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TRECCASE scritto da Claudio Beni
Avanzavo su quella strada bianca e diritta che attraversava la pianura e tagliava i campi di grano, inseguito da una nuvola di polvere bianca e dal rombo del motore... Faceva caldo, maledettamente caldo. Il cielo era una cupola densa e lattiginosa e il sole una palla infuocata che bruciava l’aria. Il calore che saliva dal terreno faceva uno strano effetto sulle piante di granoturco e parevano serpenti che danzavano sinuosi, sensibili ad un’inesistente melodia. Il caldo opprimente e il rumore continuo e sempre uguale del diesel mi mettevano addosso un irresistibile sonnolenza. Alzai il volume della radio per non chiudere gli occhi e le notizie delle interminabili code in tangenziale e dei rallentamenti in A14, per la prima volta mi fecero sorridere. Qui non c’era neppure l’ombra di un qualsiasi altro automezzo, anzi era ormai più di tre ore che guidavo senza incontrare nessuno, né alcunché. Controllai di nuovo sulla bolla di consegna l’ultimo indirizzo rimasto. Una minuscola stazione di servizio in località Treccase, un borgo antico ed isolato sperduto in questa canicola. Imprecai ancora contro il mio lucido bestione e la centralina impazzita che non faceva partire il climatizzatore, dalla rabbia assestai due cazzotti sul cruscotto e per tutta risposta il gigante dalla lunga cisterna cromata diede fiato alle trombe. Due lunghi e tonanti sol che spaventarono i corvi intenti a pasteggiare nei campi e li fecero fuggire via in un volo lento e goffo. Chissà perché mi ricordai di Vito, il collega che faceva questa linea prima di me, sparì con l’autobotte un paio di mesi fa, lo stanno ancora cercando. Dicono che sia scappato in Russia, innamorato di una prostituta di vent’anni. Quant’è lunga questa strada stretta, polverosa e diritta…. Pare non avere mai fine. Continuavo a guardarmi intorno e il tempo passava senza che incontrassi anima viva, né una casa, né un cartello che indicasse quanti chilometri mancavano al paese di Treccase. Eppure non avevo sbagliato strada. Quando lasciai la trasversale di pianura era chiara l’indicazione per Treccase e non ho incontrato nessun bivio, solo questa strada sempre diritta e così stretta che anche volendo non riuscirei a girare il camion e a tornare indietro. Era strano come anche il segnale del telefonino fosse sparito e dal baracchino non giungesse più nessuna voce, in compenso si era alzato il vento, un vento caldo di scirocco che bruciava la pelle. Guardai l’orologio, guidavo ormai da cinque ore… Era caldo, maledettamente caldo… Asciugavo il sudore che scendeva dalle tempie e ormai non sapevo più se per il caldo o per quel sottile stato di ansia che mi aveva preso. Mi guardavo intorno….un paesaggio irreale e sempre uguale….un caldo infernale. Sentivo la bocca impastata e un’arsura terribile, gettai dal finestrino anche l’ultima bottiglia vuota. Poi il motore cominciò a borbottare. Sentivo sottile l’inquietudine salire, cominciai ad avere paura. Il dubbio di essermi perso si faceva sempre più strada tra i tanti dubbi che affollavano la mente, ma il mio pensiero, lucido e razionale, si rifiutava di arrovellarsi in un ipotesi così assurda….. E proprio in quel momento apparve, sulla piatta linea dei campi di grano, la sommità d’un colle. Lo vidi alzarsi all’improvviso, come spuntato dal nulla…. E sulla cima del colle il borgo di vecchie case ammucchiate una sull’altra. Tra filari di pioppi e campi di mais il bivio….poi la strada a destra che saliva la collina. Il cartello all’inizio della salita diceva Treccase, sotto, una riga di vernice spray aveva cancellato l’appartenenza al comune. Iniziai la salita col motore che pareva fermarsi ad ogni tornante il sole stava calando e man mano che salivo una brezza fresca entrava dal finestrino portandomi un po’ di sollievo. Il motore lanciò un ultimo grido disperato e perse di colpo potenza, ma per fortuna la stazione di servizio mi accolse come per incanto all’uscita dell’ultima curva. Sterzai nel piazzale appena in tempo, il motore si spense in quel preciso istante. Scesi dal camion, l’aspetto della stazione di rifornimento era desolato e sembrava abbandonata da tempo. - Ehiii…c’è nessuno? – Gridai… Nessuno mi rispose. Provai ancora - Ehiiii…- - Cerca qualcuno ? – La voce proveniva dalla strada alle mie spalle, mi girai di scatto. La signora, una donna di mezza età di taglia robusta e dall’aspetto trascurato, aveva una grossa e pesante borsa che faticava a portare e mi guardava in modo strano. - Si…- Risposi, felice di avere incontrato qualcuno dopo tanto viaggiare. -…Dovevo consegnare il gasolio, ma non c’è nessuno..- La signora mi guardò sorridendo. - La stazione è chiusa da più di un anno…- La guardai allibito. - Signora lei si sbaglia…ho la bolla di consegna…. quindi l’ordine è stato fatto non più tardi di una settimana fa…- La signora proseguì il suo lento andare senza dire parola. - Aspetti…- La rincorsi. - Dove va accidenti? Io ho il camion guasto e ormai è sera non sa dov’è una trattoria e magari anche un meccanico? – La donna si fermò e mi guardò ancora in quello strano modo. - L’unica locanda del paese è la mia e se le va bene stasera c’è pasta e fagioli….- E continuò con passo lento trascinando la pesante borsa. La affiancai. - Mi scusi permette? – Le presi la borsa sollevandola da quella fatica per lei troppo grande. Mi guardò negli occhi, stavolta in modo diverso e continuammo insieme, in silenzio. Non c’era molto per arrivare alla locanda, di otto case contate che s’ammassavano sulla strada, la trattoria stava nel mezzo proprio di fianco alla chiesa, ma tutte le luci erano spente e neppure una macchina era parcheggiata lungo la via, c’era un senso di vuoto, di abbandono. Nessuna voce, solo il cinguettare degli uccelli che affollavano gli alberi e i tetti. - Ma questo paese è abbandonato….- Si fermò davanti alla locanda. - No…non è abbandonato….- Poi aprì la porta che si spalancò gemendo come un bambino piangente. - Prego…- Mi fece cenno di entrare. Tentennai un po’, non aveva l’aria di un posto molto frequentato c’era sporcizia ovunque, la luce era debole e i corvi beccavano i resti del cibo sui tavoli unti e sporchi. Pensai per un attimo di tornare in cabina, ma una voce giovane, ammaliante, mi fermò. - Buonasera…- La guardai, era la donna più bella che avessi mai visto. I capelli lunghi e neri le arrivavano ai fianchi, il seno era generoso, il sorriso dolce, le labbra rosse e invitanti. - Chi è quest’uomo mamma ? – Chiese la giovane fanciulla alla donna che avevo accompagnato. - E’ l’autista dell’autobotte, prepara la camera…- Avvertì tra di loro uno sguardo di intesa. La giovane donna mi sorrise e mi guardò come fossi acqua nel deserto….. ciò bastò per farmi restare. - Si segga, vado in cucina a preparare. Cosa vuole da bere? – Risposi assente mentre seguivo l’ondeggiare della ragazza che se ne andava girandomi le spalle. -…..Vino, vino rosso…e acqua…- La signora sparì nel retro ed io rimasi solo a tavola in compagnia dei corvi. Non riuscivo a togliermi dalla mente la visione di quella splendida ragazza bruna e il suo sguardo cupo, penetrante. Mi alzai, la mia attenzione fu attratta da una bacheca ornata da fiori freschi davanti la quale ardevano delle candele. Mi avvicinai, vi erano appuntate le fotografie di due uomini, un giovane ragazzo e un uomo adulto, molto somiglianti. Un vecchio articolo di giornale datato nove settembre 1998 era appeso sotto, lo lessi.
“Terribile disgrazia ieri notte
alla periferia di Treccase. Padre e figlio investiti da un camionista ubriaco. - Il suo vino…- La signora stava ferma con le bottiglie in mano i lineamenti induriti e lo sguardo pieno di odio. Mi avvicinai al tavolo e mi sedetti in silenzio, rispettoso del suo dolore. La signora posò con forza le bottiglie sul tavolo. - L’autobotte era in ritardo…- disse a bassa voce. - Mio marito e mio figlio tornavano dalla campagna, era già scesa la sera. Il camion era laggiù, sulla strada che passa per i campi, andava veloce…- Si fermò singhiozzando. - Era un’autocisterna…proprio come la sua…- Nello stesso momento la figlia comparve nel locale e s’affannò a cacciare i corvi agitando la scopa di paglia. - Via, via, fuori…sciò….- Fu una cena silenziosa, piena di sguardi a volte torvi e minacciosi, a volte suadenti, accompagnati da enigmatici sorrisi. La bella figlia mi stava seduta accanto e non faceva altro che riempirmi il bicchiere. Cominciai a ridere e sentii la testa girare. Poi sentii la sua bocca appoggiarsi al mio collo, la sua mano infilarsi sotto la mia camicia e il caldo,un grande caldo che mi invadeva. Salimmo le scale a fatica, barcollando, in una mano tenevo la bottiglia di vino e con l’altra mi aggrappavo ai fianchi di quella femmina stupenda che mi aiutava a non inciampare su quei vecchi gradini di legno. La ragazza spalancò la porta della camera che aveva preparato per me. Ricordo la musica che invase tutta la stanza, una nenia triste, il suono lamentoso di un violino. Ricordo il letto di noce scuro intarsiato di strane figure circondato dalle candele. Mi abbandonai sulle lenzuola stese e tirate. Ricordo la luce fioca che ardeva intorno a me e quella melodia struggente, addolorata che rimbalzava per la stanza. Il suo seno generoso liberato dalla stretta maglia, le sue mani che si affannavano intorno alla mia cintura… Poi solo i suoi capelli neri ondeggiarmi sul viso.
Le sei…. L’antico paese arrampicato sul colle perdeva lentamente il colore cupo della notte. Il sole spuntava tra sottili nubi allungate e come un pittore ispirato, tingeva i tetti d’ardesia e le pareti grigie di sasso di un bel rosa vivace. Ho avuto fortuna a svegliarmi a quest’ora pensai mentre guardavo dalla finestra l’alba spuntare. Guardai lontano, laggiù oltre i tetti e mano a mano che il sole saliva vedevo qualcosa luccicare, in lontananza, là dove finiva il bosco e passava la strada. Poi guardai la via che attraversava il paese…deserta. Le finestre….tutte spente, alcune con i vetri rotti. Ovunque degrado e solitudine, ebbi netta la sensazione che le uniche abitanti di questo posto sperduto fossero la madre e la figlia proprietarie della locanda. Ma se così era, chi aveva fatto l’ordine di rifornimento per quella pompa di benzina già chiusa da anni? E perché? Calzai in silenzio scarpe e pantaloni per non svegliare la bella fanciulla che ancora dormiva tra le bianche lenzuola, poi aprii piano la porta e scesi d’abbasso. La madre era già alzata e affaccendata in cucina, i rumori delle pentole e dei piatti accatastati era inconfondibile. - Buongiorno…- - Aaahhhh….- La signora si girò di scatto e cacciò un urlo, lasciando cadere a terra la pila di piatti che teneva in mano. - Mi scusi se l’ho spaventata…- Dissi, sorpreso da tale reazione e mi chinai per aiutarla a raccogliere i cocci. La donna, bianca come un cencio,si chinò anch’essa e continuava a fissarmi come se avesse visto un fantasma. - Sa mica se c’è un meccanico? – Le chiesi. La signora accennò di no con la testa, ma non disse una parola. - Ma porca puttana…possibile che qui non si veda in giro anima viva…- Mi ero alzato improvvisamente, uno scatto d’ira che non riuscii a controllare, la signora finì di raccogliere gli ultimi cocci quindi anche lei si alzò, il suo sguardo da spaventato e sorpreso, si fece freddo e minaccioso, mi fissò con gli occhi così stretti che sembravano fessure tagliate sulla faccia. - Sono solo le sei….- Sibilò tra i denti, poi andò di sopra tirandosi lo straccio sulla spalla e salendo le scale con passo pesante. Silenzioso e in punta di piedi la seguì al piano di sopra. La vidi entrare nella mia camera, la stessa dove si trovava ancora la figlia. Allora entrai nella camera della madre e cominciai a frugare i cassetti. Cercavo qualcosa e lo trovai…. Il blocchetto degli ordini della stazione di servizio Loreti & Ballarini chiusa dal 7 novembre del millenovecentonovantanove. Le copie rimaste attaccate al libro rivelavano che erano stati fatti tre ordini dopo la chiusura della pompa di benzina, l’ultimo era della settimana scorsa….e quello precedente coincideva, guarda caso, con la sparizione di Vito. Mi sforzai di andare indietro con la memoria….si….si. Ricordo che si parlava di un altro che era sparito prima di Vito, molto tempo prima ancora. Un dubbio atroce….spuntai le date degli ordini…. Si incastravano maledettamente con le sparizioni dei colleghi che mi avevano preceduto. Sentii delle urla provenire dalla mia camera. - Ti sei dimenticata di tuo padre…e tuo fratello ?? Lo dovevi ammazzare !!!! Ammazzare!!! Puttana….invece ci sei andata a letto…- La voce della madre, irata e fuori di sé, echeggiava per la casa. Uscii dalla stanza e presi le scale di corsa, le urla della donna mi inseguivano… - Ti ammazzo maledetto…ti ammazzo!!!! – Sentii un colpo fortissimo rimbombare per la locanda e un dolore lancinante alla schiena, all’altezza della spalla destra. Mi gettai verso l’uscita, la vidi sulle scale col fucile in mano e la canna ancora fumante…un altro colpo e un bruciore forte alla gamba. Uscii in strada urlando. - Aiuto !!! Aiutooo… mi vogliono ammazzare….- Nessuna risposta, nessun segno di vita. Cominciai a correre verso quel luccichio che avevo visto laggiù alla fine del bosco, sulla strada, sembrava un’autocisterna. Perdevo sangue,tanto sangue, ma la forza della disperazione mi spingeva a correre più forte trascinando la gamba ferita, giù a rotta di collo per la collina verso i campi di grano e la strada…laggiù dove era parcheggiato quel camion e pregavo Iddio che non se ne andasse…. mentre le urla e gli spari si facevano sempre più lontane. Correvo e correvo per quanto potevo e con tutto il fiato che avevo in corpo. Le gambe si facevano sempre più pesanti, la forza se ne andava poco a poco, ma stavo già attraversando i campi di granoturco non potevo fermarmi adesso, adesso che lo vedevo bene e che era li ad aspettarmi quel bestione rosso dalla lunga cisterna cromata. - Ehiii…aiutoooo!!! – Urlai col poco fiato che mi era rimasto. Nessuno mi rispose, di nuovo sentii quel sottile stato d’ansia. Mi avvicinavo a passi sempre più lenti e strascicati e quando vidi le insegne della mia ditta stampate sulla fiancata l’ansia aumentò….. Lessi sull’autobotte CB Vito e un brivido freddo mi corse lungo la schiena. La porta della cabina era socchiusa e i corvi si affollavano sul finestrino aperto, urlai per farli allontanare…. Spalancai la portiera e un braccio scheletrico l’accompagnò cadendo ai miei piedi. Mi scansai inorridito... nel pugno chiuso stringeva ancora la bolla di consegna per l’aerea di servizio in località Treccase. Sentii le forze abbandonarmi e caddi a terra coperto di sangue… Mi sentivo stanco, tanto stanco e avevo freddo, tanto freddo…
Il vento spazzava la pianura, un vento forte, teso, che piegava le spighe di grano fino a stenderle sul terreno. Così come lunghi, biondi capelli solcati da un invisibile pettine.
(copyright by Claudio Beni)
RACCONTO SELEZIONATO (7° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2002
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