronzata è? Gli concediamo il privilegio? Come ai bambini? Sei handicappato. Non c’hai le gambe. Non sei normale. Vuoi fare il normale? E allora come tutti quanti i normali, cristo, ti pisci addosso al volante finchè non trovi una merda di parcheggio e non rompi i coglioni! Cazzo.” Assis si sbellicava. Ora Simon era via da due mesi ed era nell’aria che si stabilisse a Milano. Lui aspettava e non si poneva domande sul futuro. Erano le tre e un quarto del pomeriggio. Assis mise a scaldare delle polpette surgelate nel microonde ed attese qualche minuto; ritornò dal suo scolaro con una polpetta calda tra le dita e i denti. Gliene offrì qualcuna, ma quello rifiutò. Aveva già mangiato. Si sedette di nuovo accanto a lui. - Allora, l’hai letta? Il giovane trattenne a stento un sorriso ironico. Voleva a tutti i costi risultare simpatico e ci provò recitando la parte dello studente un po’ svogliato. - Veramente… mi sono distratto un attimo, scusa. Non l’ho ancora letta tutta. Però ad Assis quel giovane faceva schifo. In nessun caso avrebbe potuto provare simpatia per lui ed ebbe un mezzo scatto di nervi. Ma si trattenne. Chiuse gli occhi per calmarsi e tirò un lungo respiro. Il liceale trasalì. - Adesso vado ancora di là, e torno tra cinque minuti. Ti chiedo di non innervosirmi Marco, non sei qui per buttare i tuoi soldi. Cerca di terminare la lettura. Al mio ritorno inizieremo a tradurre. - Certo, scusa. Uscì ancora dalla stanza. Turbato. Tra l’ingresso e la cucina si prese un attimo per pensare. Ma chi era quel giovane? Assis giurava: mai visti di più repellenti. Repellente il volto e la figura intera, un piccolo mostro, orribile e disgustoso. Si allungò un poco all’indietro e sbirciò nella camera. La bestiola sedeva sullo sgabello, con la schiena rigida e il collo flesso ad elle rovesciata. Canalizzava la lettura con il dito e si mordicchiava le labbra con un movimento scattoso della mascella. Assis ne ebbe impressione. Chi era quel giovane? Gli parve di avvertire un fetore virulento e insopportabile. Ma soprattutto una cosa lampava agli occhi e insultava ogni quiete. Come una tessera di mosaico, quella sozzeria pareva assurdamente complementare alla casa e alle stanze; esaltarne tutte le qualità più immonde; donare nuova compiutezza a quel cumulo di macerie e spazzatura che era l’appartamento. Si poteva dire che quel mostro s’intonasse a perfezione alle pareti ingiallite, al letto sfatto, alle carte e mutande sparse. Come un topo morto buttato in un angolino di strada umido e pieno di spazzatura e piscio che di per sé è già un orrore ma col topo è un’altra cosa. Di sasso: tutto quel bordello si manifestava agli occhi, e per la prima volta, come il più grosso, il più enorme degli sbagli. Assis indietreggiò e si fermò ancora. Lo assalì un desiderio inconsueto e sconvolgente che egli smorzò sul nascere; ma lo stesso potè comprenderne l’oscena gravità. Gli parve per un istante che la sua casa fosse vuota e piena d’aria, pulita, fresca. Gli parve per un istante che fosse bella. Gli parve la serenità. Tornò all’attacco il desiderio, ed egli lo lasciò passare, di eliminare tutto quell’infame casino. Si trascinò all’ingresso e si gettò sul puff. E la pace? Negli ultimi anni Assis si era isolato da tutto. Aveva abbandonato gli amici di università, smesso di uscire la sera, cessato di concedersi entusiasmi. Viveva quasi sempre da solo e aveva imparato ad sbriciolare le emozioni ai loro primissimi albori, sperimentando quotidianamente un’ indifferenza rigorosa. Aveva rinunciato a qualsiasi ambizione, ammesso che ne avesse mai avute. Più che disincantato era volontariamente amorfo, magistralmente capace di ignorare ogni stimolo. Un tecnico del vuoto. Era questione di tranquillità. Ma ugualmente, di tanto in tanto, nonostante la sua bravura, si manifestavano ai suoi occhi fenomeni che non era in grado di eludere e contro la sua volontà si scopriva d’un tratto stupito ed irritato. E Marco, lo storto, era già il secondo incomodo nel giro di appena due settimane.
PREMESSA MINORE Suonò il telefono. Assis fu allora costretto a sollevarsi dal puff per raggiungere l’apparecchio. Sollevata la cornetta se la portò all’orecchio e non disse nulla. - Ciao bello, sono io. - Io chi? - Dai, scemo. Io - Ah, ciao. - Allora… che fai stasera? - Sto a casa. - Vengo da te, guardiamo un film? - No dai, stasera no, davvero, torno tardi dal lavoro e poi devo riparare una crepa nel soffitto. - Oh, complimenti, ottima scusa. Dai, un filmetto insieme, non ti va? - No. Guarda che non è una scusa, è vero. - Vabbè, ho capito. Ti fai sentire tu? - No, non credo. Ciao. Giù. Il telefono riprese a squillare di lì a poco, ma Assis non gli diede più retta e neanche agli squilli successivi. Tornò sul puff ad attenderne la fine e continuò quel che già aveva preso a fare durante la telefonata: guardarsi intorno. L’ atto insolito di osservare la stanza reso raro da un vortice di pensieri che dopo avere avviluppato Assis, lo aveva sbalzato improvvisamente fuori: immaginò d’essere un estraneo. Anni prima aveva giocato più volte ad essere straniero, nordeuropeo, e da quel piedistallo osservando la gente in strada, nella sua città, l’aveva trovata tutta molto rozza e popolare, in maniera preoccupante, in particolar modo gli anziani. Gli era parso di essere davanti al telegiornale durante un servizio sull’Albania. E si era chiesto se realmente dall’estero l’impressione fosse quella. Era davvero così casa sua? Si lo era. Desiderò che si aprisse d’improvviso uno squarcio nel soffitto e da lì veder zampillare l’acqua: dapprima qualche spruzzo e poi a poco a poco sempre di più, una vera e propria cascata in casa sua, a lavar tutto quello schifo. Un miracolo ci sarebbe voluto. Di certo a lui la forza di rimediare allo sfacelo non sarebbe mai venuta, se non dal cielo. Dio, che rogna. Un miracolo. Ma perché poi? Rimediare a che cosa? Di nuovo in piedi, con uno scatto da sorpresa. Tornò in cucina perché gli era venuta sete, forse a causa delle fantasie sull’acqua, ma più probabilmente per la gola che s’era seccata. Nessun bicchiere pulito e bevve dal rubinetto, tanto aveva sentito che ultimamente l’acqua pubblica era più sicura della minerale. E poi ancora sentì il telefono. - Pronto? - Certo che sei proprio uno scemotto… - Dai, Viola, per favore, ti ho detto di no. - … - Posso andare? - Che simpatia… - Si, si. Ciao. Ora l’agitazione era arrivata. Il cuore accelerava e dal petto vampate di calore s’irradiavano a più riprese per tutto il corpo portando insieme un tremore generale e la certezza d’un rossore in faccia. Iniziò a disegnare sul pavimento i percorsi del nervosismo, cambiando direzione all’incontro con il muro. Si massaggiava la fronte. Non poteva tollerare l’insistenza e la costrizione, in generale. Stringeva i pugni, i denti, sentiva gonfiarsi gli occhi. “Faccio tutto, d’accordo. Ma non mi state addosso”. Della sua infanzia Assis conservava momenti sereni, o perlomeno era solito richiamarsi i ricordi più belli. Questo da quando era cresciuto e il bagaglio della memoria s’era ingrandito e lui l’aveva trasformato in un archivio comodo ed efficiente e con funzioni ben precise. Senza probabilmente rendersene conto aveva iniziato ad organizzare i ricordi e per gesto spontaneo alzato una robusta palizzata che divideva in due l’archivio: prima e dopo. Prima e dopo cosa chissà con esattezza, ma un’idea più o meno c’era. E per la sua evidente e spontanea inclinazione manichea prima era tutto il cattivo, dopo tutto il buono. I ricordi avevano assunto, in una fase di passaggio piuttosto delicata, la funzione di fornirgli un’identità desiderata e desiderabile; l’archivio era divenuto per metà un immondezzaio dimenticato e per l’altra metà il serbatoio cui attingere allo scopo di trovare conforto in quelle circostanze presenti che sicuramente sarebbero poi passate nell’immondezzaio. Inizialmente non era stato facile districarsi: proprio perché delicata, la fase di organizzazione aveva portato con sé un gran numero di confusioni, problemi, fastidi. Il più delle volte gli era capitato senza nemmeno volerlo di trovarsi nel lato sbagliato, nella spazzatura, in sudori e rossori e sovrapponendo tutta quella tristezza alla realtà presente e convincendosi così che tutto fosse vero, fosse ancora. Ma poi era diventato sempre più bravo. Era riuscito a costruire un muro alto, invalicabile e lui ne era rimasto al di qua. E allora che il presente andasse tutto alla malora: lui non s’era più smosso. Ma in quel momento avvertiva nei dintorni un alito diverso e messaggero; di lì a poco dai ricordi ne balzò fuori uno inatteso ma presagito. Assis bimbo, sulla strada per il catechismo con un suo compagno libico; un altro sulla strada incontro a loro; una proposta illecita e Assis si ribella; una colluttazione, breve e fallita; gli scherni e Assis si allontana; sua madre lo rimprovera, a casa: “Pusillanime”. Doveva certo esserci una crepa nel muro, da qualche parte. Di certo sudore, di certo calore, di certo rossore, e occhi gonfi. Quando da un angolo di muro ingiallito sbucò fuori il giovane studente e disse : “Ho finito, l’ho letta tutta”, fu davvero un attimo. Assis si scagliò contro di lui con una foga vitale e vincente. Lo afferrò per i capelli e poi lo costrinse ad un giro per la casa, mentre lo colpiva forte ai fianchi e quello si dimenava e non capiva. - Schifoso. Orrendo bastardo. Ti ammazzo, lo sai? Ora ti ammazzo. E il ragazzo urlava e non capiva e diceva di lasciarlo perché il dolore era forte. E Assis lo colpì forte anche alle gambe e quello cadde. Gli fu sopra in un battibaleno e gli graffiò il volto, a denti stretti e mescolò sangue e lacrime e non ci fece neanche caso. Poi lo prese a pugni, dappertutto, senza discriminazioni, quello gridava ed era brutto, tanto brutto. Poi lo spogliò e vide che aveva la pelle bianca come un latticino e decise che i lividi ancora non bastavano e così lo prese a calci, come fosse un sacco di stracci; ruppe le costole e forse non se ne accorse neanche; ormai quello non piangeva più, vomitava soltanto. “Sei uno schifoso, lurido schifoso; ti ammazzo come si deve”. E poi lo uccise. Se ne accorse come d’incanto dopo un calcio ben piantato alla tempia e si fermò. Che stanchezza. Andò in bagno a sciacquarsi le mani e il viso e bevve a lungo al rubinetto. Poi andò in camera sua e aprì la finestra. Tornò all’ingresso e si abbandonò sul puff: il riposo del giusto. Alzò un poco lo sguardo verso il soffitto e vide che s’era aperta una grossa crepa, chissà quando. “Ah, mi pareva… Che poi non si dica che invento le scuse…”.
CONCLUSIONE Allora gli venne in mente che non era stato molto carino al telefono con Viola e l’avrebbe richiamata per scusarsi e magari farle una proposta. Poi avrebbe pensato quale. Ma prima era forse il caso di mettere un po’ in ordine, la casa era davvero in un pessimo stato e all’idea di mostrare tutto a Viola si vergognava. Allora, un po’ di organizzazione: “Per prima cosa ci alziamo di qui. Facciamo una lista. Carta, carta...” Andò di nuovo in camera sua e strappò un foglio dal quaderno; poi aperse l’astuccio argentato e trovò un tratto-pen blu, da sempre la sua penna preferita e gli fece piacere. Cominciò ad elencare aiutandosi con le dita: Pollice: Trovare un po’ di sacchetti di plastica. Trovarne anche uno nero grosso (forse ce l’ho nell’armadietto sul balcone.). Indice: Buttare nei sacchetti tutto quello che c’è sul tavolo, in cucina, in camera e in sala, senza distinzioni, tutto via. Medio: Infilare il ragazzo nel sacco nero. Anulare: Spazzare e lavare i pavimenti. E fare i letti e avviare la lavatrice. Fare anche i piatti… E richiudere la crepa…vabbè, no, non la chiudo. Mignolo: …magari faccio un giro in macchina verso la campagna. Poi ci penso; un posto dove buttare quello lo trovo. E così fece tutto quanto, veloce e allegro. Trovò anche un posto per lo studente sul ciglio della statale per Asti, all’altezza di Villanova, nascosto tra l’erba e la terra, un buon posto. Tutto incredibilmente veloce. Tornò a casa che erano forse le sette, ma non di più e telefonò a Viola che era una ragazza bellissima. Aveva voglia di vederla. E la sera dopo, che era sabato e non lavorava, la vide e insieme videro un film, ma non a casa: al cinema. E quando tornarono lui le chiese di salire su da lui e all’ingresso lei s’accorse della crepa e lui le disse che alla fine aveva deciso di lasciarla lì perché in fondo non gliene importava nulla. E le disse che pensava di andare a trovare il suo amico Simon, di fargli una sorpresa. Il corpo del giovane non venne mai trovato o comunque Assis non ne ebbe mai notizia. Il ragazzo, sebbene Assis non lo sapesse, non aveva amici veri e conosceva poca gente e nessuno che potesse sapere delle sue ripetizioni. Nemmeno la madre lo sapeva: lei gli dava un po’ di soldi a settimana, poi lui faceva quel che voleva. E nessuno lo aveva visto cadavere caricato in macchina, né mollato giù. Davvero, nessuno lo aveva visto, proprio nessuno. Assis morì, padre e nonno ed ex-professore al liceo Massimo d’Azeglio, senza che nessuno arrivasse a dargli rogna. Ebbe una bella vita. Una mattina, pochi giorni dopo, era domenica: Assis e Viola partirono insieme in macchina ed imboccarono la Torino-Milano.
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