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IL SOTTOSCALA scritto da Alessio Cesare Valsecchi
Il suono del campanello all’ingresso lo strappò dalla sfida quotidiana con l’arrogante portatile, il cursore in alto a sinistra a deridere la sua assenza totale di idee. Le dita, fino a quel momento inoperose, corsero a stringere la Corona appoggiata lì sul tavolo, di fianco ad una pila di CD. Se la portò alle labbra ed ingollò un sorso, senza staccare gli occhi dalla pagina vergine che gli stava davanti, in attesa. Il campanello suonò di nuovo, questa volta più a lungo. Fece un piccolo rutto e posò la bottiglia ormai vuota. Quel suono fastidioso era la colonna sonora perfetta per la sua disfatta giornaliera, ammise tra sé abbassando lo schermo del computer ed incrociando le braccia al petto. Se ne stava lì rintanato da tre giorni, ma l’ispirazione giusta non era ancora venuta a fargli visita, e dei due racconti che il suo editore si aspettava di trovare al rientro dalle vacanze estive non aveva ancora scritto una riga. Pazienza – si era ripetuto tutto il giorno fino alla nausea – bisogna avere pazienza. E saper aspettare.Il campanello trillò per la terza volta. Era un suono lancinante, tremendo, proprio come il mal di testa della domenica pomeriggio, o il blaterare di una vecchia moglie frustrata. Si diresse verso l’entrata di casa nel tentativo di prevenire una quarta martellata alla sua mente sterile, contento che qualcuno fosse venuto a spezzare l’incantesimo inconcludente di cui era caduto vittima. “Sì?” chiese aprendo la porta. Il ragazzo che trovò ad attenderlo non rispose alla sua domanda, divenne solo scarlatto in volto, gli occhi spalancati all’inverosimile. “Ciao” disse sorridendo al nuovo arrivato come un padre al figlio dopo il primo giorno di scuola. “Bu-buon giorno signor Guerra…” rantolò il giovane poco prima di diventare violaceo. “Chiamami Marcello, ok?” “Sì.” “Non sei un giornalista, vero?” “No. Sono… sono un tuo grandissimo ammiratore…” rispose come se fosse una colpa di cui andare fieri. Non era la prima volta che un fan gli piombava a sorpresa in quella casa. Benché solo sua moglie e il suo agente sapessero che si trovava lì a lavorare, l’ubicazione di quel rifugio creativo era nota a molti suoi amici e colleghi più stretti, tutti elementi che nel corso degli anni si erano dimostrati custodi del sapere piuttosto distratti e canterini: questo piccolo segreto circolava più o meno liberamente da tempo immemore, confuso per fortuna tra le decine e decine di leggende metropolitane che riguardavano la sua figura di scrittore di fama mondiale. Marcello Guerra ce l’ha lungo 25 centimetri. Marcello Guerra crea al ritmo di 25 pagine minimo al giorno, ogni santo giorno. Marcello Guerra ha scritto sotto pseudonimo più di 25 romanzi. Marcello Guerra è il Male in persona.. Pure sciocche invenzioni. Ma era accaduto che molti avessero dato credito alla particolare diceria che Marcello Guerra, uno degli scrittori horror più letti al mondo, è solito ritirarsi a creare in una baita isolata a lato del lago di Como, sperduta sulle colline tra Carate Urio e Torriggia e circondata da boschi nei quali è facile perdersi. Alcuni di questi credenti, i più tenaci, i più resistenti, i più sognatori, o forse semplicemente i più fortunati, avevano infine trovato il sacro Graal che erano andati cercando. E quando arrivavano a lui, stanchi ed eccitati, non poteva certo scacciarli infastidito. Erano i suoi fans. Erano i suoi adoratori. L’ospitalità era loro dovuta. “Sei da solo?” chiese al giovane. “Sì.” “Entra.” Si spostò dalla porta e fece cenno al ragazzo di avanzare. Obbedì felicissimo.
Si accomodarono in salotto, in compagnia di un sestetto di birre fresche. “Se sto disturbando me ne vano subito”, disse il giovane notando il portatile. “No, tranquillo, non disturbi affatto”, disse Marcello. “Sono bloccato col lavoro e avevo proprio voglia di fare qualcos’altro.” Stappò una birra e ingollò un sorso. “Allora, raccontami di te” disse al giovane.
Si chiamava Luca, ed era realmente un suo grandissimo fan. Faceva parte dello “zoccolo duro” dei suoi sostenitori: aveva comperato e letto ogni suo libro, ogni raccolta di racconti con una sua storia, e ogni rivista contenente una sua intervista. Navigava ore in rete alla ricerca di qualche primizia che lo riguardasse, e si batteva come un leone per difenderlo nelle discussioni letterarie sostenendo la bontà del suo operato. Era anche uno scrittore, confessò sudando. “Sì?” chiese Marcello nient’affatto sorpreso. E la risma di fogli rilegati che Luca gli porse ne era la prova tangibile. L’aveva estratta dallo zaino come un prestigiatore estrae un coniglio dal cilindro, solo con mano tremante e occhi lucidi “E’ un romanzo che ho finito da poco”, disse abbassando lo sguardo. “Mi piacerebbe tanto avere un tuo parere.” Marcello guardò il mucchio di fogli e quindi il giovane. Aveva già capito e perdonato. Prese il manoscritto così come aveva preso altre centinaia di opere simili – senza nessuna aspettativa di qualità – e lo depose su un basso tavolino alla sua destra. Promise a Luca che l’avrebbe sicuramente ripreso in mano, e il giovane sorrise soddisfatto, come se si fosse tolto un peso tremendo dal cuore. Brindarono alla Speranza, poi bevvero e risero. Fu Marcello a condurre la conversazione. Non voleva in alcun modo che quell’incontro si concretizzasse nell’ennesima intervista, una cosa che dopo tanti anni di attività preferiva evitare appena possibile. La gente gli chiedeva sempre le stesse cose, e sempre attraverso domande banali e prive di fantasia a cui aveva già risposto troppe volte. Era una vera e propria tortura a cui non si sarebbe mai abituato. Quel giorno discorse con Luca come se fossero due persone qualsiasi, e non un dio e il suo fedele. Era abile nel mettersi allo stesso livello di chi gli stava di fronte, senza distinzioni di età, sesso, o classe sociale. Era come scrivere e creare dei personaggi, e gli veniva facile. Costruiva il suo castello, indossava una maschera, e il gioco era fatto. E Luca, arrivato lì col suo bel carico di domande, comprese e si adeguò, così come ogni buon fedele si adegua ai desideri del suo dio. Parlarono dei mondiali di calcio appena trascorsi, dei campeggi in Toscana, e dell’orrendo serial per la TV che la RAI aveva realizzato ispirandosi al suo capolavoro Essi. Parlarono di quanto fosse spassoso l’ultimo romanzo di Lansdale, della morte di Joey Ramone, e dell’attesa fremente per il nuovo Matrix. E se qualcuno li avesse visti nel mezzo dei loro discorsi, avrebbe giurato di trovarsi di fronte a due amici di vecchia data, o un nipote ed uno zio che si volevano bene. I minuti corsero veloci e il sole si spostò in cielo, e presto Luca si rese conto che era arrivato il momento di andarsene. “Posso farti un’unica domanda letteraria?” chiese mettendosi lo zaino in spalla. Non era riuscito a trattenersi. “Spara”, rispose Marcello concedendogli ed aspettandosi la solita banalità. Il ragazzo voleva la ciliegina sulla torta? L’avrebbe avuta. E poi via, a tentar di lavorare. “Qual è il segreto del tuo successo?”
Marcello aveva centrato in pieno la sua previsione. Ma non era soddisfatto. E non si mise a ridere. Il suo castello di carte crollò, la sua sottile maschera cadde. In piedi al fianco di quel giovane tornò ad essere se stesso e basta. Non c’era nessun vecchio amico. Non c’era nessun amorevole zio. Di tutte le domande scontate e banali, quella era la più scomoda, la più pericolosa. La più temuta. Aveva risposto ad essa migliaia – forse milioni – di volte, sempre controvoglia e sempre con le stessa frase. Il segreto sta nell’impegnarsi costantemente giorno dopo giorno, senza confidare solo sul proprio talento; il segreto è tutto sudore e perseveranza, sudore e depressione, sudore e centinaia di pagine scritte per riuscire ad ottenerne una veramente buona. Ma erano tutte menzogne. Lo sapeva lui e di certo lo sospettavano in molti, visto che quella domanda saltava sempre fuori a tormentarlo. Era come se il curioso di turno sospettasse dell’esistenza di una risposta segreta, più vicina alla verità, e fosse convinto di essere così speciale da vedersela confessare. Luca non era diverso da tutti gli altri. Aveva fiuto. Il guaio era che lì, in quella casa, Marcello non poteva mentire. L’avrebbe fatto volentieri, ma aveva paura a farlo. Lì, in quella casa sperduta nel bosco, era costretto a dire la verità. Era il prezzo che doveva pagare. “Vuoi veramente saperlo?” chiese. “Sì”, rispose Luca. “Posa lo zaino, ti porto a vederlo.”
In corridoio Marcello pigiò un paio di interruttori della luce ed aprì una porta in metallo. Scesero per la rampa di scale che portava in cantina, e sbucarono nella stanza che utilizzava per conservare i vini e le bevande. L’ambiente, illuminato debolmente da lampadine appese al basso soffitto, era spazioso e fresco. Profumava di terra buona, di sughero e di etichette umide. “Sei sicuro di volerlo conoscere? Potresti rimanere deluso”, chiese al ragazzo una volta lì. Luca rispose di sì ancora una volta. Le bottiglie allineate negli scaffali lungo le pareti furono testimoni della sua volontà. “Devi promettermi di non parlarne a nessuno. Quelli prima di te che l’hanno visto hanno tutti promesso e rispettato i patti. Ok?” “Promesso.” Marcello sospirò. “Va bene.” Fiancheggiarono la parete a sinistra dell’ingresso fino all’imboccatura di uno stretto e corto corridoio; lo percorsero con pochi passi e giunsero al luogo in cui era nascosto il segreto del suo successo.
Sembrava una normale stanza in una normale cantina: umida, con pareti non rifinite, un pavimento di nuda terra, e un vago odore di muffa. La luce della lampadina al centro del soffitto era debole e stanca. Nel mezzo della parete più lontana dall’ingresso penzolava spalancata una porticina in legno ormai marcio. Era quasi appoggiata al muro, sorretta da un unico cardine arrugginito. Alla sua destra vi era l’apertura che avrebbe dovuto chiudere. Era stretta e bassa, simile a quelle visibili in molti piccoli castelli medioevali. Oltre la sua soglia si vedevano un angolo di terra profondo circa un metro e delle pareti spoglie: era la parte iniziale di uno sgabuzzino ricavato nel sottoscala della rampa che avevano percorso poco prima. A parte una sedia in legno tarlato nei pressi dell’ingresso, la stanza era completamente vuota. Luca non capì. Guardò lo scrittore. Marcello, indicando la porta e lo sgabuzzino con un cenno del capo, disse “Quello è il segreto del mio successo. Quella porta, quell’angolo, quel sottoscala.” Luca osservò meglio. “Il tuo segreto è nel sottoscala?” chiese. Marcello prese posto sulla sedia. Gli tremavano le gambe. “No. Il segreto è il sottoscala stesso.” “E cos’ha di così particolare?” Marcello trasse un lungo respiro prima di parlare. Sotto molti aspetti la risposta era molto imbarazzante. E nel corso degli anni gli aveva fatto perdere più di un ammiratore. “E’ la cosa che più mi terrorizza al mondo.”
Poteva immaginare quello che stava pensando il ragazzo. Marcello Guerra, uno dei più famosi scrittori horror del pianeta, il creatore di decine di mostri immondi e di storie raccapriccianti, colui che sconvolgeva il sonno a migliaia di persone con le sue trame da incubo, che portava sul baratro della follia i suoi lettori spaventandoli con i parti della sua mente geniale, lui, il suo idolo, aveva paura, anzi, il più completo terrore, del sottoscala nella cantina della sua casa di montagna. “Sembra ridicolo, vero? Eppure è la verità”, aggiunse tentando di sorridere. Sembrava fosse stato colpito da paresi facciale. “Non sembra ridicolo. Sembra solo strano. Cosa c’è là sotto?” “Non ne ho la più pallida idea. E non voglio saperlo.” Luca lo fissò. “Come fai a non saperlo?” “Non lo so perché non ho mai guardato oltre quella porta; io il sottoscala che c’è sulla sinistra non l’ho mai visto…” Rimasero in silenzio per un po’, col giovane che esaminava a distanza la porta e l’angolo, alla ricerca di una spiegazione accettabile. “E quindi di cos’hai paura?” Marcello guardò in direzione del sottoscala come se da un momento all’altro potesse uscirne qualcosa di terribile. “Ho paura di quello che potrebbe esserci”, disse sospirando. Si piegò in avanti sulla sedia, portandosi le mani ai capelli e chiudendo gli occhi. “Se siedo qui in silenzio e mi concentro a fondo, mi sembra di percepire una presenza. Una presenza maligna. E affamata.” Aprì gli occhi e guardò il ragazzo. “Io sento che c’è qualcosa. E’ lì, nel sottoscala, e sta aspettando la sua preda.”
Luca rise, e la sua risata riempì il vuoto della piccola stanza. “Scherzi” disse, e poi si mosse verso l’angolo. Marcello s’allungò e lo prese per un braccio. “Fermati” disse. Era un ordine. E il ragazzo obbedì. “Non voglio che tu vada a guardare.” “Ma là sotto non ci sarà niente. Al massimo qualche scheletro di topo.” “Non puoi dirlo. Non ci hai mai guardato.” “No, ma...” “No, ma un corno. Nessuno sa cosa ci sia lì dentro”, disse Marcello. “Io non ci ho mai guardato, quindi non ne so nulla. E l’ho chiesto anche alla precedente proprietaria più di vent’anni fa: né lei né suo marito l’avevano mai fatto. Non aveva curiosato neanche quand’era bambina e veniva qui a trovare il nonno. Addirittura pare che il vecchio tenesse un armadio di fronte alla porta, per impedire che potesse essere aperta. Il sottoscala non piaceva neppure a lui, a quanto pare. Forse anche lui ne era terrorizzato. “La morale? Se non esiste nessuno in vita che ci abbia guardato dentro, un motivo deve pure esserci. E non sarò certo io a volerlo conoscere. E neppure tu.” Guardò il ragazzo negli occhi, dal basso in alto, aggrottando la fronte in un’espressione di chi la sa lunga. “Non ti è mai capitato di visitare da solo un posto per la prima volta ed essere misteriosamente colto da un attacco di panico così forte ed intenso da farti scappare? Così sconvolgente da farti correre ad abbracciare la prima persona conosciuta che incontri? Così definitivo che una volta superato ti ritrovi ad apprezzare tutto ciò che ti circonda, esultando di essere ancora vivo ed incolume?” “Sì, mi è successo,” rispose Luca. Marcello abbassò il capo e fissò il vuoto. “A me succede ogni volta che mi avvicino a quella porta, all’angolo, al sottoscala. Mi sento impotente, piccolo e tremante. Mi sento osservato e minacciato. E la parte razionale del mio cervello non riesce a tranquillizzarmi. Tremo. Le spalle mi si contraggono come per il tocco gelido di qualcosa che non riesco mai a cogliere sul fatto, la bocca mi rimane aperta e i denti sbattono incontrollati…” “Ehi, mi stai mettendo paura…” disse Luca. “Non sono io, è il sottoscala”, disse pregando di essere creduto. “Ma a me sembra un normale sottoscala.” “Non è normale.” sentenziò Marcello. “L’hai osservato bene? L’angolo oltre la porta sembra essere mal illuminato, eppure la luce lo colpisce direttamente, proprio come gli altri tre, che però risultano più visibili… e il terreno e le pareti sono più scuri e neri, come se qualcosa li avesse corrotti con la sua malvagità, o come se in passato qualcuno avesse acceso lì un fuoco per bruciare cose che solo le fiamme potevano purificare… “Quando sono al sicuro al piano di sopra non faccio che ripetermi che sono uno stupido, che è da pazzi aver paura di quell’angolo e del sottoscala… certe volte addirittura mi convinco che devo guardare, e parto baldanzoso e sicuro di me stesso e arrivo qui quasi di corsa, cercando di non farmi intimorire, cercando di trattenere dentro mi me quell’audacia iniziale… ma una volta lì vicino mi ritrovo attanagliato dalla paura, completamente rigido e bloccato. “Solo la mia ombra, proiettata quasi totalmente oltre l’apertura, sa cosa si cela là sotto, e ogni volta mi scongiura di essere portata via, strappata dal segreto di cui non vuole mai raccontarmi nulla. E questo non è normale. “Quando sono a secco di idee o alla ricerca della giusta atmosfera da dare ad un romanzo, spesso trovo il coraggio di venire qui da solo. Vengo, mi siedo, e resto in ascolto, senza fare nulla. Sto qui in silenzio, tremo, e aspetto.” “Che cosa… che cosa aspetti?” “Aspetto che l’orrore e la storia vengano da me. Strisciando fuori da quel sottoscala, silenziosi, che mi sfiorino facendomi rabbrividire, che mi avviluppino mortali, trasmettendomi ciò che poi metterò su carta per tutti voi. “Tutte le mie cose migliori le ho create così. Grazie a quell’angolo, a quella porta marcia che non ho mai toccato, a quel sottoscala buio che non ho mai esplorato. Sono terrorizzato da quel posto. Lo odio. Ma è la fonte della mia arte. “Io là non guarderò mai.” Detto questo si alzò in piedi. “Ecco. Adesso conosci il segreto del mio successo. Acqua in bocca, mi raccomando.” Luca fissò la porta e l’angolo come a volerseli scolpire nella memoria. Si tenne per sé tutti gli interrogativi che gli si agitavano nella mente, cercando di placarli e di non dare loro importanza. Più fissava quello sgabuzzino più aveva voglia di corrergli incontro e gettarsi nella sua oscurità, scoprirne il contenuto. Ma si trattenne. “Vieni, andiamo di sopra”, disse Marcello.
Tornarono nella stanza più grande. Marcello gettò un veloce sguardo ai suoi tesori liquidi e scelse una bottiglia di Tocai imbottigliato nello stesso anno in cui aveva acquistato quella casa. Se lo sarebbe gustato quella sera stessa, in onore del sottoscala. Salì i gradini pensando a quello che lo aspettava di lì a poco: cenare, svaccarsi in poltrona a vedere un film, e poi tentare di scrivere qualcosa, qualsiasi cosa. Quando si rese conto di essere da solo sulle scale si fermò e si guardò indietro. Luca era rimasto ai piedi della rampa, e lo stava fissando con una luce nuova negli occhi, una luce che lui conosceva bene. La luce della ribellione. “Non lo fare” gli disse. E mentre lo disse pensò che forse, saltando dal punto in cui si trovava ora, avrebbe potuto agguantarlo ed immobilizzarlo. La bottiglia di vino gli cadde di mano, spaccandosi sui gradini ed inzuppandogli i sandali e i calzoni di vino. Neanche se ne accorse. Luca non disse nulla. Si mosse. Veloce. Un attimo ed era sparito. Marcello rimase immobile e sgomento per qualche secondo. I suoi occhi si agitarono fissando lo spazio vuoto che avevano davanti. Quindi raggiunse lento la cima delle scale, e richiuse la porta dietro di sé. Prese posto al tavolo da lavoro e stappò tremando un’altra birra. Più di ogni altra cosa avrebbe voluto che il giovane tornasse indietro, confessando di avere avuto troppa paura e di non essere riuscito a guardare nel sottoscala. Sollevò la bottiglia, bevve, e aspettò. Aspettò. Aspettò.
La mattina del giorno dopo Marcello si svegliò accasciato sul portatile, circondato da bottiglie di birra vuote e da CD sparsi su tutto il tavolo. Gli faceva male la testa e aveva l’alito di un cadavere. Ma ricordava tutto. Ricordava tutto fin troppo bene. E lo zaino di Luca, appoggiato lì per terra, era la prova della realtà dei suoi ricordi. Avrebbe preferito non averlo visto. Si alzò, stirandosi con movimenti lenti e demotivati, e si guardò intorno. Vide l’altra ferita aperta là dov’era stata appoggiata. Il manoscritto. Lo fissava impietoso con neri occhietti d’inchiostro su pagine un tempo piene di speranza. Era uno sguardo che faceva male. Era insopportabile. Lo sguardo di sogni morti. Non aveva scelta. Prese dal tavolo il manoscritto del giovane. Ne raccolse lo zaino. Andò in corridoio e poi giù in cantina, attraversandola con passi strascicati fino ad arrivare alla seconda stanza. Era identica al giorno prima. Di Luca non c’era traccia. Rimase tremante vicino all’ingresso e alla sedia, avvolto nel suono del suo respiro accelerato. Sollevò lo zaino e lo scagliò nell’angolo scuro. “Bastardo!” ringhiò in direzione del sottoscala. La porta marcia era protesa verso di lui come un’enorme lingua affamata. Sollevò il manoscritto e lo lanciò oltre la bocca nera dell’apertura. “Bastardo!” disse di nuovo in un misto di odio e necessità e impotenza. Poi restò immobile a fissare lo zaino e i fogli riversi sulla nuda e fredda terra. Sapeva che alla sua prossima visita non li avrebbe più trovati. Spariscono sempre – gli echeggiò nella testa.Così com’erano sempre spariti tutti quelli che erano riusciti in qualche modo a guardare. Abbassò lo sguardo. “Bastardo!” disse ancora una volta, la voce quasi un sussurro, serrando le mani a pugno e colpendosi le cosce.
Poi tornò di sopra, si mise di fronte al computer, e cominciò finalmente a scrivere.
(copyright by Alessio Cesare Valsecchi)
RACCONTO SELEZIONATO (2° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2002
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