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SUPERSTRADA PER IL NULLA

scritto da Pierangelo Tendas

  

 

QUESTO RACCONTO È DEDICATO IN PARTICOLARE A:

ANTONELLO DULCIS, AUTISTA DELL’AZIENDA REGIONALE SARDA TRASPORTI

IL PERSONALE DI TERRA E DI MARE DELLA TIRRENA NAVIGAZIONE

IL PERSONALE DELLA SOCIETÀ AUTOSTRADE

IL PERSONALE DELLE AUTOROUTES DU SUD DE LA FRANCE

IL PERSONALE DELLE AUTOPISTAS

E, PIÚ GENERALMENTE, A TUTTI COLORO CHE HANNO FATTO QUANTO ERA 

LORO POSSIBILE (MOLTO SPESSO SENZA RIUSCIRCI) PER RENDERE QUESTO 

VIAGGIO PER MARE E ON THE ROAD IL PIÚ CONFORTEVOLE POSSIBILE

 

 

Living easy, living free, season ticket on a one-way ride…
Asking nothing, leave me be, taking everything in my stride…
Don't need reason, don't need rhyme,
ain't nothing I would rather do
Going down, party time, my friends are gonna be there too…
I'm on the highway to hell!!!

Vivo senza problemi, vivo libero, ho un abbonamento per i biglietti di sola andata…

Non chiedo nulla, lasciatemi in pace, tutto è dalla mia parte…

Non mi servono ragioni, non mi serve rima, non c’è niente che farei altrimenti…

Vado giù, è tempo di far festa, ci saranno anche i miei amici…

Sono sull’autostrada per l’inferno!!!

(AC/DC)

 

 

 

 ***

 

 

 

1

La vestizione del guerriero…

Masaki Kobayashi indossò il giubbotto antiproiettile ultrasottile di classe II, e sopra ad esso la camicia azzurra della divisa. Si stava aggiustando la cravatta blu scuro di dotazione, quando la ben nota, petulante voce maschile lo sorprese (nemmeno tanto) alla sua sinistra:

« Ehilà, Masaki… senti, per…».

Kobayashi non si girò nemmeno; si aggiustò i capelli di fronte allo specchietto appeso al portello del suo armadietto e sospirò:

« Tranquillo, sergente. Ci parlo io quando torno».

« Ti devo un favore» riconobbe il sergente Takeshi Miyazaki.

« Buon Dio, sergente!» Kobayashi chiuse il portello dell’armadietto, tenendo in mano il lungo cinturone bianco « Katori Sayaka ha vent’anni meno di te, dannazione… stai a sentire, io cerco di combinarti quest’appuntamento, davvero… però: Uno, giacché Katori sta al centralino potresti andarglielo a chiedere di persona, e Due, non so come fai a credere che se non l’ha data a me che ho ventotto anni la darà a te che ne hai cinquanta!».

Giusto il tempo di allacciarmi le scarpe, per favore… pensò Kobayashi, armeggiando con i lacci delle scarpe da tennis nere.

E invece no. Il sergente ripartì, col tono supplichevole ed allo stesso tempo speranzoso con cui si rivolgeva al suo giovane sottoposto ogni qual volta si entrava in discussione in merito all’atletica centralinista che lo faceva friggere di passione e che, Buon Dio, “sta così bene in uniforme…”:

« Si, ma… tu e lei siete amici, no…?».

Kobayashi alzò la testa e chiuse con un gesto plateale la zip dei pantaloni della divisa, che erano neri attraversati da una striscia gialla sulle gambe:

« Sergente… Katori è…».

No! Chiudi il becco! Non deprimerlo più di quanto non lo sia già!

Kobayashi non si morse la lingua solo per non mostrare al sergente che si stava mangiando le parole: Miyazaki aveva divorziato da sei mesi, dopo un matrimonio durato dieci anni, ed aveva un bisogno disperato di aggrapparsi almeno a quell’ultima fiaba.

Squadrandolo, Kobayashi notò che gli era stata restituita la REU-Tech d’ordinanza, il cui calcio ora sporgeva dalla fondina. Strano, in fondo erano passati solo due mesi da quando l’avevano trovato seduto nel suo ufficio mentre ne assaporava la canna.

« Katori è… che cosa?».

«…Niente. Tutto a posto».

Kobayashi si allacciò alla vita il cinturone bianco d’ordinanza, che pesava in tutto cinque chili: nelle fodere sul fianco sinistro erano infilati il classico manganello in legno, tipo Tonfa a due manici, ed una torcia elettrica Mag-Lite Maxi; sulla schiena c’erano tre fodere per caricatori di riserva, un portamanette ed una custodia rigida per la radio di dotazione Kenwood a banda digitale a cui era collegato, tramite un cavo elastico, un ricevitore tattico appeso sulla camicia, al petto, con una striscia di velcro; infine, sul fianco destro, il pezzo forte: la fondina bianca custodiva l’arma d’ordinanza, una pistola semiautomatica REU-Tech ADP-MK2 fabbricata in Sud Africa; un’arma squadrata, in plastica polimerica, affidabile e versatile, munita di un bel caricatore da tredici colpi calibro 9x19 millimetri.

La pistola era assicurata, tramite un gancetto fissato all’apposito perno posto sotto il calcio, al classico nastro giallo che passava sulla camicia di Kobayashi, attorno alla spalla destra: una soluzione standard per impedire che l’arma si separasse dal suo personalissimo culo in caso di emergenze.

Kobayashi chiuse la patta che tratteneva la pistola nella fondina e si calcò in testa il cappello regolamentare, il classico “Wisconsin” grigio molto in voga tra i vicesceriffi negli USA, nonché il “classico” copricapo dei Boy Scout, e anche dello stesso colore grigio smog.

Controllò l’orologio: le venti spaccate. In perfetto orario. In più, pareva una notte eccezionalmente limpida, cosa strana per il nord del Giappone, nel mese di Aprile.

In fondo allo spogliatoio, una rastrelliera teneva agganciati a canna in su cinque fucili semiautomatici calibro 12 fatti in Italia, del tipo Benelli Nova. Kobayashi ne prese uno e lo caricò con sette proiettili calibro 12 a pallettoni presi dall’apposito stipetto posto sopra la rastrelliera. Non pensò a portarne con se alcuni di riserva. Errore.

Aprì la porta dello spogliatoio, senza fretta, e fece giusto un passo fuori prima che il cigolare di un paio di cardini metallici gli ricordasse che non era solo. Girò la testa il più possibile e chiamò:

« Sergente…?».

« Eh?» fece Miyazaki, uscendo dalla sua trance depressiva.

« Nervi saldi!».

Kobayashi si chiuse alle spalle la porta dello spogliatoio e fece i pochi passi che lo separavano dal parcheggio del Koban (piccola stazione di polizia) sperduto tra le campagne della prefettura di Miyagi, ben più a nord della capitale della circoscrizione amministrativa, cioè la città di Sendai.

Vicino all’uscita, si fermò per un istante di fronte al centralino, separato dal corridoio solo da una porta di legno e una vetrata insonorizzata: a rispondere al telefono era assegnato un novellino con le candele al naso, un genietto della tecnologia di diciott’anni o poco più di nome Hayao Hachiya, ma alle comunicazioni radio c’era lei, la divina, il sogno vivente del sergente Miyazaki nonché la musa di tutte le sue fantasie masturbatorie di ventottenne single.

Katori Sayaka aveva la sua età, o forse un anno di più al massimo. Il suo viso radioso, le sue labbra carnose e i suoi occhi color dello smeraldo erano accompagnati da una fluente capigliatura rossa, raccolta dietro la testa in una lunga coda di cavallo. E il colore fiammante dei capelli era naturale…credeteci, aveva controllato, a suo tempo.

Indossava un paio di scarpe da tennis nere ed una tuta da ginnastica azzurra con la dicitura POLIZIA sul petto e sulla schiena, una tuta di almeno una taglia più piccola di quella che normalmente portava, e scintillante, in alcune parti, di sudore… come la sua bella pelle: tutti i giorni, con qualsiasi condizione meteorologica, l’atletica Katori Sayaka si faceva tre chilometri e mezzo di corsa, tre serie complete di flessioni e addominali e mezz’ora al poligono di tiro. Quando, poi, era particolarmente eccitata o di cattivo umore, gli esercizi raddoppiavano, e Kobayashi non avrebbe voluto essere nei panni di uno dei bersagli di carta di Katori Sayaka più di quanto non avrebbe voluto essere un manichino per Crash-Test.

Il ciclo di esercizi, quella volta, doveva essere stato particolarmente defatigante per l’energica poliziotta, che probabilmente doveva aver risentito anche dello sbalzo di temperatura tra la sua tuta e l’ambiente interno del Koban: attraverso il tessuto della tuta, sulle sommità di quelle perfette montagnette che Katori Sayaka aveva sul petto, erano perfettamente visibili due grosse ciliegie erette.

Prima che gli venisse un’erezione, Kobayashi si affrettò ad infilare la porta ed uscire all’esterno. Fu schiaffeggiato immediatamente da una leggera folata di vento freddo. Niente di insopportabile. La sua auto di pattuglia era una berlina Subaru Legacy bianca, con lampeggianti ad asta sul tettuccio e la dicitura in ideogrammi neri sulle fiancate: PATTUGLIAMENTO STRADALE DELLA PREFETTURA DI MIYAGI. Kobayashi salì a bordo sul lato del guidatore (che in Giappone è quello destro) e agganciò il fucile Benelli all’apposito montante a ganci posto di fronte al sedile del passeggero, sul lato sinistro. Quindi afferrò il ricevitore del CB (radio a baracchino), che era montato sopra la sua testa, al posto del parasole, perché non aveva voluto rinunciare allo stereo per colpa di una marea di voci gracchianti, e parlò:

« Centrale, ci siete?».

« Affermativo!» squillò l’incantevole voce di Katori Sayaka, simile a quella, suadente, di una cantante di testi d’amore, e melodiosa e dolce come lo scorrere di un ruscello.

« Dieci-Venti per Quattro-Soryu-Diciassette, attendo conferma».

Kobayashi annunciava la sua entrata in servizio, e Katori Sayaka fu costretta alla solfa del caso:

« Roger, Quattro-Soryu-Diciassette, conferma per Dieci-Venti».

Sentendosi colpevole per aver costretto una dea a quella cantilena senza senso, Kobayashi avviò il motore della Subaru e si avviò lungo la strada, fuori dal parcheggio, per la notte.

La sua notte.

 

2

La strada. Il suo primo, vero amore.

Forse è per questo che un giovane laureato in leggi come Masaki Kobayashi, un “primo della classe” pieno di coraggio, piacente, istruito, coi motori nel sangue ed un alto senso di giustizia sociale nel cuore, si era arruolato nella Polizia Stradale della Prefettura di Miyagi: per potere, allo stesso tempo, aiutare i suoi concittadini e compatrioti e per viaggiare. Per Kobayashi, guidare per chilometri era puro piacere; quando, poi, arrivava anche la musica d’accompagnamento, possibilmente roba dura, allora il piacere era più simile all’estasi mistica o alla trance, un qualcosa che si fa automaticamente per ore senza accorgersi del passare del tempo, salvo, in casi di bisogno, tornare alla realtà con senso del dovere e saldo coraggio… con un bel paio di coglioni duri come la musica degli AC/DC, dei Misfitz o dei Limp Bizkit, insomma.

Ed il suo lavoro era quello: percorrere un intricato “circuito” di Autostrade Nazionali, Strade Principali e Secondarie, tutte ben curate e scorrevoli, nella zona boscosa e semideserta a nord della Prefettura; avanti e indietro, fino alle sei del mattino, dieci ore con un motore rombante sotto il culo e la musica come diceva lui pompata nelle orecchie assieme alla dolce voce di Katori Sayaka alla radio della polizia: la vita di Masaki Kobayashi si condensava in questo, nei Ramen (spaghetti di soia precotti) in scatola e nelle bevande in lattina.

Accese l’autoradio, intendo lo stereo, e si ritenne immensamente fortunato per aver beccato una delle sue canzoni preferite. Mentre la cantava ad alta voce, sforzandosi di non agitare avanti e indietro la testa, non riuscì a cogliere il presagio funesto che le onde radio gli stavano mandando: gli AC/DC cantavano Highway to Hell.

 

3

Seconda ora di servizio, più o meno.

Alle Ventidue e Quaranta, il duecentesimo chilometro era pressochè immerso nella più totale oscurità, rischiarato, per fortuna, da una grassa luna piena e dalle graziose stelle scintillanti nel cielo terso… oltre, ovviamente, che dai fari della Subaru.

« Controllo, Quattro-Soryu-Diciassette!» pigolò la radio CB con la vice di Katori Sayaka. Kobayashi afferrò il ricevitore e rispose in fretta:

« Quattro-Soryu-Diciassette, sono sulla Provinciale Settantuno, chilometro Ventiquattro direzione nord… il cielo è terso e i Bon Jovi stanno cantando It’s My Life. Un po’ commerciale, ma buona».

« Roger, Quattro-Soryu-Diciassette. Non ti masturbare».

« Dopo essermi fatte tante fantasie sulla tua voce, Katori? Come puoi impedirmelo?»

Kobayashi riappese il ricevitore. Non c’era niente di anomalo da segnalare. Per ora.

Accostò sul lato della strada. Ora di cena.

Aveva una borsa frigo posata sul sedile del passeggero; per ora si sarebbe accontentato di una scatoletta di filetti di sgombro ed una lattina di the freddo, ma presto avrebbe dovuto entrare in bagno, e bere qualcosa di caldo per tirarsi su. Per allora, contava di aver già raggiunto il McDonald’s al quarto chilometro dell’Autostrada Nazionale Settantaquattro, ovvero Terminopoli per dirla come Stephen King: il punto in cui il suo percorso di pattuglia si incontrava con quello di Kenji Yamaguchi, un altro agente del suo Koban, e dove Kobayashi iniziava il pattugliamento a ritroso verso la base delle strade già precedentemente attraversate.

Pensava male: aveva appena aperto la borsa frigo quando iniziò ciò che non avrebbe più dimenticato.

L’auto nera sfrecciò nell’oscurità alla sua sinistra, mimetizzandosi nel nero dell’asfalto e della notte. Ben oltre il limite di novanta chilometri orari.

« Figlio di puttana!» esclamò Kobayashi.

Rientrò in carreggiata a tutta velocità, accendendo i lampeggianti e dando il via allo stridulo lamento della sirena.

La cosa più grave è che il figlio di puttana si sta PRENDENDO GIOCO DI ME… non PUÓ non avermi visto, no, mi sta solo sfidando, vuole farmi vedere che con la sua bella auto sportiva del CAZZO può mangiarsi la mia Subaru quando gli pare…solo che al volante di questa piccola Subaru c’è un GIOVANE SBIRRO CON UN BEL PAIO DI COGLIONI, MI HAI SENTITO, BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA?

Kobayashi afferrò il ricevitore della radio CB e parlò:

« Quattro-Soryu-Diciassette a centrale, passo!».

La dolcissima voce di Katori Sayaka replicò:

« Centrale in ascolto, Quattro-Soryu-Diciassette, passo».

Kobayashi aguzzò la vista per poter descrivere bene la piccola ma fondamentale parte dell’auto sportiva che gli abbaglianti della sua Subaru riuscivano a malapena ad illuminare.

« Provinciale Settantuno, chilometro ventisei direzione nord, inseguo una Ferrari Testarossa di colore nero con una targa estera!».

« Ricevuto, Quattro-Soryu-Diciassette. Necessiti rinforzi? Passo».

« Negativo, Katori, lo sai bene!».

« Potrebbe essere armato…».

« Lo sono anch’io, e non necessito rinforzi, ripeto, NON NECESSITO RINFORZI!».

La radio gracchiò per un istante con rumori di fondo, poi una voce maschile tornò con piena chiarezza di trasmissione:

« Kobayashi, qui Miyazaki. Che cosa cazzo stà succedendo laggiù?».

« Sono dietro ad una Ferrari nera con una targa estera che fila come se al volante ci fosse Michael Schumacher in persona!».

« Allora ti mando Narumi».

« Ho detto di no! SE DEVE VOLARE PIOMBO, NESSUN ALTRO DEVE TROVARCISI IN MEZZO!».

Di fronte a lui, le luci di stop della Ferrari si accesero. L’auto svoltò verso destra, entrò nella banchina e si fermò.

« Da non crederci…» sussurrò Kobayashi.

« Cosa è successo, adesso?» la radio gracchiò ancora con la voce di Miyazaki.

« Si è fermato! Ha accostato come se niente fosse!».

« Vacci coi piedi di piombo, bambino».

« Dieci-Quattro, papà».

Kobayashi riappese il ricevitore ed accostò la Subaru dietro alla Ferrari nera. Scese con molta calma, slacciò la patta della fondina e posò la mano destra sul calcio della REU-Tech, mentre con la mano sinistra prendeva la torcia Mag-Lite e l’accendeva, tenendola sopra la spalla, col fascio di luce puntato verso l’auto sportiva.

Ora poteva leggere la targa dell’auto. Era bianca, con tre lettere e tre numeri, e la dicitura NL; una Ferrari olandese in trasferta in Giappone era una cosa piuttosto strana… non impossibile ma quantomeno stramba. Se al volante ci fosse stato un giapponese, decise Kobayashi, sarebbe finito dentro per traffico di veicoli rubati, a meno che non fosse riuscito a dimostrare diversamente.

Se la targa non era falsa e l’auto era davvero europea, doveva avere la guida sul lato sinistro. E sul lato sinistro Kobayashi si avvicinò, illuminando con cura lo sportello e i finestrini dell’auto per cogliere tempestivamente un eventuale tentativo di reazione, e tenendo comunque la mano destra sul calcio della REU-Tech.

I finestrini e i parabrezza erano oscurati, parevano quasi più neri della carrozzeria. Kobayashi, tenendosi leggermente indietro rispetto allo sportello, illuminò il finestrino con la Mag-Lite, quasi a voler scrutare dove era impossibile.

Il finestrino incominciò ad abbassarsi con un ronzio elettrico. Kobayashi si spostò un tantino di lato, la mano destra più che mai pronta ad estrarre la REU-Tech e tirare il grilletto; eppure, nonostante la tensione, riuscì a prodursi in un altezzoso:

« Non pensava di stare andando un po’ troppo veloce, signor…».

Le parole gli morirono in bocca.

Il finestrino, abbassatosi del tutto, mostrò gli interni color rosso fiammante della Ferrari. Ma l’interno migliore era lei.

La pelle era color del latte, il viso armonioso, gli occhi turchesi e i capelli biondi, raccolti in un voluminoso e sexy Chignon dietro la testa, con due trecce sciolte che cadevano sulle spalle da davanti le orecchie. Era tutto quello che a Kobayashi era finora dato di vedere.

« Ca… capisce la mia lingua?» balbettò il poliziotto, racimolando gli ultimi frammenti di professionalità che gli rimanevano per controllare con la Mag-Lite che non ci fosse nessun altro all’interno, che le mani di lei fossero ferme e bene in vista sul volante (e lo erano, mani perfette, quasi d pianista, con unghie leggermente lunghe e tinte dello stesso colore rosso rubino che la donna aveva usato per le labbra) e che non vi fossero armi alla sua portata.

In più, la donna annuì con un sorrisetto malizioso.

Kobayashi fece due passi indietro, si schiarì la voce e si sforzò di essere marziale:

« Scenda dalla macchina…!».

E l’avvenente bionda obbedì, aprendo piano lo sportello.

Proprio come nei film erotici, portò fuori prima le gambe, per mostrarle in tutta la loro bellezza; gambe che, proprio come nei film, erano lunghe e perfette, visibilmente lisce e morbide come seta… tutto il corpo di lei pareva esserlo; non erano coperte: c’erano solo un paio di scarpette rosse coi tacchi bassi a coprire i piedini piccoli ed aggraziati, e poi una minigonna di colore blu, molto MINI, che terminava appena venti centimetri sotto la vita.

La bionda si alzò, completando il quadretto. Snella ed alta quasi un metro e novanta, indossava una camicia Levi’s bianca a righe rosse e blu, con le maniche arrotolate sopra i gomiti che mostravano le braccia lunghe, lisce e fini. La camicia, che tra l’altro era un capo maschile, era attillatissima ed aperta per i primi tre bottoni, quindi lasciva intravedere l’incurvatura dei grossi seni a pera di novantacinque centimetri di circonferenza; i capezzoli erano eretti, e dovevano essere duri come marmo, perché risaltavano attraverso il tessuto doppio delle tasche della camicia.

L’incarnazione di una divinità. L’immagine di Katori Sayaka scomparve immediatamente dalla mente di Masaki Kobayashi. Il cuore del giovane poliziotto cominciò a battere a mille, i suoi slip si gonfiarono sotto la pressione di un’enorme erezione.

« C’è… qualche problema, agente?» chiese la giovane donna, inarcando le fini sopracciglia bionde in maniera sensuale; il suo tono di voce la diceva chiara sulle sue intenzioni.

Voleva SCOPARE.

Lei non era giapponese, questo era perfettamente intelligibile dall’altezza e dai lineamenti tipicamente nordici. Eppure parlava la lingua nipponica in una maniera impeccabile.

Kobayashi si schiarì la voce, sforzandosi di essere il più ufficiale possibile:

« Posso vedere la sua patente e un documento d’identità, signora…?».

« Signorina…» mormorò la bionda con voce sensuale, e si stiracchiò, inarcandosi all’indietro sulla macchina, cosa che fece risaltare ancora di più i seni gonfi e i capezzoli eretti.

Kobayashi era inebetito, in estasi. La sua mano destra, in un residuo di prudenza, restava ferma sul calcio della REU-Tech, ma i suoi istinti manovravano ormai la mano sinistra che stringeva la Mag-Lite, e il fascio luminoso indugiò a lungo sulle forme sinuose della donna. Dal suo viso armonioso calò lungo i grandi seni, il ventre piatto, il pube a malapena fasciato dalla minigonna millimetrica, le lunghe gambe scoperte e le scarpette rosse, poi tornò su a seguire i movimenti della mano destra di lei, che si infilò in una tasca posteriore della minigonna (che fasciava perfettamente il bel sederino rotondo, sodo e dritto) e ne tirò fuori due portadocumenti che porse all’agente con un movimento quasi teatrale.

Kobayashi, allora, fece una cosa molto poco prudente, considerando che non aveva un collega che lo coprisse dalla macchina: spostò la mano destra dal calcio della REU-Tech e la allungò verso i documenti che la bionda gli tendeva, immaginando, per chissà quale strana fantasia, che lei avrebbe ritratto la mano all’ultimo momento per costringerlo ad avvicinarsi abbastanza da appoggiare le labbra alle sue ed infilargli la lingua in bocca.

Non accadde così. Lei lasciò che Kobayashi prendesse i portadocumenti e li aprisse. Controllò prima la patente, che era una Licenza di Guida Internazionale perfettamente valida, poi il passaporto olandese. Cercò di sillabare il nome della donna:

« Victoria… Van…».

« Van Brücken…» pronunciò la donna, sempre sospirando « Non sono parente del calciatore!».

« Ah… mi fa… piacere!» fece Kobayashi, restituendo i documenti a Victoria Van Brücken.

Lei li afferrò guardandolo con la testa bassa, gli occhi vispi ed uno strano sorrisetto sulle labbra:

« Si stupirebbe di quanto potrei farle piacere, agente!».

Lo stato emotivo di Kobayashi andava peggiorando di secondo in secondo, con l’aumentare dell’eccitazione; anche il suo Self-Control ne risentiva, e la sua voce tremò quando disse;

« Allora… signorina Van…».

« Van Brücken, bel poliziotto!».

« Si… ha superato di un bel po’ i limiti di velocità… e quaggiù, in questo paese non è uno scherzo… e temo di doverle fare una multa…!».

« Oh… ma che peccato…» Victoria Van Brücken fece un passo avanti « E sarà… salata?».

« Potrei… doverle togliere la Patente Internazionale, e…».

Kobayashi abbassò piano la Mag-Lite, ipnotizzato dalla divina figura di Victoria Van Brücken che si avvicinava sempre di più.

« Ma non possiamo metterci d’accordo in un altro modo, bel poliziotto?».

Lei gli fu addosso in un attimo. Si strusciò contro di lui, si aprì in un momento la camicia, scoprendo subito i seni perché non aveva il reggiseno, ed infilò le mani sotto la camicia di Kobayashi per accarezzarlo; non si scoraggiò quando le sue dita incontrarono il giubbotto antiproiettile: accarezzò anche quello in uno slancio di feticismo, quindi ci infilò le mani sotto per trovare il petto dell’agente:

« Come ti chiami tu, bel poliziotto?».

« Masaki… Masaki Kobayashi…».

« Masaki Kobayashi è un bel nome… un nome sexy…».

Kobayashi cercò di parlare, ma Victoria Van Brücken gli tappò la bocca con la sua.

 

4

Kobayashi cadde all’indietro sul sedile posteriore della sua Subaru. Victoria Van Brücken si mise in ginocchio sopra di lui e si levò piano le mutandine, senza togliersi la minigonna, con la camicia già aperta. Lui non si ribellò quando lei gli alzò la camicia in pratica fino alle ascelle, gli levò il cinturone e gli abbassò i pantaloni fino alle ginocchia assieme con le mutande, scoprendo il suo pene eretto; poi si mise a cavalcioni e si abbassò di scatto, prendendolo dentro di se. Entrambi gemettero di piacere, quindi lei incominciò a muoversi avanti e indietro, su e giù, agitando la testa e facendo ondeggiare i grandi seni, con il viso rilassato in un’espressione di piacere e gli occhi chiusi, accarezzandogli il petto, le braccia e i testicoli. Il tutto finì in una decina di minuti: lui le afferrò saldamente i seni, strizzandole i capezzoli, e lei gli artigliò i bicipiti. Le loro urla di piacere e i loro umori si mischiarono dentro di lei e addosso a lui. Poi, Victoria Van Brücken si lasciò andare su Kobayashi, ed entrambi sospirarono all’unisono di sollievo e di piacere.

Il tutto mentre, all’autoradio, Britney Spears cantava You Drive Me Crazy.

 

 

 

5

« Quattro-Soryu-Diciassette…? Quattro-Soryu-Diciassette, rispondi, passo!».

La voce sensuale di Katori Sayaka riportò alla realtà Masaki Kobayashi, che si tirò indietro di scatto. Victoria Van Brücken si alzò, e stette a guardare Kobayashi che, a stento, si sistemava la camicia e si rimetteva i pantaloni.

« Quattro-Soryu-Diciassette, controllo! Quattro-Soryu-Diciassette, mi ricevi? Passo!».

Kobayashi si accorse di avere ancora appeso al petto il ricevitore del walkie-talkie Kenwood, che invece giaceva sul tappetino assieme al cinturone. Parlò ad alta voce, tenendo premuto il pulsante di comunicazione:

« Qui Quattro-Soryu-Diciassette, sono… in linea, passo…».

« Dove sei finito, Masaki? Com’è andata con la macchina nera?».

« Era… un turista che aveva sbagliato strada e aveva una paura fottuta…» balbettò Kobayashi, sotto lo sguardo libidinoso di Victoria Van Brücken che si stava rimettendo gli slip « Mi sono… fermato un istante per prendere fiato…!».

« Roger, Quattro-Soryu-Diciassette!».

La comunicazione si interruppe, e Kobayashi si issò a sedere. Si girò verso Victoria Van Brücken, osservò lo sguardo che lei gli rivolgeva e si fece scappare un sorrisetto:

« In fondo è vero!».

Prese il cinturone e se lo allacciò di nuovo alla vita, urtando leggermente con la fondina la gamba destra di lei, che osservò il calcio della REU-Tech e parlò ancora con la sua voce maliziosa:

« Ehi, che cannone! Sei ben equipaggiato proprio dappertutto, eh, bel poliziotto?».

« Già…». Kobayashi scese dalla parete posteriore della Subaru e Victoria Van Brücken lo seguì, chiudendo lo sportello.

Una folata di vento freddo li accarezzò; lei guardò ancora la fondina con la REU-Tech:

« L’hai mai usata?».

« Si, una volta…». Kobayashi rispose elusivamente, dopo un attimo di silenzio durante il quale guardò l’orizzonte oscuro.

« Hai… ucciso qualcuno?».

Kobayashi si appoggiò allo sportello del lato di guida e raccontò:

« Una volta… intendo dire tre anni fa… ero appostato un paio di centinaia di chilometri più avanti, in una piazzola sull’autostrada. Stavamo cercando di beccare tre balordi che fuggivano su un furgoncino Nissan blu e avevano al loro attivo una rapina in una banca di Sendai, cinque milioni di Yen in tasca e quattro poliziotti morti. La Toyota arrivò, si fermò proprio nella mia piazzola, allora io feci finta di non riconoscerli, premetti questo…»

indicò il pulsante rosso sul walkie-talkie Kenwood che attivava il radio-segnalatore d’emergenza

«… e li tenni a conversare di calcio e di basket per cinque minuti buoni, finché non arrivò la cavalleria a sirene spiegate. Allora… loro scesero dal furgone. Avevano dei Valmet automatici. Dovetti buttarmi a terra dietro la mia macchina, ma quelli pensavano solo ai tre miei colleghi che stavano arrivando. Fu una strage».

Victoria Van Brücken lo osservava con i suoi grandi occhi blu. Pareva prestare molta attenzione.

« Aspettai che fosse tutto finito, quindi mi alzai. Loro avevano già cambiato i caricatori, ma io l’avevo già in mano e fui più veloce e più… fortunato, tutto sommato… vuotai il caricatore in tredici secondi, senza mancare una volta il bersaglio. Mio Dio, c’era sangue dappertutto… io non ho mai più chiesto rinforzi, nemmeno una volta. E si che ne ho avuto bisogno, un paio di volte!».

Victoria Van Brücken lo squadrò ancora una volta, poi parlò con un tono di voce molto dolce, che pareva inadatto a lei e all’immagine di Vamp che Kobayashi si era fatto di lei:

« Vai. Torna alla tua strada. In questo momento, c’è qualcuno che ha bisogno di te più di quanto ne abbia bisogno io!».

« Già… ma non più di quanto io abbia bisogno di te» mormorò Kobayashi, capo chino. Un attimo di silenzio, poi alzò la testa: « Ti rivedrò ancora?».

« Se vorrai trovarmi, ci riuscirai senz’altro!».

Victoria Van Brücken girò i tacchi e fece i pochi passi verso la sua Ferrari nera.

Kobayashi salì sulla Subaru, e la guardò, attraverso il parabrezza, montare sull’auto sportiva che ripartì subito ad una velocità di parecchio superiore a quella per cui l’aveva fermata. Non se ne curò: avviò a sua volta il motore e si rimise in carreggiata, ad una velocità ben inferiore.

 

6

Victoria…

Era passata un’ora e mezza. La Provinciale Settantuno spariva piano dietro la sua Subaru, metro dopo metro,  quattro corsie nere come la pece attraversate da una striscia gialla a volte continua, a volte tratteggiata, con un andamento quasi ipnotico. Masaki Kobayashi non se ne curava.

Oddio, VICTORIA!

Non aveva più nessun altro pensiero al di fuori del divino corpo di Victoria Van Brücken. Nient’altro più, nemmeno Katori Sayaka, nemmeno l’autoradio che sparava ad alto volume Scream dei Misfitz. Quasi nemmeno più il suo lavoro e la sua strada. Cercò di tornare gradualmente alla realtà, ma non poteva scordare Victoria Van Brücken.

Non sapeva ancora che non avrebbe MAI PIÚ scordata.

Fermò la Subaru al lato della strada, per riprendere fiato e raccogliere le idee. Non aveva mai fatto tante soste in tre anni e mezzo di servizio.

« Oh, Gesù, Victoria, devo averti ancora al più presto!»

sussurrò allo specchietto retrovisore, allungandosi verso la borsa frigo per prendere la tanto sospirata lattina di the freddo.

E fu attraverso lo specchietto retrovisore che vide. Non doveva essere proprio giornata di drink per Masaki Kobayashi.

Il veicolo commerciale, un semplice furgoncino, risaltava nel buio che imperava nella foresta di conifere attorno alla strada, perché era totalmente rosso, con il simbolo bianco e blu di una famosissima ditta di corriere espresso sugli sportelli. Chissà come aveva fatto a non vederlo prima.

Perché hai la testa per aria, idiota!

Kobayashi spense l’autoradio e smontò con cautela dalla Subaru.

Cercò di aguzzare la vista per riconoscere il furgoncino che, pur essendo a meno di cinquanta metri da lui, era immerso nel buio. Infine, data l’inutilità di questo penoso tentativo di giocare all’aquilotto in divisa, prese la torcia Mag-Lite e la accese, tenendola sopra la spalla sinistra.

Un veicolo commerciale, nulla di particolare: solo un banalissimo Volkswagen Caddy della compagnia di corrieri espresso FedEx.

« Ehi!» esclamò Kobayashi, cercando di cogliere con lo sguardo qualsiasi movimento in quella direzione « Ehi, laggiù! Polizia! Serve aiuto?».

Nessuna risposta.

« EHI!» urlò Kobayashi « EHI! SONO UN POLIZIOTTO, DANNAZIONE!».

Ancora nessuna risposta.

Kobayashi recuperò un po’ di professionalità: slacciò la patta della fondina ed avanzò con cautela verso il furgoncino Volkswagen, ancora una volta con la mano destra posata sul calcio della REU-Tech. Chiamò ancora:

« EHI, DEL FURGONE… C’É QUALCUNO? EHI, POLIZIA!».

Nessuna risposta neppure stavolta. Un qualsiasi automobilista in panne avrebbe già risposto.

Doveva essere qualcosa di peggio.

Kobayashi raggiunse il Volkswagen e si fermò per sicurezza ad un paio di metri di distanza: una precauzione inutile se fossero partiti colpi d’arma da fuoco, ma quantomeno sarebbe stato sufficientemente protetto dall’oscurità (e dal vecchio trucco del tenere la torcia alta sopra la spalla sinistra) per avere almeno una possibilità di reagire; comunque era una posizione buona per ispezionare il veicolo.

Gli sportelli erano chiusi; i finestrini erano alzati, ma non erano oscurati né appannati, e il potente raggio della Mag-Lite penetrò attraverso il vetro ad illuminare gli interni del Volkswagen. Pareva vuoto. Nessun segno di persone all’interno.

Kobayashi si mosse di lato, per girare attorno al veicolo. Il portello posteriore del Volkswagen era aperto e, con estrema prudenza, Kobayashi fece un passo avanti per illuminare il vano di carico.

Tana per il cadavere.

Il corpo di un uomo giaceva pancia in giù sulla nuda lamiera del pianale; pacchi di cartone erano sparpagliati tutt’intorno, ma non avevano avuto abbastanza pietà per Kobayashi da cadere addosso al cadavere per nasconderne lo scempio: non aveva camicia, e i pantaloni rossi della tenuta da corriere espresso erano calati fino alle ginocchia. Era indubbiamente morto, dato che la schiena presentava uno squarcio che si allungava dalla base del collo fino al coccige, squarcio che lasciava scoperta la colonna vertebrale lesionata in più punti, ed una buona porzione di attaccatura delle costole, alcune delle quali erano state staccate ed infilate come pugnali nei polmoni scoperti.

« Oh, Gesù Santo, ODDIO CRISTO!».

Kobayashi corse via. A gambe levate.

Si era già trovato in simili circostanze, ma il ritrovamento di un cadavere ridotto in quelle condizioni non lasciava spazio ad azioni professionali come estrarre la pistola e controllare che l’area circostante fosse sicura.

Si fiondò in macchina ed afferrò il ricevitore della radio CB:

« Quattro-Soryu-Diciassette a centrale, Quattro-Soryu-Diciassette a centrale, perdio, Katori, rispondi a questa CAZZO DI RADIO!».

La radio rispose con la bella voce della centralinista rossa:

« Porca troia, Masaki, ti sembra il modo di…».

« Sono sulla Provinciale Settantuno, chilometro centoventi in direzione nord… qui c’è un cadavere, ridotto da fare schifo!».

« Ridotto da fare schifoin che senso?».

« NON FARMELO DESCRIVERE, SANT’IDDIO! MANDA QUAGGIÚ TUTTI, PERDIO, ORA!».

Senza aspettare conferma, Kobayashi riappese il ricevitore, reclinò la testa all’indietro e sospirò. Ora non restava che attendere.

E doveva scendere dalla macchina per controllare che il Volkswagen Caddy non venisse avvicinato da anima viva nel frattempo.

Aprì la borsa frigo, tastò le tanto sospirate lattine di the freddo e Coca-Cola, poi si rese conto che le circostanze non erano precisamente le migliori. Optò per una lattina di birra; ne strappò la linguetta e ne scolò il contenuto quasi tutto d’un fiato. Poi sganciò dai suoi montanti lo Shotgun Benelli e scese dalla Subaru. E rimase li, seduto sul cofano, ad osservare il furgoncino rosso con il Benelli imbracciato, finchè non arrivarono tutti.

 

7

Il tutti era rappresentato da altre cinque autopattuglie Subaru della Polizia Stradale provenienti dai Koban sull’Autostrada Nazionale Settantaquattro, e da un furgone Ford Transit nero dell’Ufficio del Medico Legale della Prefettura di Miyagi; c’erano, inoltre, tre auto-civette della Squadra Omicidi, berline Fiat Marea grigie, ed un furgoncino monovolume Chrysler Voyager della Polizia Scientifica venute direttamente da Sendai. Agenti in borghese e tecnici della Scientifica armeggiavano attorno al Volkswagen Caddy; il cadavere martoriato era già stato chiuso in un sacco di plastica nera dagli addetto dell’Ufficio del Medico Legale.

Kobayashi aveva riposto il Benelli, ed ora si era di nuovo seduto sul cofano della Subaru, con gli occhi fissi sul Volkswagen rosso.

Un’altra Subaru della Stradale si fermò in fondo al gruppo delle autopattuglie raccolte sulla Scena del Crimine; il sergente Takeshi Miyazaki e corse verso Kobayashi, che riconobbe i suoi passi pesanti e lo anticipò, senza girarsi a guardarlo:

« Potevi anche risparmiarti l’uscita da Baby Sitter, sergente. Era meglio se te ne restavi nel Koban a bere caffè, qui non c’è più nulla da vedere».

« Non faresti meglio a tornartene a casa, Masaki?». Miyazaki scosse la testa.

« No. Ho un lavoro da fare». Kobayashi non lo guardava neppure.

« Senti… per favore, Masaki, credimi, dopo quello che hai visto quaggiù non sei in condizioni di continuare. Facciamo così: per stanotte ti faccio sostituire da Shigeru, e l’ultimo tratto lo può fare Kenji… ci metterò una buona parola e ti prenderai una settimana di permesso, anzi, meglio, fino alla fine del mese. Ti sostituisco io».

« Ho detto di no. Lo faccio io, il mio lavoro».

« Sant’Iddio, Masaki, dammi retta…».

Kobayashi salì sulla Subaru sbattendo lo sportello, avviò il motore e si rimise in carreggiata sgommando. Miyazaki dovette spostarsi di scatto per non essere investito.

Il sergente guardò l’autopattuglia di Kobayashi sparire verso l’orizzonte, quindi premette il pulsante di comunicazione del ricevitore attaccato al suo walkie-talkie Kenwood e parlò:

« Due-Soryu-Ventuno a centrale. Katori, mi cagheresti un istante?».

La voce di Katori Sayaka arrivò metallica, irritata, tramite il Kenwood:

« Che cavolo vuoi ancora, sergente?».

« Temo che abbiamo un problema col nostro giovane eroe».

« Cosa… di che cosa stai parlando?».

« Di Masaki. Mi ha praticamente detto di levarmi dai coglioni ed è corso via come se avesse il pepe al culo». Un attimo di silenzio, poi un sospiro: « Ho idea che voglia mettersi a cercare l’assassino da solo. Tu sai che è il tipo capace di farlo».

Ancora due secondi di silenzio, prima che Katori Sayaka tornasse in linea:

« Si… si, lo so. Cosa hai intenzione di fare?».

« Per ora torno in centrale. Per ora».

Miyazaki rilasciò il pulsante di comunicazione, ritornò a piccoli passi sulla sua autopattuglia e si allontanò.

 

8

Victoria.

La mente di Kobayashi era invasa da quel pensiero. Continua, martellante, l’immagine di Victoria Van Brücken, la bionda olandese che viaggiava per il Giappone su una Ferrari nera dagli interni rossi, tornava nella mente di Masaki Kobayashi con la velocità di un proiettile calibro Nove, e con gli stessi effetti sul suo morale; il solo pensiero che fosse in pericolo lo spingeva a guardarsi attorno con estrema attenzione. “Se vorrai trovarmi, ci riuscirai senz’altro” aveva detto lei… orbene, adesso lui voleva trovarla, e ci sarebbe riuscito a costo di guidare a venti chilometri all’ora fino ad Hiroshima.

Victoria Van Brücken era tutta la sua vita.

Nella sua strada, qualcuno si stava divertendo ad aprire in due le persone.

Victoria lo amava? Molto probabilmente no: molto, molto probabilmente aveva soltanto unito l’utile al dilettevole, godendosi una bella chiavata ed evitando il ritiro della patente, ma aveva lasciato un segno indelebile nel cuore di Kobayashi, ed ora lui era più che mai determinato a fare in modo che la divina Victoria e l’Allegro Macellaio non si incontrassero mai.

La radio cantò con la voce melodiosa di Katori Sayaka:

« Quattro-Soryu-Diciassette, qui è centrale. Rispondete, passo!».

Vaffanculo, Katori!

pensò Kobayashi, concentrato sulla strada. Il CB tornò a chiamare:

« Chiamata per Quattro-Soryu-Diciassette, fare immediatamente rapporto, passo!».

« VAFFANCULO, KATORI, MI HAI SENTITO? VAFFANCULO, VAI A FARTI FOTTERE!».

Kobayashi urlò senza aprire la comunicazione, e la voce melodiosa di Katori Sayaka tornò, stavolta carica di angoscia:

« Centrale per Quattro-Soryu-Diciassette… buon Dio, Masaki, rispondimi!».

Kobayashi afferrò il ricevitore del CB con un gesto di stizza e sbottò:

« Non ci torno in centrale, va bene?».

« Masaki… per favore…». La voce della splendida Katori era rotta dal pianto.

Tuttavia Kobayashi rispose in tono ancora più duro:

« Ho detto di no, porca troia, TU NON SAI COSA SUCCEDE!».

« Dammi qua…».

Il sergente Takeshi Miyazaki si intromise nella conversazione, strappando il microfono della radio di mano a Katori Sayaka, quindi la sua voce sostituì quella della rossa:

« Masaki, torna subito in centrale o faccio rapporto a Kasuminome!».

Il comandante Yoshiyuki Kasuminome era l’ufficiale più alto in grado del Koban; in pratica ne era il capo, ma faceva anche lui il torno di notte, quindi comandava solo sui sei agenti che lavoravano dalle otto di sera alle sei del mattino; gli agenti del turno di giorno erano capitanati da un Sovrintendente che Masaki non conosceva nemmeno.

« Fai pure!» sbuffò il giovane poliziotto « Tanto… scommetto che sa già tutto!».

« Infatti ci ho già fatto una chiacchierata».

« E allora passamelo e non rompere i coglioni, sergente!».

Seguì un minuto buono di silenzio, poi la voce dell’uomo della stessa età del sergente Miyazaki, sebbene più paterna e rassicurante, arrivò dal CB:

« Figliolo, sei ancora lì?».

Kobayashi si schiarì la voce:

« Comandante Kasuminome…».

« Lascia perdere, figliolo. Vorrei solo che ti facessi un esame di coscienza. Sai quello che stai facendo, Kobayashi?».

Victoria…

« Si, comandante, lo so».

« Allora non posso fermarti. Ti chiedo soltanto di essere prudente».

« Lo sarò».

« Il cielo si è annuvolato… probabilmente finirà per piovere».

Kobayashi sbirciò per un istante fuori dal finestrino il cielo notturno, la luna e le stelle coperte da una spessa coltre di nubi grigie da cui filtravano pochi raggi chiari.

« Ho la mantellina» concluse, prima di riappendere il ricevitore.

 

Yoshiyuki Kasuminome restituì con calma il microfono del centralino radio a Katori Sayaka, che singhiozzava vistosamente, poi le porse un Kleenex. Lei lo guardò per un istante con espressione riconoscente e si asciugò il viso.

« Non mollerà» il comandante scosse la testa « Non finchè non cascherà dal sonno o non lo troverà. Non riesce ad accettare nemmeno una benché minima possibilità che quello che fa possa essere inutile… perlomeno, non ancora».

Seduto sul grosso tavolo della consolle radio, di fianco a Katori Sayaka, il sergente Takeshi Miyazaki incrociò le braccia:

« Dovremmo andare a cercarlo».

Kasuminome e Katori Sayaka si girarono di scatto verso di lui, e così pure il giovane Hayao Hachiya, addetto al centralino telefonico. Il sergente annuì:

« Io e lei, comandante. Potremmo metterci in macchina e andarlo a recuperare. Quantomeno, a coprirgli le spalle, nel caso… be’, nel caso non chiedesse rinforzi».

« Vengo io!». Katori Sayaka si alzò, sforzandosi di essere decisa.

« Assolutamente NO!» esclamarono, quasi in coro, Kasuminome e Miyazaki.

Katori Sayaka fu irremovibile: dopo aver controllato che la pistola REU-Tech che aveva in fondina fosse carica, prese uno Shotgun Benelli dalla rastrelliera da due posta di fianco alla porticina del centralino; lo caricò con sette colpi calibro 12 a pallettoni presi dallo stipetto sopra la rastrelliera e mise il colpo in canna. Come Kobayashi, non pensò a portare munizioni di riserva.

Sulla porta del centralino, rivolse al sergente Miyazaki un rapido:

« Ti aspetto in macchina, sergente!».

Ed uscì, con lo Shotgun in spalla, verso il parcheggio.

Ci fu un attimo di silenzio, poi Kasuminome si rivolse a Miyazaki:

« Chi altri abbiamo in giro, stanotte? Che turni?».

« Abbiamo Kenji Yamaguchi sul primo tratto dell’Autostrada Nazionale Settantaquattro, poi Shigeru Narumi, che pattuglia la Strada Secondaria Novantasette seguendo un percorso più o meno parallelo a quello di Kobayashi».

« Perfetto. Vada con Sayaka, sergente!».

Miyazaki si inchinò in tutta fretta, e con altrettanta celerità uscì dal piccolo locale del centralino.

Kasuminome sospirò, asciugandosi la fronte col dorso della mano, quindi parlò al giovane Hayao Hachiya:

« Hachiya… trasferisci tutte le chiamate telefoniche in arrivo al mio ufficio, da adesso ti occupi delle radio».

« Sissignore!» rispose Hachiya, marziale.

Smanettò un istante sulla tastiera del PC che coordinava il centralino telefonico e si spostò verso l’apparecchiatura radio. Kasuminome parlò ancora:

« Chiama Yamaguchi e Narumi, dì loro che Kobayashi sta cercando l’assassino, e dì loro di aprire gli occhi… stanotte stanno succedendo troppe cose insolite».

« Sissignore!».

 

Victoria Van Brücken accostò la Ferrari nera sul ciglio della strada, del bosco, quando la seconda fitta di dolore al ventre le disse che tutto era pronto, ancora una volta.

Scese dall’auto, a piccoli passi tranquilli, si sedette sul ciglio della strada con le gambe divaricate e la schiena appoggiata contro la fiancata della Ferrari, ed infilò le mani sotto la gonna cortissima; calò con cautela gli slip fino alle caviglie.

Poi cominciò a spingere.

Una, due contrazioni uterine seguite da un spinta dei muscoli vaginali. Il tutto liscio, delicato ed indolore, come nelle volte precedenti.

Con le mani riunite a coppa sotto la gonna, Victoria Van Brücken afferrò la creatura ancora sotto forma di bozzolo prima che cadesse a terra.

Si alzò piano, tenendo saldamente la creatura con entrambe le mani, come una madre culla un bambino. Faticò non poco per tirarsi su gli slip, che le servivano, e comunque non riuscì ad impedire l’ennesima, abbondante perdita di liquido bianco dalla vagina, che le colò giù per le gambe ed in un attimo formò una piccola pozzanghera ai suoi piedi.

Lei girò attorno alla macchina e, sempre prestando estrema attenzione a non arrecare in alcun modo danno alla creatura, aprì il bagagliaio.

Immediatamente, una piacevole sensazione di calore le colpì la faccia, unitamente alla nuvola di vapore acqueo caldo che le accarezzò il dolce viso. Quando si fu diradata, Victoria Van Brücken si chinò in avanti; l’interno del portabagagli era isolato, imbottito di uno strano materiale poroso blu, che al tatto era molto simile ad una spugna bagnata ed emetteva vapore acqueo e calore. Nell’imbottitura viscida erano ricavate almeno due dozzine di nicchie ovali; la metà di queste erano vuote… l’altra metà no, e proteggevano, alloggiandoli perfettamente, una dozzina di esseri come quello che lei teneva in braccio: più o meno delle dimensioni e della forma di una noce di cocco, marroni, viscidi, pulsanti e fini di ricchi tentacoli bianchi.

Victoria Van Brücken ripose con amore la nuova creatura in una delle nicchie, quindi chiuse il cofano e montò ancora sulla Ferrari nera

 

9

Kobayashi accese lo stereo e beccò in pieno Take A Look Around dei Limp Bizkit.

Ironia della sorte, era esattamente quello che stava facendo: guardandosi attorno. Procedeva a meno di quarantacinque chilometri orari, controllando attentamente ogni piazzola, ogni banchina, e cercando di fendere con lo sguardo l’oscurità, in cerca di altre auto parcheggiate… sperando di non trovare la bella Ferrari nera con un carico di morte a bordo.

Il peggiorare delle condizioni atmosferiche e della luminosità lo aveva costretto a passare dagli anabbaglianti agli abbaglianti per avere una panoramica migliore della strada.

Doveva trovare Victoria. E doveva, possibilmente, trovare quel bastardo che si divertiva ad aprire le persone e piazzargli una rosata di pallettoni in faccia col Benelli.

Un’autopattuglia Subaru uguale alla sua lo sorpassò a tutta velocità, coi lampeggianti e la sirena accesi, ed andò ad inserirsi sulla carreggiata davanti a lui, bloccandogli la strada.

Ma che cazzo…

Kobayashi capì in un attimo, quando i suoi abbaglianti illuminarono la targa dell’altra autopattuglia. Afferrò con stizza il ricevitore del CB e parlò:

« Otto-Soryu-Quaranta, levati dalle palle!».

« Non ci pensare nemmeno, Quattro-Soryu-Diciassette» rispose la radio con la voce di Shigeru Narumi « Devi tornare alla centrale. È un fottuto ordine!».

Ah, e il tuo sarebbe un ordine del cazzo? Dico, ti sei guardato allo specchio quella faccia da leccafiche rottinculo che hai, Shigeru? Come cazzo fai a piacere a Katori?

Kobayashi cambiò canale di trasmissione al CB e chiamò ancora:

« Quattro-Soryu-Diciassette a centrale, Quattro-Soryu-Diciassette a centrale, passo! KATORI! ALZA QUEL CAZZO DI MICROFONO!».

La radio rispose con titubante voce maschile:

« Kobayashi, sono Hachiya… Katori è andata un attimo…».

« Voglio Kasuminome alla radio. Adesso».

« Amico, senti…».

« Tu non sei mio amico, coglione… e senti tu, anzi, sentite voi, e vedete di non mettervi in mezzo. Se alla fine dovrò lasciare la polizia, allora benissimo, sarò più che felice di mettermi a novanta gradi ed ospitare tutto il corteo commemorativo per la bomba di Nagasaki, ma finchè un certo figlio di puttana non sarà chiuso in una stanza con le pareti imbottite o in un sacco di plastica nera, questa faccenda è mia, di Masaki Kobayashi. E adesso fai venire Kasuminome a questa cazzo di radio, ADESSO!».

Per un minuto, Kobayashi ricevette solo scariche elettrostatiche, quindi tornò la voce del comandante:

« Figliolo…».

« Mi levi subito Narumi dai coglioni!».

« È per la tua sicurezza, figliolo».

« Sicurezza un cazzo! Lei ha detto che non avrebbe provato a fermarmi, ed ora non deve nemmeno provare a rimangiarsi le parole!».

Kobayashi interruppe la comunicazione e riappese il ricevitore, e nel giro in una quindicina di secondi l’autopattuglia di Shigeru Narumi spense sirene e lampeggianti e sparì di lato, immettendosi in una strada secondaria. Kobayashi fece una smorfia di soddisfazione ed accelerò fino a quaranta chilometri orari.

 

« Sono tornato sulla Secondaria Novantasette, al chilometro duecentosettanta».

In piedi di fianco ad Hayao Hachiya, Yoshiyuki Kasuminome annuì di soddisfazione e si fece passare il microfono:

« Perfetto, figliolo. Esci dalla portata di Kobayashi e rientra sulla Provinciale Settantuno. Se dovessi trovarti Kobayashi davanti, seguilo senza farti notare… ma se te lo ritrovi dietro, infilati nel bosco e fatti superare. Ricordati che non stiamo cercando di arrestarlo, siamo qui perché dovremo essere in grado di fornirgli immediatamente rinforzi se dovesse trovarsi in guai seri».

« Dieci-Quattro».

Narumi chiuse la comunicazione e Kasuminome parlò ancora:

« Centrale per Due-Soryu-Ventuno, mi sentite? Cambio».

Kasuminome aveva prestato servizio per dieci anni nelle Forze di Difesa del Giappone, ed ormai tutti quelli che lavoravano con lui si erano abituati a sentirlo comunicare coi termini del linguaggio radio militare, come “Cambio” per “Passo”, “Stand-By” per “Chiudo” e “Copiare” per “Dieci-Quattro” (codice che si traduce nel verbo inglese Acknowledge, cioè “Ricevuto e mi attengo all’ordine”). Infatti, la voce del sergente Takeshi Miyazaki ribattè prontamente alla radio:

« Due-Soryu-Ventuno, siamo entrati nella Secondaria Novantasette e dovremmo essere circa… un paio di chilometri avanti rispetto all’attuale posizione di Quattro-Soryu-Diciassette, passo!».

« Roger. Vale per voi lo stesso che per Otto-Soryu-Quaranta: svoltate sulla Provinciale e tallonate Kobayashi da media distanza senza farvi individuare, se doveste trovarvelo dietro, sparite da qualche parte finchè non vi supera… tenete a mente che non dovete arrestarlo ma fornirgli copertura».

La voce alla radio cambiò. Quella di Katori Sayaka.

« Comandante, cosa dobbiamo fare se… se lo trova davvero, insomma, se Masaki avesse ragione e trovasse quel figlio di puttana?».

« Te l’ho detto, Katori. Fornirgli copertura. È un’operazione di polizia, questa».

« No, comandante, lei non me l’ha detto, perché siamo tutti molto più propensi a credere che Masaki abbia dato di matto che non a pensare seriamente che possa avere qualche possibilità di trovare quello che sta cercando, vero?».

Kasuminome non rispose. Non poteva rispondere, anche perché nessuno di loro, nemmeno Masaki Kobayashi, conosceva la vera entità della situazione.

 

10

Shigeru Narumi si reinserì sulla Provinciale Settantuno a sirene e lampeggianti spenti, a circa cinquanta chilometri dalla posizione di Kobayashi.

Quattro-Soryu-Diciassette procedeva a circa quaranta chilometri orari; soprattutto quello era parso strano a Narumi, che conosceva Masaki Kobayashi come un patito dell’alta velocità, che rifiutava per principio di dover guidare un veicolo senza che il contachilometri potesse segnare una velocità di almeno un numero e due zeri.

In un solo caso si muoveva così lentamente: durante le ricerche a tappeto. Doveva davvero essere convinto di poter prendere l’assassino, e magari aveva anche qualche possibilità concreta: Kobayashi era un ottimo poliziotto, ed in più era reso agguerrito dalla sua strana possessività; non transigeva su nessuna piccola infrazione commessa sulla sua strada, figuriamoci su un omicidio.

Comunque fosse, il comandante Kasuminome aveva ragione, e Narumi sperava di poter dare una mano a Kobayashi, nel caso in cui, nel corso di quella notte, l’animale a cui stava dando la caccia fosse davvero caduto nella rete che gli stava faticosamente tendendo in solitaria…

Narumi inchiodò quasi di colpo. Gesù, non era umanamente possibile.

Ad una decina di metri da lui, una piazzola di sosta sul limitare della foresta di conifere. L’auto parcheggiata, con i fari spenti e senza segni di vita tutt’intorno, era una Ferrari Testarossa nera come la notte, col parabrezza e i finestrini oscurati.

Ma la cosa più incredibile era la targa: tre numeri e tre lettere in alfabeto occidentale, rossi su campo bianco, più una targhetta verticale al lato, azzurra, con le dodici stelle gialle disposte in cerchio, simbolo dell’Europa, e la dicitura bianca NL.

« Che mi venisse…» Narumi fermò la sua autopattuglia nella piazzola di sosta e scese velocemente, quasi ipnotizzato da quella visione impossibile «…un colpo!».

Narumi afferrò la sua torcia Mag-Lite, la accese tenendola ben alzata sopra la spalla sinistra, e si avvicinò a passi lenti e dubbiosi ma sostenuti, inesorabili.

Più che di un sospetto, si trattava di incredulità di fronte ad una sorta di meraviglia della natura: un’auto olandese arrivata in Giappone chissà come, e chissà con quale proprietario.

Narumi si figurava poche persone in grado di pagarsi il trasporto su un aereo cargo, o di pazientare per settimane di traversata su una nave merci o, peggio ancora, di attraversare in auto l’intera Europa e la Russia per poi imbarcarsi con la macchina per il Giappone su un traghetto da Vladivostok o dalla Corea del Sud.

« Serve aiuto?».

La voce femminile sorprese Narumi alle spalle, e il giovane agente, che era arrivato ad ispezionare il retro della Ferrari, si girò di scatto con il pugno sinistro contratto per la tensione sulla Mag-Lite, tanto da lasciare sulla pelle i segni dell’impugnatura zigrinata, e la mano destra pronta ad estrarre la sua REU-Tech che giaceva nella fondina.

L’impatto visivo con la bellissima bionda straniera a due metri da lui fu molto rassicurante per Shigeru Narumi, che lasciò il calcio della REU-Tech ed allentò la presa sulla Mag-Lite.

La bionda, alta almeno trentacinque o quaranta centimetri più di lui, aveva addosso un paio di scarpette rosse, una minigonna blu e una camicia bianca a righe. Era divina, davvero molto sexy… ciononostante, Narumi riusciva a controllarsi. Certo, non sapeva cosa avrebbe fatto se lei lo avesse provocato, ma non era eccitabile come la maggior parte dei suoi colleghi, perché aveva un segreto: Katori Sayaka.

Narumi squadrò la bionda:

« È lei… è lei la proprietaria di quest’auto?».

« Si, sono io…!» rispose la bella bionda, guardando non lui ma alla sua destra, tra gli alberi, e nel contempo giocherellando con le dita della mano sinistra con una treccia di capelli « Mi chiamo Victoria Van Brücken. Sono olandese».

« Ho… visto…!».

« Le serviva qualcosa… Oddio, non dica che è per la targa, sarebbe già il terzo che mi ferma per la targa in due giorni… sa, io ho viaggiato fin qui per parecchi chilometri, per sbrigare delle questioni».

« Capisco. No, a dir la verità l’ho vista parcheggiata… si, ho notato la targa, ma ho pensato che avesse bisogno d’assistenza».

Sorridente, Victoria Van Brücken si girò a guardarlo negli occhi:

« Effettivamente avrei bisogno di qualcosa…».

« Mi dica pure… cosa?».

« TE!».

Il tono di voce divenne sexy, felino, aggressivo. Lei gli fu addosso, lo afferrò per i capello con la mano sinistra e lo baciò profondamente sulla bocca, mentre la mano destra gli si infilava nei pantaloni da sotto il cinturone.

 

11

Hayao Hachiya alzò gli occhi e controllò l’ora sul grosso orologio da parete appeso sopra l’usuale postazione di Katori Sayaka. Era l’una e trentacinque minuti… del mattino.

Quello che probabilmente sarebbe stato per sempre ricordato da tutti gli agenti del Koban come “Incidente Kobayashi” era in corso da circa quattro ore: un giovane poliziotto troppo zelante aveva scoperto un cadavere nel suo percorso di pattuglia, ma anziché lasciare il lavoro alla Squadra Omicidi si era lanciato in una folle caccia all’uomo personale, che aveva finito per coinvolgere tutti gli agenti del suo Koban in un’estenuante gioco a rimpiattino con le ombre. Hachiya aveva preso il posto di Katori Sayaka da due ore e mezze, durante le quali non aveva fatto altro che ascoltare discorsi isterici alla radio e bere caffè tanto da farselo uscire da tutti i buchi. Cazzo, roba da non crederci.

La porta del centralino si aprì alla sua sinistra, e Yoshiyuki Kasuminome entrò stancamente, reggendo due tazze di caffè, una delle quali, l’ennesima, posò di fronte ad Hachiya, dicendo:

« Prova a farlo adesso, vediamo se ci rende le cose più facili».

Hachiya annuì. Accese un monitor posto di fianco alla consolle radio, e controllò che la ricezione delle onde magnetiche fosse a posto; quindi smanettò per un istante sulla tastiera collegata al monitor.

Addosso a Masaki Kobayashi, Takeshi Miyazaki, Katori Sayaka, Shigeru Narumi e Kenji Yamaguchi si accese una lucina, all’altezza del cinturone, solo per un attimo: i radio-segnalatori d’emergenza incorporati nei loro walkie-talkie Kenwood erano stati attivati, ed ora avrebbero rivelato esattamente, grazie ad una rete di satelliti GPS, la loro posizione, ed in caso di movimento persino la loro velocità di crociera, e trasmesso tutti i dati al computer del Koban, che li avrebbe elaborati e ritrasmessi all’operatore nella maniera più comprensibile; non era esattamente tecnologia fantascientifica: piuttosto roba militare della generazione precedente, cioè di un anno e mezzo prima almeno. Piuttosto, il controllo dei dati, cioè il far capire al computer quale unità si voleva seguire era piuttosto arduo, perché il satellite non conosceva i nomi delle unità come “Quattro-Soryu-Diciassette”, ma solo il codice seriale del segnalatore che ogni agente aveva addosso. I codici erano tutti contenuti in un librone di istruzioni che Katori Sayaka teneva nello scomparto portaoggetti sotto la sua consolle. Ad Hachiya, pur non essendo un genio, non ci volle molto a trovare i codici ed inserirli nel modo giusto (che, tra l’altro, era spiegato in maniera molto chiara e semplice in un Post-It infilato nel librone, vergato con la dolce calligrafia di Katori Sayaka): assegnò un pulsante del tastierino numerico per ogni segnalatore cosicché, premendo il dato pulsante, ogni volta avrebbe avuto subito i dati direttamente dal trasmettitore desiderato, senza dover rifare tutta la trafila.

Quindi, senza aspettare un ordine diretto di Kasuminome, premette il pulsante “1”, assegnato a Quattro-Soryu-Diciassette. Masaki Kobayashi si muoveva lungo la Provinciale Settantuno ad una velocità di quaranta chilometri orari netti. Una velocità incredibilmente bassa per un amante del rombo dei motori come lui.

Ad un annuire di Kasuminome, Hachiya premette i pulsanti “2” e “3”, associati a Takeshi Miyazaki e Katori Sayaka. I due radio-segnalatori trasmettevano dallo stesso, identico punto: quindi non si erano divisi e viaggiavano ancora sulla Subaru del sergente, che si muoveva sulla Secondaria Novantasette ad una velocità pari a quella di Kobayashi, presumibilmente nel tentativo di sfruttare la maggiore estensione della strada, parallela alla Provinciale, per sbucare da qualche parte alle sue spalle e seguirlo senza farsi individuare.

Ancora un cenno affermativo da parte di Kasuminome, e Hachiya premette il pulsante “4”: tutto regolare per Kenji Yamaguchi, che continuava a pattugliare avanti e indietro i primi sessanta chilometri dell’Autostrada Nazionale Settantaquattro, a cui si accedeva di caselli che si trovavano almeno ancora duecento chilometri avanti rispetto alla posizione di Quattro-Soryu-Diciassette; di solito, duecento chilometri non erano niente per Masaki Kobayashi, ma lui si stava muovendo così lentamente

Prima che Hachiya potesse ricevere l’ultimo cenno di assenso, il telefono squillò e Kasuminome si precipitò al centralino telefonico a rispondere:

« Polizia Stradale, Koban della Provinciale Settantuno!».

« Pronto… potrei parlare col comandante Yoshiyuki Kasuminome?».

« Sono io. Chi parla?».

« Ah, perfetto… detective Masamune Yukuri, Squadra Omicidi della Polizia di Sendai. Volevo informarla… il medico legale ha concluso l’autopsia sul cadavere che il suo agente ha trovato lungo la Provinciale. Vuole che le dica tutto io o preferisce aspettare il fax ufficiale?».

Kasuminome accese il registratore digitale a MiniDisc collegato al centralino, quello di solito usato per registrare le chiamate d’emergenza, e disse:

« Parli pure…».

« Abbiamo identificato la vittima come Iwao Fukuhaki, quarant’anni, dipendente della filiale della FedEx di Sendai. È morto dissanguato, lo squarcio alla schiena che la lesionato la colonna vertebrale… ed anche lo strumento che ha reciso le costole che sono state poi infilate nei polmoni… chiedo scusa, è talmente assurdo…».

« Oggi ne sono successe tante, di cose assurde».

« Secondo il referto del medico legale, un taglio così preciso potrebbe essere stato fatto solo da uno strumento meccanico a rotazione con una velocità di seicento giri al minuto… in pratica un trapano da dentista o una sega circolare Stryker per autopsie. Il problema… cioè quello che invalida la tesi… è che i bordi dello squarcio sono talmente frastagliati che indicherebbero più che altro artigli di animale».

« Artigli di animale?».

« Esattamente, vede… abbiamo esaminato la ferita col Luma-Lite, ed abbiamo trovato frammenti di qualcosa che sembra calcio. Frammenti di unghie».

« Detective, si rende conto che sta girando a vuoto?».

« Eccome se me ne rendo conto, anche perché Fukuhaki ha avuto un rapporto sessuale meno di mezz’ora prima di morire».

« Rapporto… sessuale?».

« Di tipo eterosessuale, per la precisione: sul suo pene abbiamo evidenziato col Luma-Lite tracce fresche di liquido seminale e ciprin… secrezioni vaginali. Abbiamo avuto una mappatura completa del DNA dalle secrezioni e dalle scaglie di unghie, ma non ha senso».

« Cosa significa?».

« Significa che, secondo il genetista dell’Ufficio del Medico Legale, non esiste in natura un DNA simile. Le sequenze di amminoacidi Adenina- Citosina e Guamina- Timina non hanno senso. Non è così che si legano gli amminoacidi nella catena del DNA, quantomeno non nelle forme di vita basate sul carbonio… non su questo pianeta.».

« Oh, Gesù, detective!».

« Abbiamo mandato una campionatura del DNA comunque alle banche dati: lo stiamo confrontando con quello delle donne condannate per crimini violenti negli ultimi cinque anni, e ne abbiamo spedito un po’ anche al database dell’INTERPOL e del Ministero della Difesa, il nostro e quello degli Stati Uniti. A dire la verità, io non sono molto fiducioso di ottenere risultati…».

Alle spalle di Kasuminome, Hachiya alzò improvvisamente la voce:

« Comandante… Otto-Soryu-Quaranta è fermo sulla piazzola di sosta numero cento sulla Provinciale, a cinquecento metri dall’innesto con la Secondaria…».

« Hachiya… sono al telefono, DANNAZIONE!».

« …l’innesto con la Secondaria che Quattro-Soryu-Diciassette ha appena passato!».

 

12

« Brutto FIGLIO DI PUTTANA!» urlò Kobayashi, quando vide l’auto della polizia ferma alla piazzola di sosta.

Accostò rapidamente, fermò la sua Subaru di fianco a quella di Narumi ed aprì lo sportello per scendere. E fu allora che lo vide.

Lo sportello posteriore sinistro dell’auto di Narumi era aperto. Ne sporgevano un paio di piedi, calzati in scarpe nere. Inerti.

« Oh, mio Dio no, TI PREGO…».

Kobayashi chiuse gli occhi, in preda al terrore più assoluto. Non era possibile.

Li riaprì. I piedi c’erano ancora.

Kobayashi singhiozzò di disperazione e di paura; la pressione del panico gli schiacciava il petto. Se si fosse messo ad urlare come ora voleva urlare, le sue stesse grida l’avrebbero fatto impazzire, e il giorno dopo l’avrebbero trovato lì, ancora urlante, raggomitolato a terra in posizione fetale in una pozzanghera di feci, urine e saliva.

Non c’era altro tempo da perdere. Doveva trovare Victoria e condurla al sicuro al più presto.

Innanzitutto aveva un ultimo dovere verso Shigeru Narumi: controllare. Sganciò il Benelli dai suoi montanti e scese velocemente dalla Subaru. Non aveva bisogno della Mag-Lite: gli abbaglianti illuminavano eccellentemente l’area di sosta, anche se non erano sufficienti per penetrare l’oscurità del bosco di conifere tutt’intorno. Kobayashi avanzò a passi veloci, col Benelli alzato e pronto a sparare, il calcio posato sulla spalla destra e il dito fisso sul grilletto. Si fermò a due metri dall’auto di Narumi e guardò all’interno, sempre tenendo alzato il Benelli.

Shigeru Narumi giaceva pancia in su sui sedili posteriori. I pantaloni e le mutande erano abbassati fino alle ginocchia, e il suo pene ormai moscio giaceva reclinato sul ventre, umido di liquidi.

Kobayashi non colse alcun nesso: era troppo occupato a cercare la causa della morte, ed infine la trovò. La camicia di Narumi era aperta, il cinturone e il giubbotto antiproiettile erano abbandonati sul tappetino. Narumi era aperto nel peggiore dei modi: sventrato dal fegato fino alla milza. Dal lungo taglio, chirurgicamente preciso e nel contempo barbaramente frastagliato, fuoriusciva l’intestino in lunghi tratti rossi simili a grosse corde imbevute di vernice scarlatta.

Gli occhi di Narumi erano sbarrati; dalla bocca socchiusa colava un rivolo di sangue.

« Oddio, Shigeru… amico mio… che cosa ti ha fatto?».

Con le lacrime agli occhi, Kobayashi distolse lo sguardo dall’auto di Narumi, abbassò il Benelli e singhiozzò. Era seriamente sul punto di mettersi a piangere, quando sentì il rombo venire dal bosco, dove c’era la strada Secondaria.

Alzò la testa. Niente di niente in vista.

Eppure quello era un rumore di motore, una musica che conosceva troppo bene per scambiarla per qualcos’altro.

La certezza gli balenò nella mente come il fulmine che baluginò alle sue spalle introducendo il temporale che avrebbe presto fatto da corollario alla sanguinosa fine di quella notte di terrore.

Era lui. E si stava muovendo nel bosco verso la strada Secondaria, a fari spenti.

« EHI!» gridò Kobayashi, facendo due passi avanti verso il bosco « POLIZIA! FERMA LA MACCHINA E SCENDI, FIGLIO DI PUTTANA!».

Il Figlio di Puttana accese i fari, e Kobayashi poté finalmente vedere la posizione della macchina: era in pieno bosco. Si era mossa dalla piazzola, perché Kobayashi scorgeva solo le luci rosse di posizione; e stava avanzando nel bosco, verso la strada Secondaria, che si trovava mezzo chilometro più in fondo, proprio in mezzo alla fitta zona degli abeti.

Kobayashi fece altri due passi avanti ed alzò il Benelli; fu allora che l’auto schizzò via verso il cuore della foresta, verso la strada secondaria, senza che lui avesse visto altro che le luci di posizione e la luce dei fari, un fulmine nero nella notte ancora più oscura.

« VAFFANCULO!».

Kobayashi iniziò a premere il grilletto. In quattro secondi scaricò il Benelli, sparando sette fucilate a pallettoni verso l’auto, che non si fermò e continuò ad allontanarsi verso la strada Secondaria, fino a diventare un puntino rosso nel bosco.

Kobayashi rimase fisso, in piedi, col fucile ormai scarico abbassato, a guardare l’oggetto nero che si allontanava… ed infine spariva sulla Secondaria Novantasette.

« FOTTITORE DI TUA MADRE!».

Senza pensarci troppo su, Kobayashi corse verso la sua Subaru; gettò lo Shotgun scarico sul sedile del passeggero con un gesto di stizza e montò su sbattendo lo sportello.

La rabbia e la determinazione avevano preso il posto della paura. Doveva dare la caccia a quel figlio di puttana e fargli ingoiare tre proiettili Nove Millimetri, perché così Victoria sarebbe stata al sicuro.

Sapeva cosa doveva fare. Si reimmise nella carreggiata, schiacciando il pedale dell’acceleratore a tavoletta. La velocità. Il suo primo, vero amore.

Afferrò il ricevitore del CB ed esclamò:

« Hachiya! Rispondi, brutto figlio di puttana!».

 

La chiamata radio di Kobayashi arrivò al Koban quando Kasuminome era intento ad ascoltare per la quarta volta la registrazione della telefonata del detective Yukuri; fu Hachiya a rispondere, con voce dubbiosa:

« Masaki, che ti succede?».

« Vi avevo detto di non farlo!».

« Non fare… cosa?».

« È morto, dannazione a voi, SHIGERU È MORTO!».

Kasuminome strappò il microfono di mano ad Hachiya e parlò:

« Figliolo… puoi ripetere con calma l’ultima cosa che hai detto?».

« È morto… Shigeru Narumi. L’ho trovato nella piazzola di sosta numero cento. Nudo e sventrato».

Oh, Gesù…

« Figliolo, stanotte ne hai viste davvero troppe. Sei sicuro di non volertene tornare a casa?».

« No. Mandate qualcuno che si occupi di Shigeru. Io ho da fare».

 

« Due-Soryu-Ventuno? Due-Soryu-Ventuno, qui centrale, cambio».

Il sergente Miyazaki, seduto al lato del passeggero sulla sua autopattuglia guidata al momento da Katori Sayaka, afferrò il ricevitore del CB:

« Qui Due-Soryu-Ventuno, mi trovo ancora sulla Secondaria Novantasette, ad almeno una decina di chilometri da Kobayashi».

« Abbiamo dei problemi, sergente» disse la radio, con la voce del comandante Kasuminome

« Quattro-Soryu-Diciassette ha accelerato, si muove sul filo dei centonovanta orari. È incazzato nero…!».

Oh, Dio, dimmi che non è vero…pensò Takeshi Miyazaki.

« É… successo ancora?» balbettò.

« Shigeru Narumi. È morto. L’ha trovato Kobayashi in una piazzola sulla Provinciale… non è in buone condizioni».

La Subaru sbandò per un istante. Miyazaki guardò Katori Sayaka, e vide che tremava, ed era rossa in viso.

« Ascolta bene, sergente» Kasuminome parlò ancora « Secondo il segnalatore di emergenza, Masaki sta proseguendo lungo la Provinciale; questo significa che sta facendo un inseguimento diretto, oppure che l’assassino è sparito nella Secondaria e lui lo sta seguendo in parallelo. Masaki ha accelerato… ma questo non importa. Questo è importante: non pensate a Shigeru, adesso, sto già mandando i ragazzi della Omicidi e del Medico Legale. Se anche quel figlio di puttana fosse ancora sulla Secondaria, a quest’ora avrà già superato tutte le uscite per le Strade Comunali e per i centri abitati. A questo punto può solo immettersi di nuovo nella Provinciale, a tre chilometri dai caselli dell’Autostrada; quindi restate sulla Secondaria… e se avete un sentore, anche solo il minimo sospetto che ci sia qualcosa di strano, be’, non lasciate scappare il bastardo».

« Dieci-Quattro» Miyazaki riappese il ricevitore e guardò alla sua destra, Katori Sayaka.

La bellissima poliziotta era paonazza in viso, aveva gli occhi rossi, e grosse lacrime le rigavano le guance. Lei mormorò:

« Shigeru…».

« Katori… tu…».

Katori abbassò la testa ed urlò:

« ODDIO, IO L’AMAVO COSÌ TANTO…!».

Miyazaki non rispose. Guardò ancora per un istante la sua adorata Katori piangere, quindi sentenziò:

« Uccidiamo quel figlio di puttana!».

L’autopattuglia accelerò.

 

13

Victoria Van Brücken risalì in auto dopo aver chiuso un’altra creatura nel portabagagli. Stavolta era passata circa mezz’ora dall’inseminazione. I suoi processi metabolici si stavano facendo sempre più veloci, ma questo significava anche che le serviva molto più riposo tra una gestazione e l’altra.

Avrebbe potuto fermarsi in una piazzola lungo la strada Provinciale e dormire un po’, poi andare a mangiare qualcosa in un ristorante sull’Autostrada…

Rientrò in carreggiata e premette pochissimo sull’acceleratore, quanto bastava perché la Ferrari nera non superasse il limite di velocità, perché alle sue spalle, poteva già vederla attraverso lo specchietto retrovisore, c’era un’altra auto della polizia.

 

Takeshi Miyazaki e Katori Sayaka avevano raggiunto la Ferrari nera di Victoria Van Brücken per quattro motivi: il primo era l’anticipo, in quanto, quando Kasuminome aveva annunciato loro la morte di Shigeru Narumi, loro avevano già superato la posizione del cadavere; il secondo era la nuova, mostruosa gestazione di Victoria Van Brücken, che l’aveva tenuta ferma per almeno venti minuti; il terzo era la rabbia di Katori Sayaka per la morte del suo amato Shigeru, che l’aveva spinta a premere sull’acceleratore tanto da portare la Subaru ad una velocità così alta che Miyazaki poteva paragonarla solo al concetto di movimento puro tanto caro al giovane Masaki Kobayashi; il quarto, infine, era ovviamente il Fato.

Il retro della Ferrari nera era stato illuminato dagli abbaglianti dell’autopattuglia quando era rientrata in carreggiata dalla banchina. Il sergente Miyazaki aveva notato immediatamente la targa europea, e l’aveva fatta presente a Katori Sayaka.

« Io… penso… che bisognerebbe… dare una controllata…!» era stata la risposta, rotta dai singhiozzi, della bellissima poliziotta dai capelli rossi.

Miyazaki si era sentito morire, ma aveva comunque deciso di aspettare che la Ferrari nera si immettesse nella provinciale per fermarla. Chi lo sa, magari avevano avuto fortuna.

 

Victoria Van Brücken guardò attraverso lo specchietto retrovisore, e vide che l’autopattuglia continuava a tallonarla. Che l’avessero individuata? Possibile. Si preparò alla solita scena di comodo… e ad un’altra inseminazione, se necessario, se possibile.

All’ultima uscita svoltò a sinistra e si immise sulla Provinciale Settantuno. Attraverso lo specchietto retrovisore, vide l’autopattuglia fare altrettanto.

Il momento della verità. Oltrepassò un cartello che segnalava una piazzola di sosta.

L’auto della polizia accese i lampeggianti; anche la sirena urlò, per due secondi soltanto.

« Dannazione…».

Victoria Van Brücken accostò sulla destra e fermò la Ferrari nella piazzola. L’autopattuglia coi lampeggianti accesi si fermò dietro la sua auto.

 

« Scendo io» disse Miyazaki, con decisione.

Sganciò dai montanti il Benelli Nova che Katori Sayaka aveva pensato bene di portare, e smontò dalla Subaru tenendo lo Shotgun con la sola mano destra. Si avvicinò alla Ferrari con passo cauto, quasi marziale; in realtà, stava controllando molto attentamente l’insolita vettura nera.

Si fermò ad un metro da cofano posteriore; posò la mano sinistra sotto la canna del Benelli, che così era ben imbracciato e pronto ad essere usato.

« Lei!» esclamò « La prego di scendere dalla macchina!».

Lo sportello si aprì. Victoria Van Brücken fece vedere prima le gambe, iniziando il suo rituale di seduzione che l’avrebbe portata a farsi ammirare in tutto il suo splendore, ma a quel punto Miyazaki alzò la voce, e accompagnò la sua esclamazione alzando il Benelli:

« FAMMI VEDERE LE MANI!».

Brutto figlio di puttana, adesso ti sistemo io per le feste! pensò Victoria Van Brücken, alzando le braccia perché le mani sporgessero dallo sportello aperto.

« Adesso scendi!» esclamò ancora Miyazaki.

Sbuffando, Victoria Van Brücken scese, tenendo le mani alzate.

Mio Dio… è un DEA!

Miyazaki ebbe un attimo di sbandamento nel vedere Victoria Van Brücken mostrarsi, bella come Venere sorgente dalle acque del Mediterraneo.

« Metta giù quel fucile, agente» fece Victoria, con sguardo felino e voce calda, abbassando le mani « Non ce n’è nessun bisogno».

« Questo… questo lo vedremo!» annuì Miyazaki, tentando di resistere il più possibile agli assalti della meravigliosa bionda « Cammini verso di me, con calma e senza fare movimenti bruschi con le mani!».

« Ehi, così mi spaventa!» ridacchiò Victoria, sempre con voce calda.

« Stiamo cercando un Serial Killer, signorina!» ribatté con durezza il sergente « Ho le mie precauzioni da prendere!».

« Oh…» Victoria sospirò di desiderio, avvicinandosi a passi piccoli, aggraziati, decisi « Chissà che coraggioso devi essere, poliziotto!».

Miyazaki era paralizzato, preda di un conflitto interno tra una parte del suo corpo, quella superiore, che gli diceva di fermarla puntandole il fucile in faccia, ed un’altra, ovviamente quella inferiore, che gli faceva notare che non poteva comportarsi così con una creatura divina che era in procinto di dargliela.

« Chissà che stanco che sei, poliziotto» mormorò Victoria, quando fu a una decina di centimetri dal sergente Miyazaki « Che ne diresti di controllare assieme a me se i sedili posteriori di quella bella Subaru sono comodi, hm?».

Accompagnò le sue parole aprendo un altro bottone della camicetta.

Miyazaki sospirò di desiderio ed abbassò il Benelli. E, a quel punto, Katori Sayaka scese dall’autopattuglia, estrasse la sua REU-Tech e la alzò contro Victoria Van Brücken, sempre tenendosi al riparo dietro l’auto:

« FERMA, NON MUOVERTI!».

Victoria si girò e la guardò con odio… l’odio che una donna riserva per un’altra donna che le contenda un uomo. Katori Sayaka parlò ancora:

« Allontanati da lui e alza le mani!».

E fu allora che l’espressione di Victoria Van Brücken mutò, da odio a stupore:

« Io… io ho già sentito la tua voce, stanotte!».

« Cosa?» Katori Sayaka si accigliò.

Dove la bionda aveva già sentito la sua voce, quella notte? L’unica poteva essere...

Quattro-Soryu-Diciassette, controllo!

Otto-Soryu-Quaranta, controllo!

Katori Sayaka trasformò in un istante il suo volto in una maschera di guerra; furiosa, agitò la REU-Tech puntata contro Victoria Van Brücken ed esclamò:

« TU! TU HAI UCCISO IL MIO SHIGERU!».

Con espressione seducente, Victoria Van Brücken annuì, parlando con voce sensuale, dolce ma nel contempo crudele:

« Si, si, è vero, l’ho ucciso. Però prima me lo sono scopato, e mi sono goduta il suo bel cazzo lungo e duro!».

Katori Sayaka inclinò la testa e digrignò i denti, paonazza in viso, con gli occhi ancora una volta rossi e le lacrime che tornavano a sgorgarle sul viso; Takeshi Miyazaki era impietrito, incapace di muoversi di fronte a ciò che vedeva e sentiva. Victoria continuò con lo stesso tono di voce:

« E prima di lui, stanotte, ho scopato col tuo amico Masaki… lui ti vuole molto bene, sai? E fotte anche molto bene, e stavo per farla finita anche con lui, solo che sei arrivata tu, con quella voce da oca a quella radio del cazzo a fare scappare via Masaki da me, prima che avessi finito con lui!».

Miyazaki passò per un attimo con lo sguardo da Victoria Van Brücken a Katori Sayaka: bionda sembrava molto tranquilla, ed anche sessualmente eccitata; la poliziotta rossa, invece, era visibilmente sul punto di mettersi a sparare all’impazzata. Victoria finì:

« Così mi sono arrangiata con quel misero corriere espresso col furgone giallo, ma non era all’altezza… i poliziotti sanno chiavare tutti molto bene, invece. Chissà se sono così anche quelli di mezza età?».

Portò la mano destra avanti a toccare l’inguine di Miyazaki, tastando una grossa erezione, mentre la sinistra andò ad accarezzargli il petto. Avvicinò al testa per baciarlo.

« PUTTANA!» urlò Katori, spostandosi verso destra con la REU-Tech pronta a far fuoco.

Si trovò immediatamente dietro il cofano anteriore della Subaru, con la parte superiore del corpo non protetta.

Victoria non se lo fece ripetere due volte: le sue mani scattarono. Afferrò la canna del Benelli di Miyazaki e spinse; l’arma sfuggì di mano al sergente che, sbalzato indietro, urtò con la schiena contro la Ferrari nera, gli furono compressi i polmoni e cadde a terra in avanti, senza respiro; Victoria Van Brücken imbracciò il Benelli correttamente e posò un piede sulla schiena di Miyazaki, per evitare che si rialzasse.

Il tutto in un secondo e mezzo.

Poi alzò lo Shotgun e tirò il grilletto per cinque volte, senza mandare a vuoto nemmeno un pallettone; le prime due rosate furono bloccare a stento dal giubbotto antiproiettile di Katori Sayaka, ma la terza lo sfondò e le restanti due inflissero danni totali al corpo dell’affascinante poliziotta, che cadde all’indietro; prima di morire, durante la caduta, riuscì a tirare una volta il grilletto della REU-Tech, ma il proiettile calibro 9x19 colpì solo il retro della Ferrari nera di Victoria Van Brücken, senza peraltro danneggiare le creature alloggiate nel bagagliaio: fece solo si che il logo giallo col cavallino rampante si staccasse dalla carrozzeria (blindata?), volteggiasse in aria in silenzio e cadesse a terra ad un metro dal sergente Miyazaki, che giaceva ancora a pancia in giù sull’asfalto, gravato sulla schiena dal peso di una piccola utilitaria.

Dove trova questa forza? pensò Miyazaki.

Poi fu riportato alla realtà dei fatti dal tonfo del cadavere di Katori Sayaka che toccava terra.

Urlò di disperazione. Urlò di dolore. Urlò e basta.

« Dacci un taglio, poliziotto!» ringhiò Victoria Van Brücken « Lo so che ti piaceva la tua puttanella rossa. Non sia mai che vi lasci separati!».

Infilò un piede sotto la pancia di Miyazaki e lo alzò, rigirando il poliziotto come un sacco di patate, quindi abbassò il Benelli.

Lui guardò lei in faccia, tentò inutilmente di cogliere nel suo sguardo glaciale qualcosa di umano e le espose l’ultimo dubbio della sua vita:

« Chi sei tu?».

« La tirannica regina dei tuoi sogni erotici, bel poliziotto!».

Victoria Van Brücken sparò gli ultimi due colpi del Benelli: la prima rosata, diretta alla gola, staccò quasi di netto la testa di Miyazaki dal corpo; la seconda la cancellò in una poltiglia rossa e grigiastra ricca di corpuscoli solidi.

Poi, lei fece un passo indietro.

Maledizione alla troia rossa. Poteva finire con una creatura in più, anziché con un bagno di sangue come questo. Comunque, in fondo l’aveva scampata bella: la poliziotta rossa si sarebbe potuta mettere a sparare senza dire una parola.

Con un gemito di soddisfazione, lasciò il Benelli a terra di fianco al cadavere di Miyazaki, quindi girò i tacchi e, con lo stesso passo lento, aggraziato e deciso con cui era scesa dalla macchina, vi risalì e sgommò via verso l’Autostrada.

 

14

Hayao Hachiya inghiottì a vuoto:

« Comandante… Due… Due-Soryu-Ventuno è ferma all’ultima piazzola di sosta sulla Provinciale!».

Kasuminome, seduto alla poltroncina del centralino telefonico con la testa reclinata all’indietro, aprì gli occhi di scatto e si alzò. Ci mise un secondo a connettere, poi si avvicinò ad Hachiya ed osservò il monitor dei segnalatori che mostrava che le radiospie di Takeshi Miyazaki e Katori Sayaka erano entrambe ferme nella piazzola di sosta centouno, l’ultima prima dei caselli dell’autostrada.

« Oh, Gesù, no anche loro no…».

« Vuole… che li chiami?» gemette Hachiya.

Kasuminome guardò il monitor dei segnalatori, si passò una mano sulla testa completamente pelata e la fece scivolare lungo la faccia, sui baffi folti ed ispidi:

« No… Quattro-Soryu-Diciassette è già lì… se è successo…».

« Mi dispiace, Masaki…!» concluse Hachiya.

 

« Oh, Gesù…».

Quando gli abbaglianti della sua Subaru illuminarono la piazzola di sosta, Masaki Kobayashi si sentì ancora una volta schiacciare dalla paura che lo avrebbe spinto ad urlare fino alla pazzia.

Aveva incominciato a piovere da un po’, ed era già una pioggia fitta, pesante. Kobayashi aveva indossato la giacca a vento Spalding con cappuccio della polizia, un indumento impermeabile blu con le maniche lunghe, bande catarifrangenti all’altezza della vita e delle spalle, zip in plastica sul davanti e la dicitura POLIZIA sul petto e sulla schiena, idem in ideogrammi catarifrangenti.

Kobayashi si sentiva bruciare. Avrebbe voluto strapparsi di dosso la giacca a vento ed infilare lo sportello, sparire nel bosco e gettarsi a terra a morire sull’erba bagnata, sotto la pioggia.

Non ti fermare. Tu sai già che cosa c’è li!

Masaki Kobayashi fermò l’auto di fianco alla Subaru di Miyazaki e scese di corsa; si fiondò immediatamente dietro l’autopattuglia del sergente, ed ebbe un tuffo al cuore.

Ecco perché non aveva più sentito Katori Sayaka alla radio.

Lei lo guardava, stesa a terra pancia in su, con occhi vitrei, acquosi, privi di vita.

« Oh, Gesù, NO!».

Kobayashi corse verso di lei e si inginocchiò di fianco al cadavere. La pioggia gli bagnò il collo. Lui ispezionò quello che una volta era stato un corpo atletico, amato da tutti, e che ora era crivellato di colpi di Shotgun.

« Chi è stato?» piagnucolò, accarezzando la testa e i bei capelli rossi «…CHI È STATO?».

Ovviamente, lei non gli rispose.

Kobayashi non poteva trattenersi ancora per molto a vegliare il corpo bagnato dalla pioggia. Ce n’era un altro, laggiù, che meritava l’attenzione di un amico.

« Addio, Katori…».

Piangendo, Kobayashi baciò a fior di pelle le labbra livide del corpo di Katori e si alzò; mosse a piccoli passi verso il secondo cadavere, reso in pratica irriconoscibile da due rosate di pallettoni che gli avevano disintegrato la testa.

Lui lo aveva comunque riconosciuto dal fisico: il sergente Takeshi Miyazaki. Era morto assieme all’ultimo sogno della sua vita.

L’arma che aveva combinato quel macello era a terra di fianco al cadavere, assieme a sette bossoli: il Benelli Nova di color verde oliva di dotazione della polizia. Kobayashi scommetteva il cazzo che non era stato Miyazaki ad usarlo in quel modo contro Katori e contro se stesso.

Di fianco al cadavere, tra i bossoli, uno strano oggetto di forma triangolare. Kobayashi si inginocchiò per esaminarlo, lo prese, lo osservò.

E lo lasciò cadere subito, oppresso dal dolore pulsante che gli aggredì la testa.

Qualcosa si ruppe al suo interno. Il mondo gli crollò addosso. Se non era già una prova, era quantomeno un indizio significativo, d’altronde tutto quadrava: i cadaveri nudi, l’auto che sfrecciava come un fulmine nero nel buio della notte… come poteva essere stato così cieco per tutto il tempo?

No… non è possibile… non può essere stata lei, non…

« VICTORIAAAAAAAA!».

 

15

« Quattro-Soryu-Diciassette a centrale, Quattro-Soryu-Diciassette a centrale, rispondete, passo!».

Hayao Hachiya e Yoshiyuki Kasuminome saltarono su, entrambi scossi dal loro stato di ansiosa trance dalla voce di Masaki Kobayashi, che aveva di nuovo il tono di professionalità che pareva aver irrimediabilmente perso nel corso di quella terribile notte di sangue.

« É… Kobayashi!» esclamò Kasuminome.

 Hachiya afferrò il microfono e si schiarì la voce:

« Centrale per Quattro-Soryu-Diciassette, siamo in ascolto, passo!».

« Due agenti abbattuti sulla Provinciale Settantuno, piazzola di sosta centouno. Siete pronti a ricevere informazioni sul sospetto? Passo».

Kasuminome sgranò gli occhi. Hachiya accese in un attimo il registratore dell’impianto radio:

« Pronti!».

« Il sospetto è una donna di razza caucasica, bionda, occhi azzurri, altezza circa un metro e novanta, rispondente al nome di Victoria Van Brücken, età presunta trenta anni. Viaggia su una Ferrari Testarossa nera con i finestrini oscurati ed una targa olandese, presumibilmente sulla Provinciale Settantuno in direzione dell’Autostrada Nazionale Settantaquattro».

« Conferma: targa olandese?».

« Affermativo. Targa olandese. I numeri non li ricordo, e che io sia dannato, non so leggere l’alfabeto occidentale, quindi non chiedetemi di più».

Kasuminome strappò il microfono di mano ad Hachiya e parlò:

« Quattro-Soryu-Diciassette, qui è il comandante Kasuminome. Devo fari un paio di domande, cambio».

Kobayashi non rispose. Kasuminome parlò lo stesso:

« La prima è: la sospettata Victoria Van Brücken è da ricercare anche per gli omicidi di Iwao Fukuhaki e Shigeru Narumi? Cambio».

« Se Iwao Fukuhaki è il morto del Volkswagen della FedEx, si».

« Seconda domanda: come lo sai?».

Un attimo di silenzio. Kobayashi sospirò:

« Non posso dirglielo adesso, comandante. Saprà tutto quando la storia sarà finita. Molto presto».

Poi, il giovane poliziotto chiuse la comunicazione.

 

Sull’autostrada, a sei chilometri dalla posizione di Masaki Kobayashi, l’agente Kenji Yamaguchi scese dalla sua autopattuglia Subaru con la torcia elettrica Mag-Lite alta sulla spalla destra (era mancino, e portava la fondina con la REU-Tech sul fianco sinistro) e si avvicinò con calma alla Ferrari nera parcheggiata di fronte alla sua Subaru, in un’ampia piazzola di sosta.

Ebbe un brivido. C’era già stato, in quella piazzola, qualche anno prima. Ricordava auto crivellate, dieci cadaveri, caricatori vuoti e bossoli di calibro 7’62-NATO e 9x19 disseminati a terra. E tanto sangue, e un giovane agente suo amico che singhiozzava seduto sulla sua macchina.

Comunque, la Ferrari era strana, quantomeno per quanto riguardava la targa olandese, ma non sapeva di nessun avviso di ricerca diramato per un’auto così… almeno non ancora: Kobayashi, in quel momento, stava ancora parlando alla radio col Koban.

Esaminò con cautela il retro della Ferrari e si spostò verso il finestrino posteriore, molto piccolo e allungato. Il fascio di luce della Mag-Lite non riusciva a penetrare il vetro oscurato, quindi Yamaguchi si avvicinò di un passo per cercare di guardarci attraverso.

Alla sua sinistra, la portiera della Ferrari si aprì. Yamaguchi non ebbe neppure il tempo di voltare la testa. Fu schiacciato contro l’auto da un caldo corpo femminile.

Queste… queste che sento sulla schiena sono tette, e quella che ho sul culo è una… una fica!

« Vuoi scopare?» gli chiese la dolce voce di Victoria Van Brücken.

Yamaguchi osservò il piccolo finestrino e vide riflessa la paradisiaca immagine della donna.

« Oh, si, padrona…» sospirò « Si,  fottimi, ti prego!».

« Ti piace farlo strano, eh? Be’, posso accontentarti se tu accontenti me… ho scoperto che in questo paese i poliziotti fottono piuttosto bene…».

Gli baciò il collo, facendo scendere le mani lungo i suoi fianchi. Yamaguchi chiuse gli occhi ed incominciò a gemere di piacere.

La radio al suo cinturone gracchiò, più che mai inopportuna:

« A tutte le unità della zona, a tutte le unità della zona: ricercare e fermare una Ferrari Testarossa nera, con finestrini oscurati e targa olandese. La conducente, Victoria Van Brücken, trent’anni, è di razza caucasica, alta circa un metro e novanta, bionda, occhi azzurri; è ricercata per gli omicidi di Iwao Fukuhaki, corriere espresso, e di Shigeru Narumi, Takeshi Miyazaki e Katori Sayaka, agenti della Polizia Stradale della Prefettura di Miyagi. È da considerarsi armata ed estremamente pericolosa. Usare molta prudenza, e chiedere immediatamente rinforzi!».

Per un attimo, Yamaguchi non connesse; poi sbarrò gli occhi, ma Victoria Van Brücken aveva tutte le carte in mano: con la mano destra afferrò il walkie-talkie, lo sfilò dalla sua fodera al cinturone e tirò, strappandolo via assieme al microfono appeso alla camicia del poliziotto e gettando il tutto via, sulla carreggiata; con la mano sinistra, sganciò la REU-Tech dal tipico nastro giallo avvolto attorno alla spalla dell’agente e la estrasse; la puntò contro la nuca di Yamaguchi e sussurrò, calda:

« Adesso vieni con me a farti questa sacrosanta chiavata, bel poliziotto!».

 

16

Kobayashi non riusciva a capacitarsene. Era stata lei.

Eppure, lui aveva piazzato tutto quel casino, infranto tutte le regole che conosceva, solo per cercare e mettere lei al sicuro.

Era stato cieco. E lo era tuttora. Non sapeva cosa avrebbe fatto, se l’avesse trovata. L’avrebbe presa, l’avrebbe uccisa o l’avrebbe lasciata fuggire? Impossibile rispondere.

La radio CB gracchiò con la voce di Yoshiyuki Kasuminome:

« Quattro-Soryu-Diciassette, mi ricevi? Cambio».

Kobayashi afferrò il ricevitore:

« Qui Quattro-Soryu-Diciassette, sono sulla Provinciale Settantuno, a due chilometri dal casello d’ingresso dell’Autostrada Nazionale Settantaquattro».

« Abbiamo un problema con  Cinque-Soryu-Quaranta, figliolo. Kenji Yamaguchi è fermo su una piazzola di sosta sull’autostrada, precisamente la terza…».

La terza piazzola. Il crepitio dei Valmet “Modello Settantuno”. Tredici colpi di REU-Tech calibro Nove mandati a segno. Tutto quel sangue.

« Ricevuto. Chiudo».

Kobayashi riappese il ricevitore e spinse a fondi il pedale dell’acceleratore.

 

Kasuminome restituì il microfono della radio a Hayao Hachiya, quindi si spostò verso il centralino telefonico. Afferrò la prima cornetta che gli capitò e compose un numero di telefono. Attese per qualche secondo, poi una voce femminile rispose:

« Polizia della Prefettura di Miyagi!».

Katori… Oddio, Katori, ci manchi così tanto, perché ti ho lasciata andare?

« Comandante Yoshiyuki Kasuminome, Polizia Stradale, matricola KH11-429, è un’emergenza, mi passi subito il commissario Kazuya Aoba!».

Ancora un po’ di silenzio, poi la voce maschile ben nota arrivò:

« Yoshi? Si può sapere che succede?».

« L’assassino. L’abbiamo trovato!».

« Se ti riferisci a quello del corriere…».

« E di tre miei agenti… forse di quattro, o di cinque. Mi servono degli uomini, parecchi uomini, e la Squadra Speciale di Assalto, sull’Autostrada Nazionale Settantaquattro».

« Quando…?».

« Perdio, ORA!».

 

Il capitolo finale. Gli ultimi, decisivi momenti della notte di sangue.

Masaki Kobayashi fermò la sua Subaru di fianco a quella di Kenji Yamaguchi e spense il motore. Guardò fuori.

« Oh, Gesù Cristo!».

Fuori, sotto la pioggia, Kenji Yamaguchi era seduto, appoggiato ad un fianco della Ferrari nera, completamente nudo dalla vita in giu. Era ammanettato dietro la schiena. La biancheria intima gli era stata tolta, appallottolata ed infilata in bocca a mo’ di bavaglio. Ma era ancora vivo.

In più, lo sportello anteriore sinistro della Ferrari era aperto. Ne sporgevano le stupende gambe di Victoria Van Brücken.

Kobayashi scese dall’autopattuglia, estrasse la REU-Tech e la puntò contro lo sportello aperto, urlando:

« VICTORIA! SCENDI DALL’AUTO!».

« Un attimo!» cantò la voce dolce di cui Kobayashi si era innamorato.

« Stai attenta a quello che fai…» ringhiò il giovane poliziotto « …perché non mi crea nessun problema farti un buco in testa!».

« Gesù…» la dolce voce si era fatta affannosa « Ma ti rendi conto di come mi stai parlando, Masaki?».

« Si. Come ad un bersaglio!».

Passarono due lunghissimi minuti di silenzio ed immobilità, durante i quali Kobayashi rimase fermo, impassibile sotto la pioggia, sotto lo sguardo dolorante di Kenji Yamaguchi, con la REU-Tech alzata e pronta al fuoco.

Victoria Van Brücken scese dalla Ferrari.

Lo sguardo di Kobayashi, ed automaticamente la linea di tiro della sua REU-Tech, si spostò immediatamente dal viso meraviglioso di lei alle sue braccia riunite a culla.

Lei avanzava a piccoli passi verso di lui, e la sua vista riuscì piano a focalizzare l’oggetto che aveva tra le braccia. Pareva un bambino appena nato… ma non lo era.

Kobayashi abbassò ancora lo sguardo, e vide lo strano liquido bianco colare da sotto la gonna di Victoria fino ai suoi piedi, e sgocciolare sull’asfalto color carbone. Poi focalizzò l’oggetto che teneva tra le braccia, il bozzolo pulsante e tentacoloso. Fece un passo indietro, mentre Victoria si avvicinava al cofano della Ferrari:

« Quello… quello l’hai partorito tu?».

« Si» annuì Victoria Van Brücken, aprendo il bagagliaio della Ferrari, da cui si sprigionò una densa nuvola di vapore acqueo che si diradò presto a contatto con l’aria fredda e la pioggia.

Quando la nube si fu diradata, Kobayashi potè vedere l’interno imbottito del cofano, e i bozzoli pulsanti che muovevano piano i tentacoli bianchi e sottili come capelli di neonati. L’orrore gli crebbe dentro, assieme ad un’atroce consapevolezza.

« Questo è il figlio del tuo collega…»

Victoria Van Brücken posò con dolcezza la creatura pulsante che aveva in braccio, quindi ne indicò un’altra:

« Questo è figlio dell’altro tuo amico, quello… Shigeru…»; e gliene indicò un altro ancora, in fila: « E questo è tuo figlio. Non vorresti prenderlo in braccio? È quello che fate tutti, voi uomini quando avete un figlio, no?»

« Tu…» un’espressione di dubbio rabbioso ed orripilato si dipinse sul volto di Masaki Kobayashi

« Che cosa sei tu?».

« Vengo da molto lontano…». Victoria Van Brücken rivolse per un istante gli occhi al cielo.

Kobayashi connesse in un attimo. Sospirò e le rivolse un’altra domanda:

« Perché lo fai?».

« Sono l’ultima» ammise Victoria; il tono di voce era neutro, quasi normale « Siamo arrivati in tanti, quaggiù, perché siete gli unici… ma le altre non ce l’hanno fatta. Ho questo corpo… l’ho preso perché, sai… il mio vero aspetto non è molto gradevole per i vostri canoni estetici».

Victoria indicò il portabagagli. Kobayashi piagnucolò ancora:

« Perché non semplicemente lasciarli vivere? Perché tanto spargimento di sangue se sei qui per riprodurti… ma tu non sei qui solo per riprodurti, vero?».

« Non ho una risposta a questa domanda… ma non posso tornare da dove vengo. Ormai è invivibile, persino per i batteri che vivono nel magma. Invece, questo pianeta è ancora in buone condizioni; quando prenderemo il vostro posto, smetteremo di rovinarlo come fate voi. Noi impariamo dagli errori del passato. Al contrario di voi».

Kobayashi la fissò per un attimo, poi incominciò ad abbassare la REU-Tech:

« Oh, Gesù, Victoria, ioio ti amo così tanto…».

« Lo so. Non puoi uccidermi. Lasciami finire col tuo collega, Masaki. Lasciami andare via. La fine sarà rapida e indolore, vedrai. Per lui… per tutti voi. Te lo prometto».

« Ti amo, Victoria. Ti rivedrò ancora?».

« Se vorrai trovarmi, ci riuscirai senz’altro».

« Addio, Victoria».

Victoria si girò di spalle e fece un passo verso Yamaguchi.

Kobayashi abbassò la testa, pronto a sentire almeno gemere di dolore il suo amico, e vide tutto.

Di fianco a Yamaguchi, c’erano le sue scarpe, i pantaloni e il cinturone. Sguarnito.

Alzò lo sguardo verso la schiena di Victoria Van Brücken. Il suo bel culetto tondo, la gonna… il calcio zigrinato della pistola color terra di Siena bruciata.

Ripensò alla sua amica, ed ex fidanzata, Katori Sayaka. Dolce. Buona. Bellissima. Morta.

Vendetta

« Victoria…!» chiamò piano Kobayashi.

 Victoria Van Brücken, che si era già chinata su Kenji Yamaguchi, si rialzò di scatto.

« Quella che hai dietro la schiena è la pistola di Kenji?».

Lei si girò di scatto, portando la mano destra dietro la schiena.

Kobayashi alzò la sua REU-Tech e aprì il fuoco.

Tredici secondi. Tredici detonazioni. Tredici colpi calibro 9x19 mandati a segno sul torso di Victoria Van Brücken.

La REU-Tech restò in mano a Kobayashi, scarica, col carrello aperto e il grilletto duro.

Victoria restò un attimo in piedi. Guardò con stupore Kobayashi. E cadde a terra di schiena.

Due secondi di esitazione. Quindi, sempre sotto lo sguardo di Kenji Yamaguchi, Kobayashi cambiò caricatore e rilasciò la levetta di chiusura del carrello; carrello che scattò in avanti, tornando alla posizione di fuoco, mettendo automaticamente il colpo in canna ed automaticamente armando il percussore. Così, con la REU-Tech di nuovo pronta a sputare morte a punta cava rivestita di rame, Kobayashi si mosse in avanti, verso il corpo steso a terra.

Kenji Yamaguchi emise un flebile lamento, e Kobayashi rispose:

« Sta calmo, amico, ho inseguito questa troia per tutta la notte. Non avrei lasciato che ti ammazzasse».

Mentiva. E sapeva che non avrebbe dovuto chiamare la sua amata Victoria troia, ma doveva quantomeno cercare di stendere un velo sulla sua cieca ed intrinseca “complicità” nella morte di un innocente corriere espresso e di tre loro amici. Tra cui la sempre amata Katori.

Rimase in piedi davanti a Victoria Van Brücken, che giaceva pancia in su, inerte, con gli occhi sbarrati e vitrei…

Il corpo ebbe un sussulto, un tentativo di respirare. Il torace si alzò di qualche millimetro, quindi si abbassò di scatto. Qualche colpo di tosse soffocato, un rivolo di sangue azzurro come un cielo d’estate colò dalla bocca, e gli occhi azzurri si spostarono, inespressivi, verso Kobayashi.

Lui sparò altre due volte. Due buchi perfettamente circolari si aprirono, uno sulla gola di Victoria, l’altro sulla fronte. Poi rinfoderò la REU-Tech, e la guardò ancora.

Essa rimase.

 

 

EPILOGO

L’alba. Tre ore, tre ore e mezzo dopo. Aveva smesso di piovere.

Masaki Kobayashi era seduto sul cofano della sua Subaru. Incolume, fisicamente… ed anche moralmente. Nessuno avrebbe mai saputo la verità su lui e Victoria. Anche perché Kenji non pareva aver capito nulla dalle pur esplicite spiegazioni sul loro rapporto date dalla bellezza aliena… o non aveva capito, o stava proteggendo il suo amico.

Il circo era incominciato solo tre minuti dopo gli ultimi due proiettili calibro 9x19: i primi ad arrivare, calandosi con delle speciali corde elastiche da un elicottero nero come la notte, erano stati gli uomini del SAT, la Squadra Speciale di Assalto, col loro solito biglietto da visita fatto di tute nere, giubbotti antiproiettile, elmetti in CRISAT con visiera para-schegge gialla come il piscio, e fucili d’assalto regolamentari Howa 89 calibro 223 fabbricati proprio in Giappone e in dotazione alla polizia e all’esercito.

Se ne erano andati quasi subito, nel giro di tre quarti d’ora, quando erano stati sostituiti da agenti dell’Unità Esame Scene del Crimine, dai detective della Squadra Omicidi e dai tecnici della Scientifica; una veloce controllata per Kenji Yamaguchi sul retro di un’ambulanza ed un interrogatorio non altrettanto breve, diciamo di un’oretta, a bordo di un monovolume Chrysler per Masaki Kobayashi. Gli agenti della Omicidi e della Scientifica erano ancora lì, da ben tre ore e mezzo ad aspettare che l’Ufficio del Medico Legale della Prefettura aprisse, cosicché il solito furgoncino del Coroner arrivasse a portarsi via la innaturale bionda che ancora giaceva a terra, di fianco alla sua Ferrari nera come la morte, coperta da un lenzuolo bianco bagnato e chiazzato di blu.

« Ti credo» rassicurò Yoshiyuki Kasuminome, alle spalle di Kobayashi « Ti credo io e ti credono altri sessanta poliziotti che hanno visto cosa contiene quel bagagliaio».

Kobayashi non si girò. Cercò soltanto di aprire bocca per parlare, ma il comandante lo anticipò:

« Mi dispiace, Masaki».

« Già. Anche a me…».

Kobayashi avrebbe voluto dire di più, ma l’improvviso spostamento d’aria lo costrinse a tenere una mano sul cappello perchè non gli volasse via. Alzò gli occhi al cielo e mormorò:

« No, non è possibile…».

L’elicottero che stava atterrando sulla carreggiata ampia e deserta dell’Autostrada Nazionale Settantaquattro era un gigantesco “doppia elica” militare da trasporto CH-47 Chinhook di colore mimetico, che portava il simbolo delle Forze di Autodifesa del Giappone sulla “pancia” e sulle fiancate.

Sotto gli occhi di un mezzo centinaio di poliziotti, l’elicottero atterrò molto lentamente spazzando via i nastri gialli che delimitavano la scena del crimine, e ci mancò poco che anche il lenzuolo steso sul cadavere di Victoria Van Brücken volasse via; ci volle il sangue freddo di un agente dell’Unità Scene del Crimine, che si avvicinò al cadavere e tenne le mani fisse sul lenzuolo, per impedire che lo scempio di quindici proiettili di grosso calibro venisse ancora una volta alla luce.

Il portellone posteriore del Chinhook si aprì prima ancora che le due turbine si fermassero. Il piccolo corteo che ne scese fece rabbrividire non pochi agenti.

Gesù

Alla testa vi era un uomo di mezza età che pareva essere la controparte giapponese dell’attore Tommy Lee Jones… compreso il completo da Man In Black; alla sua destra, un grosso uomo di colore che vestiva un’uniforme mimetica dell’Esercito degli Stati Uniti, completa di gradi da generale, stivaletti neri ed una fondina militare sul fianco destro. Ai loro fianchi stavano due uomini che indossavano stivaletti e blue jeans, e giacchette a maniche lunghe di colore verde che dicevano MINISTERO DELLA SANITÁ PUBBLICA sul petto e sulla schiena in ideogrammi bianchi; era quantomeno strano che fossero ufficiali del Ministero, perché entrambi portavano guanti bianchi in lattice e maschere antigas Micronel munite di riserva d’aria.

Entrambi erano armati: uno di loro aveva un fucile d’assalto, Kobayashi lo riconobbe perché era uno Howa 89 con calcio pieghevole come quello che avevano retto fino a poco prima gli uomini della Squadra Speciale, l’altro aveva uno strano, massiccio affare che sembrava un mitra laser: in realtà era un Pancor calibro 12 automatico.

Anche l’uomo che sembrava Tommy Lee Jones e il generale di colore erano protetti: entrambi avevano guanti in lattice e di entrambi si vedevano solo gli occhi e il naso, attraverso le loro maschere protettive Newpac munite di filtro chimico contro agenti chimici e biologici e contro le particelle radioattive.

Dietro di loro, c’erano almeno una ventina di uomini che sembravano usciti dritti da un film di fantascienza: tutti indossavano tute anti-contaminazione NBC, complete di guanti, stivali e cappuccio unito: la faccia era protetta da un autorespiratore Micronel con bombola d’aria.

E tutti quanti, compresi l’uomo in borghese e il generale di colore, avevano a tracolla mitragliette americane Calico con tanto di laser e torce, che parevano sbucate fuori dall’arsenale dei Marines Coloniali di Aliens.

Kobayashi era nel pallone più totale. Per un istante, rasentò davvero la pazzia, credendo di essere finito sul serio in un pessimo film dell’orrore americano degli anni ’70, come La Città Verrà Distrutta All’Alba di George Romero, in cui militari così bardati erano presenti in ogni scena e traspirava da ogni inquadratura la paura dell’impiego delle armi nucleari, batteriologiche e chimiche nella Terza Guerra Mondiale che, in quei tesissimi anni di Guerra Fredda, pareva spaventosamente vicina.

Senza che nessuno di loro parlasse, il gruppo si fece spazio tra la moltitudine di agenti di polizia; alcuni degli uomini in tuta protettiva si sparpagliarono a formare un cordone protettivo attorno alla Scena del Crimine, altri, all’incirca una decina, seguirono il Man In Black giapponese e il generale americano.

L’unico, il primo a parlare fu proprio il Tommy Lee Jones nipponico, che si avvicinò con passo deciso e marziale a Kobayashi e Kasuminome e infilò una mano in una tasca della giacca:

« È lei Masaki Kobayashi?».

Kobayashi annuì.

« E lei, signore, è il comandante Yoshiyuki Kasuminome?».

« Chi siete voi?». Il comandante si era accigliato.

Il Man In Black mostrò un tesserino rosso:

« Colonnello Tetsuo Nisonji, della Kempei-Tai. Quella è… Victoria Van Brücken?».

Indicò il lenzuolo macchiato steso sul cadavere. Kobayashi aggrottò la fronte:

« Che cosa avete intenzione di…».

« Ah, perfetto, e suppongo che quella sia la… Ferrari. Okay».

L’ufficiale della Kempei-Tai (Servizi Segreti Giapponesi) infilò il tesserino in tasca e fece un cenno agli uomini in tuta protettiva che lo seguivano.

Quattro di loro si chinarono sul cadavere di Victoria Van Brücken. Portavano a spalla uno speciale sacco di plastica per cadaveri prodotto dalla ditta Remploy, gigantesco, marrone fatto con un triplo strato di materiale plastico, munito di doppia zip di chiusura, una finestrella di plastica trasparente all’altezza del viso per consentire l’identificazione del cadavere ed una valvola per l’aria sopra di essa. In un istante, il sacco fu aperto. Il cadavere di Victoria Van Brücken fu privato del lenzuolo, alzato a braccia ed adagiato sul fondo del sacco, che fu prontamente richiuso. Dalla finestrella di plastica erano evidenti gli occhi azzurri sbarrati di lei e i due fori di proiettile alla gola e alla testa. Poi, uno dei soldati in tuta protettiva collegò all’apposita valvola per l’aria un piccolo compressore da cinque litri e lo accese; in un secondo, il sacco si gonfiò e fu pressurizzato, di modo che, in caso di piccoli fori, l’aria esterna non potesse entrare nel sacco e non vi fosse così ricambio d’aria, e quindi nessun eventuale agente infettivo potesse uscire all’esterno dal sacco. Il compressore fu velocemente staccato e la valvola d’aria chiusa; il sacco Remploy preso a spalle dai quattro soldati e portato verso l’elicottero Chinhook.

« Ehi, no, un momento… cosa state facendo?» piagnucolò Kobayashi.

L’ufficiale dei Servizi Segreti si girò verso il giovane poliziotto e parlò come se fosse tutto dannatamente ovvio:

« La stiamo portando via, agente. A lei che cosa sembrava?».

« Ma voi NON POTETE! NON SAPETE COSA È SUCCESSO STANOTTE!».

Il generale americano si girò. Al petto, sulla sinistra, Kobayashi potè notare le stellette da generale, la dicitura US ARMY e G. ARMACOST in lettere grigie. Almeno aveva un altro punto di riferimento… un altro nome, in mezzo a quella bolgia da film di fantascienza che avrebbe presto avuto un effetto simile a quello dei cadaveri, cioè ridurlo a sbavare raggomitolato a terra, in preda al disorientamento e alla più totale PAZZIA.

« Mi creda, Kobayashi…» il nero generale Armacost parlò con voce calma, piatta, in un giapponese perfetto e palesemente imparato a menadito in una qualche scuola di lingue, magari all’Accademia Militare di West Point « Noi sappiamo perfettamente che cosa è successo stanotte. È per questo che le chiediamo di scordarsi della Ferrari, di scordarsi di Victoria Van Brücken e di scordarsi di noi!».

« Cosa?» esclamò Yoshiyuki Kasuminome « Dovremmo scordarci di cinque cadaveri? Di tre nostri amici morti?».

Kobayashi si girò a guardare la Ferrari, e vide che uno degli uomini in tuta protettiva aveva fatto capolino all’interno dell’abitacolo… solo per un momento, per togliere il freno a mano, ed ora, aiutato da un’altra decina di militari bardati alla stessa maniera, stava spingendo la Ferrari nera verso l’elicottero Chinhook.

« NO!» urlò Kobayashi, e fece tre passi avanti, di corsa.

La reazione fu immediata: l’uomo del “Ministero della Sanità” armato del grosso mitra laser, che in realtà era un calibro 12 automatico, si parò di fronte a lui con l’arma alzata. Alle sue spalle, quello col fucile d’assalto Howa prese la mira contro il giovane poliziotto.

Yoshiyuki Kasuminome portò la mano destra alla fondina chiusa, da ufficiale, che aveva al fianco. La risposta dell’ufficiale dei Servizi Segreti fu di alzare la fantascientifica mitraglietta Calico, e puntargliela dritta in faccia.

Il generale Armacost fece due passi avanti. In un istante si trovò di fronte a Kobayashi. Impugnò il calcio della mitraglietta Calico, tendendo la cinghia di tracolla al massimo, e puntò l’arma a bruciapelo alla gola del giovane poliziotto.

« Garrett…» l’ufficiale dei Servizi Segreti Giapponesi chiamò il generale americano per nome, rivolgendogli solo un rapido sguardo con la coda dell’occhio.

« Chiudi quella fogna, Tetsuo!». Il generale rispose per le rime

Kenji Yamaguchi, seduto a bordo della sua Subaru, recuperò per un attimo energie e integrità psichica e fece per scendere; l’uomo armato di calibro 12 automatico notò il suo movimento con la coda dell’occhio e si girò verso di lui. Vedendo il fucile puntato verso di lui, istintivamente Yamaguchi portò la mano destra sul Benelli Nova agganciato ai montanti di fronte al sedile anteriore del passeggero, ma non potè sganciarlo ed imbracciarlo.

L’uomo armato di fucile d’assalto, dal canto suo, anticipò ogni mossa degli agenti della Omicidi e della Scientifica, momentaneamente raccolti tutti attorno alle loro autopattuglie e ai loro furgoni: si girò verso di loro e puntò la sua arma.

Kobayashi seguì ancora con lo sguardo la Ferrari e il sacco Remploy che venivano imbarcati sull’elicottero Chinhook e mormorò:

« Armacost, state compiendo un abuso… dica ai suoi di mettere giù le armi!».

« Hah! Lo dica al suo Imperatore! Potrei mostrarle un’autorizzazione scritta!».

 

Il furgone Ford Transit nero dell’Ufficio del Medico Legale si fermò di fronte ai tre uomini in tuta protettiva, a meno di dieci metri dall’elicottero Chinhook. Dietro a quello, una berlina Honda Accord nera con un lampeggiante magnetico rosso sul tettuccio.

Uno degli uomini in tuta protettiva si avvicinò al furgone dal lato del guidatore ed osservò i due addetti del Medico Legale in tenuta nera che stavano seduti ai loro posti, increduli di fronte alla scena a cui stavano assistendo; la voce del militare parve scuoterli:

« Dovete allontanarvi immediatamente, signori».

« Ma…» quello che era seduto al posto di guida, e che pareva essere il responsabile, avanzò una titubante opposizione a quell’ordine palesemente abusivo « Noi siamo qui per portare via un cadavere… che sta succedendo laggiù?».

« Ci pensiamo noi, al vostro cadavere. Dovete tornare da dove siete venuti, adesso!».

« Ma vedo delle armi puntate, dannazione!».

« Questa è zona di quarantena. Dovete andarvene. Subito».

« Ehi!» urlò una voce dalla Honda « Che cazzo succede quaggiù?».

Uno dei militari si girò. L’agente di polizia con l’uniforme da ufficiale era sceso dalla vettura, e così un uomo di mezza età in abiti borghesi. Il militare più alto in grado parlò a voce alta:

« Siamo in stato di emergenza. Questa area è in Quarantena. Dovete andarvene subito!».

« Ma lo sa con chi sta parlando?» sbraitò l’uomo in abiti civili « Il commissario Kazuya Aoba è il capo della Polizia della Prefettura, ed io mi chiamo Kenichi Hagiwara e sono il Prefetto, dannazione!».

« Non ci importa di chi sia lei!» rispose un altro militare, con un fortissimo accento americano

« Abbiamo l’ordine di aprire il fuoco, se ci saranno tentativi di violare l’area di Quarantena!».

« Come si permette…». Il prefetto Hagiwara fece un passo avanti.

Istintivamente, in un impulso protettivo che lo spingeva a “coprire ogni agente in avanscoperta”, il commissario Aoba aprì la fondina da ufficiale che aveva al fianco.

I soldati reagirono tutti assieme: armarono gli otturatori delle loro mitragliette americane Calico da film di fantascienza e le alzarono, sia contro gli uomini del Medico Legale che contro il prefetto e il commissario.

« Risalite in macchina ed andatevene. ORA!».

Di fronte alle minacce delle armi automatiche, i quattro uomini non poterono che obbedire.

Ben presto, entrambi i veicoli fecero marcia indietro e tornarono da dove erano venuti, contromano, tra l’altro. Ma si fermarono ad una piazzola a quasi cinquecento metri più avanti, e i quattro uomini osservarono con amarezza la scena teatrale che andava svolgendosi.

 

« Glielo ripeto, generale» fece ancora Kobayashi « Mettete giù le armi. Voi non avete idea di quello che vi state caricando sull’elicottero».

Nessuna risposta. Lo sguardo del giovane agente guizzò tutt’intorno.

Le armi erano ancora tutte puntate. E, tra i poliziotti, soltanto lui, Yamaguchi e il comandante Kasuminome sembravano pronti ad estrarre le armi. Quello Howa automatico puntato contro gli agenti della Scientifica era privo di senso… come, d’altronde, la mitraglietta Calico che lui aveva puntata a bruciapelo sotto il mento.

« Mi stia bene a sentire, Kobayashi» ringhiò d’improvviso il generale Garrett Armacost, e la sua voce arrivò al giovane agente come una sorta di soffio spettrale attraverso la maschera protettiva

« Io vengo da un posto dove le persone per bene trattano i poliziotti col massimo rispetto. E già che servo il mio Paese, ritengo di essere una persona per bene. Ma stavolta, in tutta sincerità, sono costretto a chiederle se crede davvero che siamo così stronzi! Pensa davvero che non abbiamo idea di chi fosse davvero Victoria Van Brücken? Che non abbiamo idea di che cosa sia successo stanotte a quegli uomini…? E che non abbiamo idea di che cosa contenga quella macchina? Io e il colonnello Nisonji abbiamo vissuto questo momento tante di quelle volte da averne perso il conto, ma lei… e voi… che ci siete capitati in mezzo per caso… cercate di dimenticare. Fantasticate, sottoponetevi a terapia, cancellate il ricordo, cazzo, sostituitelo col pensiero di una scopata, ma scordatevi di quello che è successo stanotte! È la sola via per voi di tornare ad una vita normale!».

Ci fu un attimo ancora di silenzio. Kobayashi guardò con sguardo gelido il generale Armacost, e vide attraverso la visiera trasparente della maschera Newpac che l’uomo di colore non faceva altrettanto. Sembrava sommerso dai sensi di colpa. Forse diceva la verità, riguardo a qualche cosa.

La canna della mitraglietta Calico si staccò da sotto il mento di Kobayashi. L’arma ritornò a pendere dalla cinghia di tracolla sul fianco del generale.

« Giù le armi! TUTTI!» ordinò Armacost « Non ci sarà nessuno spargimento di sangue!».

Avvenne molto lentamente. Il primo fucile ad abbassarsi fu il fucile d’assalto Howa alzato contro gli agenti della Omicidi e della Scientifica. Seguì il Pancor calibro 12 puntato contro Kenji Yamaguchi, e di conseguenza le varie mitragliette Calico degli uomini in tuta protettiva.

Di conseguenza, Yamaguchi rinunciò alla sua intenzione di imbracciare il Benelli, e Kasuminome allontanò la mano destra dalla fondina. Fece altrettanto anche Kobayashi, ma solo dopo che l’ufficiale dei Servizi Segreti Nisonji, l’ultimo, ebbe mollato il calcio della mitraglietta.

« SERGENTE!» esclamò ancora Armacost.

« Sissignore!» replicò una voce a media distanza.

« Gli oggetti sono stati caricati a bordo?».

« Signorsì, signore!».

« Perfetto! LEVIAMO LE TENDE, MUOVERSI!».

Il primo ad allontanarsi fu il colonnello dei Servizi Segreti, con aria di spregio, scortato dai due uomini armati del “Ministero della Sanità”. In seguito, cominciarono a ripiegare gli uomini in tuta protettiva.

L’ultimo a ripiegare fu proprio il generale Garrett Armacost. Guardò ancora per un istante Kobayashi negli occhi, poi disse:

« Può riuscirci, Masaki. Buona fortuna!».

Tese la mano destra. Kobayashi restò ad osservarla per un istante, poi la strinse con forza:

« Non voglio più incontrarla, generale».

« Nemmeno io. Non in circostanze simili».

Con gentilezza, Armacost si liberò dalla stretta di mano di Kobayashi e si mosse velocemente verso il Chinhook, riuscendo a salire a bordo, con sommo aplomb, giusto un istante prima che il portellone posteriore fosse chiuso; le due gigantesche eliche stavano già ruotando, e dopo un istante il massiccio elicottero militare da trasporto era già in volo.

In meno di due minuti, Kobayashi si ritrovò col naso per aria, al pari di tanti altri poliziotti, a guardare il Chinhook che spariva verso il sole appena sorto sopra l’orizzonte.

Kobayashi rimase impalato, impotente di fronte alla scena, tanto surreale quanto cinematografica. Ci sarebbe stata bene Sweet dreams are made of it, ma la versione di Marilyn Manson, non quella di Annie Lennox.

Lo colse di sorpresa la mano che gli si posò sulla spalla: era quella del comandante Kasuminome.

« Andiamo, figliolo» parlò l’anziano poliziotto « Kenji ci aspetta in macchina».

« Lo so». Kobayashi annuì, ma non si mosse.

Sparendo oltre l’orizzonte, l’elicottero militare portava via un enorme brandello della sua vita. Che lasciava un vuoto che non sarebbe mai stato scordato. Avrebbe ricordato ogni singolo particolare di quella notte senza avere alcuna possibilità di tornare ad uno stato mentale “normale”.

Se era tutto finito con l’alba, per Kobayashi il sole non era ancora sorto. E sarebbe passato molto tempo, forse addirittura tutta una vita, prima che una luce (e sarebbe stata quella potente ed accecante degli abbaglianti di una Subaru o di una Ferrari? O quella rossa intermittente dei lampeggianti ad asta di un’autopattuglia? O ancora l’ampio fascio alogeno di una Mag-Lite?) potesse rischiarare le tenebre che imperavano nella sua anima.

FINE
Calella, Spagna

07/04/2001

Tempio Pausania, Italia

18/04/2001

 

 

NOTA CONCLUSIVA:

Se mai qualche cittadino nipponico finirà col leggere questa opera (per sua disgrazia, e lo compatisco), vorrà perdonarmi per essermi preso molta libertà nella descrizione della topografia stradale (che mi sono totalmente inventata) della prefettura di Miyagi (che invece esiste) e delle procedure della loro Polizia Stradale.

Se questo potrà consolarli, l’ho fatto col massimo rispetto ed ammirazione per il paese che produce i migliori fumetti e cartoni animati del mondo.

    

   

Pierangelo Tendas

Il mio nome è PIERANGELO TENDAS, ho 18 anni e sono sardo; studio scienze della comunicazione all'università di Padova, ed ogni tanto scrivo racconti dell'orrore.
Mi è piaciuto il vostro sito, ed ho visto l'opportunità di vedere "pubblicato" uno dei miei racconti. Il titolo è basato su una canzone dei MITICI AC/DC, e da questo racconto, quest'estate, io ed un mio amico con velleità da regista, Alessandro Manca, gireremo con la nostra compagnia un film amatoriale in 8mm intitolato CREEPOUT: SEPOLTI.

 

  

 

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