home  cinema  narrativa  musica  arte  misteri  articoli  interviste  link  archivioghost  news  forum  album  produzioni  info

TORNA INDIETRO

L'ULTIMA ISOLA

scritto da Teresa Regna

  

 

Il mio nome è Kan Ek, Stella di Serpente, come quello di tutti i miei predecessori. Sono l’ultimo dei sovrani Maya, il figlio di colui che dapprima ha combattuto contro l’invasore, e infine si è arreso ai conquistadores. Mio padre, che essi chiamavano Josè Paulo, è spirato durante la notte. Dunque ora sono io l’ahaw, il signore di una terra che non è più mia, il capo di un esercito che non esiste, il discendente degli antichi dei, il sovrano dell’isola di Tayasal.

Mi chiamano Francisco, mi hanno costretto a rinnegare i miei dei e bestemmiare i miei antenati, a dimenticare la mia cultura e la mia gente. Mi hanno spogliato del nome e del passato. Credono di avermi tolto anche la dignità, però si sbagliano. Il mio nome è Kan Ek, e sono l’ahaw di Tayasal.

Scrivo questa storia nella lingua dei padri, affinché venga preservata dalla rapacità dei conquistadores, che non si curano di comprendere ma soltanto di distruggere, che non hanno rispetto né per la tradizione né per l’anima di un popolo.

Mio nonno, quando ero soltanto un bambino, mi raccontava una storia che credevo una favola: dal sentiero che congiunge l’isola di Tayasal con l’interno del paese venne un uomo, scortato da soldati armati di strani oggetti: canne tonanti e fuoco che sprizza. Il suo nome era Hernan Cortès.

Mentre passava sulla mia manina grassoccia la spina rituale, e raccoglieva con le apposite strisce di corteccia il sangue spillato dai minuscoli fori praticati sulla mia giovane pelle, il vecchio Kan Ek mi raccontava che l’arma più temibile dell’invasore non era quella che sputava fuoco e piombo, fulminando all’istante i nemici, bensì l’animale con il quale era arrivato sulla nostra isola. Compensando lautamente un traghettatore, aveva trasportato fino a Tayasal un cavallo. Più d’uno, in verità, ma nessuno di quelli appartenenti ai soldati era imponente come il cavallo di Cortés. Un animale magnifico, bianco come la luna piena, dal pelo morbido come le pianticelle di mais appena spuntate, alto e forte.

Il popolo di Tayasal, piuttosto che temere il conquistador venuto dalla lontana terra chiamata España, cominciò ad adorare il suo splendido cavallo. Animali simili non si erano mai visti nel paese dei Maya, né in quello degli Inca, a volte alleati e altre volte nemici del mio popolo. Né la legge delle armi né quella della barbarie venuta da oltremare riuscirono a sottomettere la popolazione dell’isola, tuttavia la maggior parte di essa venne soggiogata da un cavallo.

Cortés e i suoi uomini, delusi, lasciarono Tayasal dopo numerose, infruttuose battaglie contro gli indigeni. Il cavallo del conquistador, però, non venne traghettato sull’altra sponda del lago Petén Itzà una seconda volta: morì di una febbre misteriosa, poco prima che il suo padrone decidesse di abbandonare l’impresa che si era prefisso di compiere.

Il simulacro dell’imponente animale venne costruito in tutta fretta, quindi collocato nel tempio centrale, sulla sacra collina del culto e dei sacrifici. Era alto, e magnifico, e bianco proprio come il cavallo di Cortés. Da quel giorno venne adorato dal popolo di Tayasal, come una manifestazione del supremo signore, Kinich Ahaw.

Ora sono consapevole che il vecchio Kan Ek mi raccontava la mirabile storia della mancata conquista, e del cavallo che troneggiava all’interno del tempio principale, per distrarmi dal dolore delle punture, e insegnarmi in tal modo a sopportare l’inevitabile sacrificio del sangue, dovuto agli dei. So anche, però, che la vicenda che mi stava tanto a cuore era accaduta davvero.

Per due volte, nel corso della mia vita, ho visto i conquistadores. I primi non somigliavano affatto a Cortés: non possedevano nemmeno un cavallo, e portavano con sé poche armi e una volontà di ferro. Erano emissari del Dio in nome del quale mi hanno battezzato con un nuovo nome, mi hanno messo al collo una croce, e proibito di nominare gli antichi dei.

 

 

 

 

 

È morto per noi, hanno detto, e il sangue di Gesù Cristo che è stato sparso per riscattare i nostri peccati è tutto ciò di cui ha bisogno questo nuovo Dio. Bisogna smettere di sacrificare i prigionieri, di offrire il nostro sangue come cibo agli dei. Idoli, li chiamano, mentre distruggono i loro templi e la loro immagine nel cuore del popolo Maya.

Sebbene fosse fiero e risoluto, mio nonno si fece irretire da uno di essi, un frate chiamato Andrés de Avendano. Quello venuto prima di lui, Juan de Orbita, fu causa della sua stessa rovina: si lanciò con inaudito furore contro la statua del cavallo che aveva soggiogato l’animo degli abitanti di Tayasal, tentando di distruggerla con una grossa pietra, e distruggendo in sua vece la speranza di convincere il sovrano dell’epoca, il mio bisnonno, a convertirsi.

Avendano, al contrario, molto più furbo e intelligente di Orbita, sapeva come irretire il popolo, dal semplice contadino fino al signore della confederazione di regni. Tayasal, infatti, era una delle quattro città che componeva una della più potenti e nascoste confederazioni di città di tutto il regno Maya. Potente poiché in un territorio minuscolo e compatto erano concentrare numerose ricchezze sia naturali che artificiali; nascosta poiché il lago al centro del quale troneggia e la giungla pressoché impenetrabile che bisogna attraversare per avvistarla facevano sì che fosse molto difficile da raggiungere. Non a caso è stata l’ultima città a capitolare, l’estremo avamposto del popolo fiero e risoluto dei Maya. Anche quando le altre tre città avevano ceduto alla potenza delle armi, Tayasal continuava strenuamente a resistere: persino il conquistador per eccellenza, Cortés, che aveva sottomesso l’intero paese, non poté mai vantarsi di averla dominata.

Quando giunse, a bordo di una rudimentale zattera, sulle coste dell’isola, il frate spagnolo si fermò ad ammirare l’intrico di vie e viuzze che non aveva eguali nel regno Maya, e tentò di contare le case dipinte di bianco, costruite a ridosso le une delle altre, per stabilire quanto fosse vasta la popolazione da convertire. Avendano, infatti, non aveva attraversato la giungla dagli innumerevoli pericoli per conquistare Tayasal, bensì per convertire il popolo dell’isola. Una forma di conquista molto più sottile, ma altrettanto micidiale ci era stata destinata dall’uomo vestito di bianco e dai suoi accoliti.

I nuovi arrivati furono ricevuti da Kan Ek con tutti gli onori dovuti ad illustri visitatori appartenenti alla stirpe che aveva sottomesso la maggior parte del nostro regno: le persone sperimentavano mille difficoltà per giungere a Tayasal, però le notizie riuscivano a raggiungerci ugualmente.

Sebbene all’epoca fossi molto giovane, venni ammesso all’udienza che mio padre riservò agli uomini vestiti di bianco. Ricordo il discorso di Avendano, nitidamente, come se lo ascoltassi in questo stesso istante.

“Fratelli”, cominciò, sollevando le mani per enfatizzare le sue parole, pronunciate nella lingua dei padri, ma con un accento che le rendeva straniere almeno quanto colui che ce le indirizzava. Mi chiesi a quali fratelli si riferisse, dal momento che tra noi e loro non vi era alcun grado di parentela. “Siamo venuti in pace”, continuò, con lo stesso tono ieratico che adoperava per qualsiasi discorso. “Non portiamo né armi né strumenti di distruzione, ma soltanto la croce del vero Dio”. Mostrò a Kan Ek e a me una forma lignea, attaccata ad una sorta di collana della quali più tardi imparai il nome: rosario. Sulla piccola croce era scolpita la figura di un uomo seminudo, con le mani e i piedi trapassati da un chiodo e una corona di spine sul capo.

“A voi pare giusto donare in sacrificio il vostro sangue per nutrire gli dei. Ebbene, Gesù ha donato il suo sangue in sacrificio per redimere l’umanità intera. È morto sulla croce per la nostra salvezza: pur essendo il Figlio di Dio si è immolato per noi, che siamo peccatori e indegni”. Se avessi osato formulare una domanda sarei incorso nelle ire di mio padre; pertanto, mi guardai bene dall’aprire bocca. Tuttavia, non potevo fare a meno di chiedermi perché il Figlio di Dio avesse deciso di immolarsi per degli indegni peccatori.

“Vi chiediamo di convertirvi all’unico, vero Dio, cari fratelli. È giunta l’ora di abbandonare gli idoli che venerate: una nuova era si apre dinanzi a voi. Il Katun 8 Ahaw è vicino”.

 

Furono queste le parole magiche che permisero ai frati di schiudere il cuore degli ultimi Maya ancora liberi: il Katun 8 Ahaw si avvicinava a grandi passi, e un cambiamento era inevitabile. La fatidica data, infatti, chiude un’era dell’umanità e ne apre una nuova, completamente diversa. La vera forza di Avendano risiedeva nel fatto che aveva studiato la nostra religione, e conosceva le nostre tradizioni. Riuscì a sfruttarle a suo vantaggio con voce suadente e parole confezionate ad arte, raccontando la storia del Figlio di Dio, fattosi uomo per amore, che muore sulla croce.

Kan Ek venne soggiogato da questa storia intrisa di sangue e magia, e permise ai frati di battezzare un numero impressionante di bambini. Oltre trecento neonati o infanti furono chiamati cristiani dopo che sulla loro testolina venne fatta fluire l’acqua del pozzo sacro. Una cerimonia imponente fu approntata per l’occasione, neanche si trattasse del sacrificio di un intero esercito nemico.

Avendano non ebbe alcuna difficoltà a celebrare il battesimo degli adepti nel luogo sacro a Kawil, dio della regalità, circondato dagli edifici che sono stati da tempo immemorabile testimoni dei sacrifici di sangue, utilizzando l’acqua del sacro cenote, il pozzo pure utilizzato per sacrificare le vittime umane agli dei. Fu la prova decisiva per Kan Ek: il frate conquistò la sua incontrastata benevolenza concedendo ai suoi sudditi un minimo di continuità con l’antica tradizione.

Alcuni nobili signori, tuttavia, non vedevano di buon occhio gli stranieri vestiti di bianco che andavano in giro predicando e battezzando, che parlavano del loro Dio ad ogni angolo di strada, che sorridevano con aria di superiorità nell’assistere ai pochi riti dell’antica religione permessi da quella nuova. E che rimproveravano coloro che invocavano Chak per ottenere la pioggia, o Mamaquilla affinché il mais crescesse rigoglioso. Invidie e antipatie nacquero nel volgere di pochi giorni e, trascorsi un paio di mesi, prosperarono. Vennero alimentate da racconti fantastici, ideati dai nobili poco propensi alla conversione, su frati che mangiavano bambini appena battezzati e donne le cui mammelle si erano prosciugate dopo che avevano baciato la croce.

Il popolo credette, o decise di prestar fede, a tali racconti, e il malcontento crebbe fino al punto del non ritorno. Si stava approntando una rivolta contro i frati, colpevoli di aver sconvolto le nostre secolari abitudini di vita, quando Kan Ek, che ne era venuto a conoscenza, corse ai ripari: ricevette Avendano e i suoi compagni nella sala del trono e li mise in guardia. “Gli abitanti di Tayasal hanno cambiato parere nei vostri confronti, e nei riguardi della religione del vero Dio. Sebbene io abbia abbracciato la fede in Cristo in piena consapevolezza, essi l’hanno riconosciuta soltanto per imitarmi, o per sperimentare una novità. Ora sono stati sobillati contro di voi e meditano di sacrificarvi a Kinich Ahaw sul tempio centrale dell’acropoli. Non è in mio potere impedirlo, se non condannando a morte la maggior parte dei miei sudditi”.

“Come ci consigli di affrontare questo pericolo?”, chiese Avendano. Il tono ieratico non lo abbandonava nemmeno nel momento della prova, né la sua gestualità era differente dal solito.

“Dovete lasciare Tayasal”, affermò mio padre. Nella sua voce accorata si scorgeva la parvenza di una preghiera: si era davvero affezionato a quei conquistadores senza spada e senza fucile. “Mio figlio vi scorterà al porto, e cercherà un traghettatore che vi conduca fino alla strada costruita in mezzo alla giungla”.

Chinai il capo in segno di obbedienza. Quella sera stessa accompagnai i frati all’imbarcadero sul lago. Chiamai un traghettatore e gli offrii un lingotto d’oro in cambio del trasporto. Prima di posare il piede nella barca che li avrebbe condotti al di là del lago Petén Itzà, Avendano mi ringraziò. “Dio te ne renda merito, fratello”, augurò, benedicendomi con due dita sollevate a tracciare il segno della croce.

Da buon cristiano accettai la benedizione, e replicai “Dio ti accompagni, padre”. Tornai alla mia città, ancora una volta libera dallo straniero, e ripresi le mie abituali occupazioni. Il primo impatto con i conquistadores, tutto sommato, non era stato negativo.

Il secondo, invece, fu catastrofico. Quelli che sbarcarono da una serie di zattere non erano frati, né religiosi, ma guerrieri armati fino ai denti: sciabole, spade, pugnali, e fucili. Canne tonanti che gettarono fuoco e piombo in gran quantità sull’ultima isola e sui suoi abitanti.

 

Cominciarono la battaglia appena misero piede in città, e non risparmiarono nulla e nessuno: puntarono i loro fucili su vecchi, donne e bambini; su casupole, templi e statue. Erano decisi a conquistare, a costo di distruggere un’intera isola e le persone che la popolavano.

Kan Ek, sempre saggio e previdente, decise di trattare la resa con il nemico. Inviò me, il suo erede, a parlamentare con il capo dei conquistadores, un uomo bruno e tarchiato, non più alto di un adolescente Maya, che urlava a squarciagola e brandiva l’arma come se si trattasse di un estensione del suo braccio.

Memore di ciò che mi aveva insegnato Avendano, legai uno straccio bianco in cima ad un’asta, e quel semplice oggetto fu sufficiente ad arrestare la carneficina. Poi condussi l’uomo, chiamato Juan, da Kan Ek, che ancora una volta perorò la causa del suo popolo. “Lascia che parli con i nobili che formano il consiglio”, lo implorò. “Essi avvertiranno la popolazione che ogni resistenza sarebbe inutile, e l’unica via d’uscita è la resa al governo di España”. Lo straniero dalla pelle chiara e dai tanti peli assentì.

In realtà, mio padre aveva esposto quella richiesta sotto forma di una preghiera poiché desiderava avere il tempo di organizzare lo scontro armato: se aveva ceduto senza combattere alle lusinghe della religione, non intendeva sottomettersi a cuor leggero allo strapotere delle armi. La battaglia che ci avrebbe consentito di rimandare gli invasori sul continente era stata approntata, i soldati di mestiere allertati, e tutto era pronto per una sortita, presumibilmente vittoriosa, contro i conquistadores. D’improvviso, però, una strana febbre assalì il popolo di Tayasal; era più feroce dei nemici che allettavamo con lusinghe e doni, più spietata dei conterranei di Avendano.

Gli ultimi Maya ancora liberi cominciarono a morire, a decine, e nulla poteva l’ah k’in, il gran sacerdote, contro la maligna determinazione della malattia venuta di là dal lago, portata tra di noi dagli Spagnoli. Dove non arrivarono le armi, giunse la febbre: altissima, subitanea, e letale. Si annunciava con una spossatezza incredibile, e il languore che assaliva le persone distava un solo passo dall’incapacità ad ingurgitare il cibo. I pianti di morte si levavano dalle case non appena un membro della famiglia che le abitava annunciava di avere poco appetito, o di essere stanco: la febbre venuta da lontano non lasciava scampo. L’epidemia fu più forte di qualsiasi conquistador: contro di essa nessuna resistenza era possibile.

Quando anche mia madre fu assalita dalla febbre, e la vedemmo spegnersi come uno stoppino consumato nel giro di due giorni appena, Kan Ek decise di capitolare. Ci arrendemmo all’unico nemico che non eravamo in grado di sconfiggere. Fu allora che tornarono i frati, abbigliati come Avendano, ad esortare il popolo di Tayasal a convertirsi con il cuore e non solo con le labbra: l’epidemia che l’aveva decimato, annunciarono, era causata dalla scarsa convinzione con la quale il Verbo di Dio era stato accolto.

Mio padre ed io venimmo scortati a Santiago, una città che di Maya non aveva più nulla, e battezzati nella Cattedrale intitolata a Nostra Signora del Rosario. Una grande festa fu organizzata per solennizzare la cerimonia con la quale rinunciavamo per sempre al nostro nome e, con esso, alla nostra identità. Dopo qualche giorno, ci venne concesso di tornare a Tayasal.

Ora che il vecchio Kan Ek è morto, sono divenuto un re. Senza patria e senza potere. Il popolo mi guarda con astio, poiché sono il figlio di colui che non ha saputo fermare l’invasore. Gli scampati all’epidemia sono divenuti più duri della pietra che forma gli edifici di culto, le cui pitture e sculture sono stati costretti a distruggere dai nuovi padroni.

Sono un re, povero e solo. Ma non privo di dignità. Sorrido, fingo di interessarmi alle idee dei conquistadores, e intanto medito vendetta. Non avranno pace nel loro sonno: potrebbero essere sgozzati da una mano assassina. Non potranno adagiarsi sugli allori di una vittoria immeritata: un nuovo esercito di diseredati potrebbe risorgere dalla polvere e combattere fino alla morte. Quando avrò organizzato la resistenza, non potranno nemmeno appellarsi al loro Dio, poiché non lo riconoscerò più come tale.

Il mio nome non è Francisco, bensì Kan Ek, Stella di Serpente. Sono l’ahaw di Tayasal, e lo sarò finché avrò un alito di vita.

 

(copyright by Teresa Regna)

 

    

 

TERESA REGNA

Teresa Regna è nata a Casagiove (CE) il 23 aprile 1961 e risiede a Pietramelara (CE). Professoressa di inglese, critico letterario, collabora a svariate riviste ed è traduttrice per le Edizioni Universum.

 Sue poesie e racconti sono apparsi su numerose antologie e ha partecipato a numerosi premi letterari con risultati a dir poco lusinghieri, tra i quali un primo posto al premio “La Voce del Cuore” (1998), un primo posto al III° “Premio Nazionale di Narrativa” del Centro Studi Agorà (1999), e un primo posto al Concorso ‘I cantastorie del 2000’ (2002).

Numerose anche le sue pubblicazioni: i saggi Yesterday (Cultura Duemila Editrice, 1994) e Miticosmo (Il Foglio, 2002); le raccolte di poesie Neve all’alba (CLI, 1995) e Briciole di poesia (Il Museo della Poesia, 2000); i racconti Imperativo categorico (CLI, 1996), La congiura (Noialtri Edizioni, 2000), La torre della via (CLI, 2000) e la raccolta Ammazzare il tempo (Edizioni Il Foglio, 2002); i romanzi Il pettine e il flauto (Serarcangeli Editore, 2000), Tempo senza tempo (Il Grappolo, 2001) e La regina delle illusioni (Noialtri Edizioni, 2001).

Nel febbraio 2002 un suo racconto è selezionato per entrare a far parte dell’antologia Mondi possibili e impossibili. Il titolo è Cuore di pietra.

Un suo racconto, Il collezionista, è stato pubblicato nel 2002 sull’antologia I pionieri dell’anno 3000, edita dal Club GHoST.

Nell’autunno 2002 è uscito il suo primo E-book, 12 racconti di FS, dal titolo Tra cielo e terra, per la CORBEC, e nel Gennaio 2003 il secondo E-book, dal titolo Colori, per Imieicolori.

 

  

 

 

TORNA INDIETRO

home  cinema  narrativa  musica  arte  misteri  articoli  interviste  link  archivioghost  news  forum  album  produzioni  info


Dr. Falken Scambio Banner - Fino a 25000 e oltre esposizioni in regalo