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LE STRADE DELLA NOTTE

scritto da Mario Campaner

  

 

27/4/01

 

Caro Demetrio (redattore di una nota rivista che si occupa di paranormale)

Sono il testimone di un orribile fatto, un fatto inconcepibile e sconcertante, ma vero come la mia stessa carne.

Troppo vivido e definibile perché io possa avere dubbi sulla sua essenza, un’essenza follemente sprezzante delle leggi che avevano governato il mio piccolo mondo fino a quella fatidica sera.

Ciò lede la mia mente senza tregua.

Che io non sia stato pazzo e che ci siano molti ottimi testimoni a dimostrarlo è una salda certezza, cercare di convincermi che io non lo sia ora, dopo cioè quello che mi è successo, mi costringe a vacillare su oblii di ricordi non convenzionali nei quali spesso, e sempre più frequentemente, cado con mio indicibile disappunto.  

Lei è la seconda persona a venirne informata, la prima, il dottor Marchese, crede io sia squilibrato, dice che mi sono immaginato tutto; altro quindi non sarei se non un folle, uno psicopatico, un individuo dannoso per questa ignava società che si culla sulle effimere certezze che una scienza e una religione mercenarie tentano di venderci a basso prezzo e noi, miseri girini, in un immane stagno, abbocchiamo e da loro veniamo trascinati nella fanghiglia, ignoranti degli abissi, forse più vecchi dell’universo, con i quali confiniamo.

Lui, il mio bigotto suppliziatore, vuole farmi internare in una di quelle orribili case di cura dove uomini tanto odiosi quanto patetici tenteranno di convincermi, con inenarrabili torture atte a piegare la mia mente sfibrata, che tutto quello che ho visto è frutto della mia immaginazione, lei così sana e indifesa avrebbe partorito un aborto tale da non riuscire nemmeno a reggerlo con le proprie braccia.

Io gli sarei anche grato per questa pena: temo possa tornare a cercarmi.

La mia vita fino a tre mesi fa era una vita normale, da agente immobiliare, retta da solide basi morali ed etiche che reputavo inattaccabili, ma crollate inesorabilmente sotto l’insostenibile peso dell’esperienza maturata, e crollando hanno riempito la mia esistenza di sussulti ad ogni scricchiolio, di ombre dietro ogni porta, di notti bianche come cadaveri e sopratutto di paure.

Paure incontrollabili e potenti, tali da farmi svegliare di soprassalto ogni volta che un veicolo di grossa cilindrata passava nel mio tranquillo quartiere, mi hanno portato ad abbandonare la solitudine della mia vecchia e grande casa ed a dormire di giorno ove capitava, perdendo lavoro, fidanzata e amicizie.

Spero che il manicomio sia lontano da strade trafficate, che la mia cella sia resistente ed impenetrabile e che, almeno, la mia incolumità fisica sia ben preservata, sopporterò il pazzo isterico di turno che riempirà la notte immutabile urlando la venuta imminente dell’Osceno.

Ma di che m’illudo?

Neanche lì sarei al sicuro: lei, forse, può essere fermata, ma non i demoni principi nella solitudine: i ricordi.

Ecco li, non arrivano su ali nere e membranose, non con una nebbia fitta e funerea, non su un carrozza milleottocentesca e neanche in un mantello nero nel quale qualcosa o qualcuno brandisce una falce.

No, i miei ricordi arrivano con un piccolo autobus azzurro, vecchio che a stento cavalca la notte gelida, messo sul filo della mia vita dal crudele fato, che la sera prima mi aveva fatto rompere il motore alla macchina rendendomi privo di mezzi per muovermi su grandi distanze.

Il suo conducente era un uomo sulla cinquantina, dal volto torvo, solcato da profonde rughe e reso ancor più minaccioso dalla bizzarra barba fulva e dalla fronte stempiata ai lati.

Mi fece segno di montare con la testa e mi salutò con un sorriso che solo ora giudico velatamente sadico e solo ora, purtroppo, giudico quel sorriso munito di denti piccoli e vagamente appuntiti.

Era una sera di gennaio, dopo qualche giorno di cattivo tempo il dio Giano aveva chiuso le porte del cielo alla pioggia lasciando enormi banchi di nebbia a tormentare la terra ghiacciata, io tornavo dalla casa di un facoltoso cliente raggiunto nel pomeriggio in treno.

Convinto di aver perso l’autobus da almeno dieci minuti e con lui la mia ultima speranza di dormire nel mio alloggio, ero dunque pronto a pernottare in un albergo della città.

Poi, proprio mentre mi voltavo e apprestandomi a lasciare la stazione, vidi comparire dalle tenebre, avvolto da un alone che allora non seppi definire ma che ora denoto chiaramente come spettrale, lo strumento attraverso il quale ho raggiunto l’oblio, e pieno di sollievo, ci montai su, me dannato, senza esitazione.

In poco tempo ci lasciammo alle spalle la città e fummo inghiottiti da una campagna oltremodo fosca, la quale, ogni volta che veniva illuminata dalla luce dei fari, appariva come una landa gelida e estranea ai miei ricordi, popolata da lupi e da altri diavoli che non oso descrivere.

Il viaggio procedeva lento, pesante e monotono, ciò contribuiva a irritare la mia psiche spaventata dall’apparente trasformazione di un paesaggio che conoscevo come un tranquillo luogo di lavoro a contatto con le stagioni e con la natura.

Decisi così di andare a vedere se l’altro passeggero intravisto in fondo all’autobus aveva le mie stesse identiche sensazioni di estraneità o quantomeno d’inquietudine di fronte a vedute così cariche di spettralità.

Sfortunatamente lo trovai addormentato e decisi di non disturbarlo per quella che poteva essere solo una mia sciocca sensazione, comunque mi sedetti in un posto prossimo al suo, esattamente due sedili dietro lo stesso.

Era magro e di pelle olivastra, aveva capelli d’ebano che tendevano al crespo, una giacca in pelle di seconda mano, l’abbigliamento era feroce di chi lotta per sopravvivere, e, a giudicare dalla grossa muscolatura, era uno che aveva lottato parecchio nella vita.

Non riuscii a carpirne l’origine ma comunque non era di queste parti, probabilmente proveniva dall’Oriente o dall’Africa settentrionale.

Un particolare m’incuriosì non poco: portava dei raffinati guanti in pelle, che davano alle sue mani un aspetto, per così dire, rapace.

Collegai ciò alle sue probabili origini, verso le quali nutro rispetto ma anche qualche pregiudizio, e mi feci l’idea che fosse un taccheggiatore, uno di quei pochi di buono che vivono di furtarelli e spaccio di droga al dettaglio, anche se ciò contrastava con la sua faccia angelica, da bambino, nonostante avesse sicuramente più di vent’anni.

Lo stavo squadrando per bene, come sono solito fare per carpire più informazioni possibili della vita di un individuo, quando la monotonia delle strade di campagna fu interrotta da una visione che avrebbe poi cambiato il corso della mia vita in maniera così radicale da stentare io stesso ora a rendermene conto.

Nella sperduta campagna, proprio in mezzo a una grande proprietà terriera, senza traccia di case nei paraggi, con la temperatura di un paio di gradi sotto lo zero, una figura minuta avvolta nell’oscurità   ci aspettava con un braccio proteso verso l’alto.

Illuminato per un attimo dai fari, quell’arto, mi era parso inverosimilmente alto e muscoloso al cospetto del proprietario che sembrava esserne a malapena la metà.

L’autobus frenò bruscamente sull’infido asfalto invernale, aprì il portellone e con una ventata d’aria eccezionalmente fredda e vigorosa, entrò, con mio grande stupore, una dolce vecchietta che salutò con aria d’amichevole intesa il conducente il quale sembrava essere diventato molto più peloso di quanto già non lo fosse, almeno da lontano.

La frenata non certo morbida aveva svegliato l’altro passeggero che scoprii essere nordafricano grazie ad alcune sue articolate bestemmie e ingiurie al conducente, sia in italiano che nella sua lingua madre.

Anche la vecchietta le dovette sentire in quanto, montando, lo guardò con un misto di severità e compassione.

Quando si avvicinò, io, ovviamente colpito da una sua apparizione così fantasmagorica, la ispezionai con lo sguardo come avevo fatto con il ragazzo poco prima e, ammetto ora la mia ingenuità, mi sembrò un persona estremamente normale.

Era una donna magra e minuta sulla sessantina, con uno sguardo dolce ma un po’ esasperato e il viso molto simmetrico, i suoi capelli color argento erano raccolti con raffinatezza, al braccio teneva una ricercata borsetta decorata con perline bianche e con strane stelle, era vestita con un tailleur nero.

Ricordo notai il suo modo di vestire molto vecchio e costoso, ma anche di ottimo gusto e con una sottile indole di stravaganza.

Allorché si sedette vicino al ragazzo il mio provinciale buonsenso iniziò a insospettirmi.

Prima temetti per l’incolumità della vecchia e poi iniziai a chiedermi perché, con un autobus a disposizione si era seduta proprio vicino a quel poco raccomandabile individuo, porgendoli dalla sua parte la borsetta platealmente aperta e offrendogli un occasione che difficilmente si sarebbe lasciato scappare.

Decisi anche che se il ragazzo avesse attuato i suoi probabili intenti, io avrei avvertito il conducente,  uomo molto alto e muscoloso, e, insieme, saremmo intervenuti bloccando quel furfantello e conducendolo dalla polizia.

Altre supposizioni s’insinuarono nella mia mente sovraeccitata: perché aveva dubitato se sedersi con me o con il ragazzo? Perché aspettava l’autobus in quel luogo desolato? Dove poteva abitare se non c’erano case nei paraggi?

Risposte razionali tipo: è un po’ scema, si è messa d’accordo con il conducente, abita in una casa che non ho visto; tentarono di placare i miei cattivi presentimenti.

Ben presto diventai straordinariamente irrequieto, l’autobus era ripartito ma andava lentamente come non mai, ora i fari illuminavano solo la strada, una strada senza strisce, dritta e tanto lunga da sembrare eterna.

Fuori il buio e nulla più.

Tutte queste sciocche apprensioni sopirono per un istante, quando vidi la rapace mano del ragazzo infilarsi nella borsa, frugarci dentro, e bloccarsi innaturalmente al suo interno.

Stavo per avvertire il controllore, quando lessi negli occhi del ragazzo l’acuto grido del panico che sembrava conseguire ad una pessima sorpresa, una sorpresa tale da farli ritrarre la mano con uno scatto repentino.

Ciò fece voltare la donna che lo scrutò con occhio diabolico, dicendogli:

-Tutto bene ragazzo?

Lui la guardava terrorizzato, i suoi occhi esprimevano uno sgomento non definibile a parole, i suoi arti tremavano con grande violenza e schiacciava il suo corpo contro il finestrino il più lontano possibile dalla vecchia che continuava, noncurante del suo spavento, a sorridergli con un amorevolezza che definirei mefistofelica.

Sussurrò una parola, probabilmente nella sua lingua, che adesso identifico come infinito.

Presagi, inquietudini e presentimenti iniziarono ad accumularsi in maniera frenetica sul baratro dell’orrore, i miei nervi solcavano la mia pelle come fieri velieri, le mie gambe s’irrigidirono insensibili, i miei movimenti iniziarono a farsi pesanti e innaturali, il cuore colpiva con violenza e con sempre maggiore assiduità la cassa toracica e l’atteso orrore arrivò, indovinando, con spettacolare puntualità, il secondo in cui la tensione toccava il proprio apice, arrivò e illuminò le tenebre con uno di quei fulmini che fanno parte del suo repertorio.

Mi voltai di scatto cogliendo in pieno la breve luminescenza profusa dall’evento, e con mio sommo smarrimento, vidi ciò che vidi.

Forse, di tutta la serata, questo è l’episodio sul quale ho più dubbi, d’altronde si tratto solo di una frazione di secondo, non riuscii neanche ad approfondire poiché gli avvenimenti successivi non me ne diedero il coraggio e poi fu tutto così terribilmente confuso e repentino.

Mi appresto, comunque ma saturo d’indugi, a raccontare ciò che credo di aver visto.

Non stavamo più correndo su una normale strada di provincia fatta di solido asfalto e tratteggiata da righe bianche, noi stavamo incedendo in un luogo che, a quanto credevo di sapere, in terra non dovrebbe esistere.
Le nostre ruote si elevavano di tre o quattro metri, sopra una raccapricciante melma verdognola, dalla quale emergevano mastodontici tentacoli e nella quale sguazzavano feroci mammiferi che potrei definire solo come creature per metà lupi e per metà uomini, con una certa componente di rettile che ne rendeva certe zone della pelle squamate.

Il disgusto più profondo mi assale anche adesso che sono al sicuro in questa biblioteca, devo procedere per dimenticare e per spostare la mia mente sui nuovi orrori che mi attendevano in quella maledetta corriera.

Come detto fui assalito da una violenta repulsione, ma non potei urlare, in quanto il ragazzo mi anticipò, con un urlo stranamente strozzato che in poco tempo venne coperto da un altro tuono.

Nuovamente nel giro di poche righe la narrazione si blocca, è la mia salute che mi impone di non continuare e di stracciare quanto già scritto.

Ma io mi ribello con ardore e riporto il filo del discorso sul ragazzo, lasciato solo qualche secondo prima, in preda al panico per una scoperta nella borsa della vecchia, di cui io ora non riuscivo a scorgere il contenuto.

Ciò che vidi stavolta è ben più vivido della mia precedente visione, devo dire che l’orrore fu totale e nessuno in quest’occasione mi tolse il privilegio di un urlo che per qualche misero secondo mi liberò dal gravoso peso delle rivelazioni che avevo appena ricevuto.

Un orribile tentacolo nero, viscido e biforcuto, sgusciava fuori dalla borsa, avvinghiando con violenza il braccio del ragazzo e strattonandolo verso una fine solo immaginabile per noi comuni mortali.

La preda della megera mi cercò con uno sguardo disperato, nel profondo dei suoi occhi io vidi la paura più pura che un uomo possa esprimere, si dibatteva come una bestia ma il suo braccio venne risucchiato nella borsa che aveva preso l’aspetto di un gozzo, un fraudolento gozzo ansioso di carne.

Fra scricchiolii e sprizzi di sangue in un paio di minuti del ragazzo restava solo un effimero ricordo.

Poi la vecchia si girò verso di me, riempiendomi di angoscia e fermando il mio cuore per qualche secondo.

Mi attendeva la stessa sorte del mio compagno di viaggio?

Ma lei non fece altro che sorridere, mi sorrise con un sorriso dolce e allo stesso tempo un po’ beffardo, deridendo tutte le mie miserevoli umane paure.

L’autobus inchiodò, ma, invece di chiedere aiuto, il conducente aprì le portiere, l’arzilla vecchietta si alzò in maniera posata e, con voce dolce e amichevole, disse:

-Ciao Mannaro a domani, grazie di tutto.

-Figurati dovrò arrotondare in qualche modo, ti pare?

-Si lo so, vabbe vado se no il signore arriva in ritardo.

E mi sorrise con naturalezza, guardandomi negli occhi, aggiungendo:

-Arrivederci.

Per risposta, da me ottenne un terrorizzato silenzio non dissimile da quello che si ode nella tomba e dal conducente un alzare di mano, una mano pelosa e artigliata.

Scese, abbandonò la mia vita dopo averla trascinata nell’abisso, cercai di vedere dove andava, fu inutile, le tenebre la risucchiarono, riportandola nel suo regno d’ombre.

Quando ripartimmo la campagna era tornata quella di sempre, nonostante i miei occhi dovunque guardavano vedevano, o immaginavano di vedere, risvolti minacciosi e paranormali.

Anche il conducente era tornato lo strano uomo di prima, e ora guidava allegro, fischiettando.

Mi riportò, come di dovere, a destinazione, anche se a me sembrava fossero passate ore il ritardo fu di dieci minuti rispetto alla tabella di marcia, il viaggio era durato più o meno quaranta minuti.

Vidi l’autobus sparire nella nebbia, lo fissai a lungo e con apprensione, l’azzeccata targa mi rimase impressa:

AP 666 OC

Infine corsi a casa con grande velocità, ovviamente non dormii, stetti tutta la sera alla finestra, a scrutare la strada sulla quale dava la mia camera, ogni tanto passava un piccolo autobus del servizio cittadino, ed io tremavo alla sola vista del suo alone blu in lontananza.

Neanche la notte seguente riuscii a dormire, così iniziarono le sedute psichiatriche, l’alcool, le veglie nei bar, i giorni passati a dormire ai giardini pubblici e tutto il resto di ciò che rese la mia vita irrimediabilmente sciatta e probabilmente folle.

Ti saluto.

Ho paura che il manicomio non sarà la mia salvezza.

Arcani segni premonitori mi dicono che questa lettera sarà il mio testamento, fosse per la strega vivrei ancora, ma ho scoperto altro, se ti rivelassi cosa e come scoprirlo (volutamente non ho inserito riferimenti geografici) loro non si farebbero problemi ad ucciderti, ma, fidati, non è la morte che devi temere.

Nella speranza che almeno tu possa credermi e svegliare dal suo letargo questa razza così incommensurabilmente inerme.

Sinceramente tuo.

Giovanni Santin

 

Il manoscritto arrivò in mano al dottor Marchese, lo rilesse con cura più di una volta prima di consegnarlo al suo collega, il dottor Bianco, il quale, dopo aver a sua volta dato una breve letta, venne infilzato dallo sguardo tagliente del superiore.

Un sorriso del dottor Marchese tagliò la tensione che andava accumulandosi.

Un lampo squarciò il cielo annunciando la venuta della pioggia.

-Qualche idea a proposito?

Chiese il commissario, con voce resa roca dal mal di gola che da qualche giorno lo affligeva rendendolo estremamente nervoso.

-Più di una.

- E’ stata scritta da Santin vero?

-Indubbiamente.

-Lei ovviamente sa che il signor Santin è sparito senza lasciare nessuna traccia, al di fuori di questa lettera.

-Si l’ ho letto sui giornali, dove l’avete trovata?

-In un bagno pubblico, per terra.

-Non potrebbe essere che stia ancora facendo la vita da barbone che ha fatto ultimamente e che ora stia dormendo in qualche bidone.

Marchese non riuscì a trattenere un lieve sorriso di fronte a tanta mediocrità.

-No

Rispose laconico il commissario

-E perché?

Una punta di preoccupazione emerse dalla sua domanda.

-La notizia non è ancora stata resa pubblica: c’era molto sangue sui muri e sul soffitto, come se fosse schizzato, analisi hanno approfondito che il sangue era quello di Santin, è quantomeno improbabile che sia uscito da quel cesso con le proprie gambe.

-Era un pazzo, chissà cosa si sarà inventato, credo sia una messa in scena, sa cosa sono capaci di fare i pazzi certe volte, l’avrei internato a giorni...

-Il testimone, tale Sergio Florian, che ci ha avvisati del sangue, dice che prima di entrare aveva visto uscire una strana vecchia e la cosa gli era rimasta impressa perché quello era il bagno degli uomini. Appena entrato ha visto il sangue ed è corso fuori urlando, sa una persona impressionabile, c’è suo figlio, un suo amico e anche qualche passante a testimoniare che non è stato dentro più di dieci secondi e quindi non può aver letto la lettera. Per contro c’è da dire che solo lui si ricorda di aver visto la bizzarra signora, provi comunque a indovinare qual’è la sua descrizione della vecchia?

Sulla sessantina, capelli grigi raccolti, un metro e cinquanta, molto magra ed una bella borsa decorata con perline e stelle, chiusa.

Una parola morì nella gola del noto psichiatra il quale aggrottò la fronte involontariamente, riscoprendo un tic che lo perseguitava nell’infanzia.

  

-Cosa te ne pare, a me non dispiace?

-Per me e troppo ampolloso, si da troppe arie da Lovecraft ‘sto tipo qua!

-Il finale è buono, la lettera ha degli ottimi momenti di tensione...

- L’ultima lettera, il finale nel finale, l’autobus maledetto...non proprio il massimo dell'originalità.

-Fai tu, probabilmente hai ragione.

I due selezionatori di Horrore, il più prestigioso concorso per racconti horror italiani, si interrogavano, nella quiete crepuscolare della piazza, su quale racconto scegliere per la selezione finale, la serata di gala e il verdetto supremo era compito riservato a qualche illuminato dell’inchiostro, loro svolgevano il più e lui si trovava a dover decidere fra cinque racconti.

Quell’anno il lavoro era stato estenuante, il concorso aveva raggiunto il suo massimo splendore per numero di partecipanti, producendo un grande mole di lavoro da svolgere ma anche degli ottimi introiti.

La notte bussava alle porte del cielo e urgeva una decisione.

Quando:

-Ehi ragazzo sta un po’….. ehi! Torna subito indietro! Cazzo!

Un ragazzo meticcio si era abusivamente portato in possesso del portafoglio di uno dei selezionatori, e ora si stava dileguando nella folla con sorprendente velocità, il selezionatore bestemmiando lo rincorreva, ma gli anni di differenza pesavano e venne distaccato notevolmente.

Avendo oramai perso le speranze e rassegnatosi ad una goffa corsetta, iniziava a preoccuparsi più che per la perdita dell’esigua cifra di denaro che l’oggetto racchiudeva, per i documenti che gli avrebbero permesso di partire l’indomani per la Norvegia e raggiungere la sua famiglia.

Il caso sembrò sorridergli, però, quando scorse, duecento metri davanti a lui, il suo inseguito che saltava su un autobus in procinto di partire in direzione opposta.

Rinunciando a improbabili inseguimenti, si segnò la targa del mezzo, confidando che il ragazzo fosse salito senza biglietto, come d’altronde era probabile, e che, grazie ad una multa, venisse rintracciato.

 

-Lo giuro! Perché dovrei mentire?

-Lo so, ma si rende conto che negli schedari dello stato non esiste un autobus simile?

-Giuro davanti a Dio, io ho visto un ragazzo sui 25 anni, meticcio e vestito in pelle entrare in un autobus blu, di targa AP 666 OC  con il mio portafoglio!

-Lo sappiamo, e lo sa da quando è in pensione quell’autobus? Dal 1996 quando venne distrutto in un pauroso incidente stradale nel quale morì solo il suo conducente, lo conoscevo, anche, di fama.

-Che genere di fama?

-Arti occulte, solo dopo la sua morte, però, venimmo a conoscenza di certe sue pratiche che lei non è tenuto a conoscere!

E mentre il commissario Cescon pensava che quel pazzoide volesse imbastirli una storia di fantasmi tipo quelle che selezionava con la quale diventare un personaggio televisivo e fare qualche intervista per riviste del paranormale o per qualche rotocalco di serie z, una strana coincidenza s’insinuò nella fredda mente dell’uomo in questione, il quale  ammutolì d’un tratto e, con la mano destra, si grattò i capelli brizzolati.

  

(copyright by Mario Campaner)

 

 

RACCONTO SELEZIONATO (1° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2002

   

MARIO CAMPANER

Sono nato il 27/04/1986. Ho scritto altri due racconti, uno inedito e un altro iscritto al premio Lovecraft.

Non ho particolari ambizioni (ritengo il tempo sia dalla mia parte) sono già contento che un qualcosa di mio venga letto e giudicato.

 

  

 

 

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