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LA TESSERA scritto da Arthur Carponi
Era il mio numero. Andai fino allo sportello e dissi: «Buongiorno». La donna mi guardò dall’alto al basso e poi di nuovo, e alla fine disse: «‘Alve». «Io… avrei smarrito la tessera… la mia tessera sanitaria. Dovrei farne una nuova, per andare al pronto soccorso» dissi. «Ha un documento?» chiese la donna. «Con me… No, vede… Il problema, l’incidente… è successo qui fuori, e casa mia è lontana… fuori mano…» «Mi dispiace», disse la donna, «senza un documento non posso rilasciarle una nuova tessera. Torni con un documento.» «Ma devo andare al pronto soccorso, è un’urgenza» dissi. «Ci vada.» «Ci sono andato, ma non ho la tessera. Mi hanno detto di venire qui a farmela fare!» La donna sospirò. «Sì, questo l’avevo capito, ma lei, signore, non può chiedermi di farle la tessera senza darmi nessuna garanzia di essere quello che dice.» «Guardi qua» dissi, cominciando ad infastidirmi, e sollevai il braccio. «Ecco, lo vede questo. Comincia a capire perché devo andare d’urgenza al pronto soccorso?» La donna sgranò gli occhi e fissò il mio braccio; poi, con malcelato orrore, disse: «Sì, ma, lei… lei non ha nessun documento…» «Ho la tessera dell’autobus.» Estrassi la tessera. «C’è la mia foto.» Gliela tesi attraverso la fessura nel vetro. La donna la prese, riluttante. «Ma non è un documento» bisbigliò. Da quando le avevo fatto vedere il braccio pareva molto meno in vena di essere arrogante. «Mi faccia la tessera, la prego» l’esortai, ma senza nessuna vena di supplica. La donna si guardò intorno, come se sperasse in un ordine di senso opposto, ma non gliene arrivò nessuno, e fu costretta a dirmi: «E va bene, le faccio questa tessera». Inserì il mio nome e cognome sulla tastiera che le stava davanti e poi, fissando lo schermo, disse: «Ma lei non abita più in questo distretto: per forza non ha la tessera!» «No, non abito più qui, ma ho avuto la tessera… Per favore, senta, non posso certo andare fin dove abito per farmi fare la tessera: me ne rilasci una di questo distretto: in fondo ci ho abitato per vent’anni…» «Non posso», disse lei respingendo la mia tessera dell’autobus attraverso il vetro, «non posso proprio. Lei non è di questo distretto, e io non posso rilasciarle una tessera sanitaria che invece dica tutto il contrario.» Il suo sguardo era fermo e irremovibile. Le feci vedere ancora il braccio. «Secondo lei posso andare fino all’ufficio del mio distretto in queste condizioni?» domandai. «Questo io non glielo so dire» rispose. «So solo che qui non c’è nulla che la possa aiutare. Avanti il prossimo.» Mi girai e lanciai uno sguardo di odio profondo alla vecchia donna che stava dietro di me. Lei non solo non si fece avanti come le era stato chiesto di fare, ma anzi fece due passi indietro e chinò lo sguardo. «Io non mi tolgo da qui», tornai a dire alla donna dietro il vetro, «fino a che non mi ha fatto uno straccio di tessera. Del mio distretto, di questo distretto, o qualunque altra cosa…» E poi mi venne in mente la soluzione. «Mi faccia una tessera provvisoria per turisti!» dissi. «Che duri solo una settimana: così non c’è nessun problema.» «Ma lei non è un turista» disse lei. «No, ma allo stato delle cose è come se lo fossi. Forza, me la faccia, per favore. Mi fa molto male, devo andare al pronto soccorso», e sbandierai ancora il braccio davanti al vetro. «Lei non viene dall’estero. Non posso rilasciarle la tessera per turisti. Se ne vada o chiamo la polizia.» La fissai e cercai di far sì che nel mio sguardo si riversassero tutte le emozioni che provavo in quel momento, dolore compreso. Lei accolse con sufficienza e con un’alzata di spalle la mia espressione. Si girò e chiese ad una ragazza che si muoveva nell’ufficio alle sue spalle qualcosa che non aveva nulla a che vedere con me. Poi si voltò di nuovo verso di me. «Avanti un altro, ho detto.» Dovetti cercare di contenermi. Mi protesi verso il vetro, appoggiandomi con il braccio sano al piccolo banco che correva davanti agli sportelli. «Mi as–col–ti at–ten–ta–men–te.» Le feci vedere il braccio. «Sto male. Ho bisogno di essere curato. E per questo ho bisogno di una fottuta tessera che non ho. Vuole farmi, allora, questa fottuta tessera? Se me la fa adesso io me ne vado subito, d’accordo? Non vedrà più la mia faccia per tutta la sua importantissima vita, d’accordo? D’accordo? Me la vuole fare questa fottuta tessera?» «Senta, signore, io non ne faccio una questione personale, e non lo faccia nemmeno lei. Semplicemente, è così che funzionano le cose. La legge è uguale per tutti, no? E allora, per favore, lasci passare la signora… Signora, venga avanti, venga…» finì rivolgendosi alla donna dietro di me. La vecchia donna non si mosse di un solo centimetro. «Mi senta lei», dissi allora tornando a guardare davanti a me, «mi ascolti. Se lei non mi fa la tessera… se lei non mi fa questa fottuta tessera…» «Cosa fa lei?» chiese la donna con un sorriso ostentato sulla bocca. «Le lascio il braccio qui, ecco cosa!» dissi, e appoggiai il braccio sul banco davanti al vetro. «Anzi», dissi: mi aveva proprio fatto arrabbiare, «anzi, sa cosa?» Presi il braccio e per la mano lo infilai attraverso la fessura del vetro. «Il braccio se lo tiene lei, stronza che non è altro.» Lei non osò respingere il braccio e si allontanò urlando dal vetro. Io spinsi dentro tutto il braccio, e lì lo lasciai: mi voltai e me ne andai, e che se ne andassero tutti al diavolo.
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