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SOTTO LA MASCHERA... NIENTE! scritto da Giovanni Buzi
C’era uno splendido tramonto su Roma. Il cielo era interamente d’un rosso violaceo. S’accendevano i primi lampioni nel quartiere di Trastevere. Guardo ancora una volta il foglietto su cui avevo scritto quell’indirizzo: via della Luce. Sì, il numero e il nome corrispondevano. Spingo il campanello. Aspetto. Dopo poco, risponde una voce maschile. - Chi è? - Giorgio. Un click metallico. - Ultimo piano. La hall d’entrata è inesistente. Un lungo e umido corridoio porta ad una scala. La porta si richiude alle mie spalle. Mi blocco. Sto per tornare indietro, quando mi dico, “arrivati a questo punto, sarebbe proprio stupido” e prendo a salire i primi gradini. L’odore di muffa si fa sempre più forte. Qua e là macchie d’umidità s’allargano sulle pareti come enormi piante carnivore. Passo davanti ad un grande specchio incassato nel muro. Quasi completamente annerito, rimanda la mia immagine come riflessa in uno stagno torbido. Jeans e giubbotto di pelle nera. Mi sembra quasi di non riconoscere il mio viso. Occhi celesti e capelli biondi. È vero, non dimostro i miei 22 anni, si direbbe un adolescente. Sguardo sperduto eppure deciso. Che ci facevo per quelle scale di pietra consunta? Non era meglio lasciar perdere?... Ma, ancora una volta mi forzai ad andare avanti. Arrivo all’ultimo piano e, all’improvviso, sento una forte emozione; il cuore mi batteva in gola. Stavo per incontrare il mio Master, o meglio, la persona che avevo incontrato su un “chat” e con la quale stavo in contatto mail da settimane. Finalmente mi permetteva d’incontrarlo. Senza
averlo mai visto, senza aver mai sentito la sua voce, mi sentivo completamente in suo potere. Com’era possibile? Da qualche tempo, il desiderio d’essere l’oggetto d’una persona, d’un Essere Dominante, di dipendere totalmente dalla sua volontà, mi toglieva il respiro. Sul pianerottolo c’è una sola porta. M’avvicino. È socchiusa. La spingo lentamente, attento non so perché a non far rumore. Un lungo corridoio, un chiarore tutt’in fondo. Avrei voluto chiamare, segnalare la mia presenza, ma cosa dire? “Signore”, “Master”?... Avanzo. Sui due lati, porte chiuse. Appese al muro, vecchie stampe in cornici di legno scuro. Scaffali colmi di libri e riviste. Seguo la traccia debole della luce. Mi ritrovo in un salone immerso nella penombra. La sola sorgente luminosa viene da una porta socchiusa che dà sul salone; una lama chiara che si smorza su un tappeto orientale dai toni rossastri. Qualche mobile in legno massiccio intagliato di sculture d’animali fantastici, qua e là, il riflesso d’un oggetto d’argento, antiche cornici dorate. Tende tirate, odore di chiuso e fiori appassiti. Un calore afoso di serra. Non vedo nessuno. Nessun essere vivente. Col ginocchio cozzo contro il cristallo d’un tavolo basso. - Calma, sono qui. Volto la testa verso quella voce. Su una poltrona, indovino una massa indefinita, un volume scuro. - Avvicinati. Distinguo qualcuno seduto; pantaloni in cuoio nero, un maglione grigio. Ma non vedo la testa. - Siediti, dice quell’essere decapitato. Mi blocco. Fisso lo sguardo là dove dovrebbe trovarsi il viso. Finalmente, riesco a situare una testa coperta da una maschera in latex. Incastonati nel nero del caoutchouc, due occhi d’un
incredibile celeste chiaro. Si direbbe che sotto alla maschera c’è solo aria. - Buonasera, Giorgio, come va’? - Bene, grazie... buonasera. - Siediti. Qualcosa da bere? - No, grazie. - Proprio niente? - Non m’impressioni per niente. - Non ho intenzione d’impressionare nessuno. - Allora perché questo cinema? - Quale cinema? - La penombra, quella maschera ridicola... - Perché sei qui? - Infatti, non lo so... Farei meglio ad andarmene via subito. - Conosci la strada. Addio. Non mi muovo. - Allora, ancora là? Mi siedo. - Molto bene. Vedi, non mordo mica. Nessun rumore, nessuna traccia del mondo esterno. - È molto calmo qua. Si dovrebbe sentire un rumore di fondo, non so, almeno i motorini... - Che cerchi da un Master? - Da un Master?... Ve l’ho già detto: obbedire, servire, conoscere. - Bene. Alzati. Resto seduto. - In piedi! Mi alzo. - Spogliati. - Adesso? Qui?
- Adesso. Qui. Esito, poi comincio a spogliarmi. I movimenti sono lenti, impacciati. Fortunatamente, c’era la penombra a proteggermi, quella mancanza di luce che all’inizio m’aveva impressionato. - Guardami. Dirigo lo sguardo verso la maschera e resto a fissare il vuoto di quegli occhi. Il tipo s’alza; almeno dieci centimetri più alto di me, spalle larghe, robusto. Un movimento della mano e un fascio di luce m’acceca. Istintivamente, copro gli occhi. - Guardami! - Non vedo! Non vedo niente! - Sono qui. Ascolta la mia voce. Abbasso le braccia, provo a guardarlo. Non vedo niente; bianco, solo bianco! Chiudo le palpebre e, nel buio, si materializza un cerchio verde smeraldo che si moltiplica, gondola, si scompone in mille lune folli. - M’hai accecato!, grido. - Sta’ zitto. Apri gli occhi! Rimango con le palpebre chiuse. Sento quella persona avvicinarsi, girarmi intorno con tutta calma. - Apri gli occhi. Obbedisco. La luce era scomparsa, l’oceano nero e le lune smeraldo anche. Non vedo che ombre vaghe, indefinibili forme blu e porpora che si muovono fluide come i tentacoli d’una medusa gigantesca. - Dove sei?, dico. - Sono qui. - Dove?... Sento l’odore della maschera in caoutchouc. Volto la testa ed là, alle mie spalle. Raggelo. Attraverso i fori degli occhi non riesco a
vedere niente! Che avesse pupille d’un celeste trasparente più dell’aria? Comincio a tremare. Quella maschera scoppia a ridere. Sento alito tiepido sul mio viso. Ma da dove proviene?... Stento a crederlo ma... No! Neanche la bocca! Si direbbe che sotto quella maschera ci sia... il vuoto, il nulla. Niente! - Tremi e nemmeno t’ho toccato. Come faceva a parlare? - Non ho paura, dissi la prima stupidaggine che mi venne in mente. - Ah, no? - No. - Allora perché tremi? - Ho freddo! - Freddo a fine settembre a Roma? Devi essere l’unico. Non rispondo. Quell’essere comincia a girare intorno a me lentamente, come stesse ispezionando bestiame. Si ferma e dice: - Perché mi guardi così? - Come guardo? - Abbassa gli occhi e sta’ zitto! Non sei che un oggetto, la sola cosa che devi fare è obbedire. È solo la mia volontà, il mio piacere che conta. Se non sei d’accordo, hai due minuti per rivestirti e andartene. Se resti, da questo momento m’appartieni. Le mie gambe sono percorse da brividi. Le obbligo a non muoversi, a restare ben piantate a terra. - Se rimani, il tuo corpo e la tua mente saranno la mia sola, unica proprietà. Non mi muovo. - Chi sei?, gli chiedo. Ancora una risata.
- Che domande stupide fai., poi diventando di colpo serio: vattene!, disse, sei ancora in tempo. Non mi muovo. Avevo una voglia pazza di toccarlo, di sentire cosa ci fosse sotto quei vestiti. Un corpo vero o... aria. Ma, come poteva dell’aria parlare? Sto per allungare una mano quando, si gira di spalle e s’allontana. Si siede tranquillamente sulla poltrona. Accavalla le gambe. Io, nudo, non tremo neanche più. Rimango lì impalato senza saper cosa fare, cosa pensare. - Avvicinati, mi disse. Obbedisco. - Inginocchiati. Eseguo. - Ora, vieni, baciami, e si protende verso di me. Restando in ginocchio, appoggio una mano sul bracciolo della poltrona e gli sfioro un braccio. Carne ed ossa! Quella era una vera persona! Protendo il viso, la maschera di gomma s’avvicina e al momento di baciarsi schiudo le labbra e non sento... niente! Né labbra né lingua né denti! Mi ritraggo. M’alzo! - Cosa c’è?, dice quasi divertito. Allungo di scatto un braccio e gli strappo via la maschera. Resto pietrificato! Sotto la maschera c’era... niente! Il vuoto, l’aria. Quell’essere era decapitato!
(copyright by Giovanni Buzi)
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