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UNA STORIA DI NATALE 

scritto da Vincenzo Mele

  

 

Il signor Giordano voleva comprare un regalo di Natale per suo figlio. Quando entrò nel grande negozio di giocattoli col piccolo Stefano per mano, fu investito da una musichetta natalizia che veniva diffusa a basso volume da una serie di altoparlanti. Padre e figlio passarono attraverso un luccicante labirinto di scaffali colorati, da cui centinaia di facce imbambolate e sorridenti li fissavano. Il signor Giordano si abbassò e piantò i suoi occhi in quelli del bambino. “Adesso ci facciamo un giretto, così dopo puoi decidere cosa avere per Natale, va bene?” disse il padre, con un sorriso.

“Posso scegliere io?” domandò il figlio, con una luce che gli si accendeva in volto.

“Certo!” dichiarò il padre, scrollando le spalle.

Il piccolo Stefano circondò il collo di suo padre con le sue braccia di bambino, e gli stampò un bacio sulla guancia. Così iniziarono il loro giro per gli scaffali e le vetrine. Su ogni articolo era esposto il prezzo, e alcuni erano davvero cari, ma il signor Giordano non aveva nessuna intenzione di negare a suo figlio qualunque giocattolo avesse scelto, anche se avesse preferito il più costoso. Il signor Giordano non aveva cose da farsi perdonare, ma lui e sua moglie avevano un disperato bisogno di leggere ancora una volta la felicità e la sicurezza negli occhi di un loro figlio.

La faccenda di Lorenzo era stata dura per tutti, anche per Stefano.

Il negozio era grandissimo, e insieme a loro decine di bambini accompagnati da adulti catalogavano i giochi, li soppesavano, leggevano le diciture sulle confezioni, e poi tornavano indietro verso la cassa a pagare. Stefano invece era come disperso, un pallido sorriso alla ricerca di un gioco che lo stuzzicasse. Ormai i bambini sapevano cosa volevano, partivano già con un’idea stampata in testa ed erano svelti nel decidere, ma Stefano guardava poco la tv, e suo padre non voleva fargli nessuna fretta. Era il suo momento, voleva che lui lo gustasse appieno.

Si fermarono a uno scaffale che conteneva una carrettata di confezioni di una specie di robot argentato, con gli occhi gialli che luccicavano. Stefano testò l’articolo di prova, facendolo camminare sul pavimento e premendo il bottoncino dietro la schiena che faceva ripetere al robot una decina di frasi. Il signor Giordano scambiò con la giovane commessa uno sguardo d’intesa, ma il piccolo Stefano ripose il giocattolo sullo scaffale, scuotendo la testa verso il padre. “Non mi piace” disse candidamente.

Il giro riprese e il signor Giordano accompagnò suo figlio verso altri scaffali e altre vetrine, provando una mezza dozzina di giocattoli, dall’Uomo Ragno alla macchinina radiocomandata. Da un paio di minuti aveva preso a controllare ripetutamente l’orologio, più per curiosità che per fretta, e sperava che suo figlio non se ne fosse accorto. Erano lì dentro da quasi un’ora e mezza, ma il signor Giordano non se ne preoccupò.

Arrivarono a uno scaffale che presentava gli articoli più vecchi ed economici, quelli di qualità leggermente inferiore. L’area che circondava lo scaffale era praticamente vuota, e la commessa era così poco indaffarata che leggeva un Harmony. Appena li vide arrivare, però, posò il tascabile esibendo un enorme sorriso più o meno finto, incorniciato da una grande cascata di capelli rossi e ricci.

“Posso esservi utile?”

“Be’, mio figlio è a caccia di una preda che lo soddisfi” disse il signor Giordano. La commessa fece un risolino, e cominciò a illustrare i vari articoli. C’erano piccole giraffe e leoni di modesto peluche, automobiline di plastica, soldatini di piombo e altro di poco costoso.

Si vedeva che a Stefano non interessavano.

Il piccolo scorreva lo sguardo lungo lo scaffale, senza toccare niente. Poi, lentamente, aggirò l’espositore, arrivando ai lati su cui erano posati una serie di pupazzetti che raffiguravano vari episodi biblici. Il signor Giordano scosse cinicamente la testa, lievemente divertito dall’idea di giocattoli religiosi. Anche suo figlio sembrava trovarci qualcosa d’ironico, ma aveva solo sei anni, e chissà perché li guardava con interesse.

Stefano sfiorò i vari pupazzi snodabili di modesta fattura. Giuseppe e Maria, Mosè con le tavole dei Comandamenti come accessorio, Noè e l’Arca con decine di animali dipinti all’interno, una coppia di approssimativi Adamo ed Eva e molti altri.

Il piccolo Stefano posò l’attenzione su due pupazzetti, raffiguranti Gesù, vestito di bianco e con un sorriso stampato, e un uomo quasi completamente fasciato in una specie di piccolo sudario che doveva essere Lazzaro.

“È come quella storia che abbiamo sentito in chiesa, papà?” domandò il bimbo, voltandosi verso di lui.

“Sì. Sì, è un fatto della Bibbia, Stefano” rispose piano il signor Giordano.

“È quella storia di Gesù che fa tornare il suo amico dal cielo?”

“Be’, sì. È quella” disse il signor Giordano.

Stefano si girò e prese le due statuine. Sorridendo disse: “Papà voglio questi qui!” con una risata felice e un piccolo salto. Il signor Giordano lo guardò, mentre una piccola idea pazzesca emergeva dal suo inconscio.

“Ne sei sicuro?” chiese con un filo di voce.

“Sì!” rispose Stefano, che non stava più nella pelle.

“N-non vorresti, che so, qualcos’altro, qualcosa di più, di più…”

“No, voglio questi Gesù e il suo amico, sono sicuro!” lo interrupe lui, con una soddisfazione chiara e limpida.

Il signor Giordano avvertì un brivido lungo le gambe e poi su per la schiena. Stava pensando che…

No, non poteva essere.

Alla fine, il signor Giordano annuì verso il suo bambino. Passarono per la cassa, pagarono e si avviarono verso l’uscita, padre e figlio nel gelo di dicembre.

 

Mentre tutta la famiglia cenava nella grande sala da pranzo illuminata dalle luci dell’albero di Natale, il signor Giordano continuava a pensare a quei due pupazzetti di Gesù e Lazzaro. Non sapeva perché suo figlio avesse voluto quei due giocattoli così strani, proprio non riusciva a capirlo. Eppure una parte di sé spingeva verso il cervello, un’idea così incredibile che neppure riusciva a focalizzare. Sua moglie si era preoccupata di quella scelta, e lui era sicuro che stava ancora pensandoci.

Come lui, del resto.

“Ma insomma, perché? Perché gli hai comprato quei giocattoli?” gli aveva quasi esploso in faccia.

“Be’, li ha scelti lui, gli altri proprio non gli piacevano e…”

“E tu non potevi, non lo so, indirizzarlo verso qualcosa di meno, di meno strano?” aveva continuato lei. Lui si era limitato a stringersi nelle spalle, ma successivamente anche lei si accorse che Stefano era sinceramente contento di quel regalo. Così acconsentì a fargli tenere i due pupazzetti, anche se il turbamento non la abbandonò.

Era la vigilia di Natale, l’indomani sarebbero venuti tutti i parenti per il pranzo, e il piccolo Stefano passò quella sera coi suoi nuovi giochi, tra cui i nuovi pupazzi biblici. Prima di andare a letto, volle assolutamente fare gli auguri alla foto di suo fratello Lorenzo, illuminata da un cero rosso.

 

Quella sera, sotto le coperte, sua moglie sembrava un po’ più rigida del solito. Il signor Giordano le si avvicinò e le cinse la vita con le braccia.

“Senti, se è per quei giocattoli, io…” iniziò.

“È che non capisco perché li abbia voluti. Aveva solo quattro anni, quando Lorenzo si ammalò” disse lei.

“Daniela, non può essere per quello. Non può aver collegato le due cose.”

Rimasero in silenzio per un po’, infine si addormentarono.

 

La mattina presto del 25 dicembre 2000, la famiglia Giordano fece visita ai loro defunti, nel cimitero comunale di Via Catania. Non era la prima volta che portavano Stefano, ci andavano nelle ricorrenze più importanti, a Pasqua, Natale, per il compleanno di Lorenzo. L’aria era stranamente mite rispetto agli altri anni, quindi il piccolo non si lamentava del freddo. Posarono un mazzo di gigli e crisantemi sulla lapide di una zia, uno su quella di un nonno.

Infine arrivarono alla tomba che risvegliava di più il dolore.

 

LORENZO GIORDANO: 7 MARZO 1989-11 DICEMBRE 1998

 

Tutti e tre fecero il segno della croce, dissero una preghiera e posarono i fiori sul freddo marmo su cui era inciso un verso di una canzone degli anni ’60 che il signor Giordano aveva amato. Il cimitero era immerso in un silenzio grigio come le nuvole e il clima di quel Natale. Rimasero assorti per un po’, fissando la fotografia di Lorenzo incastonata nella pietra. Poi fecero un cenno di saluto, e si avviarono alla macchina senza aver versato una lacrima.

 

Quel 25 dicembre fu un Natale un po’ più sereno degli ultimi tempi. Il signor Giordano, specialmente di notte, quando tutti dormivano, pensava che forse il tempo era davvero l’unica medicina efficace contro il dolore. Gli ultimi tre Natali erano stati un disastro, come trovarsi legati a una zattera in mezzo a un tumulto di dolore e tempeste di rimpianti. Il Natale appena passato, invece, era stato più accettabile, più calmo, e il signor Giordano provava a volte delle fitte di senso di colpa nel sentire Lorenzo più sbiadito, più lontano.

Più facile da ricordare.

Però capiva, in special modo quando guardava suo figlio giocare, che non poteva dedicare una vita intera al ricordo di una cosa andata, e che doveva aiutare Stefano ad avere rispetto di sé, di lui, e di suo fratello morto.

Il piccolo si avvicinò alla panchina dove era seduto il padre, abbandonando per un momento la zolla d’erba fresca su cui conduceva una guerra di giocattoli. La Sicilia, a volte, ti permette di andare al parco anche il 26 dicembre.

“Sei stanco, vuoi andare a casa?” gli domandò pizzicando lievemente la guancia tra indice e medio. Il piccolo annuì e tornarono in macchina. A metà della strada verso casa, Stefano toccò il braccio di suo padre, e il signor Giordano avvertì appena il leggerissimo contatto attraverso i tessuti dell’impermeabile e del maglione.

“Cosa c’è?” lo interrogò senza staccare gli occhi dalla strada.

Il piccolo parve titubante, poi chiese piano: “Andiamo ancora da Lorenzo?”

Il signor Giordano frenò l’auto, rischiando di farsi tamponare, ma non poté proprio farne a meno.

“C-cosa? Perché? Ci siamo stati ieri e, n-non capisco, perché vuoi tornarci?”

Il cuore del signor Giordano batteva fortissimo nella gabbia della cassa toracica.

“Ieri mi sono dimenticato di dargli una cosa. Una cosa importante.” Il piccolo Stefano lo guardava con uno sguardo che sembrava quello di un adulto.

E il signor Giordano svoltò per Via Catania.

 

Lungo il vialetto che conduceva alla tomba di Lorenzo, il piccolo Stefano Giordano camminava davanti al padre. Il passo era sicuro e deciso, quello del padre invece era più nervoso. Arrivati alla lapide, il piccolo si voltò verso il suo genitore e gli disse che doveva dare a Lorenzo una cosa che serviva più a lui. Così infilò le piccole manine nella due tasche del pesante giubbotto invernale e ne trasse le due statuine di Gesù e Lazzaro.

“Gli servono di più” ripeta solennemente, in quella sua lieve voce di bimbo.

Poi si chinò e posò i due pupazzetti sul marmo della lapide. Il signor Giordano avrebbe voluto distruggere quei pupazzi, farli a pezzi sotto le scarpe.

Ma la manina del figlio che prendeva la sua, lo fermò.

Insieme, tornarono a casa.

 

 

  

      

Vincenzo Mele

Nato a Trieste nel 1983, Vincenzo Mele, vive, studia e scrive a Messina con la sua famiglia.

Tra le sue passioni la musica rock, il cinema e, naturalmente, la letteratura di genere. I suoi unici miti sono Stanley Kubrick e Stephen

King. In concorso al Premio Lovecraft, ha pubblicato alcuni racconti per le Edizioni G.Ho.S.T.

 

  

 

 

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