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TI AMO

scritto da Elisa

  

 

L’ultima scena rimasta nei suoi occhi era la figura di James, disteso sul letto, l’armonioso profilo del suo corpo nudo disegnato contro il bianco delle lenzuola, gli occhi luminosi, belli e vagamente assenti, James sorpreso in quell’attimo di estatico abbandono che segue l’amore, il suo sorriso dolce e sempre lievemente acceso d’ironia, quasi a volersi sdoppiare, dividersi in due anime differenti e contrastanti di fronte a lei, sia per legarla che per sfuggirle, sia per incantarla che per lasciarla nel dubbio, sia per starle accanto che per abbandonarla. Lo vedeva ancora lì, sul letto, quello era James, che lei forse amava, che lei a volte riusciva quasi ad odiare, ma non era vero odio… James e il suo sorriso americano, di una limpidezza plastica, hollywoodiana, e quell’atteggiarsi da divo che nascondeva chissà dove e chissà quali abissi di paure… ma questo a lei non importava, lei di James amava proprio quell’innata violenza cinematografica, quel bianconero tragico e contrastato, quel suo recitare continuo e inconscio, alternando parti ora da eroe, bello e dannato, senza legge e senza tetto, ora da poeta, malinconico e solitario, disperatamente alla ricerca di un amore eterno. James, il suo sfrontato e insopportabile accento di newyork, e l’entusiasmo negli occhi scuri accesi da un dolce verde di riviera. Lei lo ascoltava parlare, catturata ora dalla sua voce, ora dal ritmico comporsi di parole in periodi, dall’artistico svolgersi del discorso, dal fluire della sua narrazione come acqua limpida. James raccontava, a volte il racconto assumeva tinte forti, drammatiche, romanzesche, scenografiche e intricate, tanto che lei non avrebbe saputo comprendere con sicurezza dove egli affermasse il vero, e dove la trama fosse soltanto una creazione intrecciata e costruita dalla sua memoria e dalla sua fantasia… A volte lo scorrere delle sue parole diveniva complicato, assumeva colori e direzioni differenti, si intersecava in cerchi e spire, e le era difficile seguirlo, temeva di perderlo, temeva di non capire, mentre egli voleva che lei capisse, sempre e ovunque.

Ma questo era James, e lei, parola dopo parola, attimo dopo attimo, si era accorta di vivere soltanto per lui. Viveva, ma la sua vita era finita, non le apparteneva più. Il suo essere se stessa, gioia e tristezza, pianto e risate, sogni e realtà, fallimenti e trionfi, si era annullato nell’esatto istante in cui lui era comparso di fronte ai suoi occhi, entrando nei suoi pensieri e nella sua vita. E’ vero, dapprima la sua presenza era stata quasi impercettibile, lieve, surreale, indistinta… poi la sua immagine si era fatta più forte, chiara, nitida… il miraggio era divenuto acqua vera, gelida e scintillante nel sole, e la sua forza aveva divelto argini e barriere. James era dentro di lei, che lei volesse o non volesse era assolutamente indifferente, la sua presenza era viva, reale, rabbiosa e appassionata, e se ne sarebbe andato soltanto quando lo avesse deciso lui, forse dopo un istante o forse mai.

Lei pensava a volte a quell’attimo, in cui James avrebbe deciso di uscire dalla sua vita, lasciando la porta aperta come era solito fare anche nella realtà, senza mai dire dove andasse, senza mai dire se e quando sarebbe ritornato. James avrebbe preso la decisione di andare così come aveva deciso di arrivare e di rimanere, e lei non avrebbe potuto fare nulla contro quell’immutabile decisione, non opporsi, non trattenerlo, nemmeno disperarsi perché lui allora, nella disperazione, l’avrebbe odiata. Questo era James. Confuso e incerto tra l’essere e il divenire, apparentemente sicuro e sfuggente nell’insicurezza, tenero e arrogante, razionale e sognatore. Era da scegliere se amarlo alla follia, oppure odiarlo, odiarlo ferocemente. Lei lo amava.

Dal suo primo sguardo, lei non aveva fatto altro che attenderne un successivo, trasformando la sua stessa vita in quell’attesa. Il suo tempo non era più trascorrere, ma soltanto aspettare, un ritmo di secondi scanditi da un orologio interiore e intollerabilmente preciso, quando la notte arrivava e lui chissà dov’era, e allora la notte sembrava non dovesse terminare mai. Lo attendeva, lei, tra sonno e sogni e ansia, e a volte un silenzioso scorrere di lacrime che nell’ombra nessuno vedeva brillare. Cadevano sulle lenzuola, come gocce di pioggia sulle foglie, sull’erba e sulla terra, lei le sentiva staccarsi da sé e morire sul tessuto morbido, e pensava: così un giorno sarà anche la mia fine. Un giorno mi trasformerò in una di queste piccole gocce di cristallo scintillante, pensava, e nessuno mi vedrà cadere nel buio e dissolvermi sul cuscino, o sul tappeto, o sulla seta argentea e sensualmente tiepida della camicia da notte, nessuno se ne accorgerà ed io finirò di esistere.

James era rimasto, sì, ma il suo rimanere era discontinuo, la sua presenza frantumata da lunghi e malinconici periodi di solitudine, nei quali lei a volte pensava a fuggire, a cambiare vita, a rifugiarsi in altri mondi ed altri spazi… a dimenticarlo, se mai ne fosse stata capace, a cancellarlo dalla sua vita, per sempre se mai fosse esistito un sempre. L’assenza di lui pesava nell’aria, le toglieva respiro e forza, le stava togliendo la vita… Non sapeva quale distanza li separasse, se reale o immaginaria, se fisica o mentale, non sapeva nemmeno il motivo del continuo partire di James, si rendeva conto a volte, nella sua malinconia, che quasi nulla sapeva di lui.

Poi, improvvisamente, quando il silenzio aveva ormai preso il dominio che gli spettava, James ritornava, allegro o infuriato, triste o lussurioso, dolce o irruente, ma vivo e presente più che mai, e lei dimenticava l’assenza e la paura, dimenticava che presto avrebbe dovuto attenderlo di nuovo, dimenticava che la sua vita era destinata ad essere sempre e soltanto solitudine. Anche quella volta era tornato, in una notte di pioggia, i passi confusi con il mormorio dell’acqua, poi la notte era divenuta sogno, e lo scroscio un gocciolio, e le braccia di James, il suo corpo, la sua pelle calda e viva, la sua forza incontrollata, gli occhi che brillavano appena nel buio. Si erano amati a lungo, intensamente, la finestra aperta, il verde del giardino intriso d’acqua, il profumo della terra e della pioggia, il ritmo irregolare delle gocce che cadevano dai rami, e un piccolo frammento di cielo d’alba all’orizzonte.

Lei si era alzata in silenzio, tra il chiarore del giorno, ascoltando il respiro di lui e il sussurrare del mattino, ed aveva visto sé stessa nello specchio, quasi senza riconoscersi, con quello sguardo di passione acceso negli occhi e una lieve ombra di nostalgia intorno a se. Nascosto da quell’ombra, James si era era svegliato, e la stava guardando. “A cosa pensi?” Si era girata di scatto, come sorpresa a fare qualcosa di proibito, come se lui potesse violare i suoi stessi pensieri, che a volte persino lei non conosceva. “Alla pioggia” aveva risposto senza pensare. “Alla notte, forse anche a te”.

Lui l’aveva osservata con sorpresa, lievemente deluso da quel forse, chissà, che fosse soltanto lui a ritenere di essere l’unico pensiero di lei, che fosse soltanto tutta illusione, la vita stessa era illusione, in fondo, tutto il mondo era illusione, non esisteva verità, non esisteva certezza. Non aveva risposto, che sia per stanchezza o per mancanza di parole, o non c’erano risposte da poter dare, l’unica era vera risposta era il silenzio, soltanto uno struggente silenzio. Lei era in piedi accanto alla finestra, gli occhi fissi su di lui, poi rivolti al giardino, poi di nuovo a lui, poi al tavolo. Sul tavolo, l’acciaio appena sfiorato dalla luce del giorno, era posata la pistola di James, che lei non aveva mai saputo o voluto sapere perché egli portasse sempre con se. Incuriosita, si era avvicinata, e l’aveva presa tra le mani, con delicato sospetto e quasi con ammirazione.
Lui sorrideva, un sorriso innocente, dolce, timido, da bambino. “Ti piace?” le aveva chiesto.

Lei contemplava l’oggetto che teneva tra le mani, la perfezione de particolari, e avvertiva con piacere quella sensazione di freddo che l’arma le trasmetteva, di freddo e di potere. “Si” aveva risposto. Ridendo, si era girata verso di lui, puntandogli contro l’arma, ne sentiva il peso nelle braccia ed il freddo tra le dita. “Ti amo, James” aveva detto, e le parole si erano confuse con lo scoppio di risa. “Lo so”. Aveva risposto lui. Ridevano entrambi, entusiasti ed eccitati, lui con la sicurezza trasmessa dall’amore, lei con il coraggio datogli dall’arma stretta tra le dita.

“E’ carica?” le aveva chiesto, improvvisamente spaventata dall’eventualità che lo fosse e nello stesso tempo affascinata dal possibile rischio. “No. Anche io ti amo. No, non è carica”. James aveva sorriso di nuovo, osservandola con dolcezza.

Il sorriso si era fissato nella mente di lei come su di una pellicola fotografica. Ridendo, aveva premuto il grilletto.

Il colpo era esploso, con una forza sorprendente, le aveva fatto girare la testa e quasi perdere l’equilibrio. Aveva chiuso gli occhi per un istante. Quando li aveva riaperti, il sorriso di James non c’era più. Il suo corpo era ancora languidamente disteso sul letto, e sul cuscino, dove erano la sua testa ed il suo viso, il sangue scorreva, come poco prima scorrevano la pioggia e le lacrime, e gocciolava a terra, disperdendosi.

 

(copyright by Elisa)
 

  

 

    

ELISA

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