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L'ULTIMO DEI CANOPI: UN CANTO DI MORTE ED ESTASI

scritto da Niko G. Ryphon

  

 

Dedicato a Chris,

e alla sua magia.

 

un Canto di Morte ed Estasi

Pietra dopo pietra. E anno dopo anno.

Da fondamenta radicate nella storia, la Casa dell'Anima, prende forma.

Nascono stanze chiuse. E Muri spessi e maestosi. Mentre il tempo infinito, modella e scolpisce.

Così la Casa cresce, e cresce, e cresce. E' un perfetto meccanismo, che vede il suo prodigio

nel sommo equilibrio. La regola universale che da vita alle cose.

L'equilibrio è inizio.

E fine è il caos.

Ricordo.

Ricordo un tempo lontano. E una Valle.

Dove le verdi colline, come onde immobili, agitavano un dolce paesaggio di fiori, e di prati e di luce.

E ricordo quelle risate di bimbi innocenti che si perdevano nell'aria. Fratelli. Sei fratelli felici.

E una grande Casa, dal tetto rosso e le pareti di panna. Ricordo tutto.

Anche il giorno in cui cambiò ogni cosa. Per sempre.

Quello strano giorno il cielo, senza preavviso, divenne nero. E il sole pallido. Mentre ombre sinistre infestavano la Valle.

Poi una Cometa apparve nei cieli, lacerandoli. Era lucente, e sinistra.

E la sua punta infuocata era un dardo puntato inesorabilmente verso il ventre della Valle.

Da dove fosse venuta nessuno lo seppe mai.

La sua scia, incandescente come una sciabola appena forgiata, bruciò i cieli. Come se le porte dell'Inferno si fossero spalancate, e il Male in persona fosse in attesa di posare il suo piede sul mondo.

Poi uno schianto. Come l'urlo di mille tempeste. E la Valle venne trafitta. Un immenso squarcio dilaniò la terra.

In quell'attimo di totale distruzione, montagne e montagne di sabbia, sorsero da quella ferita mortale. E si levarono sulla Valle.

Sabbia fine, nascosta nelle profondità della terra. Quasi fosse pronta ad emergere da un momento all'altro.

Pronta a seppellire ogni cosa.

Un attimo. Le sabbie ricaddero sulla Valle. E fu il deserto.

Ricordo bene quel dì nefasto. Il mio viaggio periglioso iniziò lì, tra la polvere.

Adesso vago nella notte. C'è silenzio. Infinito silenzio.

Vago nella nebbia. Piano. Passo dopo passo. Piano.

La nebbia. La sento sulla pelle, mi parla.

E' triste, tra le pieghe della città, mentre anime in pena lacerano il suo bel manto.

La sua tristezza scende in me. Come una malattia.

Quando una figura appare davanti ai miei occhi. La nebbia l'ha appena partorita.

E' una donna. Giovane. Innocente.

Nei suoi occhi, cupi, vedo la stanza. La stanza della Casa che accoglie le mie spoglie al sorgere di ogni nuova alba.

La Casa che sarà mia.

In quella stanza, nascosto, c'è mio fratello. In un angolo, accucciato e muto. Si chiama Geb. Sangue del mio sangue.

Anima della mia Anima. Così impaurito. Così mesto. Le sabbie hanno spazzato via il suo mondo. La sua Casa di panna.

Tutto quanto. Ma quando la fine del suo mondo era prossima, lui, il mio dolce fratellino, pensò a me.

E mi vide forse per la prima volta. E pianse.

Tutti quanti i fratelli piangevano. Smarriti e confusi. Finché una nuova Casa non comparì per loro.

Lì asciugarono le lacrime e curarono le ferite. E conobbero il loro destino.

Povero Geb. Intorno a lui, nella sua stanza, adesso le pareti trasudano sangue. E aspettano il mio ritorno.

E carne che copra la loro vergogna.

La donna mi passa accanto. Il suo sguardo è basso, rasente il terreno.

Ha paura, lo sento.

Indossa un abito lungo e smorto, dentro il quale ha trincerato la sua fragilità. La sua innocente morbida fragilità.

Ha paura di me. Forse per la maschera che indosso. Rossa, dipinta di sangue.

Oppure perché sente la Morte che accende i miei occhi e brucia il mio cuore.

Inutili domande che si perdono nella scia dei suoi passi.

Vattene da questa terra. Torna nella tua tana. Una voce, che credevo lontana, come lontana è l'eco, scuote i miei pensieri.

E la mia calma. Chi sarà mai?

Ecco apparire dinnanzi a me una bimba. Una strana bimba. Il suo volto è quello di un gatto.

Un gatto dentro ad un vestitino rosa. Tu sei destinato a perire. Dice.

Mi avvicino e la guardo. E' così piccola. -Sei Bast?-. Chiedo. Lei annuisce col capo.

La piccola Bast. La mia sorellina. -Che ci fai qui? Perché non sei a Casa?-. Lei tace.

Allora mi chino, avvicinandomi al suo visino. -Io non perirò, tesoro-. E l'afferro per la gola. Con dolce violenza.

Ma lei, così com'è apparsa, dal nulla, nel nulla bianco della nebbia svanisce.

Sorrido. Un'allucinazione. Solo quello.

Intanto la donna cammina a passo svelto, dritta senza voltarsi.

Si appresta a ritornare nel ventre freddo della notte. I suoi contorni sono vaghi come vaga è la sua meta.

Mi muovo. E la seguo.

Ma prima che la mia mano possa sfiorare le sue spalle, la mia gamba si rifiuta di continuare il suo lavoro.

E si blocca. Una bava di fumo candido la trattiene al suolo. Mi volto.

La bava diviene, ai miei occhi, una catena, stretta e dura, che, da qualche parte, nella coltre di nebbia, qualcuno sta tendendo. Allora, tiro la gamba per liberarla dalla morsa. Ma la catena è forte. Che sarà mai? Un'altra visione?

Sto forse perdendo il senno? L'afferro, sentendola morbida al tatto e viva nel pulsare dei suoi anelli.

La mia rabbia allora cresce. E cresce dentro di me. Dal mio stomaco sale lungo le viscere e si condensa.

I miei cupi pensieri le danno una volontà. E uno scopo.

Spalanco la bocca, così che essa possa uscire come olio denso e nero. Che cade sulla catena, bruciandola.

In quell'istante, l'immagine di un ragazzo vestito di ferro e catene tremola sul velo bianco che mi circonda.

E mi fissa con sdegno. -Horo. Odiato fratellastro. Sapevo che eri tu. Ma la tua magia è debole. Inconsistente.

Come questa nebbia. Non mi spaventi perché sei solo fumo che offusca la mia mente.

E ritorno sui miei passi.

La donna, intanto, non si è fermata. I suoi piedi sembrano staccarsi dal resto del corpo, tanto sono svelti. E non si volta.

Il profumo della sua debolezza solletica le mie fantasie.

Finalmente la raggiungo, sfregiando la nebbia e tutto ciò che in essa trama contro di me.

E riesco a superarla, senza che lei ne sia consapevole. Mi fermo. Lei precipita addosso a me. Io la stringo appena.

Che dolce calore esce dalle sue labbra rosse... E poi quegli occhi scuri scuri che paiono perdersi nel vuoto. Quanto bella è...

-Che vuole da me, signore?-. Dice con un fil di voce. Oh, che voce sottile e melodiosa...

-Chiamami Seth. Non sono il tuo signore. Sono colui che si occuperà di te, ragazza mia-. Rispondo.

-Ma che dice? Che dice, mi spaventa...-. I suoi occhi tremano.

-No, no. Non devi temermi. No. Io sono vivo perché potessi incontrarti, in questo giorno buio e fumoso.

Ti amo. Profondamente-. E' atterrita. Ma le mie parole, l'hanno resa curiosa. E succube del mio fascino.

E preda della mia bramosia. La bacio.

Le sue calde labbra affondano nelle mie, e le mie nelle sue. Mentre nella sua gola cola l'olio oscuro stillato dalla mia carne.

La trattengo perché la paura l'aggredisce come una belva. L'olio si solidifica. E morde quella carne così dolce.

E soffoca il suo respiro. Piano. Piano. Finché non cessa.

Per sempre.

In quell'attimo di morte e d'estasi, da sopra la mia testa, la nebbia vortica.

E l'urlo muto di un volto di bambino si plasma in essa. Mentre il vento leggero, che spazza la sera, perde il suo orrore.

-Taci, Shu, debole fratello. Ritorna nel limbo desolato di paura e codardia da cui provieni.

Il tuo canto disperato disturba solo i morti-. Nel silenzio di un gelo pungente, la nebbia si placa

e con essa la flebile voce di uno spirito in pena.

Non temete fratelli adorati. Non temete, il dolore che vi affligge presto si spegnerà. E sarete in pace.

Depongo il corpo stupendo della giovane donna. Lo guardo ancora, per l'ultima volta. E mi frego le mani.

Poi inizio il rito. La spoglio e, una volta nuda, le strappo via la tenera pelle, lembo dopo lembo. Con le sole mie mani nude.

Deponendo poi i suoi pregiati resti in un'urna che portavo a spalla. Oh, che dolce momento!

Le mie dita affondano nella carne morbida e tenera. Che lussuria! E il suo sangue, quanto sangue...scalda le mie palme.

Che godimento! E' una benedizione. E' pura poesia.

Posso tornare a Casa, ora. Il cadavere giace inutile sul selciato. Il suo fetore è già insopportabile.

Mi volto ed esco di scena. Alle spalle mi lascio solo silenzio e ricordi sfocati che la nebbia assorbe e cancella.

La Morte precede i miei passi, dietro la sua ombra Io cammino.

La Casa. La nuova Casa. Quasi per incanto, si manifesta ai miei occhi in tutta la sua gotica maestà.

Le sue nere mura spariscono nelle nubi grigie. Le guglie affilate trafiggono il cielo.

E le finestre, come piccoli tagli infuocati, scrutano l'orizzonte. Davanti a me, il portone di legno marcio, si apre, adesso.

Lentamente entro. Attraverso antri polverosi e tele di ragno appese.

Giro lungo scalinate tortuose che si snodano e si dipanano all'interno. Nel profondo. Nell'ignoto insondabile.

Senza accorgermene passo le Stanze Chiuse, dentro le quali ciò che resta dei miei fratelli giace.

In agonia. In solitudine. In prigionia. Mentre i loro nomi, incisi sopra ogni porta, ricordano e commemorano.

Al mio passaggio sento palpitare le loro pareti come cuori disperati.

Noi siamo ancora. Noi siamo ancora. Tu non vincerai. Tu non sarai mai. Il loro tormento allieta il mio spirito.

Ed eccomi giunto alla meta. La stanza dove Io, presto, otterrò la libertà. Quanto l'ho desiderata...

La spalanco. Geb piange nel suo angolo. Povero bimbo...

Annuso l'aria. Ah! L'aroma pungente del sangue che, in piccoli rivoli, gocciola sul pavimento...

Tutt'attorno la pelle delle mie amate veste la nudità delle pareti d'immensa grazia.

Con la mano sfioro la morbida carne, stesa fin al soffitto. Perfettamente liscia, quasi fosse una tela di seta.

In quell'istante i volti bellissimi di tutte le mie donne, risorgono per me. Come spettri.

O forse muse ispiratrici dell'arazzo che vado completando. Vi amo tutte. La Morte vi ha rese Immortali.

Tu Mostro infame. Tu Demonio. Noi ti cacceremo dalla Casa. La vocina di Geb.

Scagliata come una freccia contro di me. Che pena mi fa!

-Ora è Casa mia, fratello. Capito? E' Casa mia!-. Dico, trattenendo l'ira.

No! No! Tu non abiti qui. Non siamo nati dallo stesso ventre. Sei solo figlio delle tenebre. Che ardore!

Che coraggio, in quel misero corpicino!

-La tua mente è così debole che nemmeno rammenta ciò che essa stessa ha partorito. Tu fratello. Ma anche padre.

Io sono il frutto della tua perversione. Sono l'incubo che nascondevi nel buco oscuro della tua anima.

Non ricordi le fantasie che mi raccontavi? Le donne. Il sesso. La violenza che in te si dimenava, viscida e contorta.

Non ricordi più?-

Gli occhi tristi di Geb si eclissano. E diviene muto. La vergogna brucia le sue gote.

E mi scappa un sorriso malizioso. -La tua stanza diventerà la mia. E tu scomparirai-.

Depongo l'urna contenente l'ultima carne da me raccolta. L'ultimo tassello prima del trionfo.

Mi avvicino alla parete, nell'angolo ancora scoperto. Ancora nudo. Mi avvicino di più.

Le mie labbra fremono. Apro appena la bocca, e lascio che l'olio oscuro dentro di me coli sul freddo muro.

Poi, con le mani, spalmo la pelle fresca sopra di esso. E lì rimane. Attaccata.

Finalmente la mia opera sarà terminata. E Io sarò libero. Io, Seth. Libero di essere.

Sarà allora che la mia voce possente si solleverà sopra le altre voci che ancora infestano la Casa. E le schiaccerà.

Così la Casa si svuoterà, e Io ne sarò l'unico abitante. E padrone.

No! No! Geb si alza dal suo rifugio. Ansimando. In lacrime. Vuole combattere? Ma ormai ho quasi finito.

Ti impedirò di distruggerci. Io ti fermerò.

Prima che possa gettarsi su di me, in un patetico tentativo di sfida, l'olio di morte vomita dalla mia bocca.

E si avvinghia a lui. Come una serpe infuriata che lo cinge in un sudario nero e viscoso.

Le sue ossa stridono e si spezzano. Si blocca.

Le sue braccia, poi, si sollevano un'ultima volta restando in aria, aperte e piegate all'altezza del gomito.

-Il tuo corpo proteso verso il cielo. Verso una salvezza che non avrai mai. Che sublime visione!

Che mirabile opera d'arte! Rimarrà a memoria di questo giorno vittorioso-. L'olio lo sommerge fin sopra la testa. Muore.

Però qualche istante prima di spirare, dalla sua bocca, cade a terra qualcosa.

Qualcosa di piccolo. Qualcosa di bello. Una statuetta di porcellana che raffigura una fanciulla.

Che curioso testamento...

Ancora un frammento. Come l'ultimo granello di sabbia del tempo che va morendo. Ancora poco.

Un lamento attira la mia attenzione. Proviene dalla fanciulla di porcellana. Un altro lamento.

Tu sai chi sono, vero? Le sue labbra finte mi parlano.

-Il tuo volto non mi è sconosciuto, ma non m'importa Io sono il padrone, qui-.

Colto da un impeto d'ira nefasta, afferro la statuetta. Odio la distrazione.

E la frantumo con le mani insanguinate. Alcuni pezzi si conficcano nel mio palmo. Un dolore dolce. E appagante.

Quella distrazione però non cessa. Dai cocci sorge uno spettro lucente. Una ragazza dalla lunga chioma bionda. Iside.

-I miei occhi stentano a credere ciò che sono costretti a vedere. Tu, Iside. Sorella.

La cui voce credevo fosse ormai sepolta nella polvere della stanza che ti tumula. Come mai sei qui? Sei fuggita dalla tua cella?-

Non puoi azzittire la mia voce. Non puoi. Io sono parte di te, e sono qui per salvarti.

Sussurra accennando un sorriso.

-Salvarmi? Da chi? Sei solo un pallido fantasma. Una mera visione della mia mente stanca-.

Abbi pazienza, tu che indossi questa maschera buia. Tu che osservi il Male compiersi nel tuo corpo posseduto. Vedrai. Tu ritornerai, sereno e in pace.

La perfida maga vestita di nulla, mi soffia qualcosa sul viso. Un alito di fumo bianco. Come nebbia. Come oppio.

Che sale nelle mie narici fin dentro il cervello. E da lì scardina la mia volontà.

Ti porterò con me. Là dove i ricordi e le emozioni divengono reali. Nel mondo delle illusioni.

Sognami, ancora una volta...

...Precipito. E precipito veloce. Sto cadendo. Cadendo dalla terra verso il Cielo Dorato?

O dalle nubi dentro la Fossa Infernale? Non so dirlo. Non so più nulla. Nemmeno chi sono. Nemmeno perché.

Il mio nome è...è...

Vedo qualcosa sotto di me. O forse sopra? E' un vasto mare. No, è un fiume. E' rosso. E' di sangue.

Scorre come una ferita nella Valle di sabbia chiara incastrata in un orizzonte senza cielo. Una Valle morta. E io...

Il mio corpo. Il mio prezioso corpo inizia a lacerarsi. Si spezza. In una...due...tre...quattro...cinque...sei...

e Sette. Sette parti. Ciò che ero si smembra in un turbinare di vento e sangue. E i miei resti, divisi, affondano.

Ma Io non sono perito. E perduto. No, la visione è ancora davanti a me, come se la mia anima fosse sospesa.

Sopra quell'assurdo incubo. Sopra il mio martirio.

Vedo le membra sparse del mio cadavere, forse per l'ultima volta. Stanno svanendo nei profondi abissi del fiume di sangue.

Ma non soffro per loro. Nessuna emozione lambisce il mio spirito. Solo desolante apatia.

Ecco una barca. E' Lunga e affusolata. Una soave fanciulla la conduce. E' Iside. Sorella. Ma di chi?

La donna, ora, raccoglie le mie spoglie sulla sua barca. Le porta a riva.

Qui ricompone il mio corpo. Ma Io, ancora sospeso, osservo impotente.

Adesso prende degli attrezzi dalla barca. Fili. Bulloni. Arnesi. Tenaglie. Metallo.

Ed inizia a ricucire le mie parti, usando la scienza dell'uomo. Fredda. Spietata. Efficiente.

Alla fine il duro lavoro è terminato. La mia carcassa è ricomposta ed integra. Ma priva di anima.

Lei ne sembra compiaciuta, il suo sguardo è dolce e materno.

La sua bocca si piega in un sorriso e si sporge sulla mia guancia, e la bacia, sfiorando appena le labbra.

Osiris, fratello, ritorna. Adesso.

...Buio. Dove prima vedevo il sogno compiersi. E poi luce. I suoi occhi.

Mi sento vivo, finalmente. Nella carne di un corpo martoriato e finto. Ma mio.

Ora so chi sono: Osiris. E lei è Iside, sorella e anche madre. L'abbraccio, fortemente.

Poi una morsa aggredisce le mie viscere. E' una bestia che si agita dentro di me. Mi accascio. La mia pelle si tende.

Soffro. E vomito violentemente. Urlando tutto il mio dolore. Di nuovo reale. Di nuovo parte di me.

L'olio mortale corre via dal mio ventre, e si spande sul terreno. Ribolle. Sinuoso.

Le mie mani tremano per lo sforzo di aver rigurgitato quell'essere demoniaco. Che dominava la mia mente.

Che voleva la mia morte. Quanto mi sento leggero! Improvvisamente svuotato. Di colpo libero.

Ti maledico, Iside. Ti maledico. Guarda che hai fatto! Il mio corpo è profanato. E' impuro.

Il metallo offende la sua sacralità. Ti punirò per questo! La voce di Seth saetta nell'aria. Furibonda scaglia la sua ira.

E prepara la sua vendetta.

Il Male, sparso ai miei piedi, inizia a gonfiarsi. Si attorciglia. Si dimena. E diviene una serpe nera.

Sotto il suo ventre due piccole gambe di uomo ne portano il peso.

Il terrore mi attanaglia, e già mi sento stritolare nelle sue spire.

Allontana da te la paura. E' la sua amante. La sua schiava. Cacciala e potrai affrontarlo. Parole di speranza, le sue.

Ma come posso, Io, misero uomo ferito, uccidere il Male?

Ma non devi! Tu non lo ucciderai.

Dal momento in cui Seth ha fatto il suo ingresso nella Casa è diventato nostro fratello. E' parte di noi".

Le gambe vacillano. Che dice? Fratello? Quella creatura diabolica?

Ciò che devi fare è domarlo. E liberare dal suo giogo l'anima che ancora possiede. Geb.

Nei suoi incubi Seth ha trovato la strada per manifestarsi. Vedi quelle gambe?

Appartengono al nostro fratellino perduto. -Dimmi che devo fare. Sono perso e confuso-.

In quell'attimo, dalla terra sabbiosa, brulla e arida e deserta, si aprono la strada mani ansiose d'aria. E di luce.

Sono Horo, vestito di catene. Bast dal muso felino. E Shu pallido come un cadavere.

Siamo con te, Osiris. Ti aiuteremo nella dura battaglia. Dicono tutti, offrendomi però mani vuote e innocui sorrisi.

Allora, intuendo i miei dubbi, si mettono a scavare nel fango di sabbia e sangue.

E, plasmandolo a loro piacere, ottengono la sagoma di una spada. Prendila. Mi spinge Iside.

Cosa? Quella polvere senza valore? Sì, fallo. Mi esorta.

Mi chino a terra. Esito. Ma quando la tocco, quella sabbia, all'istante si indurisce e si tramuta in ferro.

Miracolo! Possiedo un'arma, finalmente. La impugno, ammirandola stupefatto.

Vai, e libera Geb. Sento alle spalle.

Le mie gambe tremano, ma avanzo. Vacillo. La serpe di Seth, senza attendere altro, mi attacca. Furiosa. Vorace.

Io alzo il braccio pesante di ferro. Scaglio il colpo, senza vedere. Sento un grido.

E vedo la testa del Male da un lato e il corpo dall'altro, che si scioglie.

Il viso atterrito di Geb affiora dal suo addome liquefatto. E' ancora unto, ma vivo.

Scusami Osiris. Scusami. Non penserò più quelle brutte cose. Te lo prometto. Mi dice, povero piccolo.

Allora lo prendo per un braccio e lo porto al collo. Abbracciandolo.

In quell'attimo mi accorgo di piangere lacrime di gioia.

Ma il Male ritorna. Come sempre. Con nuovi volti, e rinnovate astuzie.

Il nero olio, si ricondensa, assumendo le sembianze di un mostro dalla bocca di coccodrillo,

dal torace di leonessa e dalle zampe anteriori d'ippopotamo. Vi divorerò tutti. Marcirete nelle mie viscere.

E sarete dimenticati. Ruggisce.

Mi sento svenire. La paura torna a sedurmi. Basterà la mia spada?

La battaglia è finita. E' tempo di trovare la pace. Uniamoci in cerchio attorno a lui.

Stretti mano nella mano. Parla Iside, guardandoci tutti e sei come una madre i propri figli.

Io, pieno di dubbi e travolto dagli eventi, prendo la mano di Geb. Da una parte. E quella di Shu dall'altra. E così tutti.

Siamo uniti nella speranza. Nell'amore. Ma adesso?

Il mostro avanza. Minaccioso e gonfio d'ira. La voce di Iside ci rassicura e ci guida in una mistica preghiera,

che sale dai nostri cuori e così inizia...

Il Male. Bestia iraconda e infida. E dolcemente mortale.

E' precipitato nella Valle. Ha portato fuoco per soffrire. E sabbia per dimenticare.

Nella Casa è scivolato. E lì si è annidato ed ha attecchito. E' cresciuto nei sogni, che ha tramutato in incubi.

In perversioni. In luride ossessioni. In brutale violenza. E Morte.

Guardiamolo, fratelli. Guardiamo la bestia immonda. Qui dinnanzi a noi minaccia vendetta. Digrignando i denti. Meschina creatura. Ma qual è la verità? Siamo anche noi quella creatura. E' il settimo. L'ultimo dei fratelli.

L'ultima delle anime.

Per questo noi dobbiamo accoglierlo nella nostra Casa. Nella stanza per lui adibita. Con noi.

Il Mostro, all'udire questi versi, forti di una forza soprannaturale, s'irrigidisce. E piange.

Anche il suo corpo piange. La sua intera essenza piange. E dunque gocciola, liquido.

Ora lasciamolo entrare. Come la pioggia dal cielo. Come l'acqua del mare. E raccogliamolo in una nuova forma.

Il Mostro ormai disciolto cambia aspetto. Le nostre volontà come scultori lo modellano.

Una piramide. Ecco che si forma.

Ma nessuna Casa sarà mai serena, senza un ordine. Senza equilibrio.

Diamo al Male un nuovo equilibrio.

La piramide si solleva di poco. E si capovolge. Rimanendo meravigliosamente sospesa.

L'equilibrio è il segreto. L'equilibrio è salvezza.

Le pareti di nero olio, si infiammano. Un'esplosione di fuoco e luce inonda la Piramide. Che splende. Che si tramuta in oro. Mentre una calda pace riscalda e fortifica ogni anima e ogni fratello. E la Valle sboccia di colori e di gioia.

Di nuovo un cosa sola.

Finalmente riapro gli occhi. E mi ritrovo in un letto. In una stanza luminosa. Dove sono?

Con gli occhi ancora arrossati e gonfi riconosco il mio camice azzurro, con il simbolo della Genfactory.

Il mio lavoro. La mia scienza. Sono a casa. Nella mia stanza da letto, al 17° piano.

Così è finito tutto? Quell'avventura straordinaria era dunque un sogno costruito dalla mia mente complessa?

Solo un sogno? Stento a crederci. E' ancora così vivido nei miei ricordi. Così palpabile.

Sento la pelle tremare al pensiero del Male feroce che tormentava la mia carne e il mio spirito.

Un sogno, adesso svanito. Svanito nelle tenebre. Perduto in quel mondo di illusioni che sorge con ogni nuova luna.

Dove forse la mia anima si era smarrita nel lungo viaggio della notte.

Non mi resta che scendere dalle coperte e continuare la mia vita. Come sempre.

Ma appena alzo lo sguardo scorgo, sulla mensola contro la parete, una strana coincidenza. Inspiegabile. E Oscura.

I Sette Canopi. Le piccole urne funerarie. Il regalo di mio padre che la sera prima avevo lustrato con cura.

Sono deposti. Stesi. Come dormienti. Tutti quanti? No, uno è ancora in piedi. Dritto.

L'ultimo dei Canopi è come se mi fissasse. Quasi lo sento parlare. E ammonire. Non dimenticare, mi sembra di udire.

Per un attimo mi sento vacillare. Sento il sudore della notte ungere la mia pelle. E strisciare lungo la mia schiena.

C'è qualcosa in lui che mi turba. E che risveglia il sogno.

Lo prendo in mano. Lo guardo.

Sette Canopi come sette erano i fratelli.

-Chi sei tu?-. Domando, senza accorgermene. -E...chi sono io?-. Silenzio.

Le domande rimangono sospese nella stanza. Galleggiano nella mia mente. In equilibrio.

Intanto, fuori dalla finestra, una nebbia densa e fitta, sale. Calda e fredda, insieme. Come la Morte.

Come un ponte evanescente che unisce la buia terra, al dorato cielo.

In fondo alla stanza vedo lo specchio. Chi vedrò in esso?

Quello sguardo. Dentro lo specchio. Quello sguardo che ti guarda. Chi è?

La persona che la notte scorsa è andata a dormire? La stessa che la mattina seguente si è destata?

La tua Casa. Quante stanze ha? Quante anime nascondi in essa?

Il Male. E' da qualche parte a sollazzare nelle immonde nefandezze degli uomini, o lì, nella tua Casa?

Dietro alla prima porta che un giorno ti capiterà di aprire, quando vorrai visitarla.

Se vorrai visitarla. Perché il viaggio è lungo e difficile e talvolta pericoloso. Attento dunque.

Ma se non lo farai, come potrai conoscere chi abita quelle stanze e ascolta i tuoi pensieri e suggerisce i tuoi sogni?

Come potrai chiudere gli occhi la notte?

La tua Casa. La tua Mente.

In equilibrio.

Forse.

 

 

  

 

    

Niko G. Ryphon

IDENTITA': Niko G.Ryphon

DATA DI NASCITA: 3 Luglio 1999 (non confermata).

CARATTERISTICHE: Entità complessa. Confusa massa di idee. Poeta (forse).

SCOPO: Dipingere di parole le visioni, i mondi perduti e le perversioni di una mente alquanto caotica e più o meno disperata.

PROSPETTIVE: Una vita lunga. Anche se la morte potrebbe essere più stimolante.

 

  

 

 

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