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L’ULTIMA PERFORMANCE scritto da Vincenzo Blandamura e Elaine Henri
21…23…25…27… eccolo! Il numero civico era quello giusto. Daniel iniziò a scorrere la fila di campanelli con il dito. Li scrutò uno ad uno, ma quello dell’interno A non c’era. Alle sue spalle, la lunga fila di lampioni ottocenteschi rischiarava la strada ormai quasi buia, stemperando ogni colore in un morbido tono di giallo. La sagoma rassicurante della Gran Madre si stagliava oltre i tetti, perfettamente riconoscibile tra tutte le chiese di Torino. Dovette fare due passi avanti e sporgersi all’interno dell’androne prima di riuscire a notarlo. Si trovava spostato rispetto agli altri. Su un fianco del muro, lontano dal portone. Un dischetto concavo d’ottone piuttosto malmesso con un piccolo pulsante circolare nel mezzo. Un anonimo rettangolino di carta era attaccato con lo scotch subito sopra il pulsante. Diceva semplicemente: “interno A”... niente cognome, nessuna indicazione.
Con l’aria scocciata di chi viene interrotto durante una faccenda importante, Karl posò la tavoletta monocroma lungo il tavolo da lavoro sporco di vernice acrilica, si pulì le mani con uno straccio preso dallo sgabello a fianco e si diresse al citofono ciondolando. – Chi è? – Sono qui per l’annuncio di Secondamano, per la macchina. – Mi attenda un istante. Vengo ad aprirle il portone. Il citofono è guasto.
Un paio di minuti dopo, Daniel sentì lo scatto del portoncino e si voltò. Sulla soglia apparve un uomo scarno, non molto alto e con i capelli color paglia, che gli fece cenno di avvicinarsi. – Buonasera, sarei interessato alla Golf. – disse Daniel, sorridendo con cortesia. L’uomo lo squadrò da capo a piedi. – Mi chiamo Daniel... – aggiunse, esitante. – Ah, sì. Piacere, Karl. Seguimi.
Scesero due piccole rampe di scale, raggiungendo un pianerottolo buio che odorava di muffa. Karl aprì la porta e si voltò verso Daniel. – Prego, accomodati pure. Il ragazzo non se lo fece ripetere. Una volta chiusa la porta, Karl divenne improvvisamente più loquace, come se il fatto di trovarsi tra le pareti domestiche lo facesse sentire decisamente più a suo agio. – L’auto è in ottime condizioni, la vendo per mancato utilizzo. Quando tre anni fa mi sono trasferito da Colonia per lavoro l’ho portata con me, credevo che qui a Torino mi sarebbe stata utile. – Fece un gesto vago con la mano – Mi sbagliavo. In pratica finora ho pagato solo le tasse di proprietà. Si voltò verso Daniel e improvvisamente sorrise, come divertito da quell’idea. – tre anni fa? Quindi l’auto è del… – E’ del ’98. – Completò per lui il tedesco. Daniel sembrava perplesso. – Beh, comunque è come nuova. Vieni. Il corridoio pareva non finisse mai, continuavano ad oltrepassare porte tutte uguali tra loro, uniche monotone interruzioni dei due muri paralleli completamente rivestiti da un numero impressionante di fotografie riguardanti tutte lo stesso soggetto: particolari di nudi in bianco e nero. Corpi. O meglio, parti di corpi. Fortemente ingrandite. Daniel, sempre più incuriosito da quella collezione di scatti, finì col fermarsi di fronte alla gigantografia di un grosso orifizio. – Lei è un fotografo? – si azzardò a chiedere, pensoso. Karl si fermò vicino a lui, guardando a sua volta la foto. – Piuttosto… un appassionato d’arte, direi. Mi piace il corpo umano, in tutte le sue forme. Completamente assorto nell’immagine, Daniel si accorse solo qualche secondo dopo che Karl lo fissava in maniera ossessiva. – Cosa c’è? – Niente, guardavo i tuoi piercing, interessanti. – Grazie, li considero segni distintivi e provo una certa soddisfazione nell’esibirli. Ne ho parecchi, anche in posti… ehm… nascosti. – Sorrise imbarazzato. Lo sguardo dell’uomo si spense improvvisamente. – Ho detto qualcosa che non va? Lei forse non approva questa nuova tendenza, magari in Germania… – No, conosco bene questa “tendenza”… Anche il piercing è un arte, sai? – Dice davvero? Karl si irrigidì leggermente, contrariato. – Ma come? Hai tutti quei pezzi di metallo conficcati nella carne e non sai neanche che ti porti addosso delle opere d’arte? – Il suo sguardo si perse in lontananza, come rimuginando su qualcosa che solo lui poteva comprendere, poi scossa la testa. – Siamo quasi arrivati, la porta del garage è in fondo al corridoio. Non perdiamo tempo, ho molto da fare.
Raggiunsero il garage scendendo una scala interna. Daniel si domandò come un uomo potesse avere bisogno di tanto spazio nonostante vivesse da solo. – Casa grande, la sua… è in affitto? – No, è mia. Si accorse che l’uomo aveva improvvisamente perso la loquacità e decise di non fare più domande inopportune. – Eccoci, questa è la macchina. Karl aprì tutti gli sportelli in segno dimostrativo. La golf era splendente, nuova come non si sarebbe davvero aspettato. Daniel si avvicinò dal lato del guidatore: – Posso? – disse, indicando il sedile. – Prego. Come vedi è stata usata pochissimo… – Già – approvò il ragazzo, guardando il posacenere, – Lei non fuma nemmeno! L’auto era praticamente intatta. – C’è la leva per aprire il cofano sotto il tuo sedile, tirala e controlla anche il motore. – Non si preoccupi, non è necessario, sicuramente sarà impeccabile come tutto il resto! Il volto di Karl riassunse la stessa espressione di disappunto che l’aveva incupito di fronte alla gigantografia. – Insisto, vorrei che fosse tutto a posto. – Disse, con un tono che non ammetteva repliche. La solita mania di perfezionismo tedesca… pensò Daniel, facendo scattare la leva d’apertura. Si alzò, dirigendosi verso la parte anteriore della macchina. Il motore era perfetto, come volevasi dimostrare. Stava per voltarsi e dire che acquistava l’auto, quando senti un violento colpo alla testa.
Si svegliò di soprassalto, indolenzito e nauseato. Era sdraiato su un fianco, e vicino al suo naso qualcosa puzzava in maniera rivoltante. La luce era molto tenue. Ancora intorpidito dal sonno, si avvicinò per esaminare meglio la fonte di quell’odore e scoprì, ritraendosi per il disgusto, che si trattava di un ratto in decomposizione. Ormai sveglio del tutto balzò goffamente in piedi, rendendosi conto di avere la testa incredibilmente pesante. - Ma dove diavolo sono finito? – mormorò, massaggiandosi le tempie e guardandosi attorno. Era in una piccola cella, con le pareti di mattoni coperte di muffa verdastra. L’umidità era quasi insopportabile. Una pesante inferriata metallica, chiusa da un vecchio lucchetto arrugginito, lo separava da un corridoio. Mise istintivamente una mano in tasca, ma non trovò nulla. Cazzo, mi ha rubato il telefono... – Aiuto! C’è qualcuno? Aiutatemi! - E’ inutile che sprechi fiato. Siamo sotto terra e dubito che qualcun altro oltre me possa sentirti. - Chi sei? - Guarda alla tua sinistra. Vedrai muoversi uno dei mattoni. Spingilo verso di me. Il mattone lentamente fuoriuscì dal muro, rivelando il volto di un ragazzo biondo, che poteva avere all’incirca la sua stessa età. Aveva una brutta infezione sul sopracciglio sinistro. - Ciao. Mi chiamo Ivan e siamo prigionieri di un tedesco con qualche rotella fuori posto. - Ma… perché? Intendo dire… che motivo aveva? - E chi lo sa? - Guarda in che cazzo di casino mi dovevo cacciare. Quant’è che sono rinchiuso qui? - Da ieri pomeriggio. - Cosa? Ieri… pomeriggio? E adesso… - E adesso è mattina. Sei rimasto tutta la notte privo di sensi. Ho provato a chiamarti ma non c’è stato verso di svegliarti. - Ma tu? Quant’è che sei qui? - Quattro giorni. Daniel guardò avvilito le sbarre che lo tenevano prigioniero, rimanendo in silenzio per parecchi secondi. Poi tornò a voltarsi verso il ragazzo. – Cos’hai fatto all’occhio? - Qui? Un regalino del tedesco. Mi ha strappato un anello. Daniel ebbe un brivido d’orrore… – Ma porca troia… è un maledetto sadico! Comunque io mi chiamo Daniel. - Allegro Daniel, perlomeno non moriremo di fame, il buon vecchio Karl ci passa la cena tutte le sere. Ieri addirittura c’era una vera forchetta, probabilmente è a corto di posate di plastica. Daniel si alzò e si gettò sulla serratura, esaminandola. - Magnifico! – esclamò. - Cosa ci trovi di magnifico? - Te lo spiego fra un attimo. Passami la forchetta e incrocia le dita! - Cos’hai intenzione di fare? - A volte non è necessaria la chiave per aprire una serratura. - Oddio… non dirmi che sei un topo d’appartamento! - Spiritoso… no, mio padre ha un negozio di ferramenta vicino via Mazzini. Diciamo che sono cresciuto in mezzo ai lucchetti. – Poi, senza aggiungere altro, iniziò ad armeggiare con la forchetta ed in breve ebbe ragione della serratura. Uscito nel corridoio, fece lo stesso con quella di Ivan. Il ragazzo rimase in silenzio per tutta l’operazione, e quando finalmente sentì lo scatto del meccanismo di chiusura si gettò sull’inferriata, spalancandola in preda alla tensione nervosa. Stava quasi per piangere. – Grazie… grazie… – Dai, adesso calmati. Vediamo di andarcene di qui finché siamo in tempo. Si guardarono intorno. Le due celle nelle quali erano rinchiusi si trovavano in fondo ad un lunghissimo corridoio lungo il quale se ne intravedevano alcune altre, che dopo un breve esame si rivelarono tutte vuote. Più avanti lungo il passaggio altri vani erano ormai murati da tempo. Dopo molte decine di metri il corridoio svoltò ad angolo retto verso sinistra, restringendosi. Una lampadina da pochi watt penzolava dal soffitto, illuminando una sorta di varco nella parete, chiuso da un pannello di compensato. – E questo cos’è? – chiese Ivan. Daniel spinse il pannello con entrambe le mani. Scricchiolò, ma non si mosse. Poi provò a farlo scorrere. Una forte luce investì il volto di Ivan. – Cazzo, sei un genio! – esclamò, infilando la testa nel varco. Erano nel garage. Ivan si precipitò sulla serranda. – E’ chiuso, maledizione! Daniel provò a ruotare la maniglia del portoncino in cima alle scale. – Anche questo, il bastardo l’ha chiuso dall’interno. – Cazzo, devo morire per colpa di una merdosa Golf del ’98! – Imprecò Ivan, prendendo a calci l’auto e tutto ciò che gli capitava a tiro. Sul ripiano più alto di uno scaffale, una tanica di benzina vacillò. – Sei impazzito? – scattò Daniel, protendendosi per assestare la tanica. – Cerchiamo almeno di non combinare casini! Ivan sbuffò, lottando contro la sua irritazione. Poi si voltò verso il pannello di legno. – Seguimi! Il corridoio prosegue ancora, proviamo a vedere dove porta.
Dopo circa venti metri, il corridoio finiva improvvisamente contro una parete. Sulla sinistra c’era una piccola porta di legno. Era socchiusa. I due varcarono la soglia, quindi rimasero per qualche istante perplessi. – Cristo santo… che roba è? – Sembra di stare all’interno di un alveare… o meglio… di un bozzolo… – mormorò Daniel. – Ma che accidenti di cosa assurda! La stanza oltre la porta, lunga circa dieci metri e larga la metà, era completamente rivestita di lana di vetro, pavimento e soffitto compresi. Aveva un qualcosa di folle, di delirante… il prodotto di una mente malata. In fondo alla stanza c’era un lungo tavolo coperto da un telo. Ad un lato del tavolo, su un basso sgabello di legno era poggiato uno straccio sporco, mentre sulla parete di destra erano appese una serie di tavolette monocrome. Daniel si avvicinò, esaminandone una. – Cosa pensi che siano? – chiese Ivan, alle sue spalle. – Mmmhh… sono di legno verniciato col pennello. Ci sono incise delle date. Qui c’è il 12 aprile 1996. Non so cosa significhi. Credo che il nostro amico abbia qualche specie di paranoia. – Ehi, vieni qui. Guarda! Ivan aveva alzato il telo che copriva il tavolo. Disposti in bella mostra su due file c’erano alcuni utensili: pinze, martelli e punteruoli. Avvolto in un panno c’era un marchiatore a fuoco per bestiame. – Figlio di puttana! Voleva marchiarci come le vacche! In un vasetto di vetro c’erano alcuni oggetti metallici. Daniel prese in mano il vasetto e immediatamente lo ripose, quasi facendolo cadere. – Che schifo! Ci sono ancora dei pezzi di pelle attaccati! – Pezzo di merda… ecco dove è finito il mio piercing! – mormorò Ivan, toccandosi istintivamente il sopracciglio infetto. Sotto il lato destro del piano di lavoro era inchiodato un cassetto. Era aperto. Daniel ne trasse un grosso volume di pelle, appoggiandolo vicino agli strumenti e slacciando il cinturino che lo teneva chiuso. – Saranno sicuramente altre foto – azzardò Ivan. Daniel iniziò a voltare le pagine. L’intero volume era dedicato ad una coppia di body artist tedeschi dei primi anni ’70. Foto, ritagli di giornale e pagine di riviste specializzate e non. Due performers estremi, con il corpo coperto di tatuaggi, piercing e ornamenti di vario genere. Gli articoli illustravano spesso performance che sfioravano il sadismo. La cosa era probabilmente apprezzata nell’ambiente, vista la quantità di ritagli contenuta nel volume. I due scorsero in silenzio le pagine, finché non si trovarono di fronte ad una foto in bianco e nero che ritraeva la coppia in compagnia di un bimbo di circa dieci anni. – Porca puttana… è lui! E’ Karl! – esclamò Ivan. – Allora questi qui sono suo padre e sua madre! Ecco perché è così fissato con tutte quelle cazzo di fotografie che ha in casa. – Ora mi spiego anche la frase che ha mormorato quando mi ha strappato il piercing… ero intontito dal colpo che avevo ricevuto ma l’ho sentito dire “questo lo tengo io, tu non sei degno di portarlo”… Continuarono a scorrere le pagine. L’ultimo articolo era un inserto a colori del der Spiegel, che mostrava la foto di un palco su cui alcune persone nude erano inginocchiate intorno a due pire umane. Sotto la foto, gli stessi due nomi che avevano letto e riletto in tutto il volume. – Cazzo! Guarda qui! Si sono dati fuoco! – Sì, ne ho sentito parlare… – confermò Ivan, con una nota di sgomento nella voce. – Alcuni di questi malati di mente si diedero fuoco a metà degli anni ’70 in segno di protesta. Guarda la data, infatti: 12 aprile 1974. – Le tavolette! Ecco cosa sono! – Cosa? – Quando prima mi hai chiamato, stavo facendo caso al fatto che riportano tutte la data del 12 aprile, dal 1975 in poi… fino al 2002. Capisci? E’ il suo modo di commemorare la loro morte. In quel momento, udirono un cigolio lontano. La porta del garage. Si guardarono l’un l’altro, in preda al panico. Un rumore di passi filtrò attraverso la porta socchiusa, ovattato dalla lana di vetro. Ivan afferrò la manica di Daniel e lo tirò verso il fondo della stanza. Si rannicchiarono sotto il tavolo, tirando giù il telo che lo copriva. La porta della stanza si aprì, poi i passi si avvicinarono con decisione al tavolo. Daniel strinse con forza la mano di Ivan. In quel momento, il campanello trillò. I passi si arrestarono. Poi ripresero, nervosi, allontanandosi velocemente. – Si? Alcuni istanti di silenzio… – Si, ho messo io l’annuncio. Aspetta, vengo ad aprire il portone, il citofono è guasto. Il tedesco imprecò, ed uscì sbattendosi la porta alle spalle. Daniel e Ivan sbirciarono da sotto il telo. La stanza era vuota. Si precipitarono in corridoio, quindi spostarono il pannello ed entrarono nel garage. Ivan afferrò una tanica di metallo, Daniel una vanga. Si appiattirono in fondo alle scale, ai due lati del portoncino metallico. Dopo alcuni minuti sentirono delle voci provenire da dietro il muro. – La macchina è perfetta. Vieni, te la faccio vedere. La porta si aprì cigolando, e i due entrarono nel garage. Il ragazzo che era venuto a visionare l’automobile esplorò con lo sguardo il garage, sussultando alla vista di Daniel che brandiva la vanga. Karl si voltò, fuggendo nel corridoio. Immediatamente Ivan si precipitò su per le scale, scostando con uno spintone il ragazzo paralizzato dalla paura. Daniel gettò la vanga e guadagnò a sua volta il corridoio Il tedesco correva in preda al terrore, urlando, e perdeva visibilmente terreno nei confronti del suo inseguitore. Ivan lo raggiunse sulla porta di casa mentre la spalancava per fuggire. La tanica di metallo lo colpì violentemente alla nuca, facendolo crollare a terra privo di sensi.
Trascinatolo di nuovo nel garage, Ivan prese un tubo di gomma da giardinaggio arrotolato in un angolo, e lo avvolse strettamente intorno al corpo inerte dell’uomo, serrandogli le braccia lungo i fianchi. Poi lo appoggiò al muro, vicino allo scaffale. Il ragazzo che era arrivato poco prima non aveva smesso per un attimo di piagnucolare. Daniel si voltò verso di lui, esasperato. Si era rannicchiato in un angolo e si copriva la testa con le braccia. – Ma chi cazzo siete? Che volete? – Vuoi stare zitto, coglione? Non sai neanche che gran culo, che hai avuto. Questo stronzo ti avrebbe dato una bella botta in testa e ti avrebbe buttato in una cella, come ha fatto con noi. Il ragazzo parve perplesso. – …Dici …davvero? – Già… hai un cellulare? – Si. Perché? – Esci fuori di qui e chiama la polizia. Ivan nel frattempo aveva raggiunto Daniel, asciugandosi il sudore con la manica. Seguirono con lo sguardo il ragazzo che si allontanava correndo lungo il corridoio, poi alle loro spalle un gran fracasso li fece sobbalzare. Karl aveva ripreso i sensi ed aveva rovesciato lo scaffale con una spinta. Daniel balzò su di lui, cingendolo con le braccia e trascinandolo via. La benzina, fuoriuscendo dalla tanica che era caduta in terra, si stava spandendo per il locale. – Coglione, ma che cazzo vuoi fare? – Lasciami! Lasciami! Devo esibirmi! – Ti esibirai dietro le sbarre, brutto figlio di puttana. Almeno saprai cosa significa stare chiusi in cella! – esclamò Ivan, assestandogli un calcio. L’uomo si divincolò, gettandosi a terra e rotolandosi nella benzina. Nonostante il tubo che gli serrava le braccia attorno al corpo, riuscì ad estrarre un accendino dalla tasca dei pantaloni. Ivan e Daniel indietreggiarono. – Ma allora tu sei matto davvero! Cosa vuoi fare? – Te l’ho già detto, – sorrise. – Devo esibirmi. E così dicendo lo accese, avvampando all’istante. Con terrificante lentezza il carburante che si era sparso per gran parte del garage prese fuoco. Ivan e Daniel corsero via, mentre il tedesco rideva ed urlava delle frasi incomprensibili. Ripercorsero il corridoio illuminato dall’incendio, salirono le scale e raggiunsero la strada, fermandosi solo a parecchi metri di distanza dal portone.
Un sirena risuonò nella via mentre il fumo dell’incendio iniziava ad arrampicarsi lungo le pareti dell’edificio. Alcuni agenti scesero da un auto, dirigendosi verso i due ragazzi. – Il vostro amico ci ha detto tutto. Dov’è quell’uomo? – E’ lì sotto, – indicò Daniel, lo sguardo perso nel vuoto. – Si sta esibendo…
(copyright by Vincenzo Blandamura e Elaine Henri)
RACCONTO SELEZIONATO (6° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2002
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