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STRANI EFFETTI COLLATERALI scritto da Lorenzo Montrasio
Un passo dopo l’altro, nella vegetazione asfissiante e contorta. L’aria greve e bagnata era quasi una barriera da sfondare ad ogni movimento, un soffocante sacchetto di plastica attorno al corpo. Jackie guidava il gruppo, facendosi strada con il machete, guardandosi attorno spaventato. Erano gli inquietanti suoni che rimbalzavano complici da una parte all’altra di quell’inferno o ciò che avevano fatto giorni prima? Istinto di sopravvivenza o rimorso? Dietro seguivano Hannah, la fidanzata di Jackie e Daniel. Il terzetto ormai camminava da due ore senza sosta nel labirinto verde, sobbalzando alla vista di ogni serpente che, discreto, se ne andava, a ogni strepito quasi disumano dei variopinti uccelli, unici eletti in grado di elevarsi oltre la coltre d’umida ombra e pericolo, nel cielo luminoso. – Ma almeno stiamo andando dalla parte giusta? – si lamentò Hannah, scostandosi i capelli appiccicati dal visetto ovale scottato dal raro sole che lacerava gli alberi come un rasoio. – Senti, non lo so: gli appunti e le mappe dicono che stiamo costeggiando il Rio Desconocido – rispose sbuffando il capo e indicando lo spazio più libero e aperto venti metri alla loro destra continuò – che poi sarebbe quello, e se ti chiedi perché non andiamo sulla riva, come hai già fatto, ti rispondo per la decima volta che è pericoloso per gli animali! -. Era visibilmente seccato, non tollerava né critiche né dubbi da parte del gruppo; dopotutto stava come loro scommettendo la vita alla ricerca del tesoro. Già, il tesoro. Una statuetta d’oro con gli occhi di smeraldo, un non so quale dio precolombiano, dal valore inestimabile, una chimera ancora più misteriosa dell’El Dorado, in quanto se questo era una leggenda, ebbene la statuetta era stata più volte descritta da missionari, nobili conquistadores e appariva in una foto del 1909, scattata da un certo Phil Benson, inglese. Anche la storia di Benson era assai misteriosa: esploratore ricco e benestante era partito apparentemente senza motivo per il Brasile, lì aveva recuperato, oltre a reperti di scarso valore, la statuetta d’oro con gli occhi di smeraldo e l’aveva fotografata, prima di ripartire. Solo che non era mai arrivato, né era mai stato trovato il suo corpo: solo il diario, fermo alla notte precedente alla scomparsa, le foto e i reperti trascurabili. Tutto il resto era svanito, ingoiato dall’oscuro mondo intricato della foresta amazzonica, dai suoi tentacoli, dal suo caldo afoso, dalle sue acque fangose e misteriose. Bene, Jackie non voleva finire in bocca ai piranhas né morso da rettili velenosissimi e ciò che bramava sopra tutto il resto era il tesoro. Come gli altri, del resto. Hannah con quell’oggetto voleva riavvicinarsi al suo ragazzo, voleva provare di valere qualcosa, di non essere solo una ricca biondina a caccia di uomini; Daniel voleva i soldi, voleva vendere tutto al primo collezionista e intascare i milioni di dollari, anzi, i molti milioni di dollari. E Jackie la voleva per una ragione non molto chiara, quasi per soddisfare un’ossessione: l’ultima cosa che ricorda del terribile incidente aereo in cui sua madre morì era il suo sguardo, impassibile, dietro a quei magici occhi verdi. Era un’immagine che lo aveva perseguitato per anni, nei sogni più belli e negli incubi più atroci e folli. Solo due occhi verdi come smeraldi. E dopo che mesi e mesi di terapie li avevano obliati sotto una massa di inutilità e ipocrisia, solo a vedere la foto della statua, erano tornati, sulle pagine in bianco e nero del libro che stava leggendo, come due fari nella notte e le avevano colorate di verde. Da quel momento aveva giurato a se stesso che avrebbe trovato quella che sentiva essere la fonte della sua pazzia, a tutti i costi. Hannah l’aveva appoggiato, seppur riluttante e Daniel, invaghitosi del denaro che la vendita dell’oggetto gli avrebbe fruttato si era aggregato, da bravo amico interessato. Ma soltanto Gary, Gary Anderson aveva concretizzato i loro sogni di gloria, i loro deliri di ingordigia e orgoglio. Ex compagno d’università di Hannah, nonché suo ex ragazzo, era stato un tipo molto chiuso e introverso, appassionato di archeologia e convinto di poter restituire ai musei ciò che il mondo e i collezionisti privati ancora celavano. Si era ripresentato come per magia, al telefono, proprio quando i tre pianificavano la spedizione dichiarandosi in grado di fornire l’apporto tecnico e il bagaglio di esperienze accumulato in alcuni viaggi in Patagonia e in Africa. E
così il quartetto era partito, e dalle lunghe giornate spese a fare elenchi e
scalette si era trovato in riva al Rio Desconocido, carico e deciso a tornare
con qualcosa.
Il
viaggio all’inizio, sull’onda dell’entusiasmo era sembrato semplice, ma il
caldo, gli incidenti frequenti con la natura ostile e pericolosa, la paura di
fallire lo avevano reso un inferno. – Ormai il punto di non ritorno è stato
superato – soleva dire Jackie, bussola e cartina alla mano, determinazione nel
cuore. Una notte, però, quando meno la si aspettava, venne, la litigata, un furioso diverbio proprio tra i più determinati a non mollare, Gary e Jackie. Hannah, stremata dalle marce forzate negli intrichi, dormiva, mentre i due si confrontavano. Se il ragazzo ricco che era Jackie voleva tenersi il manufatto, Gary pretendeva che lo consegnasse ad un museo. Litigavano per qualcosa che non era loro e forse non lo sarebbe mai stato; alla fine l’accanito difensore dei diritti delle opere d’arte minacciò di andarsene, di portarsi via l’equipaggiamento e di lasciarli soli all’inferno. Non lo avrebbe mai fatto, ma lo aveva detto e il fragile carattere di Jackie non lo sopportò, reagendo in modo incontrollato. Un coltellino svizzero con la lama di otto centimetri, aperto e appoggiato sul tavolinetto, un affondo dritto nella schiena e la cosa era sistemata, apparentemente. Daniel, che oramai vedeva solo dollari in tutto quello che facevano, lo aiutò a gettare il corpo nel fiume, ai pesci carnivori, pronto a ripetere l’impresa una volta che l’ingenuo ragazzo avesse trovato la statuetta. L’oro
aveva portato al sangue e il sangue aveva portato alla paura. - Se abbiamo già passato il punto in cui quel Benson lasciò le foto, forse è perché tutto ciò non esiste, è solo un incubo – gemette Hannah, più simile ad uno spettro che ad una donna. Lei non aveva visto ma aveva capito, in silenzio, ed in silenzio era rimasta, tacitamente d’accordo con il suo folle fidanzato. – La speranza è l’ultima a morire – citò con falsa sicurezza Daniel, per consolarla. Ma dove stavano andando? Forse aveva ragione lei? Un suono, innaturale riscosse il trio dalla trance in cui erano soliti cadere mentre marciavano. Erano passi strascicati. Nel fitto della vegetazione, nell’ombra ove nessuno avrebbe mai osato guardare. – Chi va là? – chiese, tremante Jackie. Colpo su colpo, la foresta lo devastava. Ripeté, più calmo la domanda. Anche il silenzio si ripeté, sempre calmo ed impassibile. Il
fruscio che udivano era un serpente, era il vento che sibilava tra le altissime
fronde, così lontane da loro come lo era il Paradiso per Adamo, o qualcun
altro? Dopo un po’ ripresero la marcia, più circospetti, come se fossero
osservati da un pubblico molto difficile da soddisfare. Il fatto di sangue non
era stato sufficiente? Era la tensione? Secondo le testimonianze di due tipi loschi nella città, alla sorgente del Rio Desconocido v’era un tempietto abbandonato ove era sepolto il corpo di un uomo. – Benson! – avevano esultato i quattro, ansiosi di raggiungere la meta. Ora non erano così ansiosi, anche se vicinissimi alla supposta soluzione del mistero. L’unica cosa che restava da fare era camminare, per due o tre giorni ancora. Solo due o tre giorni d’inferno per la redenzione. Ormai era quasi sera e Jackie scelse uno spiazzo un po’ più sollevato dal suolo per accamparsi. – Direi di fermarci qui, fare il punto, mangiare e andare a dormire – riassunse, stancamente. Erano giorni che continuava a riassumere, sempre con la stessa frase. Piantarono le tende che riposavano ripiegate negli zaini, quindi Daniel, con la cartina, segnalò: - Siamo su quest’ansa del fiume; ancora un rettilineo, un’altra ansa e dovremo poter raggiungere il tempietto – e si passò una mano sulla fronte, per ripulirla dal sudore e dallo sporco accumulato. Sembrava impassibile, ma soffriva, come tutti e forse di più. Jackie
invece sembrava impazzito, gridava nel sonno, aveva strani tic alle mani e al
volto e continuava a camminare, sguardo fisso verso la statuetta che
l’attendeva. Hannah preparò qualcosa da mangiare, delle scatolette, barrette
confezionate e dell’acqua; non ne restavano molte. Tutto ciò però sembrava
non interessarla: “se devo seguire Jackie fino alla morte lo seguirò, è ciò
che devo fare”. La notte calò, scura, come un mantello e portò un po’ di pioggia, uno scroscio breve e caldo e rumori inquietanti, animali che camminavano in chissà quali oscuri sentieri, sopra o sotto di loro, versi lontani e vicini, voci d’intesa da una parte all’altra. E dei passi strascicati, forse quelli di un grosso predatore, proprio tra loro. Ma nessuno poté sentirli, la stanchezza aveva vinto anche quella sera. Il mattino squarciò l’oscurità con un secondo acquazzone, più leggero di quello notturno, e con nuovi suoni, quasi grida e canti di gioia: la notte era finita, la vita ricominciava anche in quell’inferno di piante e acqua, come in tutti gli inferni del mondo, di cemento e acciaio o di capanne e sabbia. Jackie si alzò, ancora più stanco di prima: aveva avuto un incubo, sognava di essere inseguito da uno spettro armato di coltellino svizzero che lo insultava e lo derideva per ciò che aveva fatto. “La
vendetta è un piatto da consumare freddo” aveva sussurrato l’essere prima
di svanire, inghiottito dalla luce.
Sia il capo che Daniel notarono l’assenza di Hannah: la sua tenda era aperta e spostata, v’era un solco profondo che portava dalla sacca arancione fino alla vegetazione, che si richiudeva su di esso, celandolo al mondo. A nulla valsero le ricerche sulla riva e tra gli arbusti, le urla e i pianti, le chiamate disperate. Era scomparsa, come Benson. – E pensare che non la volevo nemmeno far venire – recriminò Jackie, piangendo sul triste destino che gli aveva posto davanti un tragico bivio: follia a casa tua, sognando la statua ed i suoi occhi o follia in un posto dimenticato da Dio, follia e morte. Le lacrime si confusero al sudore e alla rugiada calda e soffocante. Daniel più indifferente, voleva solo ripartire. – Manca poco, in un giorno noi due ce la possiamo fare – lo incitava, ma Jackie era ridotto ad un guscio vuoto. Aveva perso tutto. Avevano anche perso il sistema GPS e il telefono satellitare, scomparsi la notte prima della sparizione della ragazza. – Qualcuno ci sta derubando – aveva mormorato, accusando un imprecisato nemico. “Ci
stiamo derubando a vicenda, come tu hai fatto con Gary e io farò con te”
constatò nei suoi pensieri l’altro, sfiorandogli una spalla per consolarlo. Ripartirono
solo tre ore più tardi, quando Jackie si fu ripreso, o completamente perso.
Percorsero i restanti chilometri alla svelta, la volevano fare finita con questa
tragedia e trovare ciò che era divenuto lo scopo della loro vita; o della loro
morte. -
Eccolo, è il tempietto! – gridò esultante Daniel, abbarbicato sul tronco
pendente di un albero , per vedere oltre la sinuosa curva del Rio, placido e
sporco di fango marrone. Era una scarna costruzione di pietre, su di un
terrapieno. Oltre, le sorgenti e il lago. Ma mancava poco, erano arrivati.
Jackie stava tenendosi la testa tra le mani, nel tentativo di ridurre il dolore
che lo tormentava da quel doloroso mattino e cercando di cacciare Hannah, la sua
dolce amante, dai suoi ricordi. Era stato disposto a sacrificare tutto, in nome
della statua. Lo era ancora? Uno
strano suono, come un qualcosa che erompe dall’acqua lo indusse a voltarsi. Ciò
che vide lo lasciò sconvolto, mai si era aspettato di assistere ad uno
spettacolo simile: Daniel, ancora ignaro di ciò che gli accadeva, era appeso al
tronco, la voce smorzata da ciò che stava osservando ai suoi piedi, ossia due
braccia fangose e scheletriche che lo trascinavano giù, per le caviglie. –
Aiuto! Aiutami Jackie! – riuscì ad urlare prima che uno strattone lo facesse
cadere, in un trionfo di schizzi d’acqua e onde concentriche. Poi, solo un
movimento, debole della superficie, e più nulla.
Mille pensieri, mille lamenti e mille grida di rabbia scomparvero nella mente di Jackie, dopo che ebbe ipotizzato il possibile aggressore, ciò che si nascondeva dietro alle braccia orribili e sotto l’acqua. “Può essere la sua vendetta?“ si chiese, come un attore di una tragedia greca dopo i fatti di sangue, dopo la morte voluta dal Fato. Egli
era Agamennone, il protagonista colpito alle spalle o Clitemnestra, la crudele
assassina? Qual era il suo ruolo, e soprattutto, come sarebbe andata a finire? Con
un barlume di energia rimastagli si scrollò di dosso timori e sospetti, afferrò
la pistola in una mano e il machete nell’altra e gridò al vento, sfidandolo:
- Allora Gary, vieni fuori o devo cercarti? -. Non si aspettava una risposta,
non si aspettava nulla, anzi, non sapeva cosa aspettarsi. Il silenzio,
l’attesa in quell’arena di piante e fango sembrò eterna. Poi di colpo gli
uccelli tacquero, si immobilizzarono i rettili, tutto restò congelato in una
stasi insopportabile. Il silenzio totale a cui non era più abituato era
insopportabile. Dei passi, da destra, dei passi strascicati. Ma non si vedeva
nessuno. -
Vuoi venire fuori, chiunque tu sia?! – gridò di nuovo Jackie, ma più
insicuro, incrinato da tutto ciò che aveva passato e stava per passare. Un’ombra apparve tra delle liane e dei tronchi lisci e scuri; avanzava lenta ma decisa, oscillando ad ogni passo. – Sono tornato per raccontarti due storie, amico mio – esordì, con un tono profondo e ultraterreno, l’intruso. “È Gary!” realizzò, alla fine, l’omicida, e un gelo mortale gli scese nella mente, lo bloccò, lo fece tremare nell’afa amazzonica. Tremò la lama nella sua mano e la canna della pistola. –
Dove sono Hannah e Daniel? – chiese, quasi rassegnato. – Dove volevi che
andassi io – fu la risposta, ironica e divertita; poi proseguì, tenendosi
sempre in parte nell’oscurità: - La prima storia è quella di un inglese,
esploratore e collezionista; viene fin qua per recuperare una statuetta che i
locali considerano ancora sacra, la trova e decide di portarsela via. Esposta la
decisione alla sua guida, i due litigano e il locale, forse un indio, lo pugnala
alle spalle, lo seppellisce dove aveva trovato la statua con il preziosissimo
manufatto, quindi porta il resto lontano, lungo il Rio Desconocido, per far
perdere le tracce a probabili inseguitori e per fuorviare le indagini. La cosa
strana è che anche lui scompare, lasciando tutto a terra dove fu trovato. Si
pensa una caduta accidentale nel fiume, o un suicidio. Questa è la storia di
Phil Benson – e fece una pausa, per schiarirsi la voce e le idee.
Jackie
ascoltava, interessato e confuso. – La seconda storia è quella di un
americano e dei suoi tre amici. Partono per motivi differenti alla ricerca del
tesoro, ma non lo trovano; l’americano litiga con il suo amico, per cosa fare
della statua una volta scopertala, e lui lo pugnala alle spalle e chiede ad un
altro amico di aiutarlo a gettarlo nel fiume. La fidanzata dell’assassino
capisce ma tace ed acconsente. I tre non trovano nulla e quando l’omicida è
del tutto impazzito, del tutto solo e comunque vicino alla meta, la vittima
riappare per il confronto finale -. Altra pausa, quasi eterna. – E’ la
storia di Gary Anderson; e sai cosa hanno in comune le due storie? – chiese.
-
La statuetta? Il fatto dell’omicidio? – ipotizzò Jackie, stando
inconsapevolmente al gioco del suo inquisitore. – No – lo deluse l’altro,
come pregustando la tanto attesa vendetta - che l’assassino non si è salvato
e non si salverà -. Era
una condanna a morte e il giudice uscì dalla penombra in cui si celava per
mostrarsi. Jackie represse i conati di vomito: era Gary, sì, ma il corpo era
parzialmente decomposto, no, mangiato dai piranhas. Il viso era grigio, sporco
di fango e in certi punti la carne si ritirava a scoprire l’osso. Lo sguardo
era vuoto, gli occhi mostravano solo le orbite nere. Il vestito era vecchio,
sporco e coperto di alghe e ad una mano mancavano tre dita. – Hai trascurato
lo scandalo Gutierrez? – chiese incalzante il morto vivente, aprendo la bocca
e mostrando una cavità scura e vuota, animata solo dalla presenza dei denti
gialli. – Quella multinazionale che riempì il Rio Desconocido di rifiuti
tossici non ben identificati? Beh, ironia della sorte, ciò che ha portato alla
morte di un ecosistema ha riportato me in vita, mi ha dato la forza di uscire
dalle acque e dalle fauci dei pesci per venire a cercare te, e la statua.
Chiamali pure strani effetti collaterali -.
Ora il ragazzo era veramente sul punto di cadere in ginocchio; tutte le sue paure si manifestavano, anche quelle più assurde e surreali: la sua vittima era lì, deturpata, che lo stava per uccidere. Ma esitava. – Vi ho seguiti, ho studiato i percorsi, per poi togliere di mezzo Hannah e Daniel e andare da solo al tempietto. Lì ho trovato la tomba di Benson, la statua sepolta con lui e ho ricostruito il primo delitto; ora finalmente avrà pace, con il suo reperto e con te, il secondo uomo accecato dall’ossessione per quegli occhi verdi. Anche tu sarai seppellito lì, e avrai pace – e senza nemmeno concludere si gettò avanti protendendo avanti gli artigli scheletrici e deformi, verso Jackie. Con un urlo disperato il giovane cadde indietro ed esplose un colpo, dritto al petto della creatura. Nessun effetto, anzi, Gary sorrise, lasciando cadere una parte del labbro inferiore ormai secco a terra. –
Come nei film, il cattivo fa sempre una brutta fine – ringhiò e gli serrò il
collo tra le dita. Al contatto era freddo e viscido, come ognuno si aspetta che
sia la morte, fredda come il ghiaccio e viscida come la melma. Un secondo colpo,
che stavolta centrò la fronte. Il cadavere ricadde sul fianco, mentre da un
foro irregolare nel cranio fuoriuscivano sangue misto ad una poltiglia
grigiastra, il cervello decomposto. Un attimo solo e Jackie aveva vinto. Bastava azzeccare il colpo, e lui ce l’aveva fatta. Uno su mille centrava il bersaglio. Ora poteva prendere la statua, fuggire da quell’inferno, da quell’orgia di sangue e pazzia vendicativa. – Bastardo, come nei film, eh? Come nei film agli zombi si spara alla testa e muoiono! – e rideva, rideva, per liberarsi della tensione, dello stress e dei ricordi neri che lo serravano. – Come nei film! – ripeté, lasciandosi cadere sulla terra umida a fianco del corpo morto e maleodorante. Il silenzio, però, sembrava quasi un attesa: presagiva che non tutto era accaduto e prima che gli uccelli tornassero a cantare di gioia vitale, qualcosa dovesse ancora accadere. Un fruscio, rapido, e Jackie si trovò con le dita del mostro strette attorno alla sua gola. Era una stretta mortale, da cui non c’era scampo. – Non tutto è come nei film, amico mio – fu il commento che fuoriuscì non solo dalle labbra di Gary, ma anche dalle piante, dagli animali nascosti, dalle acque, dal teschio di Benson, sepolto sotto terra, e dalla statuetta. Furono gli ultimi suoni che il folle Jackie Mitchell udì, prima dello scricchiolio fatale delle sue vertebre.
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