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LE STRADE DEI RICORDI

scritto da Alessio Cesare Valsecchi

  

 

Percorro queste strade come eri solita percorrerle tu, a piedi, passeggiando con calma e registrando la mia voce, lo scarso traffico notturno che crea un tappeto sonoro rilassante e confortevole.

Ogni cestino, ogni piccola via laterale, ogni vetrina, ogni lampione, tutto quello che mi circonda, attraverso i tuoi ricordi acquista significati diversi, mi riempie di sensazioni mai provate prima.

La finestra del mio appartamento, vista come la vedevi tu, ha un’aura nuova ed attraente; anche io, nei tuoi ricordi, ho acquisito mistero e fascino.

E’ strano e bello allo stesso tempo.

Prima che ci incontrassimo per te ero solo “l’ombroso giovane che mi osserva ogni giorno dalla sua finestra al secondo piano”, una delle troppe costanti delle tue lunghe giornate lavorative.

Anche tu eri una delle mie costanti, la più piacevole in assoluto. Ti osservavo mentre aspettavi i clienti, sensuale e bellissima, ed ero ipnotizzato dal tuo muoverti, anche solo dal tuo respirare.

Ho interi digiD zeppi delle sensazioni che mi trasmettevi solo esistendo; a volte passavo dei pomeriggi sdraiato per terra ad ascoltarli, con gli occhi chiusi ed il sorriso sulle labbra: eri una delle poche gioie della mia vita, mi sarebbe piaciuto confessartelo.

Adesso che sei dentro di me è tutto ancora più particolare e magnifico.

Io so quello a cui pensavi quando ti ritrovavi su queste strade, so com’era la tua vita; tutti i tuoi ricordi ed esperienze corrono veloci dentro di me, dotati di vita propria, incontenibili, mi mostrano tagli della tua esistenza, mi mostrano i tuoi desideri e i tuoi sogni.

E’ stupendo.

Io ricordo tutto. E ancora non mi sembra vero.

Mi ricordo quando ti guardavi allo specchio compiaciuta, mentre ti vestivi lenta, scegliendo i capi con cura e maliziosa classe.

Mi ricordo di quegli stivali rossi con le clip che ti piacevano tanto, i guanti bianchi lunghi che ti facevano chic, e quel filo di perle che indossavi soltanto in casa perché pensavi non ti si addicesse.

Mi ricordo di quando uscivi nella nebbia o nella neve, il suono dei tuoi passi decisi sull’asfalto, del tuo modo speciale di allungare il braccio per chiamare un taxi di passaggio.

Mi ricordo gli interminabili viaggi per arrivare alla Stanza.

Mi ricordo i volti felici dei tuoi clienti quando ti vedevano, le loro espressioni di celestiale godimento quando amplificavi loro il piacere col tuo OrgAmp – giallo, di fabbricazione Belga – vecchio ed illegale come il lavoro che svolgevi ogni giorno.

Mi ricordo di tutte le volte che tornavi a casa, esausta, e mentivi a te stessa promettendoti di non farlo più, che era stata l’ultima volta, di come ti sdraiavi sul letto e stringevi al petto il vecchio orsacchiotto di pezza della tua infanzia, sognando un mondo migliore.

Mi ricordo anche di Geko.

Di tutto il tempo che avete passato insieme, del suo accettare il tuo lavoro, delle risate e delle notti ai night nella zona rossa, del vostro sesso selvaggio, dei sentimenti reciproci, della rottura, della vostra successiva amicizia.

Anche se dovrei odiarlo per averti usata come cavia per la sua nuova invenzione, preferisco ricordarlo attraverso i tuoi occhi: era un amico vero. Forse l’unico. E del resto, cosa potrebbe mai fargli ora il mio odio?

Accecato dai suoi sogni non poteva certo immaginare le conseguenze del suo esperimento. E tu, amore mio, come potevi prevedere quello che sarebbe poi accaduto quando hai accettato la sua proposta?

Sei andata tranquilla a quell’appuntamento di lavoro, nella Stanza, un locale spoglio ma pulito dove ti avevano già preso centinaia, forse migliaia di volte, la finestra cieca e la lampada dalla luce blu ormai familiari.

Ricordo che il cliente entrò nudo e mascherato, un evento decisamente raro; quando gli mostrasti il tuo nuovo OrgAmp – nero, interamente progettato e costruito da Geko – egli annuì soddisfatto: potevi leggere nei suoi occhi il desiderio dell’amplificazione, la voglia di esplodere saturo di piacere.

Anche lui non è stato che una cavia. Una delle tante su questo pianeta malato. Come te, come lo sono stato io.

L’OrgAmp di Geko non avrebbe solo amplificato fino a sei volte il piacere di uno dei due amanti, bensì avrebbe dovuto sommare quello di entrambi, fonderli, alimentarli a vicenda, portandoli a toccare picchi sensoriali mai raggiunti prima, a farli scoppiare in un orgasmo comune di godimento inumano.

Questa almeno era la teoria a cui avevi creduto.

Una teoria fin troppo limitata.

Quando l’OrgAmp prese possesso delle vostre sensazioni, quando le unì e le amplificò, creando un unico oceano di terminazioni nervose in uno stato di eccitazione profonda, quando il piacere fu così pieno ed intenso e squassante da essere insostenibile, in quel momento accadde qualcosa che non poteva essere previsto, qualcosa che arrivasti a capire solo ore dopo, quando fu troppo tardi.

Si fusero ben più che i vostri singoli piaceri: si fusero le vostre menti, i vostri ricordi, il vostro intero essere; i cervelli sovraccaricati da un tale passaggio di dati e d’energia non ressero, impazzirono, mentre i vostri corpi si dimenarono incontrollati, per minuti e minuti e minuti.

Poi più nulla.

 

Ti risvegliasti in un vicolo stretto e nascosto, nuda e già coperta dalla neve cadente, l’OrgAmp ancora attaccato alle tua testa, i vestiti e la borsa sparsi lì vicino.

Conoscevi benissimo la procedura-base del protettore della Stanza in caso di imprevisti: il cliente al sicuro in qualche compiacente clinica privata, l’oggetto sessuale a morire per strada. Non eri molto sorpresa da tutto ciò, come se dentro di te avessi sempre saputo di non essere diversa da tutte le altre, di non meritare un trattamento migliore.

Se mi tocco la fronte mi sembra di sentirla scottare come scottava a te.

E se mi concentro e richiamo alla mente quel momento, posso vederti mentre raccogli le tue cose e ti rivesti, confusa ed intorpidita, spaventata e con tante immagini strane nella testa, persone e nomi e fatti estranei alla tua esistenza.

Volevi scappare nel tuo appartamento, trovare rifugio nella morbidezza del tuo letto, nell’affetto del tuo vecchio orso di stoffa. Volevi liberarti di tutte quelle facce, quelle cifre, quei discorsi d’affari e di politica che vorticavano nel tuo cervello e che non erano tuoi; solo il dolore ti apparteneva, il dolore e il calore soffocante che ti invadeva il corpo.

Un viaggio in taxi nel silenzio, l’arrivo al tuo isolato solo per scoprire che davanti a casa erano appostati due droni d’assalto e tre volanti della polizia.

Erano lì per te? Non volevi scoprirlo. Dirottasti il taxi altrove.

Geko. Lui doveva sapere cos’era successo.

Provasti a chiamarlo, ma il suo telefono era muto.

Dovevi andare da lui. Ne avevi bisogno.

Via di fretta, verso il laboratorio del tuo amico, nella mente scene di omicidi ed affari sporchi, sigle in codice e località segrete, e un nome, uno su tutti, ripetuto alla nausea, il nome del proprietario di tutti questi ricordi invasivi, quello del tuo cliente mascherato, un senatore a vita dal potere vastissimo.

Sul taxi che correva nella neve potevi quasi immaginare il cliente/senatore risvegliarsi in una lussuosa clinica privata e scoprire di possedere i ricordi di una squillo ventiseienne, per lui tutti povertà e tristezza.

La situazione, da Geko, fu devastante. Polizia, pompieri, ed una folla morbosa di curiosi sostavano intorno al palazzo in fiamme, nell’aria voci su di un laboratorio hi-tech saltato per aria insieme al suo geniale proprietario.

Scoppiasti a piangere.

Fuggisti via su quel taxi, spogliata dallo sguardo lascivo che l’autista ti lanciava dal retrovisore, e arrivasti a capire la profondità del pozzo in cui eri caduta. Il senatore non avrebbe mai lasciato in vita una persona zeppa dei segreti da lui accumulati dopo anni di governo e potere. E lui di te sapeva tutto, così come tu sapevi tutto di lui. Ti aveva nella sua mente. Poteva prevedere da chi saresti andata a chiedere aiuto, poteva aspettare e vederti cadere nella sua rete. Non sembravi avere scampo.

Ma non era quello l’unico problema.

La tua pelle scottava, la testa ti pulsava immersa nel dolore, nel tuo cervello sembrava non ci fosse più spazio per tenere i ricordi di due vite intere; potevi sentirli mentre spingevano per potersene andare, furiosi, a poco a poco stavano portando al limite della capienza la tua mente, uccidendoti.

Era strano, vero? In centinaia avevano gemuto un “ti amo” mentre li servivi esperta, a decine erano corsi da te a raccontare i loro problemi spazzandoli poi via col calore del tuo corpo, eppure ora eri completamente sola, praticamente condannata.

Fu il caso a farci conoscere. Un vecchio articolo che parlava di me in un giornale dimenticato nel piccolo take-away thailandese dove ti rifugiasti per pensare e nasconderti.

La mia foto sulla pagina ingiallita non lasciava dubbi. Ero proprio io, quello che ogni giorno ti ammirava affettuoso dalla sua finestra mentre lavoravi sotto la neve cadente, l’unica speranza che ti era rimasta.

Venisti da me.

Dal ragazzo malato che non era in grado di ricordare nessun avvenimento personale più vecchio di cinque giorni. Da colui che nei giorni di lunga malattia ricordava solo un’esistenza fatta di sofferenza e allucinazioni, delirio ed immobilità a letto. Dalla persona che – dopo mesi di studi ed esperimenti da parte del mondo scientifico – era stata scaricata a tempo indeterminato in un monolocale termoassistito, con una paga vitalizia mensile appena sufficiente per sopravvivere ed una governate fissa ogni centoventi ore. Dall’essere solitario che ogni giorno doveva ascoltare un digiD di due ore per fissare nella sua mente chi fosse, dove si trovava, il perché del suo stato, la sua intera brevissima ripetitiva storia. 

Mi ricordo il suono dolce e disperato che aveva la tua voce al citofono, quel “Posso salire?” così carico di bisogno da farmi sentire utile ed importante.

E quando ti vidi il tuo volto fece il resto, le tue richieste furono esaudite.

 

La mia prima volta. La prima di sempre.

E l’OrgAmp nero si comportò come avevi sperato si comportasse, portandoci in paradiso e scaricandoci poi all’inferno, privi di sensi.

Mi risvegliai nel suono dei tuoi singhiozzi, aprii gli occhi e ti vidi in fondo al letto, stravolta, il led rosso del termometro nella tua mano che lampeggiava 41.6, e poi nella mia testa scoppiò l’impossibile, e i ricordi, tuoi e del senatore, cominciarono a spandersi ad ondate, invadendomi come un’infinita e distruttiva armata ostile.

Mi sembrò di impazzire. Mi agitavo nel letto e ti percepivo lontana, persa sul fondo di un vortice turbinante bagnato di dolore.

Non potevo sapere che stavi ancora peggio di me, temperatura in costante aumento e vicina al collasso cerebrale.

Se mi fondo con una persona che non ha ricordi – avevi pensato – forse quelli che ho io si divideranno tra noi, e smetterò di stare male.

Poteva anche essere una buona idea, e in fondo era tutto quello che potevi tentare. L’unica tua speranza. Era però purtroppo priva di fondamento, scelleratamente ottimista, e si è rivelata fallimentare.

Ma non ci fu bisogno di ricevere spiegazioni o scuse, avevo tutto nella mia testa, come se tu fossi stata lì da sempre.

Ti ho abbracciata forte, e tu hai appoggiato il capo sulla mia spalla, continuando a piangere fino a quando non avevi più lacrime da versare.

“Sto morendo!” continuavi a sussurrarmi, ed io non sapevo cosa dire o fare, continuavo a guardare la neve cadere fuori dalla finestra, perso nel tuo pianto e nei miei nuovi incredibili ricordi.

Il tuo passato era così bello in confronto al buio che avevo avuto dentro. Fino a quel momento non ero stato che una scatola vuota da riempire. E tu l’hai fatto, con tutta te stessa.

E’ per questo che ti amo, anche se mi hai usato per cercare di salvarti.

Ti amo col mio primo amore, il più puro, il più ingenuo, il più forte.

Ti amo perché mi hai donato una vita.

 

La mia nuova esistenza è cominciata nel momento stesso in cui lasciasti l’appartamento, due ore dopo, farfugliando qualcosa sul fatto che non dovevi farti trovare da me, che non volevi mi venisse fatto del male.

Ti ho vista sparire nelle strade coperte di neve, barcollando, confusa tra le lacrime che mi scendevano amare ed infinite. E lì, col sapore del sale sulle labbra umide, capii la grandezza di quanto mi era appena successo. Eri il mio angelo, il mio passato, il mio dio.

 

Non ti ho mai più rivisto.

Quando lessi due giorni dopo del ritrovamento del tuo cadavere provai dolore, ma sono riuscito presto a recuperare la serenità: in fondo è solo il tuo corpo ad essere svanito. La tua vita, la tua storia, forse la tua anima, esistono ancora dentro di me. Le sento agitarsi.

Il nostro bastardo “amico” invece se l’è cavata ricorrendo a delle cure sperimentali della nuova generazione: potere dei suoi tanti soldi.

Io sto bene. Sto veramente bene.

Non solo ho i tuoi e i suoi ricordi, ma ora riesco anche a immagazzinarne di miei; l’OrgAmp di Geko, anziché uccidere questa mia strana mente, l’ha guarita, potenziandola.

Sono solo stanchissimo.

Passo le giornate incidendo la mia voce sui digiD. Ricordi e ricordi del senatore. Nomi, date, conti cifrati, affari sporchi, legami neri, tutto su supporto digitale, spedito in diverse copie a tutte le sedi dei principali giornali del paese.

Lo scandalo è così ampio da non poter essere insabbiato. Non so quando finirò, le cose mi escono dalla testa come un fiume impetuoso, inarrestabili.

Me ne sto qui, per le nostre strade fatte di passato, e parlo al microfono, ricordando, ricordandoti, ricordandoci.

Neanche a dirlo, continua a nevicare.

  

(copyright by Alessio Valsecchi)

 

 

   

ALESSIO CESARE VALSECCHI

Alessio Cesare Valsecchi nasce il giorno dei morti del 1972 ad Erba (CO). Alec Valschi, il suo alter ego creativo, vive dal 1994, con i primi timidi tentativi di scrittura ai tempi del servizio militare. Ad oggi è autore di alcune decine di racconti (di vario genere) oltre che avido consumatore di fumetti, narrativa, e musica. Triste pendolare per cause di lavoro durante i giorni feriali, nei weekend divide il suo (pochissimo) tempo libero tra la sua ragazza, gli amici, lo sport, internet, i viaggi, e la scrittura.
Alcuni suoi brevi lavori sono apparsi sul sito www.scheletri.com, sul giornale di strada comasco "Il Cannone", e in alcune antologie-raccolta legate a concorsi letterari a cui ha partecipato.

 

  

 

 

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